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Full text of "Studi italiani di filologia classica"

STUDI ITALIANI 



DI 



FILOLOGIA CLASSICA 



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STUDI ITALIANI 



DI 



FILOLOGIA CLASSICA 



VOLUME DICIANNOVESIMO 





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FIRENZE 
SUCCESSORI B. SEEBER 

LIBRERIA INTERNAZIONALE 

20, Via Tornabuoni 
1912 






^.{^ 



748-'B12 — Firt-nw - Tipogratin Eurico Ariniii. Via Glnlx-llina. 51-53. 



INDICE DEL VOLUME 



Beltrami (Achille) — La composizione del libro duodecimo 

di Quintiliano 63-72 

Calderini (Aristide) — Intorno ad un passo di Snida e di 

Arpocrazione riportato da Francesco Filelfo 11-18 

Capovilla (Giovanni) — De graecorum comicorum fabula- 
rum titulis duplicibus 360-381 

Castiglioni (Luigi) — Osservazioni critiche e grammaticali 

a Curzio Rufo 121-227 

Cessi (Camillo) — Lycophronea 73-81 

Corbellini (Caterina) — Gli eroi argivi nella Boiotia e l'in- 
treccio del ciclo troiano col tebano 337-849 

— Gli eroi del ciclo eracleo nel Catalogo omerico delle navi 350-359 
De Stefani (Ed. Luigi) — La fonte delle epistole III e VI 

di Eliano 8-10 

Ferri (Silvio) — Iscrizioni latine in Lucca 382-397 

Galli (Umberto) — L'opera retorica di Dionigi d'Alicarnasso 237-273 
Mancini (Augusto) — Codices latini publicae Bybliothecae 

Faventinae , 19-23 

Marchesi (Concetto) — Note Plautine e Terenziane . . . 274-293 

— Per il testo del ' De Magia ' di Apuleio ' 294-304 

Morelli (Camillo) — Studia in seros latinos poetas . . . 82-120 

— Note sulla ' Copa ' . 228-236 

NORSA (Medea) — Martirio di Santa Cristina nel cod. Mes- 

siu. 29 316-327 

Pareti (Luigi) — Verdi e azzurri ai tempi di Poca e due 

iscrizioni inedite di Oxyrhyncbos 305-315 

— Cratippo e le ' Elleniche ' di Oxyrhynchos 398-517 

Procacci (Giuseppe) — Index Codicum latinorum classico- 
rum qui Ferrariae in civica bybliotheca adservautur . 24-52 

— Ad Panegyricos latinos 328-336 

— In Panegyricos latinos animadversiones 53-62 

Terzacjhi (Nicola) — Synesiana 1-7 



SYNESIANA 



0) 



3. 

Due codd. Ambrosiani degli Inni di Sinesio 



Nell'estate passata vidi, e collazionai parzialmente, i 
codd. contenenti opuscoli ed inni di Sinesio conservati nel- 
l'Ambrosiana, nella Marciana e nella Bibl. Univ^ersitaria di 
Bologna. Di notevole, tale cioè che meriti la pena di venir 
comunicato — almeno per ora — , non ho trovato che poco; 
e questo poco mi propongo di esporre qui, per rilevare come, 
di due codd. Ambrosiani degli inni, l'uno sia copiato dal- 
l'altro. 

Il Cod. Ambros. A 92 sup. del sec. XV (Martini e Bassi 
n. 23, p. 23 s., = I) contiene gli inni di Sinesio in sei fogli 
(39-44), i quali costituiscono come un codice a parte, scritto 
da mano diversa da quelle che scrissero le altre opere con- 
tenute nel ms. miscellaneo. Gli inni si seguono nel seguente 
ordine : 6 (su due colonne). 2. 7. 8. 1 (su tre coli.). 3. 4. 10 
(su cinque coli.); mancano gli inni 5 e 9. In margine ad 
ogni inno, e di mano alquanto più recente, sono, o meglio 
erano, delle piccole annotazioni di carattere metrico, con- 
tenenti il nome dei versi, il loro numero e le loro specia- 
lità. Ora sono quasi completamente svanite quelle agli inni 
8. 2. 7, ma si potrebbero facilmente ricostruire in base alle 
altre attualmente leggibili, se il farlo qui valesse la pena. 
Ad ogni modo, come saggio, ecco la nota all' inno 8 
(f. 40") : ojj.oia (se. a quelli del prec. inno 7) àvanaiorixà xmXu 
vy òifuzQa fÌQaxvxaTdh]XTa xal jxevd'f]/uifieQrj. Si noti intanto, 

(1) Cf. St. it. XVIII, 1910, 32 ss. 

studi Hai. di filai, classica XIX. 1 



2 N. TERZAGHI 

per ciò che dirò fra poco, che, mentre il titolo generale 
è ovvéòiov y.vQì)vaiov fftlooócfoi' xaì QrjT[oQog v]txv[oL efilaexQoi ; 
quello che precede ad ogni singolo inno è sempre tov avrov 
viu-oi l^FQot, fatta eccezione per l' inno 7 (f. 39^) innanzi al 
quale si legge rov avrov vjuvoi ejLi/nsTgoi, per evidente errore 
del copista, che aveva in mente il titolo generale. 

Si può affermare con sicurezza che da questo codice 
è stato integralmente copiato il cod. Ambros. C 120 sup. 
(olim N 257) = J, del sec. XVI (Martini e Bassi n. 210, 
p. 224). 

In J (f. 15 ss.) gli inni si susseguono nello stesso or- 
dine che in I ; hanno i titoli, si generale e sì parziali iden- 
tici, anche nell' inno 7 : una lievissima differenza è che 
r inno 2, come il precedente 6, è scritto su due colonne 
anziché su tre come in I. Per gli altri tutto si corrisponde 
in modo perfetto in I ed in J. Pure identiche sono le an- 
notazioni marginali metriche ; anzi, e ciò è molto notevole, 
mancano quelle agli inni 6. 2. 7, il che ci fa intendere come, 
già al tempo in cui J fu copiato, esse fossero svanite in I. 
Una diversità di nessun peso si incontra in margine del- 
l' inno 1, dove in I leggiamo: àvaxQEÓyTELa y.wXa gvy o/uoia 
xdig :rrQOQQì]0eToi xmà Tiàvxa (I), mentre in J la prima parola 
ò àvrxyjoòvreia, poiché il copista non aveva capito il suo 
esemplare. 

Abbiamo dunque dei buoni argomenti esterni per giu- 
dicare dell' identità dei due mss. ; ma possiamo provar me- 
glio questa identità per mezzo di un esame più profondo 

(1) I vv. sono nei dne codd. 133, mancando il v. 96. L'errore, per 
cui pare »i debba leggere 153, è nato certamente dal non avere il copi- 
sta inteso 1111 nesso, elie, invece di /;', interpretò vy. — Nella nota me- 
trica all' inno ?> {ùvaTraioTiy.ù y.òi'/.a y?.. fWvóf(£TQa ùxaTfV.ijxra y.at y.axa- 
Xf]yiiy.à f<V òioi'Xkafiov) , si ha yk invece di yO.y ; ma sono omessi i vv. 48- 
.^»3, il che farebbe mia differenza di sei Torsi, la qnale vien ridotta ad 
\\\\ polo verso Re contiamo lo spazio moto dopo il v. 35> ed il v. 196* 
ajjj;iiinti> dopo il v. 196 (vedi nel testo, p. 4) ; ad ogni modo il nu- 
mero giusto Harebbe stato y<x&. Invece è esatta la numerazione data al- 
l' inno 4 {ùra.-iainriy.n xò)).u owC ìiliout xoTg qìjOeToi /lorófiSTQa) poiché sono 
omessi i vv. Ii76-1.'77 (299 —2—297). Su gli altri inni non ho nulla da 
osservare. 



SYNESIANA 3 

di essi. Naturalmente, non ripeterò qui tutta la mia col- 
lazione ; e, mentre riferirò solo quella che ho fatto per 
r inno 6, per gli altri accennerò puramente e semplicemente 
alle somiglianze più strane e degne di rilievo. Pei confronti 
mi baso sull' edizione del Plach (Ttibingen 1875) ; dove non 
aggiungo altre indicazioni, i codd. I ed J danno una le- 
zione eguale. 

V. 3 {^eòv àju^Qorov hvòijlwv TioTòa '&eov 4 JiaTòa -^oq.] 

via &ì]ocdvra {^oqcovtcjì J) 5 orecpavojoù) 6 (hòlg àtpQaorog 

7 àyvcoTOv uv. jt.] jiaìò' àvédei^e 8 Xoy/iaq eq)ì]vev 

Q jLisoojiayì)g 10 xal ora. ;j;t;?^£VT£? Jieg 11 y.àUeog 
jiazQÒg 12 l'i: tixt.] ènévevoe {^eòg 13 ov tÒ Ttaroòg et 

xQVJirójuevov ojiégjLia TrgoMpjiov om. 14 eòcoxev 16 oh 

ooqpòv juèv ovQavov uv. v. 17 ràv om. ahi vcof.ieveig 

ÌS oh '/OQEiag rag àyyeXixàg co'va^ 19 rag om. 20 dvi]ràv 

cpvoiv 22 Tiali 23 àvàyxag Xvcov 21 lUy.oig (sic) 

f 

oójv av 25 vuvoTtóloyv véjucov] àficov 26 evqijijtcov I 

orijoav àXlnv (J in ras. fort. ex ?}) I 28 igvHoig 

30 xfjqag àXaXxe 31 ÒTidoag J 32 àvoiye] avve 33 Jigav- 
Xóyov] Xóyoìv 34 fioi om. 35 raìg om. 37 ójòIoi (1). 

Come apparisce da questo specime^i, basterebbe la iden- 
tità formale dei due codd. anche, anzi specialmente, negli 
errori, per farci ritenere che J sia copiato su I ; casi come 

V£ 

co'va^ del v. 18, o come àjucóv del v. 25, parlano da se. Ma 
vi è di più. Neil' inno 2, in J erano stati omessi, per er- 
rore del copista, i vv. 79-81, i quali vennero poi aggiunti 
a piò di pagina ; ora, in ambedue i codd. al v. 79 si legge 
y.aréyu yògav, il solo verbo seguente è un po' diverso, pre- 
sentandosi in I nella forma XiTiCooav, in J in quella Xeincboa, 
per ima svista facilmente intelligibile (2). Ad ogni modo, 
se questa piccola diversità potesse far nutrire qualche dub- 

(1) Debbo ringraziare pubblicamente Mons. A. Ratti, il quale ebbe 
la cortesia di rivedere per me alcuni punti della mia collazione. 

(2) Un'altra piccola ditterenza : in I al v. 77 si legge xaxsyei y.v- 

y.a ^ ^ 

òoiftov, in J fieiéyei y.vòoiiiov. 



4 N. TERZAOHI 

bio, ecco le forme identiche, le quali si riscontrano nel- 

r inno 1 : al V. 38 si ha la curiosissima forma mxoaìg, nata 
forse dal fatto che l'amanuense di I copiò prima questa 
parola con un'abbreviazione, e poi la tradusse, per dir così, 

con la desinenza estesa ; al v. 43 si trova xónrei, ed in I Voi 
è stato soprascritto di mano più recente ; al v. 56 si legge 

}'mW; al v. 61 èvóoaoa {èv. J) ; il v. 96 è omesso (1). An- 
cora, nell'inno 3, dopo il v. 39 che occupa la quarta co- 
lonna della pagina, in I segue uno spazio vuoto nella quinta, 

ed in margine è opposta la nota hi : identico è ciò che 
vediamo in J. In ambedue i codd. sono ugualmente omessi 
i vv. 48-53 ; al v. 187 si legge àXxàv ; al v. 141 "àoQioxoig 
ave; al v. 142 "àvajravoat (2); dopo il v. 196 si trova l'altro 
verso cpÒK xQVTirójuevov, nato da una glossa del v. preced. 
(cf. Flach p. XIII) (3); al v. 249 in luogo di ovx èòàì] si 

ov 
legge ovòedd)] ; al v. 313 àevvdco ; al v. 314 Ivòdhiovag ] al 

V. 338 I offre Ccociv (ossia prima era stato scritto Tace, acuto 

che fu corretto in grave) ed J Ccoav col circonflesso ; al 

01 

V. 419 in luogo di ì)òk si legge xal (4); al v. 519 D^xei ; 

al V. 584 ^eoòsQxf] (= ^eo>ceQÒ)~]). Neil' inno 4 al v. 14 tro- 
viamo OTifìei; al v, 193 y''cb;;iuoa nerdoag (5). 

(1) Nel V. 57 il copista di J scrisse ^aàoìv', perchè probabilmente 
non aveva capito l'esemplare ; im lettore più recente, richiamò l'errore 
in margine per mezzo di duo punti, scrivendo 'oasi ; al v. 95 sorisse ro- 
iteloìv : al v. 134 yoQsvei? che corresse in yogevasig, mentre in I si ha 
XOQsiaoie. Ma l'errore di itacismo non può metter pensiero. 

(2) I dne punti significavano probabilmente, nel cod. da cui de- 
riva I, un richiamo marginale, omesso poi appunto in I, e per conse- 
guenza in J. — Una piccola differenza al v. 161 jrgtjyrrìooyoàTcoQ I, 
ngjjT. J. 

(3) In J il f. 17^ finiva col v. 195 ; nella prima linea del f. IS"" il 
copista riscrisse nelle cinque coli, i vv. 191-5, ed i mg. si legge Tieoiaaóv. 
Un orrore simile è dopo il v. 211, a seguito del quale il copista aveva 
scritto il v. 213, che cancellò aggiungendovi sopra il v. 212 e ripetendo 
il 213 nella colonna seguente. 

(4) Pei due punti, cf. sopra la n. 2. 

(5) I vv. 41-5 omessi in J, il cui co})ista saltò con 1' occhio una 
riga, furono da mano recente aggiunti nel margine superiore del f. 19". 



SYNKSIANA 



Mi pare che questo complesso di somiglianze, special- 
mente negli errori e nelle lacune, non lasci adito possibile 
ad alcun dubbio, giacché non se ne può inferire una deri- 
vazione indiretta — ossia per l'interposizione di un altro 
cod. — di J da I, mentre è necessario ritener J copiato 
su I. Così J deve esser trascurato nell' edizione prossima 
degli inni Sinesiani (1). 



* * 



Sarebbe ora interessante di sapere con quali altri mss. 
degli inni di Sinesio debba essere raggruppato il nostro 
cod. I ; ma, per la mancanza di elementi diretti, sono co- 
stretto a ricorrere a delle congetture, le quali però hanno 
un grado di verosimiglianza assai elevato. 

Degno di nota è, intanto, il fatto che in I gli inni 
sono disposti come nei codd. Mon. gr. 476, Leid. gr. 67 B 
(Geel n. 107) e Vat. Gr. 1394 (2). Invece, nel cod. Laur. 
LV 8 (L) (3) gli inni sono nell'ordine seguente : 3. 4. 5. 6. 

(1) Nou mancauo prove che l'amanuense copiasse senza criterio il 
suo esemplare. Il f. 21'^ comincia col titolo alyvjinog (sic) {} jtsqI jiqo- 
roiag Xóyog jì, dopo di cui nou viene 1' opuscolo indicato ma il de dono 
ad Paeonicom. Quel titolo era certo V cxplicit degli Aegyptii nel cod. da 
cui fu copiato il de dono, explicit scritto a capo del foglio, che l'ama- 
nuense copiò materialmente, senza rendersi ragione di quel che faceva. 
Così al f. 24^ si legge, in fondo alla pagina, rov avxov xaràaraoig (forse 
la aaz. niinor, per analogia col cod. Leid. gr, 67 B), senza che si abbia 
l'opuscolo relativo, poiché nell'esemplare il testo di esso doveva comin- 
ciare con la nuova pagina. Col f. 24'*' terminano i Synesiana contenuti 
in J. — Nello stesso cod. il titolo del de dono è il seguente: rov avzov 

y, , . 
jiQog Tiaióviov vnsQ rov òcógov. rò òè fjv àorQÓ?.a^og, ed in mg. Ao e , ossia, 

nell'esemplare il de dono occupava il quarto posto, contando come due 

kóyoL i due libri degli Aegyptii. Si ha dunque qualche cosa di simile a 

ciò che si trova nel cod. Mon. gr. 476, nel cod. Leid. gr. 67 B (dove 

l'annotazione Xoy e è omessa dal Fritz per svista materiale) e nel cod. 

Matritens. gr. 69 (cf. P>itz, die hdschrftl. Ueberl. d. Briefe d. Bischofs 

Syn. [Abh. d. k. Bayer. Ak. d. Wiss. I Kl. Bd. XXIII, 2 Abt., 1905] p. 345. 

348. 350) ; nei primi due si ha la spiegazione tÒ òè tjv darQÓ?.a^og, come 

in J. nel terzo rò òè ^v àarQoXà§iov. 

(2) Cf. Fritz, o. e. p. 346. 348. 372 ; Flach p. IX. 

(3) Cf. SI. it. XVIII 39 8. 



6 • N. TERZAGIII 

2. 7. 8. 9. 1, ordine che si ritrova in altri codd., e più pre- 
cisamente a) nel cod. Urb. gr. 129, b) nel cod. Par. gr. 1039, 
e) nel cod. Vat. gr. 94, d) nel cod. Mon. gr. 29 (1), e) Mon. 
gr. 87, f) Bari). 286 (2), fra i quali però, h bene notare che 
quelli contrassegnati con le lettere e ed e hanno anche 
r inno 10, mancante in tutti i rimanenti. Ad ogni modo, 
poiché mi vado sempre più persuadendo della giustezza di 
ciò che osservò il Wilamowitz, il quale ritenne quest' inno 
non doversi ascrivere a Sinesio (3) ; si può credere che i 
codd. degli inni sinesiani debbano dividersi in due classi, 
se non proprio in due famiglie: 1' una rappresentata, fra i 
codd. che io ho studiato, da I, l'altra da L. Rimane an- 
cora da vedere qual posto competa ad altri codd. (ne co- 
nosco almeno due), i quali uon contengono tutta la raccolta 
di questi inni, e cioè a) il cod. Vat. gr. 84 in cui leggiamo 
i vv. 1-879 dell'inno 3, e /?) il cod. Barocc. gr. 139 in cui 
sono compresi gli inni 4. 10. 2 (dal v. 65 alla fine) 7. 8 (4). 
Però, nel caso di quest'ultimo ms. bisognerà far forse un 
ravvicinamento con la classe seconda, a cui appartiene L. 
Infatti è notevole come gli inni sinesiani sieno stati traman- 
dati a gruppi, dalla cui posizione dipende principalmente 
la costituzione delle classi di mss. in cui essi si trovano. 
Ora, nel caso del cod. Barocc. abbiamo il gruppo degli inni 
2. 7. 8 posto al seguito dell'altro gruppo in cui apparisce 
r inno 4, davanti al quale manca — ed è impossibile dirne 
qui le ragioni — l' inno 3. Fa difficoltà la posizione del- 
l' inno 10 fra i due gruppi, mentre in ambedue le classi 
esso tien setnpre l'ultimo posto. Ma tale difficoltà non sarà 
risolta, se mai, altro che dalla conoscenza di tutti i codd. 
Ad ogni modo, non mi sento, per ora, di seguire il Flach 
nella sua ipotesi di tre archetipi (5), e mi pare che basti 
di postularne due ; quali essi sieno, se davvero quelli indi- 

(1) Ul'. .^7. il. XIII 1905, 437 ss. 

(2) Per qnt'sti codd. cf. Fritz, o. e. rispettivamente allo pp. 327. 
351. 333, e Flach alla p. Vili s. 

(3) Sitzmigsbcr. di Berlino 1907, 295. 

(4) Per questi codd. cf. Fritz 324. 346, e pel Vat. 64 Flarli p. IX. 

(5) p. IX. 



SYNESIANA 



3ati dal Plach od altri, è un altro problema, la cui solu- 
zione rimando, spero, ad un tempo non lontano. 

Per quel che riguarda l'affinità fra lezioni offerte dai 
codd. noti e quelle di I, posso solo dire che, basandomi 
sulla non sempre sicura collazione del Plach, credo di sco- 
prire una grande affinità, se non proprio eguaglianza, fra 
I ed il cod. Mon. 476, come del resto chiunque può vedere, 
osservando lo specimen che ho dato sopra a p. 3, e Vadno- 
tatio del Plach (p. XIV s.). Di più corrispondono le omis- 
sioni e le lacune, come quella del v. 96 nell'inno 1, dei 
vv. 48-63 nell'inno 3, e dei vv. 276-7 nell'inno 4. Ciò rin- 
forza l' ipotesi di una classificazione unica almeno per que- 
sti due mss., ma, verisimilmente, anche per il Leid. 67 B ed 
il Vat. 1394. Come pura nota di fatto, avverto ora che il 
più antico cod. di questa classe è il Mon. 476, della prima 
metà del sec. XIV (Pritz p. 345). 

Resta ancora da vedere se il testo offerto da J per gli 
altri opuscoli, jiQÒg Uaióviov ed ó/t. èréga (ff. 21-24) che non 
sappiamo donde sieno copiati, concordi con quello dei codd. 
indicati alla p. 6^; può indurre in dubbio la loro diversa 
disposizione nei vari mss., sebbene la corrispondenza del 
titolo premesso al nQÒg Uaióviov possa farci propendere piut- 
tosto verso una risposta affermativa. Ma, anche in questo 
caso, non si può asserire nulla di preciso, senza aver visto 
i manoscritti in questione. 

Aquila, dicembre del 1910. 

Nicola Terzaghi. 



LA FOA'TE DELLE EPISTOLE IH E VI 

DI EJL.IANO 



Neir apparato della sua edizione degli Epistolografi 
greci R. Hercher, all'ep. 6 di Eliano con la soprascritta 
Knùanog Ka/liKlel, annotò : ' Callarum Aelianus sumpsit ex 
Demostliene p. 1280'; e subito dopo: '' yào adieci, Demo- 
sthenes p. 1276 ov yàq ixjiieìv ye òrjTiov jLie Ka?MyJS]g avrò 
TiQooavayxdaei '. Di qui prende evidentemente le mosse il 
Bonner (Class. Philol. 1909 IV 34) per osservare che nel- 
l'ep. C Eliano ' has made use of one of the few humorous 
passages in Demosthenes — a sentence in Or. 55, 18. The 
langiiage is very similar, and besides, Aelian has not scru- 
pled to give to the writer of the letter and the person to 
whoin it is addressed the names Callarus and Callicles, 
both of which occur in Demosthenes' oration '. Non so che 
altri mai siasi occupato della relazione che passa fra l'epi- 
stola e l'orazione; certo è, che da quel che ne hanno detto 
i duo citati, non ce ne facciamo un' idea nò esatta ne ade- 
guata. All'oratore l'epistolografo deve un po' più che due 
nomi e una frase umoristica. 

Nell'orazione 55"'' di Demostene, un tale che si qualifica 
come figlio di Tisia e — quel che per noi più importa — 
come padrone dello schiavo Callaro, si difende energica- 
mente contro Callide, che gli ha intentato una causa per 
rifacimento di danni. I due sono proprietari di due poderi 
vicini, solo separati da strada pubblica. L'acqua che in 
conseguenza di pioggie torrenziali aveva, scendendo dai 
poggi circostanti, invasa la strada, s' h da questa riversata 
sul terreno di Callide arrecandovi danni, a dir di lui. rile- 
vanti ; il che, egli sostiene, non sarebbe accaduto, se il 
vicino non avesse con un muro di cinta, dalla parte della 
strada, ostruito un fos.so di scolo. Di qui la lite. Il conve- 
nuto, che comincia dal deplorare che gli sia toccato di 



LA FONTE DELLE EPISTOLE III E VI DI ELTANO 9 

sperimentare a proprie spese come non vi sia guaio peg- 
giore d' un cattivo vicino, adduce fra gli altri argomenti di 
difesa anche questo, che, in breve, si chiede da lui l' im- 
possibile : a dar retta a Callide, egli avrebbe dovuto al- 
l' acqua corrente sulla strada dar ricetto e passaggio nel 
proprio fondo, per non lasciarla riuscir fuori se non quando 
fosse passata oltre il podere di Callide; e allora egli avrebbe 
dovuto, naturalmente, tirarsi addosso una molestia giudi- 
ziaria da parte del possessore del campo confinante, a valle, 
con quello di Callide stesso, al quale la corrente, risboc- 
cando sulla strada, sarebbe andata a recar danno : non gli 
restava, insomma, che ingoiar l' acqua lui. Il malcapitato 
conclude che questa vera e propria persecuzione di cui 
r ha fatto segno Callide, intentando a lui e a Callaro pro- 
cessi su processi, mira a stancarlo e ad indurlo a cedere, 
per disperazione, il podere all'avido e molesto vicino. 

Qui è tutta la materia dell' ep. 6 di Eliano. La quale 
si immagina scritta a Callide dallo schiavo Callaro prima 
ancora che quegli promuovesse un'azione per danni, ma 
quando già le querimonie e le pretese di risarcimento e 
anzi le minacce di ricorrere ai tribunali s' eran fatte sen- 
tire insistenti e insolenti. Tutta la materia, e in gran parte 
anche la forma: da presso è seguito l'originale nelle prime 
battute della lettera ; più alla lontana nel resto, ma anche 
qui non senza riflessi diretti. Confrontiamo : 



Eliano 

Kaì Tiól Tig àjioxQÉxpei rò 
gevjiia, el [yàg] fiijTE etg xì]v 
oòòv èj-ij^aXel jLujre sig ri]v rcov 
yenóvcùv òiafiìjGErm ; ov (yòg) 
òrjTcov y.ekevoEig rj^uàg èxjtieìv 



ai'TÓ. 



(segue seuza interruzione) 

Jid/.ai juèv ovv Mlexiai xa- 
hÒv ehm yekcov xaxóg, Jie- 
nioxevTCu òe vvv ovy^ fjxiora 
èm aov. 

(segue senza interruzione) 



Demostene 

e. i 8 OTiov oh firix' etg xyjv 
óòòv juijx' Eig xà %o)ql' àqpiévai 
jiiot rò vòcoQ è^éoxac òe^afiévcp, 
XI loinóv, ti) àvògeg òixaoxai, 
jzQÒg '&ECÒV ; ov yàg exjiieÌv ye 
òìjJiov fiE Ka/Juxlrjg avxò tiqoo- 
avayxàoEi. 

e. 1 ovx fjv olq', co àvdoEg 
'A&ìp>aìoi, yaXEJKÒxEQov ovòev 
ì] yEixovog tiovi-jqov xal tiXeo- 
vÉxxov xv^eìv, OJIEQ . ijitol vvvl 

OVfl^Éfiì^XEV. 



10 ED. LUIGI DE STEFANI, LA FONTE DELLE EPISTOLE ETC. 

(UX' ovòhv 001 JiUov riig /iia?- e. 6 ovre nli'ov av i]v vt.nv 

. , . . „. ovy.owavxovoiv ovòÉv Q,.^% eì... 

(segue senza interruzione) r 

TOV<; èjii(ìovlevovrag xal ovxo- 

rpavrovviag del ttXéov eyeiv... 

ov ynQ ù.-Toòo)oójiisdà ooi lò c.S2 xllv jiièv èyò) zcov -/jo- 

yooiov. qìcov (Ittoozcó rovroig àno- 

dójuevog... 

Le parole immediatamente seguenti : òtxdoerai òk jiqóze- 
Qov VJièQ -covrcov Tigóg oe ò òeojTÓriig, èdvjiSQ rìp òiuvoiav vyiamj, 
con le quali Eliano fa chiudere il biglietto di Callaro, sono, 
rispetto all'orazione Demostenica, una specie di presagio 
post eventum. 

È questa la sola delle venti epistole Elianee che sia 
attinta ad una fonte oratoria ? Forse sì e forse no. Io so- 
spetto, per esempio, che da un oratore sia desunta anche 
l'ep. 3, nella quale un tal Eupitide si duole col vicino Ti- 
monide che persona pertinente a costui vada perpetrando 
a danno di lui un furto continuato di covoni ; e minaccia, 
se non si smetta, di ricorrere ai tribunali {òixuoof.iai ooi p)A- 
^)]g). Evjiei{^iòì]g e Ti^ucoviò)]g son nomi il primo senz'altro 
esempio, il secondo abbastanza raro : i pochi casi in cui lo 
incontriamo si possono veder enumerati nel Pape-Benseler 
e nella ' Prosopographia Attica ' del Kirchner. La commedia, 
in quanto ne è a noi direttamente o indirettamente perve- 
nuto, lo ignora ; ma negli oratori è ricordato due volte : 
nel fr. 118 Thalh. di Lisia (= Suid. s. v. Aidèeoig-... Avoiag 
Iv reo TXQÒg Ttfiwvlóìjv ecc.) e nel fr. 43 Thalh. di Iseo (= Har- 
pocr. s. v. Ovoiag òihì]'... 'loaico h te reo jiQÒg Tiiaoviòì]v Jiegl 
ywQiov ecc.). E poiché Lisia trattava d' una questione di 
eredità, a me vieii fatto di pensare piuttosto a Iseo ; in ora- 
zioni jiEQÌ '//oqIov — tale è anche la 55* di Demostene — lo 
scrittore di epistole rustiche poteva ripromettersi di trovar 
facilmente il fatto suo, e quelle avrà perciò anche di pre- 
ferenza rilette e consultate. 

Roma, 1 giugno l'Jll. 

Kd. Luigi De Stefais^i. 



INTORNO AD UN PASSO DI SUA E DI ARPOCRAZIONE 

RIPORTATO DA FRANCESCO FILELFO 



Nel secondo dei Convivia Mediolanensia di Francesco 
Pilelfo si legge una breve disquisizione intorno al miste- 
rioso filosofo Abari, di cui il Filelfo riporta tradotta una 
lettera indirizzata a Falaride (l), che nell'edizione Herche- 
riana è la LVII (p. 422). 

Come è nell'abitudine quasi costante del Filelfo, e del 
resto di tanti altri umanisti anche più scrupolosi di lui, egli 
si serve qui evidentemente di autori antichi, da cui ricava 
le notizie che ammanisce ai lettori, senza però citarne la 
fonte. Non è tuttavia difficile in questo caso additare da quali 
autori abbia attinto l'accorto umanista, che pure in tante 
altre occasioni ha saputo cosi astutamente deludere, come 
spero di poter presto dimostrare, la buona fede del suo 
pubblico e mettere a dura prova la pazienza del moderno 
ricercatore. 

Le fonti del passo, di cui ci occupiamo, non possono 
essere che Arpocrazione o Snida, restando esclusi gli scoli 
ad Aristofane (Equites vs. 729) (2), che, pur accennando 
allo stesso argomento, più si staccano dalle parole precise 
di Francesco Filelfo. Si aggiunga poi che, quando si con- 
fronti il testo filelfiano con le sue fonti, agevolmente si 

(1) Delle altre citazioni di Abari nel Filelfo {p. es. nell'orazione in- 
dirizzata ao;li esuli fiorentini, Cod. Ambr. V. 10 sup. f. 26^'J mi occuperò 
in un lavoro di prossima pubblicazione intorno agli autori greci cono- 
sciuti dal Tolentinate. 

(2) Eustath. ad II. X, 495, tratta dello stesso argomento, ma troppo 
si stacca dal testo filelfiano. 



1-2 



A. CALDERIXl 



trova che esso è la traduzione letterale dei luoghi antichi, 
da cui attinge, mentre ne differisce solo per alcuni parti- 
colari e talora per la disposizione della materia. 

Porrò prima di fronte il testo greco e il testo latino, 
collocando (juesto per maggior chiarezza fra la redazione di 
Arpocrazione e quella di Snida e notando in pari tempo le 
principali varianti di codici noti (1). 



Suìdae 8. "A^aoi; (2) 
(od. BekktT.). 

(puai òì ori [<^ Xoifiov 
xutù nùoav iì]V oì>covfié- 
vrjv yeyoì'ÓTog '>||<* àvsì- 



Philolplii, Conv. Med. Harpocr. a.'AfiaQii{eà.. 

II. f. 63'. Diudorf). 

Is antem est Abaris Aoi/ioì' òs cpaai (8) .... 

qneni|<' qua tempestate [seguo identico a Suida 

nuiversiis terrarum or- iìno a Xéyovai]. 



ai •'>! xarà xtjv tqìzìjvìJo) 
'OÀ.vftniuòa. 



hv 6 'AnókXcùv fiaìTEV- bis pestilentia esset cor- 

Oftéì'oig "EVi.7jai re (3) xal reptus ^>||<*' ex Hyper- 

fìao^àooig, ròv'Adijrauov boreis Athenas legatura 

òrjftor i'jiEQ nuriojv ev- venisse jucraorant, ■'>||<* 

xàg :ion)aaaOai.*>\ Graocis enim et barba- 

IJora^evofiévcov òÈjioX- ris oraciilum Apollo *>| 

Xcòv lOvòxv .Tjpò? (4) av- reddidit, tuni id morbi 

Tov; xnl "A^uQiv |<' è^ cessaturum, ciim Athe- 

' y.-TEn(iooéù)r jiQEO^ev- uienses prò omnibus 

rijy (5) à(pixéo&at léyov- supplicatioues feceriut. 

|<^ Verum quibus tem- |< ■* 6 òe xQÓvog èv c5 na- 
poribus legatus vene- Qayéyovs òiaqccoì'sÌTar *>\ 
rit, non satìs comper- 'IjiJtóoxQaTog (9) [.dv yàg 
tura (7) est^>|; nani alii xatà rìjv vy (10) avxòv 
quinquagesima tertia '0).vii:iiàòa Xéysi nagays- 
Olimpiade id factum rsoOai, {\1) \<^ 6 Òs TIiv- 
provideruut, alii vige- Òaoog (fr. 270 Christ.) 

(1) Aggiungo allo notizie sui codici di Suida, considerati nell'edi- 
zione dol Bernhardy, la collazione di questo passo sui Codd. Paris. Graec. 
2622, 2623, 2624, 2625. 

(2) Cod. E = Brusellonsis ; Cod. D = Bodleianns ; Cod. P* = Paris, 
gr. 2622 ; Cod. P^ = Paris, gr. 2623 ; Cod. P< = Paris, gr. 2624 ; Cod. 
P6 = Paris, gr. 2625. (3) re omiseruut P*, P», P^ P^. (4) E. 7taQ\ 

* I 

X 

D. in margine. (5) Om. cod. C. Harpocrat. (6) xqi P* ; vy p3 è 
qupst' ultimo il codice parigino, a cui allude il Bcrnbardy senza citarlo. 
Essendo la lezione uguale ai codici di Arpocrazione, il Bernbardy e il 
Bekkor la accettano anclie por Suida. (7) ed. competrum. (8) Qui 

la lezione discorda da Snida. (9| 'IjTjióaxQaxog è nelPepit. e nei codici 
A. V. K. P. Q. e nell'Aldina. (10) I codici E. T. D hanno xeixijv. 
(11) naouyeyorévai K. 



INTORNO AD UN PASSO DI SUIDA E DI ARPOCRAZIONE 



13 



sima prima, Hippostra- y.arà KooToov tÒv uivSojv 
tus Olimpiade tercia, |<^ jiaai?Ja^>\, à?doi Òè xaxà 
Pyndarus aetate Croesi xa '0?.vfij:iada. 
regis accidisse id asse- 
rit.-"^'! 

Il" iScripsit enim Gra- 
cula qiiao Scythica dieta 
suut. Scripsit Duptias 
Ebri fluminis. Scripsit 
expiatiouos. Scripsit de 
origine deorum. Ethaec 
omnia soluta oratione ; 
vernm autem Apollinis 
ad Hyperboreos accea- 
sum, ^|< hunc ab Apol- 
line sagittam accepisse 
fabulantur volasseque 
e Graecia ad Hyperbo- 
reos. 



|<* SvveyQàyjaxo òs [\) 
XQtìo/iovg Tovg xaXov^é- 
vovg 2>cv&iy.ovg (2) y.al 
yafiov "E^QOV (3) tov jio- 
xaiiov y.al ptadaofiovg y.al 
deoyoviav xazakoyudrjv, 
y.al 'A:TÓXXcovog acpi^iv slg 
'Y^EQ^OQÉovg (4) èfxiié- 
TQwg (5) ">! ìjye òs èa 
2y.vdwv elg 'Eklàòa. (6) 
xovxov 6 /iivdoXoyovfisvog 
Siaxóg, (7) xov nstofiévov 
d.TÒ xijg 'EXlaSog /né/Qi 
xcòv 'Yjisq^oqscov ^y.v- 
■&à)v èòó{hj òs (8) av- 
rò; (9) jxaoà tov 'AjióX- 
Xcovog (IO). 



Da un esame dei testi che ho posto a fronte di sopra 
risultano chiaramente alcune osservazioni molto importanti : 
anzitutto notiamo che il testo del Pilelfo messo a confronto 
con i due passi greci appare come il più completo e con- 
tiene in sé largamente quasi tutto quello che gli altri testi 
contengono, mentre non aggiunge nulla di suo. Invece sono 
spostati qualche volta nella redazione filelfiana 1' ordine e 
la successione delle frasi ; volendo indicare coi numeri le pa- 
rentesi che ho intercalato nei testi riportati prima, avremmo 
il seguente schema del testo del Filelfo : 

Phil. : 1< 1 >||< 3 ^1 |< 2 >||< 4 >| cf. Harp. >||< 5 ■>!... |< 6 >||< cf. Suida. 

Said. : |< 1 >|< 2 >| parte |< 3 >| |< 6 >||< cf. Phil. 

Harp.: |< 1 f 2 >| ^^^^^^^^ 1< 3 >||< 4 >| cf. Phil. >||< 5 >| 



(1) Om. P^ (2) ay.v&i'vovg P^, ps. (3) sI'qov P*, P^ P^ ; sv- 

Qov V*. (4) vTiEo^oQsiovg P^. (5) xaxà fiéxgov P'. (6) Una linea 

bianca ifijnhgcog-xovxov P*, P^ (7) Simóg F^ ; ó laxóg V*. (8) ós om. 
P^. (9) avxov P<. (10) ÈÒÓ&7]- 'AjtóXXcorog. om. P5. Il Filelfo ometto 
la citazione che segue di Gregorio Naziauzeno. 



14 A. CALDEUIXI 

Aggiungiamo poi lo spostamento delle due parti prin- 
cipali di Suida nel testo del Filelfo, dove segue quella che 
in Suida precede (Zvvfyndii>axo-'A:tó?dojvog). 

La ragione di questo e di altri piccoli spostamenti non 
è difficile ad imaginare : non fa diversamente il Filelfo in 
altre simili circostanze. 

È degna invece soprattutto di studio la parte che segna 
r unione dei testi di Arpocrazione e di Suida nella comune 
redazione filelfiana, tanto più che il passo è controverso 
anche nei codici dei due lessicografi greci. 

Suida si limita qui a indicare l' Olimpiade (3*, nella 
maggior parte dei codici, 53* nel codice P^) ; Arpocrazione 
invece si diffonde assai più largamente nella determinazione 
cronologica, benché anche qui la lettura dei vari codici non 
concordi. 

La versione del Filelfo viene ora ad intricare maggior- 
mente la questione, presentandosi ancora diversa da quelle 
precedentemente note. Ritrarrò anche qui in uno schema 
i dati dei testi che abbiamo dinanzi : 

Suid. Philelph. Harpocr. 



1" Aiiouymi: ( 01. i>c 
(01.3 



10 Anonj-mi : 01. 53 1» Hippostrati ( 01. 53 

(Nicostrati) ( 01. 3 
20 AnonyinL : 01. 21 2° Pindari : aetate Croesi 

30 Hippostrati : 01. 3 S» Anouymi : 01. 21 

40 Pindari : aetate Croesi 



La condizione delle cose, come si vede, appare molto 
confusa e si presta insieme alle ipotesi più varie e più sug- 
gestive. 

Ognuno sa che è vexata quaestio quella che riguarda 
la composizione e la tradizione del testo di Suida (1) e i 
suoi rapporti così con Arpocrazione, che col suo epitomatore. 

La redazione poi di cotesti autori appare così incerta 
e così incompleta che non si può a meno di pensare quasi 
ad ogni passo ad interpolazioni e ad omissioni arbitrarie 
dovute a studiosi o a copisti posteriori. 

(lì Rimando alla chiara esposizione del Beriibardy premessa alla sua 
edizione di Suida. 



INTORNO AD UN PASSO DI SUIDA E DI ARPOCRAZIONE 15 

Dall'esame che abbiamo intrapreso si sarebbe tentati 
di concludere che il Pilelfo copiava da un testo unico che 
conteneva così il brano di Suida, che quello di Arpocra- 
zione. Sarà dunque da credere ad un Suida più completo 
in questo luogo di quello che possediamo, oppure ad un 
Arpocrazione più esteso, di cui in questo luogo la redazione 
che possediamo fosse a sua volta un'epitome? Ci può aiu- 
tare nella soluzione di questo problema la risposta ad un'al- 
tra questione : se cioè il Pilelfo conoscesse nel 1443, data 
della pubblicazione dei Convivia Mediolanensia, i due lessi- 
cografi o ne conoscesse uno solo e quale. 

Nella lettera del Pilelfo indirizzata ad Ambrogio Tra- 
versali e che allude ai tempi della sua partenza da Costan- 
tinopoli (1427) egli cita fra i libri che ha mandato in Italia 
un Suida (1). La citazione però non proverebbe ancora che 
il libro fosse rimasto successivamente a disposizione del- 
l'umanista, giacché è noto, almeno in parte, che le vicende 
della biblioteca del Pilelfo furono fra le più fortunose, spe- 
cialmente per opera di amici di lui, quali Leonardo Giusti- 
niani, Prancesco Barbaro e MarcO' Lipomano (2). 

Ci soccorre invece una lettera del Pilelfo datata da 
Milano il 29 Gennaio 1443, l'anno stesso della composi- 
zione dei Convivia Mediolanensia, e diretta al Pizzolpassi 
a Milano, lettera che si conserva inedita, che io sappia, 
nella Quiriniana di Brescia (B. VI. 4. fol. 157) (3). In questa 

(1) Traversar!, epist. XXIV. 32. 

(2) Ne parla oltre il Rosmini, Vita di Fr. Filelfo, I, p. 44-45, il 
Fenigstein, Leonardo Giustiniani, Halle a/S, 1909, p. 50 e seg. 

(3) La lettera mi fu cortesemente trascritta dal prof. Achille Bel- 
trami, che vi aveva accennato in Studi ital. XIV (1906) j). 70 e seg. e 
al quale rendo di nuovo pubbliche grazie. Essa comincia così : Fran- 
ciscus Pliilclphus Mediolanensi ei)iscopo Francisco Piccolpasso viro sancto 
et 8ai)ienti. s. d, « Cum nudius octavus eco. ». Il Piccolpasso aveva in- 
vitato a pranzo il Filelfo e lo aveva pregato di tradurre dal greco in 
latino e di mandargli il passo di nn antico codice riguardante la fedo 
cristiana: «Cum nudius tertius.... multa iuter cenaudum saluberrima 
dieta, ut somper soles, et gravissima protulisses doceresque uiliil esse in 
vita neque bonum nec expetendum, quod Doo pietateque vacaret, quare 
humauas omnis actioues atque cogitatus ad Christum O. M. perinde atque 
ad unicum nostrae felicitatis finem roferri oportere, mcmini [cum] alia 
pleraquo subdidisse, me tameu illud in primis quod et in vetustissimo 



16 A. CALUEUINl 

lettera il Filelfo cita Snida e precisamente quell'opuscoletto 
intorno alla santità di Cristo, che fu attribuito al lessico- 
grafo greco e che appare talora incorporato nel lessico 
stesso (1). 

Un Snida era pure presso il Filelfo nel 1472, quando 
interrogava il Gaza intorno a una lezione di questo lessi- 
cografo (2). 

Appartenne poi certamente al Filelfo il Suida che è 
nel codice 2623 della Nazionale di Parigi (P^), il quale porta 
al f. 283 in basso, scritta in rosso, la seguente indicazione: 

Tomo tÒ cpQa)'xioxov ^i^)dov xakòv èorl q)iXéX(pov 
àvÒQÒg, ov 7] àgerì] /Liovoa re nàoa rgécpei (8). 

Già abbiamo dato la collazione anche di questo codice 
per la parte che ci interessa ; ora facciamo notare che il 
codice filelfiano di Suida è appunto l'unico che ha la lezione 
vy, che riferisce ad un anonimo la data dell'Olimpiade 53, 
come si legge appunto nella versione del Filelfo. 

Non sarà dunque troppo ardito concludere che il Fi- 
lelfo non solo conosceva direttamente Suida, ma che aveva 
dinanzi probabilmente il codice parigino, quando redigeva 
quel passo dei Convivia Mediolanensia che ci ha interessato. 
Non mancava però di aver presente anche Arpocrazione, 
di cui ora ci occuperemo. 

qnodnm codice jam prope consumpto senectute lectitaram et idem ruraum 
apud Siiidam inter splendidissima commeutaria relatum ad verbum vi- 
deram, liic tu — insisti (sic) prò Tuac Sanctitatia erga me cantate, ut 
id nostrac sacrosanctae fidei testinioninm e graeca lingna in latinum ser- 
monera tradncereni. Itaqne ut prò moa erga te pietate iussis tuis obse- 
qneror, qnod apnd Graecos de nostro immortali Dco scriptum apud pro- 
batissìmos anctoros comporeram, fideliter ac vero in nostrnm eloqui nm 
transtnli. 

(1) No parla il Segarizzi in Mera. Acc. Torino. S. IT, voi. LIV, 
(1904) p. 15-10 come di un' operetta tradotta da Lauro Quirini. 

(2) Legrand. Cont-dix lettres de Fr. Phil. etc, epist. 94 (l'> Lu- 
glio 1472). La lettera riguarda l'ortografia : rvoxo? o tovqxos (il Filelfo 
invita il Gaza a vedere ae nel lessico di Snida che è presso di lui si 
legga pónay/ìg Tovnxog). Nei codici di Snida in roaltìl e' è Bcoxdros 6 tovq- 
xoc (h. fìóanoQog cfr. anche a. Bcóy/iroc). 

(3) Ne fa conno 1' Omont in Hibliofilia II ^1900) p. 1.39, e nel ca- 
talogo dei codici greci della Nazionale. La aottoscrizione che riporto mi 
venne direttamente copiata dal ma. 

13. 9. '911 



INTORNO AD UN PASSO DI SUIDA E DI ARPOCRAZIONE 



17 



Dirò anzitutto che il nome di Arpocrazione non appare 
mai, che io sappia, nelle opere del Filelfo. Tuttavia mi pare 
di aver le prove manifeste che il Filelfo ne conoscesse la 
materia e se ne servisse più o meno clandestinamente come 
fa di Suida. Fin dal 1439 infatti in una lettera a Sassolo 
da Prato il Filelfo evidentemente traduceva dal testo greco 
un passo del lessicografo, là dove portava la testimonianza 
di Dinarco e di Menandro, che non poteva essergh offerta 
che da Arpocrazione (1). 

Cosi nel 1448 citava a Ciriaco d'Ancona un passo di 
Ellanico e uno di Acusilao, che sono conservati solo da 
Arpocrazione (2). 

Anche nel 1451 scrivendo allo stesso Sassolo da Prato, 
riportava un' informazione che solo Arpocrazione ci offre 
riguardo a Escrione od Eschine di Samo (3). 



(1) Hari^ocr. Kvy.'/.oi. 

Aslvaoyog ir t(o y.axàKcù/Mlayoov . 
xvxXoi E/iakovvro ol tÓ.toi, ir olg ijico- 
kovvró ziveg' (Lvofiuadijoav òs djrò 
Tov y.i'y./.oi TTegiearàvai rovg jio)/.ov- 
[.lévovg' MévavÒQog 'Ecpeaui)' 

èyù) uh' t'jdt] uoi òoxw, vìj Tovg 
&eovg, 

iv xóìg xva/.oig ifiavzòv ÌkÒsÒv- 
yóxa 

ógàv, xvyJ.w roéyovra xal tioj- 

?MVf(£VOV. 

(2) Harpocr. 'Oiitjgi'óai. 
'laoxgdrtjg. 'E)Mn]. 'Ofit]oiòai yé- 

vog iv Xico, OTieo 'Ay.ovaiXaog iv 
y , 'E/J.drtxog iv xfj 'Ax?.avxidSi àsrò 
tov :^oi}]roì' rptjotv ojvoindo&ai. 

(3) Harpocr. Kég^ùnf. 
Ala/Qicov Ss 6 Sdjuiog iv xoìg 

lafA^oig y.al xù òvójunTa avxcor (scil. 
Cercopum) dvayod(/~£i, Kdvòovlov 
xal "AxXavxov. 



Philelpb. epistol. (ed. 1502) 
fol. 20. 

Loca erant Atheuis, ut Dinar- 
cbns coutra Callescbruin, osten- 
dit, ubi aliqui veniebant, Id autem 
uonien tractum est a circumsisten- 
tia vendendorum. Qua re Menan- 
der in Epbesio ait : Itaqne ego 
inihi videor per deos immortali^ 
in circulis videro meipsum indu- 
tum currere circura ac venire. 



Philelpbi epist. fol. 42. 

et Acu8ilau8 libro tertio et Hel- 
lanicus in Aglantide. horaeridas, 
quae faniilia a})ud Chios erat il- 
lustris, ab Homero poeta nonien 
duxisse tradiderint. 

Philelpb. epist. fol. 6.5. 

Cercopes duo fnere : quorum 
nomina Aescbines Sardianus in 
iambis scripsisse traditnr. Nani 
alter Andolus dictus est, alter 



Athlantus. 
Nel manoscritto veramente c'era, come è nel Filelfo, .4('o;i^tV>7? ^ag- 
òiavóg, die fu corretta in Aìaygkov sulla fede di Tzetze, ad Lycopbr. 688. 
Non è ancora accertato però che questa sia la lezione migliore. 



Stìtdi ital. di filol. classica XIX. 



18 A. CALDERINI, UN PASSO DI SUIDA KTC. 

Forse nella paziente analisi delle opere filelfiane potrà 
qualche altra citazione simile venire ad aggiungersi alle 
precedenti ; mi pare però che queste siano sufficienti a in- 
dicare che il Filelfo doveva conoscere la raccolta lessicale 
di Arpocrazione, se anche di Arpocrazione non recava il 

nome. 

È facile allora pensare che il Filelfo attingesse anche al- 
l'opera di cotesto lessicografo le notizie che sono riportate 
nel brano che ci interessa, seguendo una lezione conforme 
a quella dei codici Heidelbergensis (E), Leidensis (T), Pari- 
sinus (D) i quali riferiscono alla testimonianza di Ippostrato 
la data dell'Olimpiade 3*. 

Come conclusione complessiva di tutto quanto precede 
risulterebbe dunque: che il Filelfo conosceva Snida e Ar- 
pocrazione e se ne serviva nelle sue opere, quando l'occa- 
sione si presentava, spesso senza citarli direttamente ; 

che il codice parigino 2623 fu veramente il codice del 
Filelfo già fin dal 1443 anno della pubblicazione dei Con- 
vivia Mediolanensia; 

che di Arpocrazione il Filelfo possedeva un codice che 
recava le lezioni 'IjTJióorQaxog e igirrjv. 

Confrontando poi il brano del Filelfo con quelli dei 
due lessicografi abbiamo potuto sorprendere il modo con 
cui l'accorto umanista sapeva accostare e congiungere passi 
di autori differenti a formare un unico tutto ; osservazione 
che mi pare possa avere un valore anche più generale e 
più interessante, come di un fenomeno che è stato comune 
ai lessicografi stessi, da cui attinge il Filelfo, e in generale 
a tutta la letteratura scoliastica e lessicografica dell'ultima 
fase dell'ellenismo e di tutto l'umanesimo. 



Milano. 

Aristide Calderini. 



CODICES LATINI 

PVBLICAE BYBLIOTHECAE FAVENTINAE 



Manuscriptorum qui Faventiae adservantur indicem 
dedit Guido Camozzi apud Mazzatinti, Inventari dei mss. 
delle Biblioteche d'Italia, VI (1896), ff. 242-248, adeo tamen 
exilem atque ieiunum ut eruditorura desiderium, nedum 
expleret, acrius sollicitaret. Occasione data, codices latinos, 
necnon italicos praecipuos, quanta diligentia potui, inspexi, 
indicem hunc, qualiscumque est, omissis libris qui nullius 
pretii esse videbantur vel minime ad antiquitatis studia 
pertinebant, philologorum in usum composui. 

7. 

Sylloge inscriptionum latinarum veterum. 

Chart., mm. 164X121, ff. 131, saec. XV. Quis huiiis syllogae, 
studio saue dignissimae, anctor fuerit, latet, quamquam f. 1 inscripta 
Tcrba iu vase quodam floribus ornato liabet, nude eins nomen haud te- 
mere elieias : gentilicium tamen prorsns ignoratur, cum sigla P illud si- 
gnificari, hoc ipsum coniectura tantum assequi liceat. Huiusmodi enim 
est iuscriptio • Xapeis sac. | Petro Donato | Jobaues P. | Mira Herbae | 
Pulchritiidine | Captus | ex | Dono | v, f . ' — Snnt inscriptiones quas vir 
doctus ex arcbetypis ipse descripsisse videtnr, Arirainenses, Patavinae, 
Verouenses, Parmenses, Bononienses, Brixienses, Interaranenses, Torcel- 
lianae, Tuscanellinuae. In f. 99 Kiriacus laudatur. — Lector ant«m, cuius 
manus saec. XVII viudicanda videtur, iu iiiarginibus adsciipsit quae sua 
aetate publici iuris facta in editis reperii-bantur, quae incerta vel dubia 
vel omnino falsa haberentur. Sunt tamen quae, nulla nota addita, ignota, 
tunc qnidem, et inaudita viris doctis iure snspiceris. — Am]diorcm olim 
fuisse svUogen, in qua passim etiam cip])i calamo lineis adumhrati oc- 
currunt, monet index inscriptionum praemissus iu quo f. 163 laudatur. — 
Non desunt iu sylloge epigrapbica carmina iam nota, ut tituli arimineuses 
(Funere non aequo puer iumaturus obivi ; Humano generi Icgem natura 
creatrix) qui sunt apud Buecheler, Carmina Epigrapbica latina, un. 1170, 
1376. 



20 A. MANCINI 

25 

' Scripta super tertium libriim Sententiarum '. Praecedit 
Tabula, insunt ' Distinctiones quadraginta ', quarum prima 
incipit ' Cum venerit igitur plenitudo temporisj Hic primo 
quaeritur utrum divina natura potuerit uniri cum huraana' — 
extrema, quae est * De doctrina nove legis et veteris ', ex- 
plioit, quaestione ' utrum lex per Evangelium impleatur ' 
absoluta, ' hanc domum sapientia edificatam hiis septem 
columpnis adveniens lesus vacuam invenit et eam sua maie- 
state implevit qui est benedictus in secula seculorum. Amen'. 

Chart., nini. 240X^^0, constat «luodetriginta quiuternioniVuis, ]>le- 
ni8 lineie exaratns, custodia membranacea, saec. XV in. 

28. 

' Incipit primus liber Fratris David <de Augusta) ordinis 
Fratrum minorum De forma noviciorura '. Inc. ' Primo de- 
bes semper considerare ad quid veneris ad religionem et 
propter quod venisti nisi solummodo propter deum ut ipse 
fieret tua merces ' — Expl. * deum semper in mente me- 
ditando vel cogitando portare. Finis '. — Quattuor sunt 
libri, quorum primus duabus constat partibus (' quae perti- 
nent ad corporalia exercicia' — * quae pertinent ad perfectum 
spiritualem '), alter est De interioris hominis reformacione, 
tertius De septem profectibus virtutum, quartus Brevis epi- 
logacio multorum supradictorum in libris praecedentibus. — 
Accedunt panca de * Scala spiritualis ascensus '. — David 
noster Augustae Vindelicorum in Germania natus est, flo- 
ruit saec. XIII. 

Chart., nini. 200 X ^^^ quinternionibns constat viirinti et uno, 
egregia actatis snae custodia ornatus, adnotationibiis saec. XVIII passim 
instructiis, saec. XV. Fiiit ' Collegi! Soc. lesu Faventini '. Qna rationo 
opuscnla, qnae in libro nostro continentur, distingnenda 8int, Aide apud 
Waddingam, Scriptores ordinis minorimi, Romae, MDCL, p. 9i) ; Annales 
<ad inni. 1272). IV, 359. 

30 

(Marci Tullii Ciceronis De Somnio Scipionis Libellus) — 
(Eiusdem De Natura Deorum libri) usque ad verba * mate- 



CODICES LATINI PVBLICAE BYBLIOTHECAE FAVENTINAE 21 

riara... totam esse flexibilem et commutabilera ut nichil sit 
qiiod ' = lib. Ili, 39, 39. 

Chart., mm. 254 X 1^5 n. u., humore graviter corruptus, liber nul- 
lins pretii, anno 1434 (Xdh. Xov. l exaratns. 

33. 

(Lactantii Divinae Instituliones), usque ad verba ' qui no- 
men fidei geriraus. Veruni illi hanc ', quae sunt lib. VII, 
26, IO. 

Chart., mm. 202X1^0) "• "•) pleuis liueit?, saec XV in., prima 
folia partim abscissa. Scrij^tor codicis verba graeca plenimque omisit ; 
qnod autem adtiuet ad Coustantini imperatoria appellationes, animadver- 
tendiira est has nbique desiderari, initio libri quinti excepto, ubi legimus 
' Xon est apud me dubium, Constantine imperator... ' — Custodiae libri 
adglutinata sunt folia saec. XV quae habent legendas Silvestri papae, 
Herodis regis, Thomae Canturiensis secuudum lacobnm de Varagiue, pau- 
cis praemissis de etymis nominum (e. g. ' Sylvester dicitur a syle quod 
est lux e terra quasi lux terrae i. ecclesie quia instar bonae terrae ha- 
bctur pinguedine bone operationis, nigredlne humiliationis et dulcedine 
devotionis : per ista enim cognoscitur bona terra, ut dicit Paladins, vel 
Silvester dicitar a sii vis et trahens quia bomines silvestres et incultos 
et duros ad fidem traxit etc. ' — ^ ' Thomas abissus geminns vel sectus 
interpretatnr (cfr. Breviarium Apostolorum ap. Bibl. Hag. Lat., 105). 
Abissus i. profandns in humiliatione geminus in prelatione quia ge- 
minanti praefuit verbo et exemplo secatus in passione... '). — Liber 
fiiit fratris Io. Evangelistae de Faveutia. 

40. 

5 Dionysii Areopagitae De caelesti hierarchia e graeco — in 
latinum sermonem convertit Arabrosius de Porticu generalis 
Ordinis Camaldulensiura (Inc. ' Omne datum optimum et 
orane donura perfectum ' — Expl. ' archana celestia silentio 
honoranda putaviraus ') 22 Eiusdem De ecclesiastica hie- 
rarchia, ut s. (Inc. ' Sacerdotii quidem nostri functionem ' — 
Expl. ' excutiendasque scintillas ') 44 Eiusdem De divi- 
nis nominibus, ut s. (Inc. ' Nunciam vir Dei ' — Expl. ' ad 
significativam theologiara conscribendam ') 74"^ Eiusdem 
De raystica theologia (Inc. ' Trinitas supersubstantialis ' — 
Expl. ' et ultra omnia est *) 83 ' In beatarn lohannis 
Chrysostorai Vitam Praefatio ad Eugenium summum pon- 



22 A. MANCINI 

tificem IV ' (Inc. ' Domino Sancto atque beatissimo Patri 
Eugenio Ambrosius. Converti niiper ex greco vitam — 
Expl. * indiilgentissime Pater '). Sequitur Palladi! Vita Chry- 
sostomi (=:Bibl. Hag. Lat. s. v.)- 160" vacuura. 161 Pa- 
radisns virtutiim [' translatus ab Ambrosio Camald. ', add. 
recentior manus]. Inc. ' Paradisi nomen sive prati a proprie- 
tate vocabuli ad raultiplices ac varias virtutum species ' — 
Expl. f. 182" ' Anima nostra sicut passer erepta est de la- 
queo venantium daemonum. Laqueus contritus est et nòs 
liberati sumus. Adiutoriiim nostrum in nomine Domini q. 
f. e. et t. i. gì. i. s. s. am. ' — 

Chiirt., ff. 182, mm. 280 X 195, cust. inembr., aaec. XV. Folia 1-5 non 
panca habf'nt quae de huius libri hi.storia memoranda videntnr. Legimus 
enini ' In ]>re8enti volumine sunt infrascripta opera e greco in latinum 
traducta per Revercudum Patrem domnnm Ambrosi nm de Porticn floren- 
linum ordinis Camaldnlonsinm diguissiraum Generalem, domni tribuive 
Viarauee Faventine civif.atis tempore suo fiorenti aniicissimnm, propo 
((nam contribnlem utqno in sno itinerario dicit, liospitem. Eadomque do- 
mus vice versa ei illi devotissima ipsius operibus est apprime delectata'. 
Scripsit haec verba frater Symou de Regio cui librnm nostrum dono de- 
dit, ut coenobii titnlo Sancti Hieronymi custodi vel pracfecto, Tliaddaeus 
de Viarana, unde in custodia legitur ' Liber loci Santi Hieronymi prope 
Faventiam ex elemosina domini Thadei de Viarana itaque ei quando vo- 
luerit concedatur '. Symon frater haec quoque suo stilo addidit * Hi quat- 
tuor libri scribuntur ad Sanctnm Timotheum Episcopnm urbis Ephesi, 
ut(iuc mihi fratri Symoni de Regio dixit dominus Thadeus dando prò 
bibliotbeca, fuerunt primi trauscripti ab originali transla- 
tionis Geueralis Ambrosii. Ter iam novi a diversis illos fuisse 
translatos '. — Quod autem adtinet ad aetatem ambrosianae trauslationis 
statuendam in f. 82^ hniusmodi verba ex archetypo descripta sunt ' Ab- 
solvi Am1)r()sius peccator Dionyaii opuscula in IVIonasterio Fontis Boni 
XV kal. Aprii, anno dominicae Incarnationis MCCCCXXXVI Indict. XV. 
Emendavi et cnm graeco contuli in heremo III Id. Aprii. Laus Deo eit 
sempor : fiat, fiat'. — In indico libro praemisso ex altera maun logimu» 
volumcn inde a f. 183 habuisse ' Librum Sancti Angustini do cognitione 
sui ipsins', qui liodio desidcratur ; nude colligi potest codicem nostrum 
i)lim hoc libro auctum, post in pristinuni rcstitutum fuisse propriis opibus 
coutentum. Errat igitnr Camozzi ap. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti 
dello Bibl. d' Italia, VI (1896), p. 243. 

47. 
* Flavii losephi disertissimi historiographi Antiquitatum li- 
bri XX '. Inc. ' Historiam conscribere disponentibus non 



CODICES LATINI PVBLICAE BYBLIOTHECAB FAVENTJNAE 



23 



unam nec eandem video eius studii causam, sed multas 
existere et ab alterutra differentes pluriraum ' — Expl. 
' aliud facere promittiraus et aliud prohibemus '. — Nihil 
deest. 

Chart., mm. 202 X 122, ff. 228, binis columuis, egregia mauu 
scriptus, sed mendis scateus, saec. XV. lu custodia membranacea ' Iste 
codex est loci Sancii Hierouymi prope Faventiam '. 

117 

' Bonadies Regulae cantus '. — De hoc opere quod codex 
noster solus continet, egregie disseruit Antonius Cicognani 
in ' Gazzetta musicale di Milano ', XLIV (1889), pp. 570-1, 
qui sub falso nomine ' Bonadies ' P. Godendack latere opti- 
mis argumentis evicit. 



Membr., ff. 184, mm. 245X180, aun. 1473. 



A. Mancini. 



INDIOES 



A. Auctorum et rerum. 



Ambrosius Camaldnl. 40. 
Bonadies 117. 
Breviariiim Apostolorum 33. 
Cicero 30. 

David de Augusta 28. 
Dionyeius Areopagita 40. 
Flaviiis losephus 47. 
Godendack 117. 



luscriptiones veteres 7. 
lacobu.s de Varagine 33. 
Kiriacus (se. Cyriacus Anconet.)7. 
Lactantius 33. 
Palladius 40. 
Paradisns virtutum 40. 
Senteutiarimi super librum ter- 
tium Commontaria 26. 



B. Possessorum. 



Collegium Soc. lesu Faveut. 28. 
Couventus S. Hierouymi Favent. 

40, 47. 
Donatus Petrus 7. 



Ioannes Evangelista Favent. 33. 
Syuion de Regio 40. 
Viarana (de) Tbaddaeus 40. 



C. Codicum. cum. nota temporis. 

1434 : 80. I 1473 : 117. 



INDEX rflDICVM LA1I\0I1VM CLASSIC0RV5I 

QUI FERRARIAE 
IlSr CIVICA BYBLIOTHECA ADSERVANTVR 



•OMPOSVIT 

lOSEPHVS PROCACCI 



Cum abbine aliquot inenses Ferrariae degerem et Ci- 
vicae BybHothecae, quae in aedibus Universitatis studioriim 
nunc custoditur, codices evolverem atque inspicerem, mihi 
peropportunum visum est hiinc indicem conficere ut operis 
qiiod iara alii alia ratione aggressi essent partem ad clas- 
sicos, qui dicuntur, Latinos codices pertinentem prò viribus 
absolverem. 

Codicum quos inspexi nonnullos olim in coenobio Car- 
melitaruni Mantuanae Con^regationis adservatos vidit F. A. 
Zacharia eorumque rationera habuit (' Iter Liter. per Ita- 
liani ', Venetiis, 1762, pp. 156-161). Codices omnes Ferra- 
riensis Bybliothecae recensere in animo habuit Jos. Anto- 
nelli, vir doctus et de bybliotheca, cui multos annos praefuit, 
optime meritus, sed cum libros Ferrariensium scriptorum 
opera continentes vel ad Ferrariae historiam spectantes iam 
recognovisset (G. Antonelli, ' Indice dei mss. della civica 
biblioteca di Ferrara ', p. 1", Ferrara, Taddei, 1884), mors 
impedivit ne opus, qua erat ille diligentia, optime incoha- 
tum perficeret C Giorn. stor. della lett. it. ' IV, 1884, p. 286). 
Eum postea secuti sunt los. Agnelli et Aemygdius Martini, 
quorum alter librorum quos ille omiserat indicis specimen 
edidit e Saggio di un catal. di codd. di autori non ferra- 
resi ' etc, Firenze, Carnesecchi, 1891), alter vero Graecos 
tantum codices accuratissime descripsit (' Catalogo dei mss. 
greci esistenti nelle bibl. ital. ' I, 2 pp. 329-363). 



CODICE^ LATINI FERRAKIENSES 25 

Postremiis cum aetate tum praecipue doctrina ego qui 
et angustiis temporis circumventus et librorum editorurn sub- 
sidiis fere destitutus codices vel partes codd. mediae et re- 
ceiitioris aetatis opera contineiites vel obiter attigerira vel 
omnino praetermiserira, aliquid haud prorsus inutile opusculo 
meo in medium proferre conor. Indicem manu scriptum quera 
Prosperus Cavalieri diligenter, ut illis temporibus, atque eru- 
dite concinnavit (G. Agnelli, ' La biblioteca Comunale di 
Ferrara ', Ferrara, 1906 p. 8) et qui hodie omnibus byblio- 
thecam accedentibus praesto est contuli : numeros quibus 
olim libri ms. praediti erant et qui in tegumentis nunc pas- 
sim leguntur omisi, illos centra adhibui quibus nunc insigniti 
sunt eosque uncis seclusos huius indicis numeris adscripsi (1). 
Codices duos ad litteras Latinas spectantes in locupleto col- 
lectione quae Antonelliana iure appellatur et in aedibus Ci- 
vicae Bybliothecae adservatur inveni suisque numeris eadem 
ratione insignitos, ut certa quaedam distinctio servaretur, in 
appendice collocavi. 

Quibus vero, ut ita dicam, fontibus profecti quibusque 
casibus hi libri mss. in Civicam Bybliothecam transierint 
cum ad liquidum perducere mihi non licuerit statuere et con- 
firmare nequeo. Cum enim codices splendida illa renascen- 
tium litterarum aetate ab Atestinis ducibus, summo Guarino 
praecipue auctore, collecti exeunte saec. XVI plerique Mu- 
tinam alii vero alio migraverint, nullus librorum a me in- 
spectorum ex hoc uberrimo fonte manasse videtur. Nec quid- 
quam ex indicibus veteribus Atestinae Bybliothecae ab Hadr. 
Cappelli, Al. Nap. Cittadella, Tulio Bertoni, ut inter viros 
doctos satis constat, editis (2) eruere potui : nani quae illi 
de singulis codd. praebent breviora sunt quam ut iis certa 
quadam ratione in recognoscendis et comparandis apogra- 
phis niti possimus. E libello meo tamen apparebit horum 

(1) Nonnnllas tamen litterarnm et iiumer. uotas veliit NA3, NB6 etc. 
missas feci qiias, oum lios omues codd. uiiuc una eademque classis, quae 
est libr. mss. secuuda et nomine ' Codici non ferraresi ' distinguittir, 
complectatur, supervacaneum erat addere. 

(2) Cfr. R. Sabbadini, ' Le scoperte dei codd. latini e greci nei 
seco. XIV e XV ', Firenze, 1905, pp. GÌ, \2^, 198. 



26 KJS. PHOCACCI 

codiciim multos virorum doctorum Ferrariensium opera et 
studio collectos esse, quorum e bybliothecis in Civicam Bybl. 
pervenere (cfr. G. Agnelli, ' La bibl. Comunale di Ferrara ' 
p. 6 sgg.). Commemorandus hic praesertim videtur J. B. Pa- 
netius (Panizza), vir litterarum et divinarum rerum doctrina 
praeclarus, cuius libri in Carmelitarum S, Pauli coenobio 
saec. XV congesti, dispersi et dissipati sunt (1). Neque alia 
usi sunt fortuna codices qui in ceteris Ferrariae coenobiis 
exstabant cum iam, quod vix credas, in eo esset ut in aedes 
Civicae Bybliothecae deferrentur (' Giorn. stor. della lett. 
it. ' IV, 1884 p. 287 n. 1). 

Haec praemonenda duxi doctiorum tamen veniae con- 
fisus si quid me neglexisse vel male vidisse senserint Restat 
ut losepho Agnelli, Ferrar, bybliothecae praefecto, docto 
atque huraanissimo et losepho Pardi, viro non minus co- 
mitate quam doctrina praedito meique amantissimo, propter 
ea quae mecum benigne et liberaliter communicaverunt ma- 
ximas gratias agam, maiores etiam me habituruni esse pro- 
fitear. 

Scribebam Florentiae a. d. XIII Kal. lan. anno MCMX. 



1 (67). 
Hieronymi (S.) opuscula et epistulae (De regula monacha- 
rum = Vallars. ed., Veronae, 1742, XI, 433-464; Virgini- 
tatis laus = Vall. ed., XI, 127-138; Ad Praesidium = Vali, 
ed., XI, 154-159; Ad mihtem saeculi = Vali, ed., XI, 195- 
19H ; Ad Gerunti filias = Vali, ed., XI, 27-30 ; Vita S. Pauli 
= Vali, ed., II, 1-12; Ad Marcellam ==: Vali, ed., XI, 31-34; 
Ad virginem in exsilium missam = Vali, ed., XI, 34-39; Ad 
amiouni aegrotum = Vali, ed., XI, 40-51 ; Ad Oceanum de 

(1) C^ui siipersunt nota quadain in tognmentia plernmque scripta di- 
stinpiintur (Cfr. R. Sabbadini librum vere doetissimui» et laboriosnni 
quelli laudavi ' Le scoperte dei codd. etc. ', p. 188). Notae quas ego legi 
saepius, cum nounuUa verba addita 8int, intcr se dilìeniut. 



CODICES LATINI FERRARIKNSES 27 

perf. oppr. = Vali, ed,, Xl, 264-269 — Hieronymi epistulae 
sunt ed. Vali. nn. 14, 71,43, 145, 3,58, 125,^4,5, 31, 44, 
6, 8, 7, 9, 12, 2, 45, 11, 40, 27, 68, 38). 

Chart., cm. 23,2X16,8; ff. 217 (fiP et 217'' partim vaco.) noa 
unni. 4- 1 initio cnst. caiìsa. Saec. XV (f. 217'' in siibscr. notara anni 
1471 habet). Codex tabellis ligneis corio teetis porapactus ctim dorso im- 
presso, luser. riibr. F. 216^' subscriptiouis rubr. postea del. vestigia 
exbibet; f. 217''' et fol. tegnm. poster, adhaerens nugas nuilius pretii 
coutinont ; post f. 217 uonmilla abscissa sunt. E subscr. f. 217'", qnam 
comraeraoraTi, colligitnr eodicern a Mattliaeo qTiodam fratre couscriptum 
esse cui ' usum dedit ' libri ' lacobns de carpo visitator ordinis montis 
Oliveti ', Fuit coenobii S. Georgii. 

2 (97). 
P. Terenti coraoediae sex (Andria vero inde al, 1, 5 ; Heau- 
tontimorumenos usque ad V, 1, 24; Adelphi inde a II, 1, 
20 usque ad V, 9, 7). 

Mombr., cm. 17,7X13)8; ff- 139 non num. +2 cast, causa. 
Saec. XV (1431). Cod. tabellis ligueis corio teetis compactus atque re- 
tiuacnlis aeneis instructus sed usn et tineis pessumdatus atque imperite 
membranis refectus. Qnattuor if. initio et unum in fine abscissa sunt. 
Mgg. inf. &'. 67, 68, 95 resecti itemque singularum fabularum litterae 
in.; quae supersnnt rubro et caeruleo pigmento exaratae ; personarum 
nomina eorumque compendia rnbr. Custodiae fol. in fine epistulam italice 
conscriptam nulla iuscriptione vel subscr. praeditam exhibet (Inc. : ' Io 
di continuo mi so marevigliato et mi meraviglio '. Expl. : ' state sano 
et mi vi race" ') et infra, in quodam insignis vestigio, compendium HC 
quod etiam in f. l"" imo exstat. Tabellae ligneae inter. parte membranis 
tectae quas non adglntinatas et passim conscribillatas reperimus. Ff, l^'-O^ 
didascalias soluta oratioue (Cfr. I. Agnelli ' Saggio di un catalogo etc. ' 
p. 6) praebent quas praecedit (f. l''-2'") Terenti vita secundum Faulum 
Orosium inepte retractata (Cfr. Al. Galante, ' De Terenti cod. Vercel- 
lensi ', Romae, 1907, pp. 5-6) et excipit epitaphium illud Terenti ' natus 
in excelsis ' (Baehr. PLM. V, 385-386). Euuuchus, Hecyra, Phormio 
subscr. ' Caliopius recensui ' habent ; Heautoutimorumenos et Phormio Si- 
don. Apolliuaris periochis tantum, Andria vero, Eunuchus, Hecyra etiam 
aliis argumentis instructae sunt : singulos EnuucM actns brevia argnm. 
soluta orat. praecednnt. Post fol. 9 folium excidit ut chartula reccns non 
adgl. monet (J. Agnelli, op. land. pp. 5-7). In codicis subscriptione 
quae uotam ostendit ' 1431 .iij nobr ' haec verba rubr. legi ' Et qui 
liber scriptus fuit per Zaninum de lapipera de Palanzia in Birinzona de 
anno MGCCC trigesimo primo '. 



2tì lOS. PROCACCI 

3 (103). 

D. I. Iiivenalis saturae ciim commentario. — Coramentarius 
aiion. et anep. in luvenalis saturas (cod. in dorso habet 
' Jiivenalis | satyr^ | cu coment. | Anonymi | et | Menilo, | 
Ms. I '. Verba quae sunt ' Anonymi | et ' alia manus in 
ras. adscripsit.) 

Coili'X dmibns codicibiis constat una conipactis ; quorum alter meni- 
br. era. 21,5 X l'ij'^) ^'- 68 (68 vac.) non nnni. +2 in juino. cust. 
causa, altcrum chart. alternm membr., habet. In fine fol. niembr. cust. 
causa inveni quod cod. sacranira rerum lacinia videtur. Saoc. XV. Te- 
gumentum membr. Cuetodiao merabr. codici praefixae in ' recto ' siguum 
nignim ' Della P. Uni%'ersità di Ferrara ' impressnm est, iu ' verso ' bre- 
vi8 luvenalis vita et (luaedain de satura leguntur : quae omnia et singul. 
satur. adiiotationes tum rubro tum nigro colore adscriptas breviora esso 
' excerpta ' G. Merulao comment. qui inscribitur ' Enarrationes in luve- 
ualem ', Tarvisiana hnius operis editione (a. 1478) collata, confìrmare 
]totui. F. l"" ornanionta in nigg. et insigne quoddam gentile auro variis- 
que coloribus depicta praebet : singnlae saturae (saepius in partes suis 
iuscrii)t. instructas divisae) inscript, rubr. litterisque in. oruatis conspi- 
cuae, si eas exciiiias quae num. X, XII, XIII, XIV, XV, XVI distin- 
guutur : nonnullae autem (IV, V, VI, VII) in fine alia quaedam argum. 
rnl)r. exliibont. Argumentis r4Marini Voronensis (Endliclier, Cat. codd. 
]ibil. Lat. Vind., Vindobouae, 1?<36, p. 116' praeditae sunt sat. II, III, 
IV. V, VI, VII, VIII, IX, XI. Alter vero codex chart. (cm. 20,6Xló,5) 
li'. 173 (15"", 172^', 173 vacc. : 14^ partim vac.) commentarium in Invenalem 
liaud magni quidem pretii continet, quem P. Cavalieri in mss. indice, 
nullis tamen argumentis prolatis, I. B. Panetio tribnendiim esse suspi- 
catus est (1). Altera manus sedecim priora fi'., altera reli(]na omnia eon- 
scripsit, quorum in mgg. passim verba rubr. laiidautur ; in verborum 
contextu quae illn.strantur lineolis rubr. subductis distinguntur. Sing. 
l'olia in ' recto ' satnrarum, in ' verso ' librorum numeros habent. F. 172'' 
iu fine haec legnntur : ' luvenalis explicit sextadecima satyra et ultima ' 
et infra ' Té?.oa ' — Inter duos codd. l'ol. membr. abscissum est. 

4 (105). 

54'' Lactanti De ira dei 72 Lactanti De opificio dei 88 ' Ver- 
sus eiusdem Lactantii de phenice ' (Corpus script, eccl. Vind. 
XXVII, li, ], pp. 135-147) 114'' ' Versus Claudiani puetae 
pagani perfidissimi de verbi incarnatione seu duabus naturis 

(1) De indole atqno pretio luiiu'^ commentarii. «lueni l)ai»tistae Gua- 
rini Veronensia filio aiit onuiino aut ex \MirU: tribuendum esse mihi per- 
suasi, alias lireviter disseram. 



CODICES LATINI FERRARIENSES 29 

Christi et laudibus beatae Mariae ' (Inc. : ' Nectareimi rorem 
terris instillat Olympus ' — Expl. : ' Quo plus ascendat 
tantus honoris apex ' = Hildeberti, De nativ. Christi Carmen 
(cfr. Migne CLXXI, 1382-1383) 115 'Versus eiusdem Clau- 
diani de Christo et duabus naturis eius ' (Ine : ' Christe 
poteiis rerum redeuntis conditorem ' — Expl.: 'Annua sin- 
ceris celebret ieiunia sacris ' = Carmen de Salvatore cfr. 
Claudiani carm. ed. Birt (MGH. X p. 330 n. XXXII) 115^ 
' Publii Virgilii Maronis versus de imaginibus caeli ' (Inc. : 
' Anguis ad arcturos medius distinguit utrique ' — Expl. : 
' Defulsere (?) suis cetera signa locis ' 116 ' Versus Prisciani 
grammatici de eadem materia ' (cfr. Anth. Lat. Lipsiae, 
1906; I, 2 pp. 154-155) 116'' Augustini sermones ad fra- 
tres in eremo comm. (cfr. Migne XL, 1235-1328). 

Membr., cm. 21,3 X 15,4; ff. 215 non uum. Saec XV (in f. 1^ legi- 
tur nota ' 28 setfc. 1464 '). Tegum. juembr. (in dorso sup. parte laceratura 
iuf. parte refectnni) non adgl. ; retinao. cor. reliquiae exstant. Cod. in 
priuc. et in fine niutilus : in fine foliuni abscissum est. Librornm litterae 
in. auro et coloribus illiiminatae, capitum tum rnbrae tura caeruloae. 
Inscr. et subscr. riibr. Folia nonnulla non adgl. Lactanti capitum di- 
visio saeiiius ab editionibus discrepat : iu siugula Lactanti capp. prae- 
mittuutur argniuenta. Ff. 187^-188'' Augustini sermonum indiceui conti- 
nent : sermoues latinis numeris distiuguntur. Exstant iiraeterca in cod. 
lohannis Cbrysostomi opuscula (ff. l'-54^) in latinum sermonem conversa, 
Fetri Damiani opusculum De coutemptu mundi (ff. 91' -114^) et epistulae 
(ff. 188^-215^"). F. 115^ post inscriptionera quam sujjra commemoravi exhi- 
bet ' non fueruut versus Virgili! '. 

5 (109). 
1 Cypriani De mortalitate (Migne IV, 603-624) 9 Cypriani 
De bono patientiae (Migne IV, 645-662) 17 Cypriani Ad 
Donatum (Migne IV, 193-227) 23 Augustini De vita Chri- 
stiana (Migne XL, 1031-1046) 36 Augustini De immortalitate 
aniraae (Migne XXXII, 1021-1034) 46'' ' Augustini de decem 
chordis ' (Migne XXXVIII, 75-91) eO'^ Augustini De vita 
beata (Migne XXXII, 959-976) 74"^ Boeti De Christiana fide 
(in cod. ' Augustini ' : Migne LXIV, 1333-1338). 

Membr., cui. 20,5 X 14,5 ; ff. 273 (79', SO--, 272-273 vacc, 80' par- 
tim vac.) usqne ad f. 79 num. + 2 cust. cansa chart. Adiectum est in 
princ. fol. membr. quod iu ' recto ' Augustini et Cypriani opusculonim 



80 lOS. PROCACCI 

quae in cod. coutiuontur indicem et signum uigrnm ' Della P. Università 
di Ferrara ', iu ' verso ' J. B. Paneti notam praebet. Saec. XV. Tegum. 
iiicmbr. F. V imo signum caer. ' Biblioteca comuuale-Ferrara ' impres- 
Hiim est. Litterae in. nonnullae in ff. prior. caeruleae. F. 80" figuram 
habct, cjuae variis color, depicta circulis Inter se coniunctis constat. Ce- 
dex tineis hic illic oorrosus tres habet partes a tribns, nt videtur, seri- 
bis exaratas. Post f. 10 folium abstiasum est itcmque post f. 79 : post 
f. 218 qiiattuor fi', abscissa snnt — Opiiscnla Cypriani et Angnstini exci- 
piunt S. Bouaventurae liber ' Breviloquium ' (81''-218") et Martyrologinm 
quoddam (211''-271^) Vsuardo tribntura. 

6 (121). 

122 Augustini Soliloquiorum liber (Migne XL, 863-898) 
166'' * Augustini Manuale' (Migne XL, 951-968) 186 ' Au- 
gustini De moribus et vita honesta ' (est Ambrosi epistula 
quae legitur ap. Migne XVII, 749-752) 188 opusc. anon. 
et anepigr. (Inc. : ' summe sacerdos et vere pontifex lesu 
Christe qui te obtulisti ' — Expl. : ' vivis et regnas in saecula 
saeculorum. Amen ' : est Ambrosi * precatio ' quae legitur 
ap. Migne XVII, 751-755). 

Membr., cm. 18,5 X 13,(5 ; IT. 191 (191 vao., 12r partim vac.) non 
nnm. -f 1 cbart. cust. causa iuitio einn signo nigro ' Della P. Università di 
Ferrara '. Saec. XV. Tegum. membr. pessiimdatum. F. l"" pulcherrimo con- 
spicuum ornamento exhibet in imo mg. insigne quoddam gentile. F. 122"" 
alio quodam insigni ornatum inA^eni : littera vero in. abscisvsa est et 
folium refectum cum inscript, atqwe textus detrimento. F. 165^' in mgg. 
exstat ornamentum elegantissimnm : littera in. auro et coloribus il- 
lita Augustini imaguucula distiuguitur. Ceterae codicis litt. in. tum 
rul)rao tum caeruleae. Folla nonnulla non adgl.: f. 121^ nugas nullius 
pretii continet: in f. 187' legitur ' Explicit doctrina Augustini. deo gratias. 
Amen ' et infra ' Laus deo. Pax vivis requies | sempiterna defunctis ' : 
fie<iuuntur baec verba ' Finito libro sit laus et gloria Christo '. Ff. ISS""- 
190' alia, ut vidctur, manna scripsit. Ff. l'"-121'' praeter ' Rufini prolo- 
gum ' (45''-46') lobannis Chrysostomi opuscula iu latinum sermonem con- 
versa (ff. V-iò"; ir. 46'-l21>-) habent. 

7 (128). 
2 Augustini sermones ad fratres in eremo comm. (Migne XL, 
1235-1328) 107'' Augustini 'De triplici habitaculo ' (Migne 
XL, 991-998) UT' 'Augustini De duabus civitatibus ' (Inc.: 
' Beati qui te diligunt lerosolima ' — Expl. : ' ad regnum 



CODICES LATINI FERRARIENSES 31 

coelorum ubi et pax et gaudium in saecula saeculorurn. 
Amen ') 117 ' Aiigustini De virginitate gloriosae Virginis 
Mariae ' (Inc. : ' Exhortatur nos dominiis noster ' — Expl. : 
* verbura caro factum est et habitavit in nobis ')• 

Membr., cm. 15,2 XH»*? ^- H^ uum. passim instructa + 2 cust. 
causa quorum anter. in ' recto ' ' Sermoaes D. Augustini episcopi ' et 
infra caer. col. rerba ' Ex dono Joseph Bellini ' praebet. Saec. XV (1481 
legitur in tegum. anter, ' verso '). Cod. tabellis ligneia corio tectis com- 
pactus cum dorso pessumdato : olim rubr. retinac. nnnc bullis tantum 
instrnetus. Tabellarnm pars intcr. li", membr. tecta. F. 1""^ serraonum 
indicem num. rubr. atc^ue litt. in. caer. praeditum continet. Custodiae 
fol. extremo cod. adglutinatum notam rubr. in ' verso ' exhibet ex qua 
colligitur librum fratris cuiusdam Alberti Ferrariensis olim fuisse. Folia 
nonnulla initio desiderantur, alia non adgl. reperimus. Inscriptiones et 
subscr. rubr. ; uotulae in mgg. rariores rubrae et caeruleae — Exstant 
praeterea iu cod. inde a f. SO"" S. Basili liber de studiis in lat. serm. a 
Leon. Bruni conversus, Bonaventurae et Bernardi fragm. 

8 (130). 

P. Ovidi Metamorphoses (Expl. : ' Non manifesta tamen. 
cum vero sustulit acre ' = XV, 579). 

Membr., cm., 28,5X^^2,5; lì'. 188 quibus adiectae sunt in princ. 
et in fine ternae chartae cust. causa. Saec. XIV. Tegum. membr.; sin- 
gula folia in ' recto ' librorum latinos numeros, in ' verso ' litteram L 
rubr. habent : litterae in. librorum eleganter pictae rubro colore, ver- 
snum lineolis rubris distinctae sunt. Post versum quem attuli (XV, 579) 
initium vers. 580 (' A pecudis fibris ' ; adscriptum est. Cod. in fine mntilus. 
In f. l"" imo signum uigrum cum verbis ' Io. And. Barotti ferrarions. ' ex- 
stat.: est praeterea figura rudior terrarum orbis ciugulos exhibens. Li- 
bros, si primum excipias, argum. rubr. praecedunt : etiaui singulae 
fabulae brevibus argum. suisque inscript. praeditae sunt. In mgg. fabn- 
larum ' narrationes ', numeris passim insignitae, in interlin. et in mgg, 
notulae deorum nomina vel singula verba declarantes sunt. 

9 (133). 

74 C. Plini Caec. Sec. epistulae (usque ad III, 4, 1). 

Chart.. cm. 28,5X20; fi". 87 (10. 12-15^ 70-73 vacc, 9^ et ir 
partim vacc.) non uum. + 2 cust. causa. Saec. XV. Cod. tabellis ligneis 
compactus vetustate corruptis cum dorso cor., olim retin. rubris iustru- 
ctus. Tabellae anter. inter. parte adbaeret charta quae exhibet : * In hoc 
volumine snnt plures epistolae Laurent!! Vallensis ; guarini gasparrini : 
Antouii panhormitae. (-lari oratoria poggli fiorentini epte quam plurimao 



32 los. pnocACCi 

«•t flle;;autt'.s... i>ai>> i-pi-stnlarmii jiliiiii '. Ktiam tal)ella post, inter. parte 
charta torta est. Codieis indorso legitnr : ' Laiirentii Vallae aliomnique 
cpistnlao '. V. 74'" miiiiiuiini ])raebet *' itlinii oratoria ellegant""' epte ' ; 
f. 8;V expl. : ' aostimo scire quid sontias tu. nam cuius ' (III, 4, 1 ed. 
Kiikula 1». 62) et in imo margino legitur ' integra re '. Ff. 74 et 75'" 
littf-ras in. sing. epist. rnbr. liabent : in ceteris foliis litterao in. de- 
eiderantur. Singnlarum epist. inscript, nuno rubro nunc nigro pigmento 
in nigg. vel in interlin. minntis litteris exaratae. In IH). Il" epist. ad 
Arrianura (in ed. XII) praecedit aliam ad Arrianum epist. quam in edd. 
nuin. XI insignitam videnius. I']pp. lil)ri vacuo «patio relieto niaioribu- 
s(iiu' initio litteris distinguntur. 

10 (137). 

215 Salviani De gubernatione hominiira (cod. f. 215'" ' beati 
Silvani episcopi ad sanctum Salonium episcopum' ; in dorso 
vero ' Salviani opera '; expl, ' si iiixta personarum diversi- 
tatem extimentur quae patiantur et quae fecerunt ' ed. Halm, 
MGH. I, 1 p. 108) 299 Boeti De consolatione philosophiae. 

Membr., cm. 25,5 X 18 1 25,6 X 18>5 ; 25,9 X 18,5 ; 25 X 18,4 (cod. 
quattuor partibus constat) ; ff. 340 (104^, 105'-, 213^', 214^-, 297, 298 vaco., 
104'", 105\ 213'", 214'", 296'' partim vaccai non nnm. + 2 chart. cnst. causa. 
Saec. XV (in f. 104'' legitnr ' 1443 Die Decimo septimo inensis septem- 
bris Trauscripsi ' et infra caer. colore ' Albertus ' ; ìì. 106'-213'" auti- 
quiora videntur). Tegum. cliart. F. 1'' imo impressum est signum ni- 
grum ' Della P. Università di Ferrara '. Salviani libr. iuscript. et subscr. 
rubr. ; f. 299'' littera in. abscissa est : ceterorum libr. litt. initiales in 
cod. parto (inae Boetium continet mirifico pictae, reliquao tnm rnbrae 
tum (•aeruleae. Boeti versus binis columnis exarati. F. 340^' liaec verba 
praebet ' Lans tibi sit Christo quia liber explicit iste | Facto fine pia 
laudetur Virgo Maria '. F. 214'" et f. 340^ notas habent I. B. Paneti — 
Exstant praoterea in cod. Dionysii Arcopagrtae epistulae et opuscula 
(ff. l''-105') in lat. serm. conv. ab Ambrosio Camald. ut e nota f. 1'" col- 
ligitur, et loliannis Climaci opuscnla atque vita a Daniele monacbo 
scripta (ff. 106''-213''). 

11 (139). 

1 De Lactantio Hieronymi testimonium (Corpus script, eccl. 
Vind. XXVII, 2, 1 ed. Brandt pp. 161-162) atque Augustini 
verba 2 Lactanti Divinarum Instit. libri 231 Lactanti De 
ira dei 249^^ Lactanti De opificio Dei. 

Moml)r., em. 26,2 X 18,5; ff. 266 (266 vac.) non num. quibus 
adiccta sunt initio duo ff. mombr. et unum cbart. non adgl. atque in fine 

13. 9 '911 



CODICES LATINI FERRAEIENSKS 33 

folium chart. ciist. causa. Saec. XV. Teguni. raembr, F. l"" siguum ni- 
gnim ' Della P. Università di Ferrara ' iu mg. exhibet. F. 2" pulclier- 
rimo conspicuum ornamento et litt. in. auro variisque coloribus depicta 
quae senis orantis imagiincnla ornata est. Litt. in. reliquae lihrorum 
auro variisque coloribus illitae, capitani rubr. Inscriptioncs et subscr. 
rubr. In Divinarum lust. libros praemittuntur indices capituni, iu ca- 
pita indices rerum quae iu iis contineutur. Lactanti libar ' De ira Dei ' 
est in cod. Divinarum Inst. liber octavus. Capp. divisio ab edd. saepius 
discrepat. Folia nonnulla l'oede corrosa. In mgg. nomina scriptorum quos 
Lactantins laudat adscripta reperiraus rubro pigmento. Cod. fnit J. B. 
Paneti cuius nota initio cod. membr. sec. cust. inest. 

12 (140). 

1 M. A. Senecae De beneficiis 125 [M. A. Senecae] De 
qiiattuor virtutibiis cardinalibus (Cfr. ed. Haase, Lipsiae, 
1872, voi. Ili pp. 469-475) 131 [M. A. Senecae] De raoribus 
seii libero arbitrio (Cfr. ed. Haase, voi. Ili pp. 462-467) 136 
[M. A. Senecae], ad Paulum ep. XII fragra. (Inc. : ' Tulit 
et priscorum aetas Macedonem ' — Expl. : ' quibus quidquid 
libuit licuit ' : cfr. ed. Haase, voi. III p. 480) 136 [M. A. Se- 
necae] libellus de paupertate (Cfr. ed. Haase, voi. Ili, 
pp. 458-461) 139 [M. A. Senecae], De reraediis fortuitorura 
raalorura (Cfr. ed. Haase, voi. Ili, pp. 446-457) 144 ' Senecae 
de liberalibus artibus liber ' (Inc. : ' Scientiam scire desi- 
deras ' — Expl. : '■ ne hoc quidem nobis reliquerunt nihil 
scire : vale ' : cfr. Senecae, epistulae, XIII, 3 (88) ed. Haase, 
voi. Ili pp. 246-254). 

Membr., cm. 24,7 X 1^)5 J ^- 150 num. (numeri saepius inepte ad- 
scripti et omissi'. Adiecta suut initio duo folia quorum alterum chart. 
alterum membr. quod in ' verso ' codicis indicem continet ; in fine folium 
chart. cust. causa. 8aec. XV. (F. l'" summo mg. nota anni 1423 num. 
Latinis aiiro illitis inest quae etiara in dorso legitur). Tegum. chart. cum 
dorso mémbr. Ff. 144-149 mgg. dextr. sine textus detrimento resecti. 
Librorum iriscriptionea rubr. : litt. in. desiderantur : uuUa capitum di- 
visio. Libellus de quattuor virt. card, in tres partes divisus est. Cod. 
nitide scriptns sed hio ilUo madore corruptus. 

13 (141). 

1 Fastorum per litteras notae 7 P. Ovidi Pastorum libri 
107 [P. Ovidi] De Nuca HIP. Ovidi Ibis 123 P. Ovidi De 
medicamine faciei 126 ' Ortulus (sic) Ovidii ' (Inc. : ' Nec 

Studi ital. di filol. cla*$ica XIX. 3 



34 lOS. PKOCACCl 

Ubi displiceam quia sim tam corpore parvus ' — Expl. : * Ut 
solis radium patiens assumat in aurem '), Est Carmen ' De 
medicami ne aurium ' (cfr. 0. Pascal, Poesia latina medievale, 
Catania, 1907 pp. 100-103) 127 P. Ovidi Amorum libri (praec. 
epig. quod est in Merk. ed.). 

Meinbr., cm. 24,3 X 1^,1 ; ff- 180 (126^ 178\ 179, IHO-- race, 180^ 
partira vac.) uon num. : quibus adiocta suut in princ. et in fiue bina 
folla chart, binaqne membr. cust. canea. Saec. XV. Tegum. cor. auro 
elcgantor ornatnm. F. l"" suninio iinpressnm est signnm nigrnm ' Joseph 
De Carlis | sibi et civibus ' (Cfr. opus quod iuscribitur ' Continuazione 
<lelle meni. ist. di letterati ferraresi etc. ', Ferrara. 1811 p. 156) ; huius 
folii imo mg. iuest insigne qnoddam gentile infer. parte al)rasum. Cod. 
egregie scriptns habet litt. in. auro et coloribus depictas et ornamenta 
pnlcherrima rubro et caer. col. Inscript. rubr. In f. T"" mg. imo aliud 
insigne exstat in ornam. caernleo. In f. 127'' legitur * P. Ovidii Nasouis 
opus de anioribus vel sine titnlo ' et in f. 178' post verbum ' Finis ' 
liaec verba rubr. ' Tertius : Liber : Aniornni | Finitnr | Vale : Qnisqnis le- 
geris : et : I Volusii miserabilis : memor '. Sequuntur nonnulli versus (Inc.: 
* Qnem mala purpureum fortuna coegit amorem ' — Expl.: ' Ueneget in- 
visos ant mihi queso dies 'j. F. 180^' inest opernm qnae in cod. conti- 
ueutur index. Prior membr. cust. initio cod. verba de medicamenti cu- 
iusdam compositione praebet. In foliorum sectione auri vestigia inveni. 

14 (143). 

[M. T. Ciceronis] Ad C. Herennium de arte rhetorica (Cod. 
in dorso ' Ciceronis | Ora '). 

Membr., cm. 23,5 X 15>2 ; ff. 77 non num. Saec. XV. Cod. tabel- 
lis ligneis corio tectis compactus sed pessumdatus et in dorso imperite refe- 
ctns : retin. aeaeis olim instructus quorum unum euperest. In f. l"" summo 
legimuH ' Ars nova Ciceronis oratoria ' : hoc folium ornamento pulcher- 
rimo decoratum litt. in. primi libri auro, rubro et caernleo pigmento 
illiiiuinatam exliibot (ceterae desunta Codicis alias partes aliae man. 
exaravernnt : inde a f. 31 8crii)tura ai'ctior fit. In nigg. notulae variis 
man. conscriptae. Tegum. anter. folium adhaerens nngas nullius pretii 
praebet : teg. poster. ])ars Inter, verbornm vestigia ostendit et possessoris 
nomen ' Tomaso di philippo dal borgo ciptadiuo lìorentino ' et infra ' Anno 
dui MDXL '. Operis extrema pars desideratnr (Expl. : ' auctoritate com- 
motuH sententia desisteret ' = IV, 55 ed. Friedrich). 

15 (145). 

Augustini sermones ad fratres in eremo comm. (Migne XL, 
1235 1328). 



CODICES LALINI PERUARTENSES 35 

Membr., cm. 23,2 X 16,3 ; ff. 98 (3r', 97^, 98 vacc, 31'- et OT" par- 
tim vacc.) non num. + 2 cast, causa. Saec. XV. Tegum. cor. male lia- 
bituiu et parte inter. niembranis tectum. In tegnm. auter. ' verso ' sunt 
verba 'Collegii Ferrarieus. Societ. Jesii Bibliothecae privatae adscriptus ' . 
Cod. binis columuis scriptus. In dorso ' D. Angustini. Sormou. M. S. 
Mombran. ' Inscriptiones rubr. Inde vero a f. TS"" sernioues inscriptioni- 
bus carent. Sermonum iiidicea uumeris instructi ft". 'òV et 96^-97'' insunt. 
In f. l'" rubro pigmento haec legimus ' Incipiuut sormones beati angustini 
ad fratres suos heremitas de communi exhortatione '. 

16 (146). 

M. T. Ciceronis De finibiis bonorum et malorum libri (lib. 
V desideratili'). 

Membr., cm. 21,9 X 1^)9 ; tf. 90 non nniu. + 2 cnst. causa. 
Saec. XIV. Tegum. chart. cnm dorso membran. Codex foede corrosus 
et initio refectvis ; inde a f. 29 mgg. imi semiusti sine textus detrimento. 
Litt. in. desiderantur. Inscriptiones et snbscr. librorum olim rubp. nuno 
fere evanidae. Notnlae in mgg. et in interlin., verba iu mgg. excerpta 
vel cum aliis Ciceronis locis collata tum rubro tum nigro colore legun- 
tur. Singula folla in ' recto ' librorum nnmerum, in ' verso ' verbum 
^ liber ' habent. 

17 (148). 

Boeti in Topica Ciceronis comment. libri (Migne LXIV, 
1039-1169). 

Chart., cm. 21X15,4; ff. 153 non num. Saec. XV. Cod. tabeliia 
ligneis cerio nigro tectis compactus, male habitus, olim i-etinaculis aeneis 
instructus. Librorum omnium, si primum excipias, litt. in. desiderantur. 
Initio If. membr. nonnulla abscissa sunt, in fine qninio dosideratur. 
Librorum inscriptiones et subscr. rubr. F. 1'' summo reperimus ' Anici. 
M. 8. B. ve. Et Illustria Ex | Consulum Ordine ad Patrici | um S. In 
Topica M. T. Ci. Commè | tariorum Liber primus iucip. ' F. 1'' imo ira- 
pressum est signum nigrum ' Della P. Università di Ferrara '. In mgg. 
notulae rubro et caer. colore scriptae inveniuntur quae Boetii verba in 
brevius cogunt voi cum Ciceronis locis conferunt. 

18 (149). 

l D. I. luvenalis saturarum fragmenta 37 A. Persi Flacci 
saturae (sat. II vv. 23-68 desiderantur : sat. V vv. 1-39 
tantum exstant : sat. VI inde a v. 25). 

Chart., cm. 21 X 15,8 ; tf. 47 (3.5, 36, 47^' vacc.) quibus adiectae 
sunt binae chartae iu princ. et in line cust. causa. Saec XV (1468 in 



36 108. PROCACCI 

subscr. Persi). Tegiiiu. cliart. Ff. 86 priora qnibus luvenalis saturae con 
tineutur olim nmu. inepte quidcni adscriptis ot iuscrijit. riil>r. uune fere 
evanidis instriicta ; litt. in. desiderautur. In f. 1'' sumnio mg. liaec lej;i 
manu, ut videtur, recent, esftrata ' 6 (poatea del.) Satira luvenalis libri 
4*' (?) ' (Inc. : ' Et 8pe.s et ratio studiorum in Caosare tantum ' = VII. 1 

Kxpl. f. 3V:' Ut laeti phaleris onines et torquibus omnes '). In f. 34'' 

vix discerni possunt verba ' Satirae Juvenalis finis '. Hic illic notulao 
et eiusdem et re. inanus. Post f. 21 folium abscissum est. NonuuUis in 
sat. versus desiderantur (in sat. XIII vv. 160-205; in sat. XIV vv. 2G1- 
306), aliarmn frustula tantum habemus (VII, vv. 1-87 ; Vili, vv. 22-109 
et vv. ltt9-275 ; IX, vv. 1-9 ; X, vv, 209-366). Singulae saturae arga- 
mcnta Gnarini Voronensis habent Endlicher, Cat. codd. phil. Lat. Viud., 
Vindobonae, 1836 p. 116). — Ff. 37'- 17' non niiiii. corrosa saepius et 
lacerata sunt. In f. 37'" snmmo mg. re. man. adscripsit ' Persio ' : et 
infra rubro pigm. litt. nane fere evanidis ' Auli Persii Volaterrani 
Sati ] rar. Lil)eri (e postea del.) Principiuni '. Haec verba praeterea 
legi ' De vita istius auctoris prisci quaere in fine libri Joannis Boccatiì 
de montibus et fluvibus (aie) '. F. 47'" oxhibot : ' Auli Persii finis ' quae 
verl)a ut initio re. man. adnotavit et ' Finis a die XXVITII octobri.'^ 
MCCCCLXVIII '. F. 46 lacinia superest. Satnr. inscript, olim riibr. No- 
tulac in nigg. rariores reperiuntur. 

19 (156). 
1 A. Tibulli carmina 32'' A. Tibulli vita (Inc.: ' Albius Ti- 
bullus eques romanus insignis forma ' — Expl. : ' obiit adu- 
lescens ut indicat epigramma sequens ': cfr. Baehrens, Tibulli 
carm., p. 88) ; Domiti Marsi epigr. * Te quoque Verg. comi- 
tem ' ; Ovidi eleg. Am. Ili, 9 33^ In Tibullura epigramma 
(* Sub teneris annis tenerorum scriptor amorum — Decedens 
iacet hac ecce Tibullus humo ' : cfr. * Studi ital. ' XV, 110) 
34 ' Sapphus Phaoni epistula ' ([Ovidi] Her. XV) 37^' ' Sap- 
phus vatis epitaphium ' (Ino. : ' Tantum omnes nobis doctae 
tril)uere puellae ' — Expl. ; ' Nomen erat Sappho ])a(ria 
lesbos erat ' : cfr. ' Studi ital. ' XIV, 80) 38 C. Val. CatuUi 
carmina 74"^ Benvenuti Campesani epigramma (cfr. Mueller 
Cat. ed. praef. pp. TX-X) 75 S. Aur. Properti carmina (usque 
ad I, 2, 14). 

Charl., cm. '20,5^(^11,0; If. 80 (76-80 vacc, lo' partim vac.) non 
mini, -f 2 cast, causa. Saec. XV. Teguui. cor. cuni dorso impresso et 
auro eleganter illito iiuiic pessumdato (in dorso ' Tibulli. Carmiii. 'SI. S. '). 
F. F ornninento et littora in. auro atque coloribus pietà (ceterae cod. 



CODICES LATINI FERRARIENSES 37 

iitt. iu. tmu rubrae tum caer.) docoratiim iu imo mg. insigne quoddam 
gentile ita corruptum ut aguosci ueqneat, mg. dextr. signum nigrum ' Jo- 
seph De Carlis | sibi et civibus ' liabet. Summa huiiis f. pars exhibet 
' Albii : Tibiilli equitis Romani : Elegiograph : clariss : Liber : primus : 
incipit : q : spretis : divitiis : et militia : Deliam amet : et amori serviat '. 
Tibulli eanninum libri (I = l'-14'- ; II = 14'-21'- ; III = 21>-26'- ; IV = 26'-- 
32') iuscript. distingiiuutur (' Liber secundus incipit de agri Instratione 
et venere invocata ' : ' Albii Tibulli Liber tertiiis incipit ad Neheram 
amicam suam : ' Albii Tibulli Liber qnartus ad Messalam de suis laudi- 
bns '). Nonnulla carmina iu duas partes divisa (II, 5 : III, 6, ed, Mnell.) 
alia iuter se couiuucta (IV, 11 et IV, 12 ed. Muell.) inveniuntur — F. 34'' 
l^racbet ' Sappho : Lesbia : Pha | oni : Siciliensi : salutem : dicit ' — Ca- 
tuUi carmina saepiua inter se coniuncta sunt ita ut 61 tantum in cod., nu- 
merorum ratioue liabita, sint ; interdum in partes divisa. Carni. XXXVII 
Muell. versus quattuor extremi carm. XXXVIII praefixa sunt ; carm. LV 
Mnell. vv. 23-32 carm. LVIII Muell. in fino additi sunt : carni. XCII 
Muell. secund. dist. desideratur. Compendia quae sunt ' Tib. ', ' Sa- 
plius ', ' Catul ' singulis cod. part. adscripta inveni. Notulae in mgg. 
rubrae et nigrae parvi quidem x>i"etii (cfr. P. Cavalieri, Notizie della 
pubblica bibl. dì Ferrara, Ferrara, 1818 p. 87ì. 

20 (157). 
M. T. Ciceronis Tusculanae disputationes. 

Membr., cm. 20 X l'I ; ^- 105 non num. + 2 cust. cansa. Saec XV 
(1461). Tegum. membr. et chart. iu dorso male habitum. Cust. ant. 
partim tegum. adglutinata. Litt. in. auro variisque coloribus illnmi- 
natae : iiiscriptiones librorum, notulae iu margg., nomina colloquentium 
rubro pigm. Singula ff. in ' recto ' librorum latinos numeros, in verso 
litteram L babent. In f. 105^ legimus ' Marci Tullii Ciceronis Tuscu- 
lanarum questioniì | liber Quintus et ultimus explicit per me Antonivi 1 
Carpeusem bora vigessima. Tertio idns Angusti | Vale qui legeris. 1461 '. 
Huic subscr. subicitur stemma quoddam gentile bis verbis instrnctnm 
' Quod Papia | dedit Laudi | Laus Ferrariae cepit '. Cod. egregie scrip- 
tu8 : verba tamen nonnuUis locis desiderantnr. 



21 (167). 
Augustini De civitate Dei. 

Membr., cm. 33,9X23,2; tt". 232 (231', 232^' race: 232'- partim 
vae.) non nura. (juibus adiectae sunt duae chartae iu priiic. et una iu 
fine cust. causa. Saec. XV (1460-1474 ut monuit J. Agnelli, 'Saggio di 
un catal. otc. ' p. 1.5). Tegum. membr. int. parte chartis tectum cnni 
doi'so impresso, Litt. in. auro et coloribus mirifico pictae. F. 1'' mgg. 



38 lOS. PROCACCI 

piilclierrimis ornanientis conspicni, littera iuitialis, quae est D, ek'gantis- 
siiiia (listinyiiitiir pictiira qua oivitas Dei, ut veiisimilo est, siguilicatur : 
in imo buius fol. mg. l'amiliao Roverella insigne exstat (cfr. I. Agnelli, 
op. 1. p. 1") : f. 2'" in imo mg. signum caer. * biblioteca comunale. Fer- 
rara ' t'xbiliet. F. 13' uigg. ornanientis oxquisita subtilique arte descrip- 
tis insignes. litt. in. Augustini legentis imaguncula decorata. In foliorwm 
eectionibns auri vestigia iuveui. Libros ' De civitate Dei ' Augustini et 
Marcelliui epistulae, ut saopius iìt in codd., praecedunt (Migne XLI, 13) 
et alia Augustini verba (Inc. : ' luterea JKoma Gothorum irruptioue ' — 
Expl. : ' gloriosissimam oivitatem Dei ' = Retract. II, 43 : cfr. Migne 
XXXII, 647-048). In f. 4^ operis totiiis i)arte8 distingnuutur : ti'. 5''-12^' ca- 
pitum et librorura iudices atqiie broviaria contineut. F. 231^' Bonaven- 
turae cuiusdam monachi, Porcelli, Bapt. Guarini (cod. : ' Guirini ') epi- 
grannnata in mortem Laur. Roverella episc. rubro colore con8crii)ta 
pracbet ; in f. 232'" versus quidam de fam. Roverella insigni inveniuntur 
in libro vetustissimo, ut dicitur in cod., reperti. Indo a f. 13'" usciue 
ad f. 20'" singula il", in ' recto ' numeruni lat. I (si f. 13'" excipias), iu 
' verso ' littorara L rubr. ostenduut. Cedex nitidissime scriptns fuit coe- 
nobii S. Georgi Ferrariae. Vide praetorea quae de hoc codice eunt ap. 
I. Agnelli, op. land. pp. 17-18. 



22 (171). 

P, Terenti comoediae. 

Membr., cm. 30 X 23 ; lì". 95 (95^ vac.) num. (inde a f . 7 numeros 
receutior mauus adscripsit) quibus adioctae sunt binae cbartae cust. causa 
in princ. et iu fine : initio fol. membr. quod in ' recto ' re. man. habot 
' Terentius '. Sacc. XIV. Tegum. cor. pessumdatum : dorso adglntinata 
est ehartula exhibens : * Teron. Coraoe ' ; in dorso auri vestigia iuveni. 
Litterae in. fabularnm auro, rubro et caer. pigmento depictae ; nomina 
person., didascaliao, omues fere cetorae litt. in. rubr. F. l''"^' vitam Te- 
renti, quae retractatio est Orosianae vitae (a vita cod. 2 (97) saepius 
discrepans) et epitaphium illud ' Natns in excelsis ' praebet. Fabularura 
ordo idem est qui in cod. Terenti queni supra recensui. Notulas in nigg. 
duae mauus addidornnt : quarnm altera in IV. l'-ll'', altera in ff. 11^-30''. 
Fal)ulas praecedunt Sid. Apolliuaria periochao nulla plerunique certa vor- 
suum distinctione et nonnuUis vorbis immutatis. Siugulorum if. in ' recto ' 
fabularnm nomina inepte saepius depravata, in ' verso ' numeri quibus 
earuin ordo indicatnr. Adelphi et Phormio iu fine subscr. illam vulga- 
tissimam ' Caliopius recensui ' quae in ceteris fab. exstat non habent. 
F, d'y'' oateudit verba ' Exi)licit. Terencii | Plublii (sic.) Altri, liber. co | 
mediarum. Sex de nio | rilms et. Actibus. Ilo | minum '. Ff. permulta 
madore corrupta : f. 95 recens refectum. Do hoc cod. vide I. Agnelli, 
' baggit) <li un catalogo otc. ' pp. 21-23. 



CODICES LATINI FERRARIENSKS 



39 



23 (173). 

Ai^li Donati comm. Terenti. 

Chart., CUI. 31X21; tF. 291 (68% 139, 201, 251% 294' vacc.) non 
num, + 2 ciist. causa. Saec. XV. Tegiim. mombr. qiaod parto iut. charUs 
adgliit. habet. In f. l'' legitur rubro pigra. ' Donati grammatici in exposi- 
tiontìm Terentii poefcae comici comentarii elegantissimi incipiuut '. Litt. 
in. singularum fabularum auro et coloribus ornatae, cetcrae tum rubr. 
tnm caoruleae. F. 1'' signum nigriim ' Della P. Università di Ferrara ' 
impressnm est. In mgg. adnotationes rubr., quae plerumquo personarum 
nomina aiìerunt, a Ludovico Carbone scriptae cuius exstat subscr. rubr. 
' A Lodo-Carbone I Diamlitino recognitus 1477 mense Novembri ' (f. 294''). 
Hic Donati codex quartao, quae dicitur, classi codd. deteriorum tribuen- 
dus est ut vidit R. Sabbadini (' Studi ital.' Ili, 330 : cfr. etiam II, 59). 
Codicis mentionem fecit Wessuer, ' Aeli Douati quod fertur Comm. Te- 
renti ' voi. I, Lipsiae, 1902 pp. XVIII-XIX praef. 

24 (176). 

Vitruvi fragmenta. 

Chart., cm. 29.4X21,5; &. 107 (9-16 et 64 vacc.) non num. -{■ 2 
cnst. causa. Saec XVI. Tegum. membr. chartis inter. parte tectum et 
male liabitura : tegum. anter. in ' verso ' legimus ' Parte dell'opera ' et 
in cbartula quadam adgl. ' Patriae bibliotbecae | Jo. M. Riminaldii 1 Aca- 
demiae Praesidis AQPON '. Ff. tineis corrosa et usu attrita, saepius non 
adgl. F. 1^ summam exliibet ' Liber septimus '. Inter lì'. 1 et 2 cliartula 
non adgl. orbis signiferi signa adumbrans. sunt etiam in cod. fignrae ati-a- 
meuto delineatae quae Vitruvi fragmenta declaraut. Verba Graeca scrip- 
tor omisit. Fragmenta saepius nulla librorum certa distinctione inter se co- 
niuncta inveni ; ex bis tamen libris et capp. in evolvendo cod. excerpta 
esse statui : I, 6, 2, 5 ; II, praef. et capp. 1, 8, 9 ; III, 3, 1, 2 ; IV, 1, 2, 
3, 4, 6, 7 ; V, 1, 2, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12 ; VI, praef. et capp. 1, 2, 

3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11 ; VII, praef. et capp. 1-4, 5, 6, 8, 9, 10, 11 ; 
Vili, praef. et capp. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 ; IX, praef. et capp. 1, 2, 3, 

4, 5, 6, 7, 8, 9; X, praef. et capp. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 
12, 13, 19, 20, 21, 22. 

25 (179). 

1 M. T. Ciceronis De officiis 58 M. T. Ciceronis Divinatio 
in Q. Caecilium et orationes in Verrem. 

Membr., (ff. 1-57; cm. 28,4X21,9) et chart. (ff. 58-210; cm. 28,5 
X 20, 5) ; ff. 210 (209' et 210 vacc.} non num. + 1 cnst. causa in princ. 
Saec. XV (1470 in subscr. orationum in Verrem). Tegum. membr. (teg. 
post, inter. parte folium adgl. inveni). Ff. 57 priora, quae Ciceronis li- 
bros ' De officiis ' contiiient, litt. in. et inscr. rubro et caer. colore 



40 lOS. PROCACCI 

exaratas oxliibeiit. Arguiiienta nonnnllarum partium saepins rubr. : notio 
in nifjg. et in interlin. siugula verba declarant vel Graeca verba iis re- 
BpontltMitia alìerunt. F. l"" signum uigrnin ' Di Ferrara della R. Univer- 
sità ' inest ; f. 29 rag. dextr. resectus. f. 57^ praebet verba * Excellunt 
cimctos hi libroe philosophonira | Libri quos fecit tres Tulliiis offitiorum ' 
et infra ' Augnstinua de Civ. Dei '. f. 209'" habet ' Té'/.og ' et infra ' M. 
tullii Ciceronis verrinar, ultima de supiiliciis iìnit. Excripta per Morta- 
riam papiensem anno dui jesii christi. M.IIII.LXX Mutinao cura pnl)lica 
legeret huraanitatis opera : amen : '. Huius partis codicis folia in ' recto ' 
8ingularum oratiounra nunicro» (si extremam excipias quae ' Actio ultima ' 
vocatur; et in ' verso ' inscriptiouum compendia ostendnnt. Aduotatiiiu- 
culae iu mgg. rubr. iu tine rariores. Siugularum orationum litt. in. variis 
ooloribns ornatae, iuitia maioribus litteris scripta. Ciceronis orationes 
alia nianus scripsit. , 

26 (191). 
5 C. Suetoni De vita Caesarum (in Galbae vita post verba 
* donativi lilla mentione facta. Quo faciliorem occasionem 
ctc... ' cfr. ed. Roth p. 206 § 17 lacwnam inveni) 49 Eu- 
1 copi Breviarium cum additam. Pauli Diaconi in princ. et 
i i fine (cfr. ed. Droysen, MGH. II) 73 L. A. Plori Epi- 
toma (desiderantur nonnulla post verba ' totum orbem pa- 
cavit. iam ipsa hic ' = ed. Rossbach, p. 6, lin. 9 usque ad 
verba ' qui sub Aenea Archades qui sub Evandro ' = ed. 
Rossbach p. 8 lin. 2 (I, 9) 86 Periochae Livianae (pertur- 
bato tamen inde a f. 97*" num. ordine) 99 P. Orosi Histo- 
riarum adv. Paganos libri. 

Chart., era. 31,5 X 22 ; ff. 2fi8 (1-4, 72^, 97^ 98, 146\ 147, 148, 
\:y\\ 238, 267, 268 vacc, 48^ 68'', 72'-, 97''. 154'-, 237^', 266' partim 
race.) non uum. Saec XV. Tegnm. chart. cum dorso cor. tineis corroso. 
Folia multa madore corrupta. Cedex biuis coluniuis exaratus et pessime 
acriptus. F. vV in suramo mg. legitur : ' Suetouii 12 Caosares '. Eutropi 
et Fiori inscriptioues fere ovanidae. Lectoris cniusdara manna recentior, 
notis in mgg. f. 49'" et f. 61' adscriptis, Pauli Diaconi additamenta ab 
Eutropii vorbis distinxit. P. Orosi librornm (quos, ut videtur, alius li- 
brarius exaravit) inscriptioues et litt. in. desiderantur; siugulorum vero 
libr. iuitia maioribus litteris scripta reperimus ; iu uigg. verba omissa 
voi unnoruni uotae. Exstant practerea iu codice: li. l^anibaldi liber, 
i|ui dicitnr, Augustalis (ti'. 68'-72'') ; commentarius gramm. auou. et anep. 
I IV. 1 r)r>''-237' I ; A. Luschi libellus qui in eod. inscribitur ' Inquisitio super 
XI OrationcH Ciceronis iam typis edita ' (ff. 239'"-266') ; libellus anon. et 
iiiup. de Italiae regionibus (149'-154'"). 



CODICES LATINI FERRARIENSES 41 

27 (192). 

l In Lucani poema De bello civili commentarius 141 Pseii- 
dacronis scholia in Horati carm., epod., carm. saec, serm., 
artem poet. (Cfr. Wessner, Pseudacronis scholia in Hor. ve- 
tustiora, voi. Il, Lipsiae 1904, praef. pp. V et IX). 

Cliart., cm. 31,8X24,2 (ff. 1-140^X23,8 (tf. 141-212); ff. 212 
(212^ vac, 212'" partim vac.) unni, iisqne ad f. 140. lis adiecta siuit 
illitio foliiim chait. et duo nieinbr. quorum alterins iu ' recto ' sigiium 
nigrum ' Della P. Università di Ferrara ' impressum est, alterius in 
' Terso ' nota I. B. Paneti legitur : iu line folium cliart. Saec XT (in 
subscr. comm. in Lucanum nota anni 1406). Tegum. membr. Codex dua- 
bus partibus eoustat binis columnis exaratis, quarnm altera (H'. 1-140) 
codex est quem Zacharia (' Iter lit. etc. ' p. 158) vidit (qui commentarium 
Benv. Rambaldi tribuit) et V. Crescini commemoravit (Cfr. ' Di un co- 
dice ignoto conteneute il comm. di Beuv. da Iiuola su la Pharsalia di Lu- 
cano ', Padova, Crescini, 1888, pp, 2-3 (1) : et Novati, ''Giorn. stor. della 
lett. it.% VII, 268) ut, collata subscriptioue (2) f. 137^ et ceteris omnibus 
per.spectis, raihi persuasi. In cod. dorso exstat ' BenvenMtus | (litt. u cor- 
rosa est) snp. Fer | salia Lu | cani. MS. | Ite : Acro : in Horati | um MS. | 
1406 '. F. P post verba epitaphii Lucani ' Corduba me genuit. nero ra- 
pnit. proelia dixi ' (Lucani De bello civili ed. Hosius, Lipsiae, 190.5 
p. 338) ine. : ' In principio istius libri intendo querere aliqua et primo 
qiiis autor 2° quae materia 3'' quae intentio 4° quae utilitas .5° cui parti 
philosophiae supponatur 6° quis sit libri titulus '. Etiam fif. membr. initio 
cust. causa aduotationes exhibent. Ff. 138''-140^ et uotulae in mgg. scrip- 
tae alius manus vestigia ostendiuit. Alteram vero cod. partem (ti". 141- 
212) manus recentior, ut videtur, scripsit. F. 141'' summum habet : 
' Acron eris deinceps tu magne virginis atque | Pauli : Panetius dedicat 
ipse quidem '. Huias codicis partis litterae initialea desiderantur : inscr. 
rubr. In mgg. notulae quarnm nounullae Graece scriptae, Pseuadacronia 
commeut. Horati vita praecedit (Inc. : ' Oratius Quintus Flaccus pre- 
cone patre natus ' : cfr. ed. Keller I pp. 1 sqq.). 

28 (197). 

1 Caesari serraones (nonnuUis admixtis qui Caesario per- 
peram tribuuntur: cfr. Migne LXVII, 1041-1090 n. 8,6, 7, 
10, 11, 12; XXXIX, 2317-2319 et 2280-2282; LXVII, 
1151-1154). 

(1) Cfr. etiam V. Ussani ' Di una doppia redazione del commento 
di Benvenuto da Imola al poema di Lucano ' (Reud. dei Lincei 1902, 
voi. XI, ser. V", fase. 3-4, pp. 199-211) et ' Studi ital. ' XVI, 18. 

(2) Scriptoris nominis compeiidium fere abrasum non legi. 



42 lOS. PROCACCI 

Chart., cru. 14,4 X '^^,'' ? **"• ^^ "°" ""™- + ^ ^^^***- ^''"^* '" ^*"^- 
SaeC. XV. Teguni. cor. inii>re.ssnni cum dorso foede corrupto atqne tineis 
fere exeso. Duo ff., alternili iu priiie. alteinm in line, abscissa snut. 
F. l"" in siiniiiio mg. legcuiitur liacc veiba rubr. * Sermoues seti Cesarii 
ad jiionaclios valde utiles. Sernio primns ' : in imo mg. cxstant litternlae 
iitramonto postea del. Serni. imineris ])raediti et litt. in. rnbr. — Snut 
praeterea in eod. (indo a f. 68^) S. Bernardi fiagmenta atqne libellns 
quidam ' De esn agni pascalis '. 

29 (207). 

[M. T. Ciceronis] Ad C. Herennium de arte rhetorica (Cod. 
' M. T. Ciceronis | Ad Herennium ! Rhetorices novae | Liber 
primus '). 

Cbart., cm. 16,7X11.9; If. 227 (223-227 vaco., 222^ partim vac.) 
non nnin. + 1 ciist. causa initio, cuius lacinia tantum superest verborum 
vestigia exhibens. Saec. XVI (1508). Tegum. coriaceum inii>r. pessumd. 
F. 222^ hac subacriptione praeditum reperimus ' Finis | Die XXII De- 
cemlir. MDVIII '. Libronim et singularum verborum compreliensionum 
litterao in. rubr. itemquo inscript. In mgg. capitum vel totius operis 
partium argiimenta legimtur. 

30 (216). 

1 Gualteri Anglici fabulae cum praef. (Inc. : ' Ut iuvet et 
prosit conatur pagina praesens ' — Expl. : ' Et nucleum 
celat arida testa bonum ' : cfr. Hervieux, Les fabuUstes Jatins, 
t. II, Paris, 1894, pp. 316-351) 19^ commentarius in G. A. 
fabulas sol. or. (cfr. Hervieux, op. land. v. I, Paris, 1893, 
pp. 598-599 et p. 477) 36 Catonis disticha cum praef. sol. 
or. (cfr. Baehr. PLM. Ili, 214-235) 42 In Catonis disticha 
commentarius sol. or. 209^ Augustini sermones ad fratres 
in eremo comm. (cfr. Migne XL, 1235-1358 : cod. inscrip- 
tio f. 209^ rubr. habet ' Sermo Santi Augustini De solitu- 
dine). 

Meml)r., cm. ll,")Xll j !'• ^"^ (2<il vae., 230^ i>artiiu vac.) num. 
IÌ8 adiecta snut initio duo If. menibr., quorum alterius in ' recto ' signura 
caer. ' 15il)lioteca comnnale-Ferrara ' imprcssum est et in fino duo folia 
alterum niembr. altcruin ciiart. cust. causa. Saec. XIV. Tegnni. membr. 
corruptum iuter. parto chartis tectum. Gualteri Angl. fabnlaruni iuscri- 
ptioues, (luae saepius ab iuscriptiouibns ed. Hervieux discrepant, rubr. : 
singulorum vera. litt. in. lineolis riiliris distingnutnr. F. 1'' in summo 



CODICES LATINI FBRRAUIENSES 43 

mg. Iegimu3 rubro colore liaec verba ' Adsit inincipio "S'irgo.... meo ' 
(verbum ' Maria ' quod olim in hae inscr. legebatur (cfr. Hervieux, op. 
1. I, 598) nunc, mg. summo parfciin resecto, desideratnr. F. 19' exhibet. : 
' Explicit liber exopi. deo gratias amen ' (cfr. Hervieux I, 598) ; f. 36> : 
' Incipit liber catonis ' ; f. 42'" et f. 50^ subscriptionem habent : ' Expli- 
cit liber catonis '. Angustini sermouum litt. in. rubr. ; serm. II et III 
inscriptiones rubr., reliqnae atrameuto scriptae. Codex initio mutilus 
(f. 1'' nmn. 61 iusignitnm est) habnit olim, ut Hervieux (op. Ihud. I, 598) 
mouuit, It". 367. Exstant j)raeterea in eod. S. Bonaventurae (indo a f. 51') 
et S. Thomae (inde a f. 232'") opuscula. 

31 (238). 

Ambrosi fragmenta. 

Membr., coi. 22,9X16,2; lì". 88 (quibus adiecta suut in. princ. et 
in fine bina folla cust. causa) num. ita instructa ut laciniae nullo ordine 
adsutae esse videautur. Saec. XV. Tegum. chart. Cod. in dorso legitur 
' Ambr ' et infra al. man. ' Sermones in VI Diei Creation '. Litt. in. auro 
variisque coloribus exornatae : f. 34' mgg. pulcherrimo ornamento conspi- 
cui. F. 1"" in mg. imo signum nigrum ' Io. And. Barotti Ferrarien. '. Mgg. 
(nonnusquam resecti) adnotatiunculas praebent. Librorum initia maiori- 
bus litt. tum rubris tum nigris distingnntur. F. l'" nulla inscript, prae- 
ditum ine. : ' Qui vindemiam colligit vasa prius quibus vinum infundi- 
tur. '. (Exam. IV, 1, 1 ed. Schenkl, Corpus Script, eccl. Vind. XXXII, 1, 
p. 110). Haec Ambrosi opernm fragmenta in cod. inveni : ft". l'-57' Exam. 
libri IV, V, VI (ed. laud. pp. 110-261). Libri V vero pars (inde a V, 7, 
17 usqne ad Y, 13, 42 ed. laud.) desideratnr cum post f. 20 nonnulla ff. 
exciderint et libri VI pars (VI, 8 ed. laud.) cum post f. 50 folium exci- 
derit — F. SS""*' Apologiae propli. David fragm. (cfr. ed. laud. XXXII, 
2 p. 299 inde a 1, 1 usqne ad 2, 5) — Ff. 59^-66' Exam. Ili (inde a 
III, 11, 47 usque ad III, 17, 71 ed. laud.) — Ff. 67''-72' De obitu Tbeo- 
dosi (inde a verbis ' ubi anima est quae ad imaginem et similitudinem 
Dei ' cfr. Migne XVI, 1396-1406) — Ff. 72^-78' epistula ad Marcellinam 
(usqne ad verba ' Et ideo corpus eins hoc est ecclesiam ' cfr. Migne XVI, 
1113-1120, Epp. I, 41-956^ cum iiost f. 78 folium abscissum sit) — 
Ff. 79' -88'' Apologiae proph. David fragm. inde a verbis ' nani virtus in 
infirmitate perficitur ' usque ad verba ' cum vel in certamine curruli 
elisi ' cfr. Corpus Script. Eccl. Vind. XXXII, 2, pp. 304-329 inde a 8, 41 
usque ad 9, 46). 

32 (245). 

[M. T. Ciceronis] Ad C. Herennium de arte rhetorica. 

Membr., cm. 22,7X^^,5; ff. 69 (68" et 69 vacc, eS"" partim vac.) 
non num. -f 1 initio cust. causa cuius in ' recto ' iudioin qnnedam de 



44 lOS. PROCACCI 

huius operis scriptore legiuius. Saec. XV. Tegiiin. chart. et cor. onm re- 
liqniis retinac. cor. Litt. iu. librornni auro variisque col. illitae, ein- 
giiloniMi caiip. rubr. F. l"" iiuum insigne exbibet qiiod autiqiiitus fam. 
Villa Ferrar, usurpavit. (Cfr. G. Barufialdi, Blasonario ferrarese n. 151) 
et verba ' Sum Petri Leonis ferrariensis et aiiiicoriim ' (G. Antonelli, ' lu- 
dico dei mss. etc. ' ji. 45) : et infra ' Nicolaun Leonins linnc possidet 
anno 1608 '. Folla (qnorum nigg. iuitio seniinsti iuveuinntur) iu * recto ' 
uuiueros singnl. librorum ordincm indicantes, in ' verso ' verbum ' li- 
Iter ' nibris et uigris litt. alternatini scriptum osteudunt, F. 68'' habet 
' Vale. Deo gratias. Ferariae nouis aprilis '. In nigg. notulae nnllius 
pretii qnil)us plerumque singularura partimn argunienta distiuguntur : 
in lino lib. IV nomiua Graeca ad arteni rhet. iiertinoutia iu uigg. 
exstaut. Post. f. 10 quiuio excidit : qua re operis pars desideratnr (inde 
a verbis : ' in ea uec ratio qnarc fecerit qnaeritur ' = I, 17 ed. Friedrich 
usque ad verba ' utrum per culiiam veutum sit iu uecessitudiuem ' = II, 
16 ed. Friedrich). 

33 (250). 
S. I. Frontini Strategemata. 

Chart., cm. 21X14,7; lì". 76 (73-76 vacc, 72" partim vac.) uou 
nuiu. -f- 1 cust. causa iuitio. Sacc. XV. Tegnm. meuibr. partim non adgl. 
F. 1'' siguum uigrum ' Della P. Univer.sità di Ferrara ' et iu mg. imo 
uotani J. B. Paneti habet. luscr. et subscr. rubr. : iu mgg. nomina prae- 
clariora rubro pig. aduotata. Litterae iu. saepius desidera utur. Folla per- 
multa tiueis corrosa reperimns. Index rubr. exstat iuitio libri [F. 2"). 
F. 70^' liber Frontiui quartus explicit. Libri secuudi cajip. X, XI, XII 
(1-2) ed. Dederich, qnae suo loco (post f. iV) dcsidorantur, If. 71'-72^' 
contineutur et iu IV libri iudice coniniemorantur. Verba Graeca libra- 
rins omisit. 



34 (299). 
A. Prudenti Psychomachia. 

Chart., cni. 24 X 17,5 (ff. 1-22) X 17,9 (ff. 23-46) X l^j^ l^^- 47-58) ; 
lì". 58 (56'', 57, 58 vacc.) non num. + 2 cust. causa. Saec. XVHI. Tegum. 
chart. F. l"" praebet : ' Il libro di Prudenzio | Del Conibattiniento del- 
l'Animo I Tradotto iu versi sciolti I dal P. Maestro Carlo Agostino An- 
saldi I de' Predicatori | Fra gli Arcadi della Colonia di Trebbia | Clo- 
umiiììn ' : et f. 1*' ' Aurelii Prndentii | de Pugna Animi | Prefatio '. Siu- 
gula l'olia in ' recto ' Ansaldi interpretatiouem, in ' verso ' Prudenti versus 
exhibeut. Siguum uigrum ' Della P. Università di Ferrara ' exstat iu 
f. r. (Cfr. I (Ine libri contro Simmaco tradotti da C. A. Ansaldi, Ve- 
nezia, 1754). 



CODICES LATINI FERRARIENSES 45 

35 (300). 

A. Prudenti Apotheosis. 

Chart., cm. 24 (tf. 1-34) et cm. 23,8 (tf. 35-65) X 17,8 (ff. 1-12) X 1? J 
(ff. 13-34) X 18 (ff. 35-65); ff. 65 non nani. + 2 cust. cansa. Saec. XVIII. 
Tegnm. cliart, F. 1 in ' recto ' praeter siguum nigrum ' Della P. Uni- 
versità di Ferrara ' inscriptiouem babet * L' apoteosi | Di Aurelio Pru- 
denzio I Tradotta iu Versi sciolti | dal P. Maestro Carlo Agostino Ansaldi | 
de' Predicatori | Fra gli Arcadi della Colonia di Trebbia | Cloinonèo ' et 
in ' verso ' ' Aurelii Prudcntii | Apoteosis | Prefatio '. Interpretationeni 
et Carmen Prudenti ut iu cod. 34< (299) invenimus. Folla imperite dc- 
recta : f. 19 et f. 30 binis If. Constant inter se inter. parte glutiuatis. 

36 (302). 

A. Prudenti Amartigenia. 

Cbart., cm. 23,8 X l'^>8 ; .ff. 75 (56'', 57, 59^ 60-75 vacc.) non 
uniu. + 1 cust. causa initio. Saec. XVIII. Tegum. cbart. F. 1"^, i^raeter 
signum nigrum ' Della P. Università di Ferrara ' inest inscriptio ' Il li- 
bro di Prudenzio | Dell'origine dei Peccati | Tradotto in versi sciolti | Dal 
P. M. Carlo Agostino Ansaldi de' Predicatori I Fra gli Arcadi della Co- 
lonia di Trebbia | Clomonèo ' et f. 1' ' Aiirelii Prudentii | V. Cons. | De 
origine Peccatorum Prefactio '. In f. 56'' legimus 'Finis libri de | Origine 
Peccatorum | Aurelii Prudentii '. Ff. 58''-59'" nonnulla italice conscripta 
praebent (f. 58'' ' Prefazione del Traduttore ') a C. A. Ansaldi quibus ille, 
ceteris sacrorum poetarnm interpretationibus suis commemoratis, panca 
monet de boc Prudentii Carmine. Interpretationem et vv. Prudenti ut in 
codd. 3^ (299) et 35 (300) invenimus. Folla imperite derecta. 

37 (350). 

[M. T. Ciceronis] Ad C. Herennium de arte rhetorica — 
M. T. Ciceronis De officiis. 

Chart., cm. 34 X 24 ; ff. 87. Saec. XV (1454). Codex, tabellis li- 
gneis compactus cum dorso cor. et retiuaculis aeneis olim instructus, 
duabus partibus constat quarum altera ff. 1-42 complectitur (non num. ; 
ff. 1 et 2 vaco., f. 42' partim vac.) quibus ' Ad C. Herennium ' libri 
continentur. In mgg. adnotatiunciilne et Graeca verba cum Latinis col- 
lata. Litt. in desiderautur. F. 42^ exhibet subscriptionem anni 1454 (' die 
quarto mesis octobris I festo sci francisci ') et infra maioribus littcris 
' Ego Meri US de Pelis scripsi ' quac verba recentior man. infra rursus 
excripsit. Altera vero pars cod. tf. 45 constat (ff. 1-41 numeris usque ad f. 11 
Latinis postea Arabicis instructa : ff'. 42"", 44^', 45^ vacc. : f. 41' partim 
vao.) et ' De of3fìciis ' libros continet. Litt. in. olim. rubr. nunc fere evanidae. 
In mgg. et in interlin. figurae rudiores et notulae iuepte conscribillatao : 



46 lOS. PROCACCI 

etiiiin argumenta capitniii extant. F. l"" sniiniimn priu-bct : ' Marci tallii 
Cicerouis arpiiiatis ad Mai'cu cicerone filiù siiù olior lib. priiims incipit '. 
F. 41 in ' verso ' Icgitur ' Ego merlus de pellis scripsi anno niillesiuio 
quatracentessimo (sic) quinqnagessimo quarto indicioue secunda die vi- 
geSimo oetavo luensis octobris ' : scquiiutur nonnulla verba de Ciceronis 
opere (Inc. : ' Tullius expericns cura ponere uionot — Expl. : * Libri quos 
focit tres tullius ofticiorum ') quae, ut in cod. 25 (179) quem receusui, 
Angustino tribuuutur. FI'. 42^-44'' Ciceronis librorum ' De officiis ' indi- 
cem continent litt. in. rubr. (f, 42' inest ' Tabula TulUi officiorum '). Fo- 
linin in line abscissmn est. Tabella lignea in dnas pai-te ditìracta quae 
extrcnio cod. tegumento est in ' verso ' chartulani ailgl. babet in qua 
' Tallii de ofiSciia et et (sic) Rhetoricor (?).... vix leginuis. Anni 1454 
nota etiam in dorso ecripta est. 

38 (3C1). 

M. A. Lucani De bello civili. 

Chart., cm. 30,5 X -'^ó ; 11". 119 (119'' A-ac.) non nani. + 1 cast. 
causa in prino. eum inscript. ' Lucanus'. Saec. XV. Cod. tabellis ligneis 
corrui)tis compactus cuni dorso cor. tineis corroso atquo retinac. reli- 
quiis. Litt. in. i)rimi libri auro et coloribus ornata, ceterae tiun rubrae 
tnni caer. luscr. et subscr. rabr. F. 101"" in mg. dextr. ti-rrarum orbis 
lignra exstat rudioribus lineis descripta: tabellarum quae tegumento sunt 
pars inter. litterulas et circulos exliibet ; posterior vero his verbis prae- 
dita est ' Hic bernardini sai veti libcr est '. F. l"" sumnjum babet vulga- 
tissimuni illud Lucani epitapliium (Inc. : ' Cordnba me genuit ' — Expl. : 
' plus mihi coma placet ' : cfr. Lucani De bello civili ed. land. p. 338). 
Foliorum quinqne priorum nigg. et chartula inter ft". 2 et 3 adgl. adno- 
tationes habent : ceterorum fi", in mgg. nonnusqnam madore corruptis 
«t saopius imperite refectis uotae rariores sunt vel omnino desiderantur. 
In f. IIP"" l.'gi : ' Explicit lucanus ' et infra ' Te?.oa'. 

39 (366). 

M. T. Ciceronis Divinatio in Q. Caecilium et orationes in 
Verreni. 

Cbart., cm. 30,5 X 21 ; if. 136 non num. Adiecta sunt cust. causa 
duo ff. (quorum alternm lacer. verba de medicamenti cuiusdam couiiio- 
sitirme in ' recto ' iial)et) in fine et folinm in principio cuius in ' recto ' 
Domina (|miedam leguntur. Saec XV. Cod. tabellis ligneis corio nigro 
corroso et jaccr. tcctis rH)mpactas atquc olim bullis et rul)ri8 retin. in- 
structiis. Singnla fV. in ' recto ' et in ' verso*' numeros quibns orationum 
ord<t imlicatur cxbibent. F. 48 lacinia tantum superest. Nonnulla fi", ipso 
atramenfo ila corrosa snnt ut legi noqueant. In nigg. notulae minimi 



CODICES LATINI FERRARIENSES 47 

pretii. Singulae orationes verbo quod est ' dixi ' fmiiiiitiir. Cod. expl. : 
' nolo iu hoc deleeto cousilio tantum flagitium esse comniissum, nolo eos ' 
(Act. II, 5, e. 68 ed. Miiell.) 

40 (386). 

M. T. Ciceronis De Natura Deorum. 

Membr., cm. 32 X 23 ; ff. 40 (40 vac.) non mini. Saec. XV, Tegum. 
chart. Litt. initiales saepius desiderautur. Inscriptionem f. 1"^ ' M. Tulli 
Ciceronis de Natura Deorum liber ' si verbum * libei" ' excipias lecentior 
manus adscripsit. iSingula If. in ' recto ' libroruui numeros, in ' verso ' 
litteram L praebeut. Ciceronis libri in codice quattuor sunt cum liber 
primus inde a rerbis ' venit, ut dicitur, effingis atqueefficis. Quae primum 
nullae sunt ' (De natura Deor. I, 23 § 65) secundi libri nomine insignitus 
sit. In mgg. notae quae verba Graeca Ciceronis verbis respondeutia af- 
ferunt vel aliorum scriptorum sententias commemoraut (ut in cap. XYII 
lib. I $ 45) vel, quod saepius fit, Ciceronis verba in brevius cogunt. 

41 (398). 

Ambrosi In Psalraum David CXVIII expositio (Migne XV, 
1197-1526). 

Chart., cm. 30 X 21 ; ff. 166 ^166'' vac, 1'' partim vac.) non num. 
quibus adiectae sunt iu princ. et in fine binae chartae cust. causa. 
Saec. XY. Tegum. membr. in dorso refectum. In f. 1'' impressum est si- 
gnum nigrum ' Della P. Università di Ferrara ' et in imo margine insigne 
atramente delineatum litterlsqne AR praeditum quod fumilia Ariosti usur- 
pavit. F. l"" littera in. rubra et caer., ceterae tum rubrae tum caer. 
In dorso legitur * S. Ambro | sius iu Psal-Be | ati Ima ' quae verba in 
ras. rescripta sunt. Singularum partium commentarii initia maioribus 
litteris exarata : psalmi A'ersiculi qui afferuntur nonnusquam rubr. In 
f. 166'' alia, ut videtur, manus epistulaui scripsit quae est Francisci 
Ariosti ad Phil. Ariostitm fratrem (Inc. : ' Quom din mecum ipse cousi- 
derassem quoiiismodi opusculum tuae mansuetudini accessurum conferre 
possem ' — Expl. : ' Isto fruitor opere '). 

42 (406). 

Prisciani fragmenta. 

Membr., cm. 28 X 19>6 ; flf. 100 (81'' vac.) non num. + 2 cust. causa 
chart. quorum anter. in ' recto ' signum nigrum ' Della P. Università 
di Ferrara ' impressimi est. Saec. XV. Tegum. membr. male haliitum 
ncque codici bene adgl. Litt. in. desiderautur; inscr. rubr.; librorum 
initia maioribus litt. exarata. F. l"" exhibet rubr. verba ' Prisciani Gra- 
matici ex certa (sic) ex primo liliro incipit foeliciter '. Ff. tineis cor- 



48 lOS. PROCACCI 

rosa. F. 81'' post verbum ' Auien ' versus quosdain liahet (lue. : ' Cum 
legeris uostri compemlia jìarva laboris ' — Expl. : ' Mensibus liaec paucis 
nnnc uieiuiuisse potes ') et iufra ' TEAOS ' . Prisciani locos qui excorp- 
8it tam multa omisit atrjue imuiiitavit ut Prisciaui disiecta frustula atque 
Kao])ius verba tautuni iu eod. legantur. F. 1"" iuc. : ' Vox est aer tenuis- 
siiiius ictus vel 8UUII1 seusibilo auriuui ' (Cfr. Prisciaui, lust. grannu. 1, 
1 aj». Keil, GL. II, 1, \}. 5) ; f. 82"" iuc. : ' vel r autecedent mutaut eam 
in tum ' (Prisc. X, 53 ap. Koil, op. laud. II, 2, ji. 542). Cod. expl. f. 100' 
' nulla uocessitate siguificatiouis urgente ut vero, auteui, quideiu, e<ini- 
deui, quoque, enini, nani ' (Prisc. XVI, 13 ap. Keil, op. laud. Ili, 1 
p. 102). 



OODIOES ANTONELLIANI 



Appendix. 

1 (598). 

P. Ovidi Metamorphoses (inde vero a lib. II, v. 21 usque 
ad lib. XIV V. 84). 

Meuibr., cm. 25,8 X ^>ó ; IT. 95 non num. Saec. XIll (1". l"" oxhibet 
notam anni 1214) ; litt. iu. alteruatini rubro et caer. pigmento, subscr. 
libri II, iuHcript. Ili et IV rubro pigm. exaratae (libri II et ceterorum 
inscript, desiderantur). Folla saepius lacer. notulas nullius fere pretii ab 
eadem manu in interi, et in mgg. additas liabent. In dorso unni. 598 
exstat. Togum. membr. non adgl. litteras jxistea deletas exbibet. 

2 (712). 

C. Taciti De vita et moribus luli Agricolae (Cod. * Julii 
Agricolae vita scriptore Cornelio Tacito ')• 

Cbart., cm. 28 X l^»-^ > ^- 24 non num. lia adiectae suut in princ. 
et in fine senae cbartae cust. causa, quarum ternae in princ. et in fine 
recentiores non adgl. Saec. XVII. Folia iu ' recto ' tantum scripta. 
Nulla est in codice capitum divisio : paginae numeris in mg. sinistr. 
sesta qaa(iue linea additis praeditao sunt. 



Ras ipsa postulare videtur ut mentionem inferani libri 
cuiusdam ms. de quo iam I. Antonelli {Indice dei mss. etc. 
p. 28) nonnulla aniinadvertit. Parvus est cod. membr. 
(cm. 12X8 ; ff. 42 + 2 cust. causa (4r et 42"^ vaco.)) corio 

14. 9. '911 



CODICES LATINI FEKRA.R1ENSES 49 

compactus et auro illitus. Custodia quae librum praecedit, 
praeter notam anni 1430 postea deletam, verba exhibet quae 
sequuntur ' Ego Joannes Rinaldius huius libri possessor '. 
In f. 42'' legimus ' Dinis Daniel Barterius Bonnoniensis Ac- 
cadcmicus Intrepidus ex hac vita comigravit anno salutis 
1574 die vero undecimo mensis octobris nocte sequenLi hora 
decima noctis ' et infra * Et dìia Bartolomea michi Joanni 
de Renaldiis opusculum hoc ob Danielis amorem et ammi- 
racionem fecit '. F. 2^ summum, post compendium IHO, 
praebet ' Terentii Affri comici praostantissimi deflorata car- 
ptim ad memoriae sustentaculum dieta feliciter incipiunt '. 
Cod. (Saec. XV) est coUectio sententiarum e Terenti fabulis 
excerpt. (ff. 2^-8^ ex Andria : ff. S^-IT"" ex Eunuche ; ff. 17''-23'^ 
ex Heautontimorumeno ; ff. 23''-29'' ex Adelphis ; ff. 29^-33^ 
ex Hecyra; ff. 33^-41'" e Phormione). Excerpta composuit Tho- 
mas Vicentinus Perrariensis qui in epistula ' ad Leonellum 
Estensem ' operi praemissa (ff. l''-2'*) rationem in opusculo 
Gonficiendo habitam exposuit (cfr. haec verba f. 1^ ' Igitur 
dum suavem et emendatum latini sermonis auctorem Te- 
rentiunì percurro : aliqua more priscorum excerpsi : et ex 
amoenissirao perinde ac ortulo defloravi : quae tibi vel ad 
agendi rationem opitulari queant '. Et infra ' Hanc autem 
lucubraciuculam meam: si tuo comprobari iudicio: vel saltem 
non damnari sensero : ad reliquos aggrediendos hoc pacto 
codices alacriorem me feceris : quos in dies Guarinus (1) ve- 
ronensis omnium huiusce aetatis oratorum longe praestan- 
tior princeps et praeceptor noster : et sedulo et dilucide 
nobis explicat ' (2). 

(1) Satis constat Guariuum Verou. inde ab ;niii<> 1429 Fenariae mo- 
ra tiim esse. 

(2) Huac codicem in iud. .signavi * Ter. exc. app. ' — Codices 
Autouelliauos signavi ' Cod. Ant. 1 ' et ' Cod. Aiit. 2 '. In conticicndis 
indicibns codicum scripturam plermiique servavi. 



studi ital. di filol. cìassicci XIX. 



50 



1(;.S. PROCACCI 



INDICES 



A. Auctores et Opera. 



A.cioiii'' schol. in Hiir. v. s. l'seii- 
(laci'onis. 

Aeli Doiiiiti i-oiiiiii. Terciiti 'lìì. 

Ambrosi (S.) epist. G; expos, in 
psaliiuim David CXVIII 11: 
picca tio (). 

Auiltrosius Ciiiiiald. 10. 

Aimnynii coniiii. granim. Hi : 
coiuin. in Cat. Dist. 30 : 
coiiiin. in Gnalt. Augi. fai). 
30; coiiim. in Inveualis sat. 
3 ; (lidasc. Torent. 2 ; epigi'. 
in Til>nllniii 19; opist. ital. 
2; epist. Sapphiis ad l^iiaon. 
19; epitaph. Lucani 27, 38: 
epitapli. Sapplin.s vatis 19 ; 
epitaph. TercMiti 2, 22; li- 
bellus de Italiae region. 2fi ; 
versus de fam. Koverella 21; 
versus de Prisciani excerptis 
42 ; vita Tib. 19. De esu 
agni Pascb. 28. De medie, 
aur. carni. 13. 

Ansaldi Car. Ang. Prudenti Amar- 
tig. in ital. serm. conv. 36 ; 
Prud Apoth. in ital. serm. 
conv. 35; Prud. Psychom. in 
ital. semi. conv. 34 ; ' prefa- 
zione ' 3(>. 

Ariosti Frane, epist, 41. 

Antoni Pauhorm. epist. 9. 

Augustini De civ. Dei 21 ; do de- 
cein cliordis 6; de duab. ci- 



vif. 7 ; de iiiini. aniinac 5 ; 
de tripl. lialiitac. 7; de virg. 
Marine 7 ; de vita beata 5 : 
de vita clirist. 5 ; epist. ad 
Malici). 2t ; manuale (J : le- 
tiact. II. -13. 21 ; serm. ad 
fratres in er. cnnim. -1, 7, 
1.5. 8(t: soliloq. lil). 0. Cf. 11. 

Basilii M. De leg. 1. gent. 7. 

Benvenuti Campesani epigr. 19. 

Hcrnai-di (S.) l'ragm. 28. 

l'iocii An. M. de clnist. lido (s. 
unni. August. ' 5 ; de cons. 
pbil. 10; in Top. Cie. cninm. 
17. 

l'niiaveuturae nionacln epigr. in 
Laur. Roverella 21. 

Bonaventurae iti.) Breviloiiuium 
o ; opusc. 30 ; fragni. 7. 

Bruni Leoub. 7. 

Caesari semi. 28. 

Campesani Benv. epig. in Cat. 
carni. 15). 

Catonis disticba 30. 

Catulli C. Val. carm. 19. 

Ciceronis M. T. de tìn. bon. et 
mal. 10 : de uat. dcor. 40 : 
de off. 25, 87 : div. in Q. 
Caec. 25, 39; oratt. in Ver- 
rem 25. 39 ; Tusc. di.sp. 20. 

[Ciceronis M. T.] Kbet. ad Her. 
14, 29, 32, 37. 

[Claudiani C] Carm. de Saiv. 4- 



CODTCES LATJKI FEKRARIENSES 



51 



Cypiiuni Thasci Caeo. ad Don. 

5 ; de boiio patientiae 5 ; de 

mort. 5. 
Daniel is raonaclii vita Dion. 

Areop. 10. 
De esu agni pascL. 28. 
Dionysi Areop. opusc. in lat. seim. 

couv. 10. 
Dtuniti Maisi epig. in Tib. 10. 
Eutropi breviar. cnm additain. 

Palili Diac. 2(J. 
Fastornni i)er litt. notae 13. 
Fiori L. Ann. cpit. 2G. 
Frontini Stratogem. 33. 
Gasparrini (sic) epist. 9. 
Gualteri Augi. fab. (s. noni. Ae- 

sopi) 30. 
Guarini Bapt. comm. in luveua- 

lisi sat. 3 (v. 8. Anon.); epig. 

in Lanr. Eoverella 21. 
Guarini Gnar. Ver. epist. 9 ; ar- 

gnra. in luv. sat. 3, 18. 
Hieronymi opnse. et epist. 1 ; do 

Lact. testini. 11. 
Hildeberti carni, de nativit. Chri- 

sti (s. noni. Claudiani) 4. 
loliannis Climaci opnsc. in lat. 

serra, coiiv. 10. 
lohannis Chrysostonii opusc. in 

lat. serra, couv. 4, 6. 
luvenalis D. I. sat. cura exc. comm. 

G. Mernlae 3; satir. fragm. 18. 
Lactanti Cael. Finn, de ira Dei 

i, 11 ; de epif. Dei 4, 11 ; 

div. iiist. 11. 
[LactanliJ de phoen. 4. 
Laurentius Valla 9. 
Lucani M. Ann. Phars. cnm adii. 

3S. 
Laschi A. iuquis. super XI oratt. 

Cic. 26. 
Marcelliui epist. ad August. 21. 
Orosi P. bist. ad. Pag. 2G. 
Ovidi P. Nas. Amor. 13 ; Amor. 

fragni. (Ili, 9) 19; de medi- 



cani, l'aciei 13 ; Fasti 13 ; 

Metam. cura ' enarrationi- 

bns ' 8 ; Cod. Ant. 1. 
[Ovidi P. Nas.] de medie, aiirium 

13 ; de nuce 13. 
Paiibormita v. s. Antouius. 
Pauli Diaconi v. s. Eutroi)ius. 
Periocbae Livianao 26. 
Persi A. Flacci sat. 18. 
Petri Damiani do cont. mundi 4. 
Plini C. Caec. Sec. epist. iiars 

(usque ad III, 4, 1) 9. 
Poggi fior, epist. 9. 
Porcelli epigr. in Laur. Eove- 
rella 21. 
Prisciani de sider. 4 : fragmenta 

inst. gramm. 42. 
Properti S. Aur. carni. 19. 
Prudenti Aur. CI. Aniartig. 36. 
Prudenti Aur. CI. Apotli. 35. 
Prudenti Aìir. CI. Psychom. 34. 
Pseudacronis scbol. in Hor. 27. 
Rambaldi Benv. liber August. 26 ; 

expos. Lucani 27. 
Rufini (?) prologns 6. 
Salviaui de gub. bomiu. 10. 
Senecae L. Ann. de benef. 12 ; 

ep. ad Lucil. 88 (XIII, 3) 12. 
[Senecae L. Ann.] de moribus 12 ; 

de paupertate 12 ; de qnat- 

tuor virt. card. 12; de rem. 

fort. malor. 12 ; epist. ad 

Paul. fgm. 12. 
Suetoui C. Tranq. de vita Caes. 26. 
Snlpici ApoU. periocbae Ter. 2, 

22. 
Taciti Corn. de vita et nior. Inli 

Agr., Cod. Ant. 2. 
Terenti P. Afri coni. 2, 22. 
Tbomae Aquin. opusc. 30. 
Tibulli Albi cniiH. 19. 
[Vergili P. Mar.] (f) de imag. 

cadi 4. 
Vitruvi fragmenta 24. 
Vsuardi martyrologimii 5. 



52 



lOS. PROCACCI, CODICES LATINI FERRARIENSES 



B. Codicum scriptores. 



Albertus 11. 

Ansaldi Carol. Aug. 84, 85, 36. 
Antonius Carpeusìs 20. 
Matthaeus Feirariensis (fr.) 1 . 
Meilns (Menilus) de Pelis (Pel- 
li8) 87. 



Mortaria Papieusis 25. 
Vicentinus Tboiuas. Ter. exc. 

app. (p. 49). 
Zauiuus de lapipera de Palau- 



zia 2. 



C. Annorum notae in codicilDus obviae. 



Vili. 


Cod. Anton 


14()(;. 


27. 


1428. 


12. 


1430. 


Ter. exc. A 


1431. 


2. 


1443. 


11. 


1454. 


37. 


1461. 


20. 


1464. 


4. 



1. 



146.S. 18. 

1470. 25. 

1471. 1. 
1477. 23. 
1508. 29. 
1640. 14. 
1574. Ter, 
160S. 32. 



exc. App. 



D. Possessores codicum. Varia. 



Albertus (fr.) 7. 

Ambrosius camaldul. v. ind. A s. 

Dionys. Areop. 
Ansaldi Car. Aug. 34, 35, 36. 
Ariosti Frane, ad Phil. fr. epist. 41. 
Ariosti fani. insigne 41.- 
Auornstiui, Do solitudine 30. 
Bar()tti, J. A. 8, 31. 
liarterins Daniel, Ter. exe. app. 
Bellini Joseph 7. 
Bybliotheca Collegii Ferrar. Soc. 

.Tesn 15. 
Rybliotheca Conminn. Ferrar, si- 

gmuu 5, 21, 'io. 
Boccacci lohanues 18. 
Borgo (Dal) Tomaso di philippo 14. 
Carbone Lud. 23. 
C'arlis (De) Joseph 13, 19. 
Carpo (de) lacobus 1 . 
Claudianus C. v. ind. A. s. Hil- 

deberti carni. 
Copiiobinni S. Georgii Forrariae 

1. 21. 



Exopi (i. Aesopi) liber v. ind. A 

8. Gnalteri Angl. 
Guariuus Veron, Ter. exc. App. 
Leoni as Nicol. 32. 
Leonins Petrus 32. 
Mernla 6. v. ind. A s. Invc- 

nalis. 
Ovidi Ortnlns (sic) 13. 
Panetins J. B. 3, 5, 10, li. 

27, 33. 
Rambaldi Benv. 27. 
Riniinaldi Johannes Maria 24. 
Rinaldi Johannes, Ter. exc. App. 
lioverella Laur. 21. 
Salonins episo. 10. 
Salveti Bernardiuns 38. 
Silvani V. ind. A s. Salviauì. 
Universlt. stnd. I'\^rr. sicrnuni 3. 

5, 6. 10, 11. 23, 25. 27, 33. 

34, 35, 36, 41, 42. 
Vicentini Thoniae ad Leoncllnm 

Atest. ep. Ter. exc. App. (p. 49). 
Villa fani. insigne 32. 



IN PANEfiYlllCOS LATINOS ANIMADVERSIONES 



Qui post editionem ab Aemilio Baehrens comparatara 
(Lipsiae, 1874) in panegyricos emendandos operam studium- 
que contulerint bis praecipue annis non defuerunt : neque, 
ut opinor, iniuria oranes fere quos hic enumerare longum 
et super vacaneum est (1) eandem ingressi viara eademque 
ratione usi codicum lectiones a doctissimo ilio viro acerrime 
saepius sed nulla prorsus necessitate immutatas, ita ut, quod 
iam multi animadverterunt, panegyricos retractasse non 
emendasse nonnusquam videatur, servandas vel lenius re- 
stituendas contenderunt. Cuius quidem rei etiam Guil. Ad. 
Baebrens in editione panegyricorum quam mos in lucem 
proferet rationem babitunim esse cura eius opus quod nuper 
commemoravi tum emendationum specimen quod recens edi- 
dit (Mnemosyne, N. S. voi. XXXVIII, 4 pp. 395-436) testa- 
tur : in quo tamen multa sane et exquisita doctrina ornato 
nimis fortasse tribuisse videtur scriptorum usui qui extrema 
litterarum Latinarum aetate floruerunt. Nam quod G. A. Baeh- 
rens, ut ipsius verbis utar, monet panegj'^ricorum scriptores 
legibus illis Ciceronianis non constrictos liberius grassatos 
esse, equidem assentior (Mnem. 1. 1. p. 433) : animadverten- 
dum tamen puto Gallicorum rhetorum orationes e Galliae 

(1) Opera et dissertatioues diligeutissime euunieravit atque in ordinem 
digessit nnperrime Guil. Ad. Baelarens (Panegyr. Lat. ed. norae praef. 
maior acc. Plinii j)aueg. cxemplar editionis, Groniugae, Wolters, 1910, 
pp. 86-89) : quibus mine addendum est opnsculuui C. Brakman (Annaeana 
nova, Velleiana, Ad script, liist. aug., Ad paneg. Lat., Lngduni Bata- 
vorum, Brill, 1910, pp. 25-34). Commemorandns est etiain R. Pichon qui 
in libro (Lea dcruiers écrivains lìrofanes, Paris, Leroux, 1906) varia et 
ornili fere numero snbtili doctrina praedito cum de multis ad panegy- 
ricos pertinentibns quaestionibus tnm de nonnullis eorum locis (pp. 292- 
296) egit. 



5.4 lOS. PROCACCI 

scholis, ut ita (licani, exstitisse, quarum uiubratilem et fii- 
catam eloquentiam praestantissimorum scriptorum ubertas 
dicendi aluit : ob earaque causam cum omnes undique flo- 
sculos poetico quodam colore adhibito carpare atque deli- 
bare tuin ab optimarum Latinae lingiiae aetatum dicendi 
genere non saepius aberrare atque recedere videntur (1). 
Ncque aliter existimaverunt qui panegyricoruin serraonem 
naturam atque ingenium scriptorum minime prodere sed 
totum fere alienum esse senserunt (2). 

Quae, quantulacumque sunt, mihi panogyricos perle- 
genti atque inter se et cum Ciceronis orationibus confe- 
renti occurrerunt ad ea quae paucis exposui confirmanda 
nonnihil valere arbitratus sum (3). 

90, 1 ' et, parva tunc licet regia, summa tamen reli- 
gione susceptum futurae maiestatis dedisse primordia, ut 
esse posset domus Caesarum quae Herculis fuisset hospi- 
tium '. Verborum ordinem ' parva licet tunc ' quem consen- 
sus librorum m r u (C) praebet servandum esse CI. Mamer- 
tini usus, ni fallor, ostendit qui voculam ' licet' in eiusmodi 
enuntiatis post primum verbum fere posuit : conferatur enim 
90, 13 ' sit licet hic illi urbi natalis dies ' et 104, 25 ' fraclo 
licet oppositus hosti '. 

99, 23 ' ita in aquas sponte subeuntes irapetura navigia 
fecerunt levi modo commota ni&u ducentium, quorum ad 
felicissimum illud exordium magis opus erat nautico Car- 
mine quam labore '. Multa ad hunc locum viri docti ani- 
madverterunt ut extreraa verba declararent (cfr. Panegirici 
antichi volgarizzati da Lorenzo Patarol con nuove note, 
Venezia, Antonelli, 1842 col. 1089). Arguta quadam sen- 
tentiola, ut solet, Mamertinus usus dixit ad naves deducen- 
das (ad felicissimum illud exordium) magis nautarum con- 

1,1) R. Piclioii oj). lami. pp. lì-l. p. 25 s(|q. Hoctiora sunt quae 
Ci. A. liaelii'ens habot in praef. sua l'iiuii ])aii('<j:yii(o praemissa (Pane- 
tiyv. Lat. (;d. uovae praef. niaior etc. pp. (5it-70). 

(2) Inter reccntiores exeuipli causa attero 1?. Pidion, op. land. pp. 37- 
!^X, 52-53 et passim. 

(8) Singulis locis immeros qiiibus Acni. Buolireus editiouis paginao 
et liuenc indicantur adscripsi. 



IN PANEGYRICOS IìATINOS ANIMADVERSIONES 55 

clamantium vocibus qiiam impellentium labore opus fuisse, 
ciim aquae ipsae ad eas recipiendas dehisoere, ut ita dicam, 
videreiitur. Verba ' nauticura Carmen ' legenti in raentem 
venit verborum Martialis ' nauticum celeuma ' (Mart. IV, 
64, 21: alia exempla affert Patarol comm. ed. laud. 1. 1.) : 
satis enini constat vocem ' celeuma ' apud Latinos scrip- 
tores cum signum quo dato remiges remis incumberent 
(Mart. Ili, 67, 4) tum claraores nautarum gaudio exsultan- 
tium significasse (cfr. P. L. ì^. ed. Baehr. Ili, 167-168; Thes. 
Lat. linguae s. v. ' celeuma ' ; Serv. ad Aen. Vili, 108). 

99, 27 ' facile itaque quivis intellegit quam prosperi te 
successus in re maritima secuturi sint, cui iam sic tempe- 
statum opportunitas obsequatur '. Etìam huius rei quam 
panegyricorum scriptores per amplificationes saepius fasti- 
diose exaggeraverunt initium et quasi semen in Ciceronis 
oratione De imp. Cn. Pompei (XVI, 48) esse duco. Confer 
enira verba ' ut eius semper voluntatibus.... etiam venti tem- 
pestatesque obsecundarint '. 

106, 26 ' obtrectant invicem sibi artifices operum sor- 
didorum, est inter aliquos etiam canorae vocis invidia, nihil 
denique tam vile tamque vulgare est cuius participes ma- 
lignis aemulationis stimulis vacent '. Lectionem traditam 
corruptam esse suspicati alii alias emendationes verbi ' ali- 
quos ' coniecerunt : Eyssenhardt ' alios ', Aem. Baehrens in 
ed. sua ' auloedos ' scripsit. C. Schenkl (Wien. Stud. HI, 1 
pp. 119-120) rectissime animadvertit operum sordidorum 
artificibus in universum commemoratis hic certum quoddam 
eiusmodi hominum geiius opponi sed loci totius difficulta- 
tibus quibusdam, quas me omnino latere fateor, adductus 
' alicarios ' emendavit et Mamertinum horum opificum de 
infima plebe, qui alicam in pistrinis molebant, hic mentio- 
nem fecisse sibi persuasit. Sed vox illa nimis longe petita 
nullo pacto ad rem nostram facit. Solebant quidem ali- 
carii, ut omnes fere opifìces hodie quoque solent, ad le- 
vandum operis laborem voce certare sed nulla erat causa 
cur orator alicarios potius quam alios quoslibet opifices com- 
memoraret. Vocula ' etiara ' quam Schenkl ofFendebat prò 
' vel ' posita est ut aliis panegyricorum locis (vide sis 108, 



56 lOS. PKOCACCI 

1 et 125, 7). Aem. Baehrens, quod ad sententiam perti- 
net, rem acu tetigisse videtur : locutionem enim quae est 
* canora vox' ad auloedos vel ad artifices scaenicos Latini 
scriptores fere rettulerunt (cfr. Thes. Lai. linguae s. v. ca- 
norus). Sed eius emendatio inutilis est cum verbis ipsis 
quae codd. praebent res perspicue, mea quidem sententia, 
significetur : Mamertinus imperatores animorura virtutibus 
inter se certantes laudat iisque vilissimam inter opificum 
viles sordidesque artes, artera auloedorum, opponit quo 
rectius contendat nihil tara vile esse quod sine aemula- 
tione fiat. 

109, 8 * nempe hieme saevissima et his quoque regio- 
nibus inusitata, cum agros glacies, glaciem nives premerent 
caelo pariter ac terris uniformibus cumque ipsi anhelitus 
hominum circa sua ora concreti rigore canescerent '. Quae 
de nivibus et glacie sunt concinnius ad enuntiatum quo de 
hieme inusitata sermo est pertinere videntur : neque ver- 
bum ' uniformis ' quid sibi velit perspicuum est (' unicolo- 
ribus ' declaratur ap. Porc-De Vit s. v.), cum longe alia 
significatione plerumque usurpetur. Patarol in italicum ser- 
raonem nescio qua ratione convertit ' rigido egualmente il 
ciel che la terra' (op. land. ed. land. col. 1110). Leviore 
adhibita medicina malim interpungere atque legere ' nempe 
hieme saevissima et his quoque regionibus inusitata, cum 
agros glacies, glaciem nives premerent, caelo pariter ac 
terris informibus etc. ' Apud Tacitum (Gemi. 2) scriptum 
videmus ' informem terris asperam caelo ' quae verba for- 
tasse orator respexit et apud lloratium (Carni. II, 10, 15) 
' informes hiemes '. Cfr. praeterea Verg. Georg. Ili, 354-355. 

Ili, 2 * atque haec quidem velut interioribus sacrariis 
operata veneratio eorum modo animos obstupefecerat qui- 
bus aditum vestri dabant ordines dignitatis '. ' Operata ' 
est Aem. Baehrens emendatio prò * operta ' cod. M, quam 
emendationem ad totius loci sensum minime quadrare recte 
l^ Gotze (Neue Jahrbb. CXLV, p. 853) animadvertit qui 
' operta ' restituit. Cod. M. lectionem praeterea lectio codi- 
cis qui fuit Frane. Pizzolpassi confirmat ut ex adversariis 
P. C. Decembri a R. Sabbadini coliatis (Studi ital. di lil. 



IN PANEGYRICOS LATIXOS ANJMADVEUSIONES 0< 

class. XI, p. 264) patet. Componantur etiam verba Pacati 
Drepani (289, 25 ' ita in laudibus tuis sanctos Palatii ritus 
et priscis aequanda caerimoniis instituta venerati gradum 
ad illa proferamus quae in medio constituta et ad publicos 
visus patentia non parti, sed in cominune condiicunt, nec 
parietibus sed orbe clauduntur, nec tecto, sed caelo ope- 
riuntur' (cfr. 217, 18 et 290, 10 ' veneratio occulta'). 

116, 12 ' nascentes vos ad spes generis humani bona 
sidera et amica viderunt ' Poeticus huius enuntiati color in 
mentem revocat versus Horati (IV, 3, 1) 

Qnem tu, Melpomene, semel 
Nascentem placido lumine videris. 

Etiara verba pan. XII, 34 (302, 17) ' spumat decolor cruore 
fluvius et cunctantes meatus vix eructatis cadaveribus evol- 
vit ' Horati versus (Carm. II, 1, 33) redolent 

Qui gurges aut quae flumiiia lugubris 
ignara belli f quod mare Dauniae 

Non decoloravere cacdes f 
Quae caret ora cruore nostro ? 

117, 14 ' quamquam raihi sedes ista iustitiae et ad agen- 
dum et ad dicendum amplissima videretur... '. G. A. Bae- 
hrens (Mnem. 1. 1. p. 395 sqq.) voculam ' ad ' quam ante 
' agendum ' corrector cod. Vaticani 1775 restituit non esse 
ponendam cura cod. M putat : sed profecto orator hic Ci- 
ceronis verba exscripsit (De imp. Cn. Pomp. I, 1 ' hic autem 
locus ad agendum amplissimus, ad dicendum ornatissimus 
est visus ') quod iam viri docti senserunt. Ncque imitationis 
argumentum in exordio ilio Eumeni ad Ciceronem compo- 
sito (cfr. De imp. Cn. Pomp. I, 1-3 cura pan. IV, 1-3) levius 
videtur. G. A. Baehrens centra emendationem qua in ver- 
bis pan. V, 1 (132, 16) ' licet dicendo acquare non possum, 
possem tamen recensere enumerando ' prò 'enumerando', 
quod Aera. Baehrens scripserat, cod. M lectio ' numerando ' 
reponitur (cfr. Mnem. 1. 1. p. 405) rectissimam esse Cice- 
ronis verba confirmant ' non dicam complecti orando sed 



Ó8 lOS. PROCACCI 

percensere numerando' (Or. cura sen. grat. egit 1, 1) quae 
orator in mente habuisse videtur (1). 

117, 25 * contestatum esse initio dicendi aput audientes 
volo temporarium me dicendi munus, atque id ipsum meis 
studiis peculiariter commodum, involare, non ad incognitam 
mihi sectam forensium patronorum alienae laudis cupiditate 
transire '. * commodum involare ' Aem. Baehrens coniecit 
prò ' commodare ' quod codd. praebent (nonnulli ' come- 
dare ' habent cfr. Patarol op. 1. col. 1262); Gotze (1. 1. 
p. 853) ' commodum arrogare ' scripsit, alii alia; G. A. Bae- 
hrens (Paneg. Lat. ed. Jiovae praef. maior p. 50) ' commo- 
dum explere ' proposuit. Haud scio an lentione codicis M 
servata * commodare ' (cfr. Plini pan. LXXl ' quippe cum 
orationi oculos vocem raanum commodares ' et Forc.-De Vit 
s. v. ' commodare ') post verbum ' munus ' lacuna statuenda 
sit. Voces saepius excidisse in panegyricorum codici bus quos 
habemus iam inulti multis locis animadvorterunt. Fac ver- 
bum ' usurpare ' (246, 3 ' aput te ac de te loquendi munus 
usurpot ') excidisse : quo restituto et verborum compre- 
hensio, nisi fallor, concinnior fiet et totius exordii sententiae 
omnia commodius respondebunt ; ncque, quod ad rationem 
metricam pertinet, res male se habebit cum huiusmodi clau- 
sularum exempla et in ceteris panegyricis et in Eumeni 
oratione non desint (cfr. G. A. Baehrens op. land. pp. 41-42 
et p. 49 sqq.). 

155, 4 * quae non illis volentibus, sed aut aliorsum 
aspicientibus, aut fatali rerum urgente cursu videntur acci- 
dere '. Haec verba cum Ciceronis loco conferenda sunt (Pro 
S. Roselo Am. XLV, 131) ' quorum nihil pernicii causa 
divino Consilio sed vi ipsa et magnitudine rerum factum 
putamus '. 

157, 16 ' facilius fuerat iugiter imperasse (quamvis enim 
magnum laborem consuetudo non sentit) : interraissa desi- 
derant novas vires '. R. Gotze (1. 1. p. 856) addidit post 
' intermissa ' vocem ' imperia ' quam sententia huius loci 

(1) Cfr. j'tiiim G. A. IJaolireus, Paneg. Lat. ed. iiovae praef. maior 
etc. p. .">1. 



IN PAXEGYRItXiS LATINOS ANIMADVRUSIOXKS 59 

flagitari putavit. Verbum tamen intercidisse non putaverim 
aliis panegyricorum locis collatis (ex. gr. confer 279, 26 et 
290, 21 ' quin cum vicinum habeant permissa fastidium, 
numquara iste mirantes explet oculos ') ubi, ut saepius fìt 
apud Latinos, huius praecipue aetatis, scriptores, adiecti- 
vorura neutra pluralia in eiusmodi sententiis absolute posita 
inveniuntur. 

197, 13 ' tibi paulo post alia in Taurinatibus campis 
pugna pugnata est, non trepidantibus ex Victoria tua re- 
bellibus, sed iratis incensisque ad ulciscendum anirais quos 
fortunae inclinatio restinguere debuisset ' etc. R. Gotze (op. 
1, p. 862) Taciti annalium loco composito (XVI, 16) scripsit 
prò ' restinguere ' verbum * restringere '. Cum vero apud Ta- 
citum animus ' patientia servili ' et * maestitia ' ' restringi ' 
dicatur, hoc loco panegyrici scriptor ait in rebus adversis 
(* fortunae inclinatio') ardorem animorum remittere debuisse. 
Coraparentur Ciceronis locutiones ' restinguere animorum in- 
cendia ' (Orat. 8, 27), ' restinguere odium ' (Rab. Post. 6, 13), 
'restinguere mentes inflamraatas ' (De orat. I, 51, 219), ad 
quas orator conformasse sua verba videtur. 

198, 23 * praesertim cum tu dies aliquot Mediolani re- 
sistens tempus omnibus sibi consulendi dedisses ut de te 
sperarent '. Optimo quidem iure R. Pichon (op. land. p. 296) 
huius loci corruptelam ipsa librorum mss. varietate (' spe- 
rare ' M ; ' speraret ' C ; ' sperare liceret ' w ; in P. C. De- 
cembri adversariis (Studi ital. 1. 1.) * tempus sibi omnibus 
dedisses de te sperare ' ubi verbum ' consulendi ' post * sibi ' 
desideratur) estendi indicavit. Verba * sibi consulendi ' quae 
saepius obscuriora visa sunt eiusdem panegyrici alio loco 
collato (201, 6) satis commode explicari possunt ut intel- 
legantur ' cum tu Mediolani resistens omnibus tempus pae- 
nitendi dedisses '. Verba ' de te sperare ' quae codd. et viri 
docti alii alio moda emendaverunt ncque, quod ad rem syn- 
tacticam pertinet, "probabilia cum illa 'tempus sibi consu- 
lendi ' praecedant (cfr. Stolz-Schmalz, Latein. Gramm.' 
p. 282 adn. 2) ncque loci sententiae necessaria a lectore 
quodara adscripta in verborura contextum irrepsisse cre- 
diderim. Locum igitur ita legere mahm ' cum tu dies ali- 



60 lOS. PROCACCI 

quot Mediolani resistens tempus sibi consulendi omnibus 
dedisses ' (G. A. Baehrens, Paneg. Lat. ed. novae praef. 
maior etc. p. 64 sqq. De r/lossematis). Qua lectione recepta 
clausula efficitur a Plinio et a ceteris oratoribiis saepe adhi- 
lita (cfr. Hofacker, De clausulis C. Caecili Plini secundi. 
Bonnae, 1903, p. 36 et p. 18 ; G. A. Baehrens op. land, 
p. 42 sqq et p. 56 sqq.)- 

219, 5 ' nec fieri potest ut, cuni spiritum quem duci- 
inus, cum tot commoda quibus aliniur divinum nobis numen 
impertiat ' etc. Imitationis vestigia satis certa, ut opinor. 
hoc loco deprehendemus si contulerimus Ciceronis verba 
(Pro S. Roselo Am. XLV, 131) ' commoda quibus utimur 
lucemque qua fruimur, spiritumque quem ducimus, ab eo 
nobis dari atque impertiri videmus '. 

253, 14 ' ncque tempus epularum ei qui saepius sta- 
tarium prandium ad necessitatem Immani corporis capiat 
gaudens castrensi cibo, ministerio obvio et poculo fortuito '. 
Codicis M lectionem ' tempus ' omnes fere viri docti cor- 
ruptam esse arbitrati alii alia ratione sanare conati sunt. 
M. Haupt (Opuscula III, 2, Lipsiae, 1876 p. 462) ' sumptus ' 
scripsit, R. Unger (Philologus XXXIV, 84) 'opimitas ', Aem. 
Baehrens in ed. sua * impensus '. Sed, raea quidem senten- 
tia, Mamertinus panegyricorum locum communem in ora- 
tione sua retractans nonnulla bis verbis addidit : imperatoris 
enim tenui et parco victu commemorato cui, ut Drepani 
verbis utar, ' laboratas cenarum magnitudines ' cetcrorum 
imperatoriim opponit, ne tempus quidem certum epularum 
ei esse ait : ad hoc optime quadrare videntur ceterae huius 
enuntiati partes ('statarium prandium ' de qua voce cfr. quae 
scripsit Patarol op. laud. col. 2125; 'ministerio obvio'; 
' poculo fortuito ') quibus omnibus eadem res àliis verbis 
significatur. Ergo codicis M lectio ' tempus ' cum probabi- 
lem praebeat sensum neque totius sententiae interpretationi 
repugnare videatur coniecturis quas nuper commemoravi 
praeferenda est cum illis res iam ab oratore amplificatio- 
nibus declarata renovetur (recte intellexit Pataroi qui vertit 
'un'ora fìssa di cibo' op. laud. col. 2036). 

253. 25 ' at sanctissitnus imperator impense studet ut 



IN PANEGYKICOS LATINOS ANIMADVERSIOXES 61 

nos prò dignitate habitemus, ut coramodis affluamus, ut 
castani quidem, sed hilarem ducamus aetatem, cura alios 
principes labor truces, reraissos desidia reddiderit semperque 
seriis imperatoribus gratia, communibus defuerit industria '. 
Cura A et codice Bertin. lectionein ' coraibus ' prò ' com- 
raunibus ' raalim. ' Corais ' cura apiid alios panegyricorum 
scriptores tura apud Mamertinura inveniraus (cfr. 261, 7 
' parura come, sub rusticuni ') : apud Spartianum (Hadr. 14 
ed. Peter) haec de Hadriano scripta sunt ' idem severus 
laetus, comis gravis, lascivus cunctator, tenax liberalis, sirau- 
lator siraplex, saevus cleraens et seraper in onuiibus varius '. 
Ncque est quod moneam apud Latinos scriptores ' severi- 
tatera ' et ' coraitatera ' voces contrarie relatas pleruraque 
esse : Maraertinus hoc loco ' seriis ' prò ' severis ' scripsit 
(cfr. 153, 7). Lectionera ' comraunibus ' non satis fìrrao ar- 
guraento defendit G. A. Baehrens (Paneg. Lat. ed. novae 
praef. raaior etc. p. 33). 

264, 5 ' arma igitur et iuvenes cura gladiis atque pilis 
non custodiae corporis sunt sed quidam imperatoriae raaie- 
statis sollemnis ornatus. Quid enini istis opus est, cura fìr- 
missirao sis rauro civici amoris obsaeptus ? ' Coraponenda 
sunt Ciceronis verba orationis prò Marcello (X, 32) quara 
panegyricorum scriptores imitatos esse viri docti saepius 
aniraadverterunt (S. Brandt, Euraenius von Augustodu- 
nura, Freiburg, 1882 passira) ' non raodo excubias et cu- 
stodias, sed etiara laterura nostrorura oppositus et corporum 
pollicemur '. Hunc panegyricorura locura coramunem in 
suara rera etiam alii oratores converterunt (cfr. pan. XII, 
47 et pan. II, 11 ; Plini pan. XLIX, 2). 

269, 12 ' bis maxime servire iudicibus qui de rebus 
gestis tuis sine odio et gratia venturis saeculis iudicabunt '. 
Verba ' sine odio et gratia ' G. Brakman nuperrirae (op. 
laud. p. 33) e Tacito (Ann. 1,1) fluxisse putavit * panca de 
Augusto et extrema tradere.... sine ira et studio '. Sed Ci- 
ceronis locura in raente habuisse scriptor videtur (Pro 
Marc. IX, 29): 'Servi igitur iis etiam iudicibus, qui multis 
post saeculis de te iudicabunt, et quidcra haud scio an in- 
corruptius quara nos : nam et sine araore et sine cupiditate 



62 lO.S. IMtOCAl (Jl, IN PANEGVRICOS I.ATINOS ANIMADVERSTONES 

et rursus sine odio et sine invidia iudicabunt ' (cfr. 'L'ora- 
zione per il ritorno di M. CI. Marcello riveduta e commen- 
tata da Riccardo Cornali, Torino, Loescher, 1890 ' praef. 
p. XXIII). 

1^04-, 2C) ' tanta se et tam simplici exultatione iactabat, 
ut, ni esset vera laetitia, mimica videretur '. Aein. Baehrens 
cod. M testimonio neglecto ' mimica' prò 'nimia' scripsit : 
sed apud Mamertinura (207, 23) haec suiit ' nimiae laetitiae 
decoris sunt et gravitatis immemores'. Qua voce restituta 
nulla medela huius loci sententiae necessaria videtur. 

309, 27 ' carnifìcem furiis comitatus ultricibus obside- 
bas et irata ac minax umbra ob os eius oculosque fumantes 
infernis ignibus taedas et crepitantia torto angue flagra 
quatiebas '. Quae P. Drepanius in furiis describendis habet 
cum Enni IVagmento quodam conferre possumus (cfr. Rib- 
beck, Tragicor. Romanor. fragmenta^ p. 21) fabulae cui 
inscriptum erat ' Alcumeo ' (Ennianum versum a Mamertino 
prolatum vide in pan. Ili, 16 p. 114, 9). Quae autem de animi 
conscientiae cruciatu apud P. Drepanium sunt (310, 25) in 
mentem revocant Ciceronis verba (Pro S. Roselo Am. XXIV. 
67) ' Suum quemque scelus agitat.... suae nialae cogitatio- 
nes conscientiaeque animi terrent ' (cfr. Cic. Parad. II, 18). 

Dabara Taberna Frigida Nonis .Jan. a. MCMXI. 

losEPHvs Procacci. 



LA COMPOSIZIONE 
DEL LIBRO DUODECIMO DI OUINTILIANO 



Il libro XII dell' 'LO.' di Quintiliano, a chi lo consideri 
un po' attentamente, presenta non solo incertezze ed oscu- 
rità di senso dipendenti soprattutto dalle condizioni in cui 
ci è stato trasmesso nei manoscritti, ma anche qua e là un 
certo disordine ed artificio nella distribuzione della materia, 
tanto che Max Bonnet in ' Revue de philologie ' XVII, 1893, 
pag. 117, afferma addirittura che i vari capitoli di questo 
libro, troppo ammirato a suo parere, non hanno relazione tra 
di loro, e che l'autore ve li ha riuniti solo perchè non 
aveva saputo collocarli altrove. L'asserzione è esagerata, 
anzi falsa, perchè il libro XII, come vedremo, entra in buona 
parte, non meno che i precedenti, nel disegno generale del- 
l' 'I. 0. '; però, come già osservai neW Introduzione alla mia 
edizione commentata del libro (1), un po' di vero c'è nel- 
l'osservazione, sulla quale il Bonnet la fonda, che cioè nei 
libri VIII-XI, anziché nel XII, dovevano esser collocate 
varie argomentazioni riguardanti sostanzialmente l'elocu- 
zione. Né ha torto lo stesso Bonnet di metter in rilievo 
alcune sconnessioni e ripetizioni, dalle quali, come da altre 
accennate da me nel luogo indicato, si può ragionevolmente 
indurre che il libro XII risente, forse piti dei precedenti, del 
difetto di lima, a cui il saggio Quintiliano avrebbe rime- 
diato, se non fosse stato spinto ad affrettar la pubblicazione 
dalle quotidiane insistenze dell'editore Trifone. Ad ogni 
modo, anche prescindendo da siffatte considerazioni, nelle 
quali bisogna procedere con molta cautela per non attribuire 

(1) ' M. F;il)i C^iiiiitiliiuii Institutiouis Oratoriae lilicr (liuidecirmis ' 
con introduziont) e coiiiiiRMito di Achille Beltranii. Roma-Milano, Società 
editrice Dante Alighieri di Allirighi, Segati e C, 1910 : introd., pa- 
gine XLII-XLIV. 



61 ACIIILLIC UELTKAMl 

a mancanza dell' * extrema manus ' ciò che invece potrebbe 
rispondere ad effettiva intenzione dì Quintiliano, mi pare 
che non sia fatica inutile il raccogliere gl'indizi, che l'esame 
del contenuto ed il confronto col resto dell'opera ci offrono 
rispetto alla composizione del libro XII. 

La materia di questo libro è enunciata, insieme con quella 
degli altri, nel proemio del libro I § 22 con le seguenti parole: 
« Unus (se//, liber XII"^') accedet, in quo nobis orator ipse 
iuformandus est : ubi, ' qui mores eius, quae in suscipiendis, 
discendis, agendis causis ratio, quod eloquentiae genus, quis 
agendi debeat esse finis, quae post finem studia ', quantum 
nostra valebit infirmitas, disseremus ». Qui dunque sono 
espressamente designati i capitoli I (tit. * Non posse orato- 
rem esse nisi virum bonum '), VII (tit. ' Quae in suscipien- 
dis causis oratori observanda sint '), VIII (il quale comincia 
' Proxima discendae causae ratio ' etc.j, TX (tit. ' Quae in 
agendis ', scil. * oratori observanda sint '), X (tit. ' De ge- 
nere dicendi '), XI §§ 1-3 (dove si afferma e dimostra che 
l'oratore deve aver l'accortezza di smettere a tempo la sua 
professione, sicché ' finem... dignum et optimo viro et opere 
sanctissimo faciet '), ed infine i §§ 4-7 dello stesso e. XI, 
dove si espongono gli ' studia ' dell'oratore dopo il suo ri- 
tiro dalla vita forense. 

Restano dunque esclusi i capitoli II-VI, nonché il resto 
del cap. XI (§§ 8 fine). Per quest'ultima parte ciò è na- 
turalissimo, perchè essa serve di chiusa non al lib. XII in 
particolare, ma a tutta 1' ' Institutio " : è l' affermazione 
aperta della coscienza che l'autore ha d'aver insegnato 
tutto quello che sapeva, ed è insieme un inno alla potenza 
dell'ingegno umano, per cui anche l'arduo e complesso 
ideale dell'eloquenza non è affatto irraggiungibile, purché 
si segua una via giusta e si faccia tesoro del tempo. 

Ma il silenzio è significativo per ciò che riflette la ma- 
teria dei capitoli II-VI. Quintiliano non è di quegli autori 
(e sono la maggior parte) che scrivono i proemi dopo che 
r opera é stata compiuta e l' orditura dell' opera stessa 
si venne modificando nel corso dell'esecuzione. Rispetto a 
lui invece si può, senza tema d'errore, affermare che i 

11. 10. '911 



LA COMPOSIZIONE DEL LIBRO DUODECIMO DI QUINTILIANO 66 

proemi della sua ' Institutio ' furono scritti nel tempo che 
corrisponde al posto da essi occupato. Sicché nei §§ 21-27 
del proemio al libro I è riassunto il disegno generale del 
lavoro, quale veramente Quintiliano ideò già da principio 
sin nei minuti particolari, e quale egli poi svolse con rara 
diligenza e compiutezza; e l'assenza di allusioni al conte- 
nuto dei ce. II-Vl del libro XII è indizio sicuro che essi 
dicono cose estranee a ciò eh' era nell' animo dell' autore, 
quando s'accinse a scrivere. Ebbene consideriamone breve- 
mente il soggetto. 

I ce. II-IV contengono la metodologia od enciclo- 
pedia oratoria : e. II ' Cognoscenda oratori quibus mores 
formentur ' ; — e. III ' Necessariam iurìs civilis oratori scien- 
tiam '; — e. IV ' Itera historiaruni '. E un argomento con- 
nesso strettamente con una questione che da secoli si di- 
batteva tra coloro, i quali pretendevano dall'oratore una 
conoscenza universale delle arti liberali e d' ogni dottrina 
speculativa e pratica, e quelli invece che, non riconoscendo 
la necessità di questa sconfinata preparazione scientifica, 
s' accontentavano della coltura comune unita alle cogni- 
zioni inerenti alla causa, cognizioni che l'oratore poteva 
acquistare volta per volta. Per quanto il tema fosse inte- 
ressante non solo per se ma anche perchè toccava da vicino 
il dissidio tra retori e filosofi riguardo al dominio della rispet- 
tiva loro ars nell'educazione dell'oratore, è lecito immagi- 
nare che Quintiliano, il quale nella materia del libro I aveva 
compreso la iyxvxÀiog Tiaiòeia necessaria al giovane studioso 
d'eloquenza prima d'esser affidato al retore, non si fosse 
proposto, almeno da principio, di consacrare poi una diffusa 
trattazione ad un argomento svolto già con tanta ricchezza 
di parole e di idee da Cicerone^ col quale, in fondo, andava 
d'accordo. Giacché è vero che in II 21, 14 egli si esprime 
in modo da sembrare che limiti le pretese, in fatto di dot- 
trina, assai più di Cicerone : « Solet a quibusdara et illud 
opponi : omnium igitur artium peritus erit orator, si de 
omnibus ei dicendum est. Possem hic Ciceronis respondere 
verbis, apud quem hoc invenio : — mea quidem sententia 
nerao esse poterit crani laude cumulatus orator, nisi erit 

studi ital. (li fìlol. classica XIX. ó 



P,6 ACHILLE BELTRAME 

omnium rerum magnarura atque artium scientiam consecu- 
tus — : sed mihi satis est eius esse oratorem rei, de qua 
dicet, non inscium. Neque enim omnis causas novit, et debet 
posse de omnibus dicere. De quibus ergo dicet ? de quibus 
didicit » etc. Ma ciò non esclude che l'oratore anche per 
Quintiliano, come già per Cicerone, debba possedere, oltre 
ai precetti retorici, anche le discipline, senza le quali i pre- 
cetti stessi sarebbero vani, cioè filosofia, diritto e storia. 

Orbene, si può pensare che Quintiliano nell'espressione 
* qui mores eius ' abbia voluto comprendere anche questa 
materia? Una tale ipotesi a me pare arrischiata, anzi da 
escludersi. I ' mores ' sono concretati nel ' vir bonus ' del 
e. I, il che è dimostrato dall' esordio del e. II : « Quando 
igitur orator est vir bonus, is autem citra virtutem intellegi 
non potest, virtus, etiara si quosdam impetus ex natura su- 
mit, tamen perficienda doctrina est : * mores ante omnia 
oratori studiis erunt excolendi atque omnis honesti instique 
disciplina pertractanda ' » etc. Dunque fino al e. II Quinti- 
liano ha ragionato dei ' mores ' : ora viene a parlare del 
modo di raffinarli, e precisamente dell'etica. Cosi il di- 
scorso è ormai caduto sulla inscindibilità della sapienza 
filosofica dall'abilità della parola: necessità ch'egli aveva 
già solennemente proclamata nel proemio del libro I, §§ 9-20, 
di cui i cap. II-IV del libro XII sono, in fondo, un amplia- 
mento con frequenti riscontri di concetto e di espressioni. 

Quintiliano aveva colà affermato che l'oratore non può 
ignorare nessuna parte della filosofia : che anzi la separa- 
zione delle due arti è innaturale e deplorevole. Non poteva 
quindi, una volta ritornato su questo tema, astenersi dal 
ribadire le sue argomentazioni in rapporto non solo all'etica 
ma anche alle altre due parti della filosofia. Ed ecco che 
egli si trova indotto ad attaccare all'etica la dialettica e la 
fisica, sebbene siano estranee ai * mores '. Ma una erudi- 
zione esclusivamente filosofica non è nemmeno essa suffi- 
ciente ; occorre altresì la conoscenza del * ius ' e della sto- 
ria : epperò dell'uno e dell'altra discorre l'autore, sebbene 
anche queste discipline non abbiano nulla a vedere coi 
' mores '. 



LA COMPOSIZIONE UKL LIBRO DUODECLMO DI QUINTILIANO G7 

Del resto, è lo stesso Quintiliano che ci avverte d'avere 
toccato un soggetto estraneo ai ' raores ' ; ed interessante, 
a questo riguardo, è l'esordio del e. V", dove, riassumendo 
i capitoli precedenti, egli dice : « ' Haec ' sunt, quae me 
redditurum promiseram, ' instrumenta ' non artis, ut quidam 
putaverunt, sed ipsius oratoris. ' Haec arma ' habere ad 
manum, ' horum ' scientia debet esse siiccinctus » etc. Ora, 
r ' haec ' e 1' ' liorum ' non si riferiscono a ciò che segue, 
ma riassumono ciò che precede ; sicché nei ce. II-IV ha 
discorso non dei ' mores ', ma degli * instrumenta ', la cui 
trattazione egli poi completa nel e. V, che porta il titolo 
' Quae sint artis oratoriae instrumenta ', titolo che in realtà 
si riferisce anche ai tre capitoli precedenti. Questi ' instru- 
nienta ' sonò le armi che l'oratore deve aver alla mano e 
conoscere a fondo insieme con le cinque parti costituenti 
la tecnica retorica : per essi, che son frutto di studio, bril- 
lerà la sua virtù, non meno che per V ' animi praestantia ', 
essenzialissima tra le doti dell'oratore, e per gli altri ' instru- 
menta naturalia ', cioè ' vox, latus, decor ' (e. V). L'espres- 
sione poi ' quae me redditurum promiseram ' ci richiama alla 
chiusa del libro li (e. 21 § 24) : « Quaesitum a paucissimis 
et de instrumento est. ' Instrumentum ' voco, sine quo for- 
mari materia in id, quod velimus effici, opus non possit. 
Verum hoc ego non artem credo egere, sed artificem. Nc- 
que enim scientia desiderat instrumentum, quae potest esse 
consummata, etiam si nihil faciat, sed ille opifex, ut cae- 
lator caelum et pictor penicilla. * Itaque haec in eum locum, 
quo de oratore dicturi sumus, differamus '». Donde si ricava 
che Quintiliano alla fine del libro II aveva già ampliato il di- 
segno del XII ; e la ragione non mi par difficile a scorgersi. 
Egli nel lib. Il tratta il soggetto enunciato nel proemio del 
lib. I e, dopo aver esposto ' quae de ipsa rhetorices substantia 
(]uaeruntur ', ricorda che si è da alcuni pochissimi esaminato 
anche, quale sia l' istrumento di cui si serve la retorica : 
ma tale argomento esce dalla materia assegnata al libro ed 
ormai svolta per intero, e Quintiliano si riserva di svilup- 
parlo nel lib. XII, dove parlerà dell'oratore. Il che egli fa, 
accodando gli ' instrumenta ' ai ' mores ' e soffermandosi 



68 ACHILLE BELTRAMI 

intorno alla filosofia, al ' ius ', alla storia ed anche all' im- 
portanza dell'* animi praestantia ', mentre per gli altri ' in- 
strumenta ', cioè * vox, latus, decor ', si limita ad un sem- 
plice accenno, avendone già trattato nel libro XI a proposito 
della ' pronuntiatio '. 

Quanto al e. VI, che ha per titolo * Quod sit incipiendi 
causas agere tempus ', la sua materia di per sé evidente- 
mente non ha alcun legame diretto ne coi * mores ' né con 
gli * instrumenta ' : ma tuttavia si può scorgere una rela- 
zione dipendente dall'ordine del ragionamento? Nel capitolo 
precedente Quintiliano ha insistito assai suU' ' animi prae- 
stantia ', ed ha chiuso tutto il discorso sui ' mores ' e sugli 
* instrumenta ' con le parole (§ 6) : « Talis esse debet ora- 
tor, haec scire ». Terminato cosi l'argomento delle qua- 
lità e delle cognizioni necessarie all'oratore, si afflacela alla 
mente sua la questione dell' età, in cui conviene iniziare la 
carriera forense, età che ciascuno deve regolare a seconda 
delle sue forze e con giusto criterio, e che non dev'essere 
né troppo immatura né troppo avanzata, perché se per la 
soverchia fretta « et contemptus operis innascitur et futi- 
damenta iaciuntur impudentiae et, quod est ubique perni- 
ciosissimum, praevenit vires fiducia » (XII 6, 2), è pur vero 
d'altra parte che (6, 3) « fructum studiorum viridem et 
adhuc dulcem premi decet, dum et veniae est spes et pa- 
ratus favor et audere non dedecet » etc. Donde la persua- 
sione di Quintiliano che non si possa approvare neanche il ri- 
tardar troppo il tirocinio forense e l'invecchiare nelle scuole, 
perché (6, 4) « quantumlibet secreta studia contulerint, est 
tamen propri us quidam fori profectus, alia lux, alia veri di- 
soriminis facies, plusquo, si separes, usus sine doctrina quain 
citra usum doctrina valeat ». 

Gli 'studia' abbracciano tanto la tecnica quanto l'en- 
ciclopedia oratoria e sino ad un certo punto anche gì' ' in- 
strumenta naturalia ' « quae tamen et cura iuvantur » (XII 
5, 5). Quindi il e. VI può, sotto questo riguardo, consi- 
derarsi come una continuazione naturale del V : anzitutto 
l'oratore abbia le doti naturali e s'impossessi degl' * instru- 
menta ' che occorrono a formare le ' vires ', poi scelga il 



LA COMPOSIZIONE DEL LIBRO DUODECIMO DI QUINTILIANO 69 

momento buono per cimentarsi, col sussidio di esse, nel dif- 
ficile arringo del foro e, dopo aver esordito con una causa 
facile e simpatica, ritorni per qualche tempo allo studio, 
per ritemprare le forze e colmar le lacune, sull'esempio del 
grande Cicerone. Tale appare il nesso logico delle idee ; e 
nel medesimo tempo è aperta a Quintiliano un'ottima via 
per ripigliare il disegno primitivo del libro XII, nel qual 
disegno, come sopra vedemmo, dopo i ' mores ' veniva la 
' ratio in suscipiendis causis '. Difatti il e. VII cosi comincia: 
« Cum satis in omne certamen virium fecerit, prima ei cura 
in suscipiendis causis erit » etc. La materia del e. I era 
ormai lontana ; anche la parentesi sugi' ' instrumenta ' era 
finita col e. V ; il e. VI, che parla delle ' vires oratoris ', 
costituisce una specie d'anello di congiunzione tra la me- 
todologia connessa con un po' di sforzo ai ' mores ' e la 
continuazione del piano originario. 

Ne queste osservazioni soltanto ci suggerisce l' attenta 
lettura del libro XII : vediamo, p. es. un po' minutamente 
il e. I. In esso la parte, che concerne strettamente i ' mo- 
res ', è limitata ai §§ 1-13 e 23-32, mentre il capitolo 
consta di 45 paragrafi. Nei primi 13 paragrafi Quintiliano, 
prendendo le mosse dalla definizione Catoniana dell' ora- 
tore, afferma la maggior importanza delle qualità morali 
in confronto della stessa valentìa oratoria e sviluppa la 
sua tesi sotto un duplice aspetto, cioè guardando all' in- 
teresse della società umana ed alla persona dell'oratore. 
Riguardo al primo punto di vista dichiara: « si vis illa di- 
cendi malitiam instruxerit, nihil sit publicis privatisque rebus 
perniciosius eloquentia » etc. (§ 1) : rispetto al secondo, egli 
adduce argomenti di ordine morale, psicologico e pratico 
per dimostrare che non solo un oratore dev'essere un ga- 
lantuomo, ma che non può nemmeno riuscir vero oratore 
se non è tale (§ 3) : « Neque enim tantum id dico, eum, qui 
sit orator, virum bonum esse oportere, sed ne futurum qui- 
dem oratorem, nisi virum bonum ». La dimostrazione poi è 
interrotta dal § 14 al § 23, donde riprende con un ragiona- 
mento non molto ordinato sino a tutto il § 32, specificando 
come dev'essere inteso il vero oratore ed il suo ufficio, ac- 



70 ACHILLE BRLTRAMI 

cennando alla necessità degli studi filosofici per l'oratore (al 
quale tema dedicherà poi il e. II) ed alla sfavorevole con- 
dizione dell'oratore disonesto costretto sempre a dir cose 
che non sente, ed infine esortando e giovani ed uomini ma- 
turi a tendere verso l'ideale oratorio, col quale è in perfetto 
contrasto la malvagità dell'animo. 

Questo è il vero nucleo del e. I, a cui si sovrappongono 
due digressioni, la prima dal § 14 a tutto il § 22, la se- 
conda dal § 33 alla fine : esse meritano d' esser prese bre- 
vemente in esame, in quanto contribuiscono a palesarci il 
modo, con cui Quintiliano venne componendo il libro XII. 
Si tratta di due obiezioni che, secondo il pensiero dell'au- 
tore, potrebbero esser mosse alla sua tesi, e che egli quindi 
vuol subito ribattere : vediamole da vicino, cominciando 
dalla seconda, la quale è aggiunta al contesto cosi (§ 33) : 
« Videor mihi audire quosdam.... illa dicentes : Quid ergo 
tantum est artis in eloquentia ? » etc. 

Quintiliano, a conferma della definizione catoniana del- 
l'oratore, ha dimostrato 'non posse oratorem esse nisi vi- 
rum bonum ' : nulla più naturale quindi della seguente obie- 
zione : « se non può esser oratore che il galantuomo, e 
questi deve serbarsi rigorosamente tale, il lungo studio teo- 
rico dell' ' ars oratoria ' diventa inutile, perchè il galantuomo 
non può far violenza alla verità e perciò tratterà soltanto 
cause giuste, le quali hanno già una difesa sufficiente nella 
bontà propria senza bisogno di patrocinatori ». Ed è pur 
naturale che Quintiliano s' affretti a replicare, osservando 
anzitutto, in linea generale, che lo studiare il modo di so- 
stenere anche la menzogna e 1' ingiustizia non è dannoso, 
se non altro perchè ci abitua a scoprirle ed a confutarle : 
secondariamente, che molte azioni, per sé suscettibili d'esser 
ritenute cattive, diventan buone, se le ha determinate un 
grande interesse pubblico, sicché un oratore onesto potrà 
giustamente assumerle : infine, che spesso anche le migliori 
cause somigliano alle cattive per effetto d'apparenze fallaci, 
e quindi bisogna conoscere i mezzi atti alla difesa di queste 
cause, la cui bontà non facilmente risalta, e regolare il 



LA COMPOSIZIONE DEL LIBIIO DUODECIMO DI QUINTILIANO 71 

discorso a seconda dei bisogni di essC; sempre però ' ma- 
nente honesta voluntate '. 

La digressione dunque non esce affatto dal tema, anzi 
ne è il compimento spontaneo, prevenendo e confutando la 
più ovvia e grave obiezione, di cui era suscettibile il con- 
cetto d' un oratore ' tam moribus quam dicendi virtute per- 
fectus '. Altrettanto non può dirsi dell'altra obiezione. 

Nei paragrafi immediatamente precedenti (10-13) è stata 
affermata 1' insensatezza di chi osasse sostenere questa tesi 
« eodem ingenio, studio, doctrina praeditum nihilo deterio- 
rem futurum oratorem malum virum quam bonum (§ 10) » ; e 
la confutazione è stata appoggiata su questo argomento, che 
cioè l'oratore onesto ottiene più facilmente lo scopo d'ogni 
orazione, ossia la persuasione, ed inoltre è maggiormente 
creduto in confronto d'un oratore malvagio, il quale anzi già 
di per sé stesso viene ritenuto indizio di causa cattiva. La 
continuazione naturale di questo ragionamento va cercata 
al § 23 : « Concedamus sane; quod minime natura patitur, 
repertum esse aliquem malum virum summe disertum ; ni- 
hilo tamen minus oratorem eum negabo » etc. La connes- 
sione v' è tanto nel pensiero quanto nella forma. Prima si 
è provata l'assurdità dell'asserzione che un uomo cattivo, 
il quale abbia ingegno, appHcazione e dottrina pari all'uomo 
dabbene, possa essere non inferiore a questo come oratore : 
ora si prosegue dimostrando che, anche ammesso il caso 
impossibile di un ' malus vir summe disertus ', egli non 
sarà però mai un ' orator ' nel senso nobile della parola. 
Ma il discorso è interrotto bruscamente, dopo la prima parte 
della confutazione, con queste parole (§ 14) : « ' Nunc ' de iis 
dicendum est, quae raihi quasi conspiratione quadam vulgi 
reclamar! videntur : ' Orator ergo Demosthenes non fuit ? 
atqui malum virum accepimus. Non Cicero ? atqui huius 
quoque mores multi reprehenderunt ' ». Il ' nunc ' è poco 
a proposito : la difesa di Demostene e di Cicerone, che 
pure è una delle pagine più sentite e più simpatiche del- 
l' ' Institutio ' e fa onore al sereno ed imparziale giudizio 
di Quintiliano, poteva, se mai, trovar posto alla fine del 



72 A. BELTKAMl, LA COMPOSIZIONE DEL LIBRO XII DI QUINTILIANO 

§ 32, dove termina la dimostrazione che il * malus vir ' non 
può essere un vero oratore, ed a conclusione di ciò che è 
stato detto intorno ai ' mores ', si afferma recisamente: 
<^ Hoc certe procul exiraatur animo, rem pulcherrimam elo- 
quentiam cum vitiis mentis posse raisceri. Facultas dicendi, 
si in malos incidit, et ipsa iudicanda est mahmi : peiores 
enim illos facit, quibus contingit ». Ma a queste parole suc- 
cedeva già l'obiezione, di cui ho discorso precedentemente; 
e perciò Quintiliano, che nel primo abbozzo del libro XII 
probabilmente non aveva pensato a ciò che si poteva op- . 
porre alla sua tesi nei rispetti degli stessi sorami campioni 
dell' eloquenza, rileggendo poi il libro, senti il bisogno di 
sciogliere il tributo di venerazione ai due massimi oratori 
antichi, e con grande calore prese a difenderne la figura 
politica e morale ed anche 1' arte, inserendo, forse provvi- 
soriamente, questo splendido brano apologetico tra le due 
parti del ragionamento principale e cercando di collegarlo 
ad esso con quelle parole * Nunc de iis dicendum est, 
([uae ' etc. Ma l'artifizio è mal dissimulato, e forse Quin- 
tiliano avrebbe trovato il posto naturale anche per quest'ag- 
giunta ed in genere avrebbe elaborato meglio la composi- 
zione del libro XII fondendo con maggior accorgimento la 
parte nuova con la primitiva, se alle ' secundae curae ' 
avesse aggiunto 1' ' extrema manus ' ossia quell'accurata re- 
visione di tutta l'opera, che era nelle sue intenzioni ma che 
per la fretta non potè effettuare, come egli stesso dichiara 
nell'epistola a Trifone. 

Così si riscontrano nel libro XII di Quintiliano le tracce 
di innesti posteriori nel disegno originario dell'opera e, in ge- 
nere, gì' indizi di un lavoro di rimaneggiamento più o meno 
esteso e felice, quale si scopre anche in altre opere antiche, 
tanto prosastiche quanto poetiche, ed è stato p. es. rilevato 
con l'abituale perspicacia e dottrina da H. Sabbadini nel 
' De officiis ', nelle Georgiche, nelT Eneide ecc., e confer- 
mato con nuovi e forti argomenti da C. Pascal rispetto alla 
composizione del libro terzo dell' Eneide. 

lilisc'ui. ;i;;()st<i 1911. 

Armi. li: Beltkami. 



LYCOPHRONEA 



CAMILLVS CESSI 



Quibus temporibus Carmen, quod Alexandra inscribitur, 
Lycophroii scripserit acerrime etiam nunc viri docti dispu- 
tant, cum alii aliam de hac re sententiam ferant. Neque vero 
iillo modo fieri potest iit inumi idemque viri docti sentiant ac 
probent; nam cum in plurimis versentur erroribus, tum prae- 
cipue hoc implicantur gravissimo quod de arte ingenioque 
illius aetatis, quam alexandrinam vocant, falsam eam ha- 
beant opinionem qua permoti soleant omnia eodem animo 
indicare et perpendere minime rerum naturam rationemque 
penitus perscrutati. 

Cum vero plures illius aetatis poetae principum atque 
regum animo tumido elatoque vel levi inanique blandiren- 
tur maximis laudi bus vel insolenter prolatis vel callide si- 
gnificatis ut deformi obsequio gratiara eorum captarent 
fortunasque suas augerent, saepius viri docti putarunt ora- 
nes poetas scriptoresque eandem viam ingressos adulatione 
ac favore sua carmina scriptaque imbuisse, cum minime 
viderentur temporum ingenium atque artis indolem intelle- 
xisse. Nemo autem est qui dubitet declarare saepissime in 
carrainibus illius aetatis indicia atque significationes rerum 
iis temporibus gestarum occurrere quae animos mentesque 
eorum qui legunt permovere ac turbare possint, sed ani- 
madvertendum est utrura de industria poeta vel scriptor, 
utilitatis tantum causa inductus, illas rerum notiones de- 
scripserit an inconsulto cum aetatis ingenio artisque legibus 
indulgerei : sed hac de re amplius alio loco dicam. Nunc 
ad ' Alexandram ' redeo, cum mihi satis sit quaestionem in 
universum movisse, quam aliqua ex parte mihi necesse est 



74 e. CKSSi 

persequi in refiitanda virorum doctoruin opinione qui nimia 
audacia atque satis acri iudicio nonnullos carminis locos 
exagitarunt ut adiilationis vestigia invenirent atque decla- 
rarent quasi in profundo veritatem Lycophron penitus ab- 
strudere voluisset. x\t qua de causa? Quod si hanc senten- 
tiam sequi volunius diflicile intellectu est quem fructum 
percipere ex cannine potuerit poeta sive romanos sive suos 
cives voluit fovere Lycophron, cuni nemo etiam tum posset 
ea indicia declararé nisi qui doctissimus peritissimusque es- 
set. Alia vero via poetae tenenda erat quam Callimachus 
atque Tiieocritus callide persecuti sunt. 

Veniamus ad vv. 1226-1282 et 1435-1450 quos acutissime 
interpretati variis sententiis declararunt viri docti cum ve- 
tus grammaticus iam non dubitasset affirmare Lycophronem 
qui totuin Carmen scripsisseL eundem non esse qui illos ver- 
sus addidisset(l). Gravissimam quaestionem postWilamowitz- 
ium atque Holzingerum — ut recentiores tantum nominem 
atque gravissimos scriptores — retractarunt I. Beloch, Em. 
Ciaceri, C. N. Zappulla quos omnes hic rapuit error quod pu- 
tarunt omnia suae aetatis eventa descripsisse Lycophronem 
quasi rerum graecarum scriptor factus esset religiosissimus. 
Qua de re alii aliam viam ingressi saepius obscurum iam to- 
tius carminis sensum — quod nemo negare audet — magis 
effecerunt dubium cum tenebras vel clarissimis rebus obdu- 
xissent. Ipse vero obscuritatem removere sum conatus cum 
illa tantum facultate quae ad hominum communem sensum 
spectat declarandi mihi viderentur illi loci, neque dubitavi 
aliqua ex parte sententiam, quain Wilamowitzius et Ciace- 
rius protulerunt, sequi. Nullum eniiu erui potest ex illis 
verbis « yfjg y.aì Oa/idaoijg oy.ìjJiTga xal fiorao/iar kalióìneg » 
(v. 1229 sq.) argumentum (juo statuamus tempus certum 
vel factum a poeta significatum esse. In universum optime 
verba interpretatus est Wilamowitzius, optime comprobavit 

(l) Do vefcere interprete iitt[ue de iii< qui liane (|uaestioneni jìer- 
tiactaiuut V. quae ipso adnotavi in dissortatiunenla qnao ' De Lyoo- 
plironis Alexaii'lra (niuestinueula ' inscriliitur (= ' Atti e Memorie della 
R. Acead. delle Seienze ' eec. ' di Padova ', voi. XXII, disp. Ili [I!)OG]) 

]ip. Ifil Sflfj. 



LYGOPHKONEA <0 

novis atque firinioribus adnixus testimoniis Ciaceriiis : ego 
antera declarare conatus sum illis quoque verbis « avdai- 
jiicDv ijLióg I ek Tcg 7iaXmGXì)g » (vv. 1446-7) nullum regem du- 
cemque indicare voluisse poetara sed fìctam persouam quae 
aliquando Cassandrae iiepolibus, iam tot tantaque mala per- 
pessis, pacem salutemque afFerret induxisse. Nuperrime de 
hac re quaestionem rursus habuit S. Sudhaus (1) qui confìdit 
novis argumentis se artioribus terminis poetae carminisque 
aetatem describere posse. At spes, raea quidem sententia, 
eum fefellit. Cura ille statuisset, veleris iiiterpretis atque I. 
Belochi sententiara secutus, duos fuisse Lycophrones atque 
eorura alterura Ptolemaei teraporibus vixisse alterura prirais 
airais secundi saeculi a. C. n. (2), et cura recentiori sine ulla 
dubitatione carraen attribuisset, longius progressus decla- 
rare non dubitavit Tituin Quinctium Flaraininum (3) verbis 
illis « av&aijiuoì' è,uóg \ elg ng jialmor)]? » a Lycophrone signifi- 
cari. Clarissiraain suara sententiara esse praedicat S. Sudhaus 
sed nonnullas ipsa videtur afferro difficultates. Cura enira 
Alexander Magnus, sententia quidera Sudhausi, sit aWo)v... 
àn AiaKOÌ) re y.d.-iò Jaoòàì'ov yeycóg ! Georcoonòg lifiqo) y.al Xala- 
oTQdìog UcDv (vv. 1439-41), rainirae intellego quo modo fieri 
possit ut verbis illis « Fa/Aògag ròv OTQarì])Arr]v Avxov » Philip- 
pura regera quocum bellum T. Quinctius Flaraininus iniit, 
Lycophron significaverit. Res in Graecia ab Alexandro ge- 
stas Sudhaus ipso probat versu 1442 declaratas esse {ttqìp'ìj &' 
vjuai^uojv Tzdvra xvjTÓoag òóuov) sed ' Persas ' fuisse ' Argivos ' 
quos dorauil {ùvayyAoì] 7Tr)]^avTag "Aoyeiojv jiQÓjuovg, v. 1443) 
cura yoT<pov praebeat verbum illud «"AQyekov ». Apud Hero- 
dotuni (4) enira legimus Xerxera Argivis scripsisse se, e 
Perseo natura, Argivorura nepotem esse, quo facilius eos 
in suas traheret partes. Sed iara tura coraraunis haec fa- 

(l) ' Die Abfassungszeit der Alexandra ' in ' RIr'Ìu. Mns. ' XXXVI 
(1908), p. 481 sqci. 

i2) Hanc seiiteutiaiii secutus est E. Betlie. Cfr. ' Eiuleiluiii; i. d. Al- 
tertumwissenschaft v. Xordcu u. Gercke ', Leipz., Teubn., 1910, I, p. 317; 

|3i lani pridem rouiauuni fuisse illuni Jta/Miazrjv Holziugerus 8ta- 
tuit, qui F^abricinui Pyrrhi victorem putat a poeta signilicari. 

(4) VII, 150. Cfr. Holzinger. p. 31 et coniiu. ad 1. 



76 e. CESSI 

buia erat quam Aeschylus ipse memorat ' Pers. ' 80 sq. (1) 
atque minime ad rem nostram pertinet, quod iam statuii 
Ciacerius noster cui magis raagisque assentio cum nullum 
huius generis yQìcpov Lycophroni tribuere debeamus. Philip- 
pus enim cum Ivxog sit atque Plamininus na/MtoT)]g, putat 
Sudhaus onmia optime congruere et cohaerere, atque sen- 
sum artis poetae omnino exprimere. Simultates vero quae 
ab antiquissimis temporibus Graecis fuerunt cum Asianis, 
cum tum hi tum illi potestatem atque imperium captare 
conati essent, diremit Romanus ille, Cassandrae nepos, qui 
omnibus sua virtute pacem attulit. Xerxes qui ab Orien- 
tis regionibus venerat servitutem voluit Graecis imponere, 
Flamininus qui ab Occidentis regionibus pervenerat liber- 
tatem Graecis praebuit : qua re hunc tamquam deum co- 
luerunt Graeci eique fana dicarunt hymnosque scripserunt. 
Quae omnia testantur Alcaei quoque (2) epigrammata quae 
Sudhaus ipse affert ut suam coniprobet sententiam prae- 
sertim cum Titus Quinctius Flamininus ipse se Aeneadem 
putasset atque callido animo de industria vocasset (3). At 
nimis premit Sudhaus locum Polybii XVIII, 46 cum ver- 
sus 1449 verba « jroéo/^ioTog èv qiXoioiv i'jiivr]0/jO€Tai » declarare 
atque interpretari coUatis ipsius Polybii verbis velit (4), nam 
Flaminini triumphum putat versu 1460 significari, quod mi- 
nime erat Graecis decori. An poeta qui Graecos celebrare 
studebat extremo potuit carmino illam canere miseriam quae 
faoilius Graecorum animos commovere posset ncque pacem 
afferre ? lllud autem argumentum quo delectatur Sudhaus 
cum Xerxem Persam atque Argivum fuisse notet, Alexan- 

(1) Xgvaoyóvov yEvsàg taóOeog rpcó;. Seqiior lectiouem quaiii affert 
N. Weclìlein (' Aesohyli fabnlae, cnm Icctinnilms et sclioliis codicis Medieei 
et in Aiifameniionem codicis Fiorentini ab Hieionyuio Vitelli tienilo eol- 
latis ', Borol., Calvary, 1885), cum M det yQvcoìó/iiov. Cfr. Sehol. eod. 
M. 6. ajind Diihiiliardt., ' Scholia in Aeschyli Persas ', Leipz., 1894, 
1). SO. 

(2) l'hit. Tit. 10 et Antli. Pian. 5 «juod eiii<ir:iiiiina enni Aeisehyli 
Persia coiuparari potcst : cfr. eiiini vv. 51, 71-2, IDI, 270, 550, 715. De 
verbo (hijiava) cfr. v. 500 et l'rg. 32, 8. 

(3) Plut. Tit., e. 12. 

(1) Cfr. Plut., I. 1., e. 10-11. 



LYCOPURONKA 77 

dram Graecum atque Dardanium, Plamininum Dardanium 
atque Romanum miro sententiarum verborumque artificio, 
nullam utilitatera affert : flosculos hos carperò atque deli- 
bare recentiores solebant rhetores. Hoc enim probant mani- 
feste Alcaei epigrammata quae minime artis lycophroneae 
colorem ingeniuraque redolent neque iillo modo testantur mi- 
kaiorìp' Lycophronis ipsiim fuisse Plamininum. Nimis subtili 
iudicio interpretatus est Sudhaus illa testimonia ut omnia 
inter se apta et convenientia fìerent, sed difficile intellectu 
mihi videtur quo modo Alexander Magnus (Ucov) potuerit 
Persis imponere imperium Philippi (Àvhov) qui cum Plaminino 
{TTaXmoxfl) bellum gessit. lam verba illa « heìV é'xzyv yhvav » 
minime coniuncta esse rerum sententiarumque natura cum 
verbis illis « av&mucov xxl. » declaravit Ciacerius noster qui 
optime temporum rationem a pugna apud Salamina facta 
(v. 1434) init : quod, ut mihi videtur, quam maxime totius 
carminis indoli ingenioque respondet. Sed de hac quaestione 
res ipsa postulat ut nonnulla dicam quae magis meam il- 
lustrent sententiam. 

Nemo vero dubitat quin primis alexandrinae aetatis 
temporibus poetae adamaverint eos qui yQÌcpoi vocantur qui- 
bus iam pridem antiquiores poetae abusi sunt usque ab 
Homeri aetate, sed minime rem exaggerare licet (1). Anti- 
quos YQicpovg Clearchus (2) collegit atque eorum causas na- 
turamque declaravit, eiusque verba afferenda puto quo magis 
demonstrem a veterum griphorum ratione abhorruisse Lyco- 
phronem, cui potius alviy^ara sunt tribuenda cum heroas 
virosque significare voluisset poeta alicuius animalis persona 
ficta quae eorum virtutes facilius declararet atque historica 
vel geographica aliata notione quae sine dubio personam 
ipsam designaret. rgì^og, Clearchus enim inquit, jr^ó/?/>;/<a 
èjii:iaiOTi.yMì', rcgooraHuxòr rov òià C'/TJ/afco? evgetv vf/ òiavola rò 

(1) De Oini cfr. Odyss. IX, 3GG quauiquain Ptoleiu. Cheiuuis apd. 
WestermanD., ' Mytbogr. ' \t. 183, 20 dicit, alia causa irapulsus ozi 'Oòva- 
osvg, òióxi ona jusydXa sixsv, Ovxig jigóregov èxaXeìro. Cfr. ' Carni, popul. ' 
4, 28 et sq. Bergk''. 

^2) Atbeu. VII, 21-òb, L^7-(i rt, X, ^48 e, 452/, 'i54/, 455/, 4570, 
XIV, 620 e, 648/, 649 rt. 



7S e. CESSI 

7iQo[>Aì-i'&év, riju)']? ìj tJTiCrjjLuov yuQiv etQì]juévov (1): deinde sta- 
tuii quae variae sint griphorum formae quas septem recen- 
sì 't : at nulla earum respondet ei qua Lycophron utitur cum 
statuamus iliud «'Agyeiovg » idem significare quod « Per- 
sae »; ne illa quidein quae tv òvójtian constai (2). Hoc autem 
ai)imadvertcndum est quod numquam Lycophron aenignia- 
tÌ6 genere uti videtur in populis vel ducibus significandis 
quod a locoruin notione longius abhorreat: quibus de cau- 
sis neque griphuui neque aenigma in verbo ilio « "Agyslovg » 
nfitari posse mihi videtur, cum minime a sua signiHcalione 
vcrbum recedat. Poeta longam oraculorum seriem praebet 
cura vaticinia Cassandrae enumeret, neque virginem indu- 
cit minantem quae mala antiquitus maiores Graecorum 
perpessi erant atque quae in posterum nepotes passuri 
erant, sed oracula custos regi refert iisdem verbis quibus 
enuntiaverat puella: quam artis rationem secuti sunt fere 
omnes qui tertio a. C. n. saeculo oracula expromere volue- 
runt cum saepius eadem tractarent argumenta (3). Ut enim 
narrationem rerum vel laudes rogum vel significationem 
fabularum ornarent carmenque exquisitum redderent, liben- 
tissime poetae oracula adhibuerunt, quippe quae mirabilem 
perpolitaiuque artis rationem praeberent cum novum atque 
extraordinarium rerum sensum moverent. Sed cum omnes 
fliigrarent studio rerum antiquarum quas poetae quoque cer- 
tis notionibus describere debebant (4), atque cum vellet Ly- 
cophron nova forma veteres repraesentare fabulas quasi suae 
nationis historiam poeticam persequeretur (5), seriem ora- 
culorum descripsit et Alexandri Aetoli et Oallimachi ipsius 
secutus iudicium. Si quis enim accuratius totain considera- 
ci) X, 448 e. 

(2) 'Ev òvófiuTi òé, oiov ègovfisv òrófiuTa (LtAò t) ovr&sTa òiavV.a^a, ov 
lioorfì'i zig èiiff:air£Tai TQayix//, ì) jTd?.tv Ta.Tfn'//, // (Idea òvóuaxa, olor K'/.fió- 
rì-f.ioi, ìj OfOffóoa, oiov Aiovroioc: xtX. = fV. UH M. 

(3) L. HeiiscI, ' WeissagiiDgcn in il. Alexiiiidr. l'uesio ", Giessen, 
1908, p. 47 .sq. 

(4) Gir. Calliin. fr. 442, et in frg. Cydiiipao v. 53 sq. (l'ap. Ox. 
V. \l[ p. 27) (le Xeiiniiu'dis libris, et liymii. \, .55-5(j, 

(5) Cfr. Mattcr. • llist. de Técol. d'Alexandiie, Paris, 18JN, t. Ili, 



LVCOPIMKJNKA 79 

verit fabularum seiiein (]uain enarrat Lycophron, cum de 
industria trahere nolit carminis sigiiifìcationem quo expediat 
aut velit sed intellegat illustretque quae vis subiecta sit 
vocibus, facile statuet totum carnieri Graecorum gloriain 
celebrare cum ea declaret bella quae Graecis utilitatem ho- 
noremque attulerunt. Bibliothecam, ut ita dicam, narratio- 
nuni poeticarura Inter se uno artoque vinculo coniunctarum 
praebet Lycophron temporum solum rationem secutas quasi 
sibi rerum scriptoris officium sumpserit : qua re quid miruni 
si in universum illam quam Herodotus viam Lycophron 
quoque persequatur rationemque in ordine narrationum at- 
que in fabulis ipsis eligendis ? Ncque y.vyJuxòv jiohiaa iara 
tritura ac decantatum voluit Lycophron dare sed novam 
carminis speciem forraamque cura Cassandrae persona fa- 
cilem ei praebuisset occasionem artis rationem persequendi 
quam aequales plurimi aestimabant. Ex tragoedia Lycophron 
colorem personamque sumpsit, sed nullam nobis dedit tra- 
goediara (1). Herodoti historias autem cum sequi deberet 
mirum ei occurrebat exemplum poetae tragici qui eandem 
probaverat sententiam atque in scaena tractaverat. Aeschv- 
lum dico, cuius consilium Herodotus ipse in historiis con- 
scribendis imitatus saepius atque in universura secutus 
erat (2). Aeschylus * Agam. ' 1071 sqq. ac postea Euripi- 
des (3) Cassandrara lìnxerunt vaticinantera atque apud Bac- 
chylidem (4) mala Troianorum praedicit virgo, quae hanc 

(1) De Lycoplirouis studiis in veteres tragicos cfr. Kaibel, ' Sen- 
teiit. lib. qnart. '. in ' Heruios ' XXTI (1897) \). 505. Cum uuUa iu 
* Alexandra ' comoediamiu atticarum appareat iniitatio liaiid suo iure 
Wilaraowitz, ' De Lyc. Alex.' p. 4 concludere voluit « Alexandrani ante 
comif-a Lycophrouis studia compositani esse » Cura Lycophron carnieu 
epicuni scripsisset artem tragicorura secutus quid miiiiui si Honiernni 
praecipue tragicosque poetas imitatus sit ? 

(2) Cfr. C. Cessi, ' In Aescliyli Persas aiiiniadversiones ' in ' Rivista 
di Storia Antica', 1906, pp. 187 sq. 

(3) ' Troad. ' 308 scjq. At quantum ab Euripidis arte in universum 
abhorreat Lycopbronis iudicium denionstrat C. O. Zuretti, ' Qui iu an- 
tiq. Euripid. poetae sunt imitati ', Aug. Taur. 1890 p. 27 exempl. seor- 
sum editi. 

(4) Forpliyr. * ad Horat. Carni. I. 15 '. 



80 e. CKSSI 

ipsam personam in ' Cypriis ' (l) sumpserat : sed niagis veri- 
simile mihi videtur Lycophronem tragoediam aeschyleain 
(juae ' Persae ' vocatur ac praesertim illam mirabilera novam- 
(jue Darei personam imitatum esse. Totam enim Persarum 
liistoriam narrai Dareus (vv. 761 sqq.) et res declarat a re- 
gibus qui antea fuerunt gestas quamquam hoc nihil ad 
tragoediae eventum pertinet cum haec omnia Persarum 
seniores haud dubie cognoscere deberent. Paucis deinde 
verbis significat gravem cladem quam paulo post magna 
cum fortuna gloriaque Graecorum Persae erant accepturi (2). 
Ita Cassandra res ante se gestas longa serie fabularum quae 
omnibus Troianis iam notae erant, memorat, sed brevis- 
sime narrat quae postea magna cum utilitate Graecorum 
futura essent. Cum autem in tragoediis oracula Cassandrae 
declarata essent, tragicam personam induxit poeta atque 
tragico metro usus est ita ut Lycophronis carraen poema 
epicum iambico metro scriptum, cum taraen lyricum tragi- 
cumque colorem redoleat, putandum sit (3). Omnes unde- 
cumque collegit fabulas Lycophron atque cyclos, cjui vo- 
cantur, omnes attigit et homericuni et argonauticum et 
atticum et heracleum quasi cyclographus esset. Breviter 
perstringit ille fabulas quae postea amplioribus poeraatis 
enarrarunt poetae atque obscuris verbis ea describere vo- 
luit quae postea clarius atque exquisitius viri eruditi illu- 
strarunt. Quod ^.i liane poetae sententiam perspexerimus 
facile intellegere poterimus ipsos postremos carminis versus 
quibus haud dubie Cassandra Graecorum gloriam praedicit. 

(1) Kiukel, EGF. frg. 17. 

(2) Cum V. 1413 sqq. Lycophron Xerxein appellet Uegaécùg iva ajiogàs 
piol)aro stiidet Prellor, ' De Aescbyli Persia ', 1832, p. 15 haec Lycophro- 
iieni ex ' Phineo ' Aeschyli petivisse « ubi talia aliqiia indii-ata f'iiisse 
verisimile est » At iam superius vidiraus ex ' Persis ' Aeschyli fabulam 
sumere potuisso Lycophronem apud quem verbum oTjvai (v. 1444) caudeni 
habet vim (inani apud Aeach. ' Pers. '. 07. Minimi autem momenti sunt 
quae de hoc verbo Sndhaus, 1. 1. p. 483 adn. 2 affert. 

(3) Neque omnino iniuria Konze, 'Do Lycophr. dictioue eiusqne 
iniitat. Homeri et tragicor. ', Monast., 1869, I, p. 10 adn. 5 « non modo 
epicum veruni etiara epicum lyricum vel potius epicum dithyrambicum » 
appellari posso ' Alexandram ' Lycoplironis attìrmat. 

12. 10. 'Oli 



LiX'Ol'lIKONEA 81 

Non romanus dux est ille jiaXaiort]?, nam tota esset Grae- 
cis adempia gloria, sed populus ipse Persarum vel libertatis 
ille auctor vel owxì'iq quem puella invocat (1) ut ciim populo 
Graecorum pacem coinponat et sua virtute eluceat emi- 
neatque cutn totani praebeat gloriam Graecis. Post Alexan- 
drum Magnum nullas potest excogitare poeta simultates 
fieri posse Inter Graecos atque Asianos : quod si Lycophro- 
nis temporibus regnum Alexandri in partes ol òidòoxoi di- 
viserant, hi tamen heredes Alexandri et Graeci erant atque 
putabantur : cum enira nova instituerent in Asia regna ta- 
men animo spirituque semper videbantur Graeci atque re- 
vera erant. Seriem oraculorum concludit Cassandra ilio 
pacis augurio atque desiderio quo oranes Lycophronis ae- 
quales flagrabant. De pace futura oraculura sine dubio or- 
phicus poeta a religione orphica eruit (2) atque in universum 
enuntiavit cùm minime vellet certis terminis personisque 
describere. Miro autem artificio indulget poeta et aequa- 
lium ingenio et artis legibus in Cassandrae persona fin- 
genda : nani animos civium permovet cum gloriam Grae- 
corum ipse praedicat verbis ipsius virginis quae in victorum 
fortuna declaranda minime indignata videtur cum speret et 
nepotes suos fama ac decore aliquando pace frui posse. De 
Romanis memoriam tantum per occasionem prodit poeta 
eruditus cum vel recentissimas narrationes (3) in fabularum 
ordinem inserere voluisset, at consilium quod secutus est 
poeta toto in Carmine componendo irapedit qùominus roma- 
nos victores postremo in Carmine significatos esse putemus. 

(1) Cfv. (lissertatiimculam meam de Aeschyli Persis 1. p. 166-7. 

(2) Vid. Yerg. ' Ecl. ' IT. 

(3) De Callimacho cfr. quae dixi in ' Studi Callimachei ' (== ' Studi 
italiani di filologia classica ', Firenze, 1899, VII, p. 357 sq., 366). 



SlKiìì ita/, (li ftìol. cìasyii-ii XIX. 



STVDIA IN SEROS LATINOS POETAS 



Qua aetate vixerit Reposianus. 

Reposianus qui fuerit qua aetate vixerit nulla nobis 
antiquorum testimonia narrant ; quin ipsum nomen ignotum 
esset nisi poema eius ' De concubitu Martis et Veneris ' 
Anthologia quae vocatur Salmasiana (R* 253, B. PL M, IV 
p. 348) servasset, unicum scilicet fundamentum quo in- 
nixi poetam intra certos fines statuere aggrediamur. Quam 
quaestionem omnino non indignam esse quao pertractetur 
ostendunt variae quae doctis viris qui eara leviter attige- 
runt placuere sententiae : ita ut post Baehrensium, qui Re- 
posianum dracontiano aevo fuisse censuit (Rh. Mus. XXXI 
(a. 1876) p. 605 ; Unedierte lat. Gedichte p. 10 n. 2), haiid 
dubitaverint Teuffelius (Rom. Litt.'^ p. 1005) et Schanzius 
(Rom. Litt. p. IIP p. 43), quibus neque Burkardtius (Die 
Zeit Constantins d. Grossen^ p. 148) neque Rohdius (Griech. 
Roman- p. 115 (108) n. 1) repugnant, eundem tertio sae- 
culo exeuuti ineuntive quarto tribuere. At Birtius in Clau- 
diano suo (Mon. Germ. hist. auct. antiquiss. X p. CCII in 
adn.) utrum Reposianus ante Claudianum vixerit necne 
incertum reliquit, sirailemque de Reposiano ao Dracontio 
quaestionem Yollmerus in Dracontii editione (Mon. Germ. 
hist. auct. antiquiss. XIV p. X n. 10) enuntiare satis habuit : 
neque I. Tolkiehn, qui haud multis ante annis de Carmine 
Reposiani satis fuse disseruit (Jahrbb. f. class. Phil. 1897 
p. <)15), quid de hac re sentiret exposuit. Ego cjuidem Bae- 
hrensio piane assentior ; ergo in eius iudicio confirmando 
tota versabitur mea disputatio. 



STVDIA IN «KIIOS LATINOS POETAS 83 

Atque ut ad tam sera saecula per gradus quasi dedu- 
camur, illud ante omnia demonstrandum suscipio, fuisse 
Reposianum aetate Claudiano inferiorem. Hoc ut evincam, 
ea si quae supersunt argunienta sectanda sunt ex quibus 
Reposiani cum Claudiano similitudo exstet ; quae si erit 
comprobata, nemo, opinor, Claudianum pronuntiabit imita- 
torem. — Ea quae Birtius in copiosis colleotaneis editionis 
suae congessit hic habes : 

Rep. V. 2 ' cui militat ardor ' ; CI. Ili cons. 97 ' cui 
inilitat aether ' (Prop. IV 6, 39 ' cui militat arcus '). Et factae 
sunt similes clausulae frequentiores apud seros poetas po- 
tissimum post claudianeum exemplum (cfr. Birtii testimonia 
ad V. cit.). 

Rep. V. 18 * imis ducta trahunt suspiria crebra medul- 
lis Dumque intermixti captatur spiritus oris ' ; CI. Rapi. 
Pros. Ili 151... ' spiritus oris Redditur, atque imis vibrat 
tremor ossa raedullis '. Clausulam ' spiritus ore ' legis etiara 
ap. Lucretium I 37 in nobilissima descriptione amorum Mar- 
tis ac A^eneris, cuius et alibi meminit Rep. (v. 125, cfr. 
Lucr. I 35) : ' spiritus oris ' ap. Ovidium Met. XV 303. 

Rep. V. 37 ' surgebant gramina '; CI. e. min. 30, 92 
' purpura surgebat violae, factura cubile Gramineum '. 

Quibus exemplis haec adde : 

Rep. V. 64 claus. ' praelia Mavors ' ; eadem CI. IV 17. 
V. 75 ' et dum suspense solacia quaerit amori ' sci- 
licet quia Mars non venit ; CI. XXII 398 ' deludet amo- 
rem Suspensum, veniens omni dum crederis bora ! ' 

V. 121 ' niveis suffulta lacertis '; CI. I 87 ' niveos 
exerta lacertos ' (cfr. et Petron. 124, v. 249). 

V. 128 claus. * galeaeque minacis '; CI. I 92 ' galeae- 
que minaci '. 

Adde noraen proprium ' Cythere ' prò * Cytherea ' quo 
in hexametri exitu bis utitur Rep. (v. 17 ' blanda Cythere' 172 
pulcra Cythere ') cuiusque ante Ausonium (epigr. 56, 5 Peip. 
'nuda Cythere'; epigr. 67, 5; 102, 1) nullum exemplum 
exstat, haud panca centra apud eos qui secuti sunt scrip- 
tores ([Claud.J carm. min. app. 7, 4 * secura Cythere ' ; 14, 8 
' bella Cvthere ' : Drac. VI 80 * alma Cvthere '; et X 84 ' Cv- 



84 e. MOKELLI 

there ', Vili 436 Cytherae ', IX 75 et X 49 Cytheren ', sem- 
per versu exeunte). 

Neque multa sunt neque satis gravia testimonia, fa- 
teor ; sed ad alia iam pergamiis oportet. De narrationis spe- 
cie, post ea quae Tolkiehnius fuse disputavit, strictissime 
agam. Ac primum eam ex alio fonte atque horaerico ilio 
(Od. ^ 266 sqq.) deductam esse libenter concedo : fonti au- 
tem quem ille sibi eruisse visus est Euphorioni perexiguam 
habeo fìdem. Nani Reposianum in scribendo non alienum 
fuisse a ratione hellenisticae quam appellare consuevimus 
artis nullus dubito : at Euphorionem ipsum de hac fabula 
scripsisse nullo loco traditum est, ita ut debilem coniecturam 
coniectura fulciat debilior. Atque etiam inscitia illa qua 
Rep. dicere potuit v. 51 ' quid Gratia cessai, Quid Chari- 
tes ? ' quomodo in testimonium vocari potest ad deraon- 
strandura unum tantum adhibuisse fontem poetam, qui cum 
propria manu pinxerit, tum misere ceciderit ? Immo, qui 
tale quid admisit parum necessitatis et cum mythicis rebus 
et cum tam exquisito subtilioris mythicae scientiae auctore 
qualis Euphorion fuit habuit : quare vehementius monemur 
ut poetam recentiori saeculo adiudicemus. 

Nam reapse scriptoribus istis magni illius, ut ita dicam, 
incendii ox quo inde ab Alexandri temporibus Graeca et 
Romana artes funditus renovatae surrexerunt, non fulgor 
amplius integer splendebat, sed tennis illa lux quae solet 
ex fere sopito igni remitti. Vigebat sane non ipsa ars, sed 
consuetudo atque habitus quem ea mentibus impresserat ; 
dementa nonnulla manebant doctrinae quae per eam com- 
munis scientiae facta erant et quorum piota aut sculpta 
monumenta memoriam quotidie hominibus instaurabant. 
Antiqui plerosque latebant Graecorum fontes, quibus iam 
aureae et argenteae aetatis scriptores ita usi erant ut quae 
aptissima invenissent romanum in usum convertissent : sic 
in Romana quae tandem oxstabant exemplaria imitanda 
fere tota incubuit latina musa. Quod si aliqui exstiterunt 
qui, validiore adiuti ingenio uberioreque doctrina, iterum 
se graecae adiunxerint disciplinae, haec per fere unum 
huiusmodi tramitem sectatores habuit. Istisne sint neote- 



STVDIA IN SEROS LATINOS POETAS 85 

rici qui nuncupantur poetae adnumerandi nescimus ; certe 
quidem eundem conatum saeculo tertio in quartum ver- 
gente diversis viribus duo ingeniorum quae tum florebant 
lumina denuo susceperunt : Ausonius scilicet, cuius fama 
extra Galliae fines minus late evagata est, et potissimum 
Graecus ille Claudianus, cui assidua poetarum latinorum 
lectio patria studia non funditus ex mente avulserat. Con- 
cedo equidem nonnullos horum temporum scriptores, veluti 
Sidonium Apollinarem et fortasse Dracontium, graecus lit- 
teras attigisse : sed e Claudiano maxime procedit mythica- 
rum rerum et personarum amor qui tam mirus apparet 
nobis apud christianos poetas Merobaudem, Sidonium, En- 
nodium, Dracontium, ex eo ratio ea pingendi quae non cur- 
sum tantum narrationis curat, sed etiara in omnibus minutiis 
consistit, eas blanda quasi marni versat, nihil in eis obscu- 
rum irapolitumve relinquit : quam Claud. a poetis et rhe- 
toribus potius posthellenisticae quam hellenisticae aetatis 
accepit. Quae res maxime in epithalamiis Claudiani perspi- 
cua apparet : confer enira brevem descriptionem regiae 
Veneris apud Statium (Silv. I 2, 51 sqq.) cum eiusdem de- 
scriptione cui bis indulsit Claud., in epithalamio ad Hono- 
rium (X V, 49 sqq.) et in epithalamio Palladi! (e. min. 25, 
1 sqq.). Atque hae descriptiones quae ad Venerem eiusque 
domum liortumque eiusdemque cohortem pertinent quantum 
in romana poesi incrementum ab exemplo Claudiani susce- 
perint quis est qui nesciat ? Quod si similia etiam supe- 
rioribus saeculis factitata sunt (1), Claud. novo ea vigore 
inflavit novisque locupletavit elementis (2). Horti sive prati 
Veneris venusta tem Claud., more civium suorum, saepe extol- 
lit (11. citt. ; e. min. 31, 9); ex eo fabulam orditur quam in 
duobus epithalamiis evolvit : hinc Reposianus eundem lo- 
cum tamquam scaenam amorum adpingit. Ncque illi sic imi- 
tanti socius defuit ; nam anonymus auctor Aegritudinis 

(1) Luciis Venoris nieiiioratur in opigianiniate Anth. lat. K* 8G ; si- 
milem lucorum quoniudam descriptioneni Ic^isapud l'etroTiiuiii 131 Bnech. 
et Tiherianiim Anth. lat. 809. 

(2) Vide (jiiae dissero iu cap. Ili disserfcatiouis meae inscriptae 
'L'epitalamio nella tarda ])i)esia latina' (St. it. di HI. class. XVIII). 



86 e. MORELLI 

Perdicae (Anth. lat. R^ 808, B. PLM, V p. 112), Afer et 
ille et Dracontii haiid dubie aequalis (1), eidem descriptioni 
calamitates Perdicae quasi suspendit : cfr. Rep. v. 38 

Lucus erat Marti gratns post vulnera Adouis 
buius amore deae, 

Perd. V. 25 ' Lucus erat.... 27 speciosi testis Adonis '. 

Qiiin etiam descriptio ipsa inter trinos poetas niagno- 
pere consentit. Brevius Claud. nominat (e. min. 25, 1-5) vites 
et gramina et flores, et postea (vv. 117-18) rosas et violas ; 
fusius Rep. ait v. 37 ' Vilia non ilio surgebant gramina luco, 
Pingunt purpureos candentia lilla flores, Ornat terra nemus; 
Nunc lucos vitis inumbrat, Nunc laurus nunc mì/rfus. Ha- 
bent sua munera rami : Namque hic per frondes redolentia 
lilia pendent, Hic rosa cum violis, hic omnis gratia florum, 
Hic inter violas coma mollis laeta hì/acinthi ' ; Perd. v. 25 
' Lucus erat variis in frondibus undique saeptus Quem 
Phoebi Daphne foliis diffusa tenebat Et niìjrtus Paphies, 
speciosi testis Adonis, Egrediturque solo fundens sua bra- 
chia pinus.... 32 Illic dispersi flores mixtique colores Osten- 
dunt Veneris quid amor ; nam candidus illic Plos Narcissus 
amat veteris vestigia fontis Et rosa purpureum spargens per 
prata ruborem '. Atque, ut par est in Veneris hortis, arguti 
ibi fontes murmurant (CI. X 69, Rep. v. 48, Perd. v. 31), 
quibus saevus Cupido in amoriferum oflìcium utitur: Claud. 
V. 69 ' Labuntur gemini fontes, hic dulcis, amarus Alter, 
et infusis corrumpunt molla venenis Unde Cupidi neas armari 
fama sagittas ' ; Rep. v. 47 ' Texerat hic liquidos fontes non 
vilis arundo Sed qua saeva puer componat tela Cupido ', 
quod amplius explicat auctor Perdicae v. 50 ' Dixit rivum- 
que secutus Quaerit arundineas scrutatus limite silvas. Nec 
mora nata deo est ; namque obvia venit arundo, Quam puer 
excissam totis radicibus aufert. Et jìrimo mollis eradit pu- 
mice libros. Post volucri cupiens missu librare sagittam 
Pinnam de propriis ardentibus abscidit alis Et religat ce- 
ra.... '. Una eademque est notitia, quam poetae suo quisque 

(1) Ali ipso Dracontiiis. ut Volluienis siispicatur (Pauly-Wissowa 
e. V. ' nnicotitiiis '. ]). 1(514). caniicn scripsit? 



STVDIA IN SEUOSJ L \T1N0S POKTAS 87 

ingenio effinxerunt : quid, si addam eam ante Claudianum 
et praeter tres de quibus loquimur auctores nusquam in- 
veniri ? Venus autem simili modo pingitur a Claudiano et 
Reposiano ; apud Claudianum e. min. 25, 3 deam intuemur 
super flores stratam : ' densaque sidereos per gramina fu- 
derat artus Adclinis florum cumulo ' ; ita etiara apud Repo- 
sianum v. 46 ' flos lectus, flos vincla tori, substramina flores'; 
Claud. V. 6 ' ora decet neglecta sopor ; fastidit amictum 
Aestus, et exuto translucent pectore frondes ' : haud dissi- 
milis apparet Venus post concubitmn, Rep. v. 121 ' niveis 
suffulta lacertis Colla nitent, pectus gemino quasi sidere 
turget ' (1). Claud. in epith. in Honorium 100-106 deam dum 
ab ancillis pectitur etfingit ; apud Reposianum dea morae 
impatiens v. 72 ' saepe comam pulcro collectara flore ligabat 
Ornans ambrosios divino pectine crines '. 

In concubitus ipsius enarratione, in . qua poeta totam 
consumpsit artem, iuxta ea quae communis iuris sunt apud 
amatorios poetas, nonnulla deprehendimus quae iucundis- 
sima fuerunt scriptoribus qui post Claudianum primara nup- 
tiarum noctem cecinerunt. Testis sit, exempli causa, Clau- 
diani imitator qui ' Epithalaraium Laurentii ' (e. min. app. 5) 
scripsit. Est utrique poetae maxima cura ne quidquam in 
concubitu haerentia membra laedat (v. Rep. v. 32, 100, 110; 
Epith. Laur. 68-78) ; atque ab utroque concumbentes simili 
modo coniuncti exhibentur : Rep. v. 109 ' Stringebat Pa- 
phiae Mavors tunc pectora dextra Et collo innexam ne 
laedant pondera laevara ' ; Epith. Laur. v. 83 ' Dextera cer- 
vicem roseam subiecta retentet Turgentesque simul con- 
stringat laeva papillas '. 

Ad Dracontium iam venimus ; quem ut in compara- 
tionem vocemus raovent nonnulla quae in dicendi rationem 

(1) p]o(lem modo pietà exstat Veuua etiam apud Sidonimii v. XI 
47 sqq. Et Venereni Reposiani quae v. 112 ' saepe levi crurie tactu eoni- 
movit amantem In liammas quaa diva niovet ' conferre potes ciiin Galatea 
apiul Sidoniniii quae v. 37 ' lu'euiit... Seiuifeii {scil. Tiitonis)... latua, quod 
pollice tixo Vellit, et occulto spondet conuubia tactu '. Adde quaudam 
verboiuni siniilitudinem : Rep. v. 124 ' laterum qua se confiuia iungunt '. 
Sid. v. 34 ' dnplicis confinia dorsi Qua coeuut '. Quae omnes similitu- 
dines ad simile apiid aeqnales artis geuus reducendae videntur. 



88 e. MORELLI 

et in metricam artem Reposiani aniraadverti possunt. Ne- 
que tamen ex his poterunt certi fiiies apparere extra qiios 
Roposianus vivere non potuerit ; nam poetarum, tum prae- 
sertim cum profana canerent, latinitas se integriorem quam 
oratio soluta servavit a corruentis aevi vitiis, ipsa autem 
vitia fere omnia tum quarti tum quinti vel sexti saeculi 
scriptoribus sunt communia : sed potius illud erit atten- 
dendum, num quid liaec investigatio prò parte sua confe- 
rat quod sententiam nostram confìrmet. 

Itaque, quod ad vocabula ipsa pertinet, duo nobis oc- 
currunt valde notabilia : ' Cythere ' prò * Cytherea ', de quo 
supra iam fecimus verba ; et ' rosetum ' prò ' rosa ' (v. 58 
' ne., laedat te spina roseti : ' de singulis rosis agì testatur 
V. 55 ; cfr. Epith. Laur. v. 32) aut ' corona rosarum ' (v. 79 
' comtum decet ire rosetis ' ; cfr. Drac. Rom. Vili 616, X 
158), quod nonnisi post claudianeam aetatem invenitur. ' To- 
tus ' in plurali numero (v. 157 ' totos.... ignes ' parum pon- 
deris habet. Plura sunt in usu adverbiorum praepositionum 
coniunctionum notanda. Adverbia praesertim temporalla vel 
localia anaphorae studio saepissime iteravit Rep. (v. 14 post... 
post, 17 dum... dum, 39-40 nunc... nunc... nunc,- 42-43 hic... 
hic... hic, 64-65 dum... dum, 68-70 nunc... nunc... nunc, 74- 
76 dura... dum... dum... dum, 77 post... post, 100-101 nunc... 
nunc, 118 et 175 tunc... tunc), nonnunquam male adhi- 
buit : ita in v. 39 * Ornat terra nemus : nunc lucos vitis 
inumbrat Nunc laurus nunc myrtus ' coniunctio quae est 

* nunc ' significationem localem obtinet ; et in vv. 100 sqq. 

* et nunc innectens, ne rumpant oscula, crinem, Nunc ves- 
tes fluitare sinens vix lassa retentat, Cum nec tota latet 
nec totum nudat amorem ', prò ' cum nec ' potius ' et simul 
nec ' exspectas ; in vv. autem 68 sqq. ' nunc motus forte 
decentes Corpore laeta dabat, nunc miscens denique plantas 
Nunc alterna movens suspense pollice crura ', ut syntactica 
menda omittam, * denique ' vim suam aegre defendit. Inep- 
tum aut inelegantem poetam prodit etiam quorundam ad- 
verbiorum immoderata abusio, ut ' forte ' (v. 67 ' nunc motus 
forte decentes... dabat 83 aut ut forte magis... placeret 87 
et dum forte cadit 95 et rosa forte loco est gladii 114 forte 



STVDIA IN SEROS LATINO.S POETAS 89 

quies... corapresserat artus 121 Nudos forte sopor 126 prò 
lucis forte Cupido Martis tela gerit 156 vel si forte... cri- 
mina nescis 166 causam timo forte iubendo ' : ita saepe apud 
Dracontiura) et ' vix ' (v. 98 ' vix presso pollice cauta 101 
vestes... vix laxa retentat 140 gaudia... vix secura deis 160 
vix sufficit ira dolori 163 vix iusserat, omnes Incubuere 
manus 166 vix causam... Dixerat, et... '). Inter praepositiones 
habes ' de ' illam instrumentalem (v. 30 ' de roseis conecte 
manus, Vulcane, catenis ') quam tam libenter seriores (exem- 
plum tibi sit Pervigiliura Veneris) et nimirura Dracontius (1) 
adhibuerunt. ' Sub ' Repos. saepe, saepissirae autem Drac. 
usurpavit vi fere modali : Rep. v. 25 ' indice sub Phoebo ' 
142 ' praeside sub tanto ' 150 ' sub te securus amavi '. 
Etiam in coniunctionum usu aliqua invenitur licentia; ita 
deprehendis ' nec ' prò ' ne... quidem ' (v. 5 ' nec sibi se- 
curas valuit praebere latebras ') cuius vitii complura sunt 
apud Dracontium quoque exempla ; ' vel ' prò ' et ' (v. 24 
' Inter adulterium vel insti iura mariti ') (2), quam tam saepe 
Drac. adhibuit, ut fateatur Vollraerus : ' non desunt tamen 
exempla ubi * vel ' disiunctivam servaverit vim '. — Recen- 
tioris aetatis consuetudinem sapit asyndetica verborum se- 
ries V. 165 ' Quam cito cuncta gerunt ars nuraen fiamma 
maritus Ira dolor! '; atque in v. 178 sq. ' dolet non cri- 
mina facti Sed quae sit vindicta sibi ' male se habet con- 
structio, 'quam coniecturae parum sanaverunt, ratio autem 
dicendi ' crimina facti ' pedestris prorsus sermonis est. 

In re metrica Rep. paulo fuit peritior ; sic nuUam in- 
venimus in prosodiacas leges offensiones : nam o finalis 
in vocabulis iambicis correptae (modo 15, 147, 155 ; putò 
50) plurima optimorum poetarum exempla habentur. Sed 

(1) Cfr. iudicem vocnbaloruni apiul Volliuerum s. v. ' de '. Et orani;v 
quae de Dracontio dissero iiivenies in loeupletissimis indicibus verborum 
et notabilium grammaticorum a Vollmcro confectis. 

(2) Pro ' vel insti ' Tolkiehuius ' violataque ' ex Ovidio (Art. II 381 
violataque inra maritaei poaiiit : sed ' violata iura mariti ' nihil alind 
siguificat quam adulterium ipaum ; ita illud ' inter ' inutile implet offi- 
cium. Hoc voluit Kop. diuere : • Veuus, iutcr adulterium et iura mariti 
qui suum ius persequebatni-, id est inter noxam a se adniissam posit.i 
et maritale ius huiiia noxae vindieandao, oatenas raeruit '. 



90 t-'» MORELLI 

in Carmine non amplius quam ex 182 versibus constante 
notabilis est durissima duobus locis synizesis, v. 93 * tuo ' 
e terribilem divum tuo solo numine victum ') et v. 126 ' gra- 
tiosa ' C sed gratiosa decens ') ; atque paruni accuratae artis 
sunt indicia crebrae elisiones in quinto pede coeuntium vo- 
calium (v. 3 ' Cupidine amare 139 spirantem incendia amoris 
140 gaudia et ipsis 142 numine haberaus '), quamquam bre- 
ves tantum syllabae eliduntur, Verum etiam maiorera ad- 
mirationem habent voces vel locutiones similes in exitu 
potissimum versuum repetitae, quarum affectatio recte con- 
iungi potest cum anaphorae studio quod supra memora- 
viraus. Eadem clausula ' presserat artus ' bis (vv. 114, 120) 
adlìibetur ; plus quam 20 versus in verbum quodlibet ex 
* amo ' vel ' amor ' derivatum exeunt, 6 habent clausulam 
' Cupido ', 5 ' maritus ' aut alium huius vocabuli casum, 3 
' artus ', 3 ' flores ' aut ' florum '. 3 ' sagitta ' aut alium 
huius verbi casum, 3 ' tremescit ' aut ' tremescunt '. Nulla 
igitur dubitati© est quin hoc poeta dedita opera faciat (etiam 
apud Dracontium multi versus aut integri aut parum immu- 
tati saepius comparent) : sed illud maioris momenti est, quod 
idem non in similia tantum verba ludit (cfr. v. 150 ...amavi 
151 amores 152 amaris 154 amorem : ct'r. Drac. Rom. V 
172 egentem 173 egenus 174 egestas), sed etiam in exitu 
versuum consonantiam captat (v. 55 florem -56 odorem ; 
59 papillas 60 puellas ; 141 amaret 142 amare), cuius rei 
exempla apud bonae aetatis scriptores satis raro inveuias, 
nisi Ovidium excipias et Lucretium necessitate rerum ex- 
ponendarum saepe coactum, raro etiam apud recentiores, 
exceptis quibusdam ecclesiasticis scriptoribus vulgari studio 
faventibus. At eandem affectationem invenies apud Dra- 
contium (cfr. Roin. I 123 petebat 124 tenebat ; V 85 dives 
86 cives, VI 78 iugales 79 ales ; adde VI 41-42, VII 80-81, 
Vili 463-464, 501-502, 518-519, 608-609; X 165-166; Or. 
87-88; De land, dei IH 87, 88, 89; 294-295) et auctorem 
Aegritudinis Perdicae (v. 16 amoris 17 t'uroris ; 102-103 ho- 
nores sopore; 219-220 agebat premebat) (1). 

(1) Similiter iu Aegr. Perd. C'KjJirfo octies in exitu versus rcpetitiir : 
verbii ex amo voi amor derivata 12 efficiunt clausulaa, ex furor 7, ex 



STVDIA IN SEKOS LATINOS POETAS 91 

lam sequantur verborum similitudinis inter Reposia- 
num et Dracontiiim exempla : quae a Tolkiehnio accepi ex 
apposita sigla (Tol.) agnosces. Et primus quidem versus: ' Di- 
scite securos non unquam credere amores ' eundem fere so- 
num exhibet atque v. 278 dracontianae (nani quis iam mine 
de hac re dubitare potest ?) Orestis tragoediae : ' Discite 
felices non unquam credere fatis ' (Tol.). De versus structura 
et Vergilium Aen. VI 620 et Claudianum XXVI 647 con- 
ferre potes. 

V. 2 ' Venus.... cui militat arder ' ; Drac. VI 18, 
'■ cui militat omnis ' (Tol.) ; vide quae adnotavimus ad Clau- 
dianum p. 83. Sed illud quod me maxime movet est totius 
loci color quasi dracontianus ; totum enim poematis exordium 
cura exordio VI Romuleorum carminis apte conferre potes (1). 
Rep. v. 7.* pompam ducis Amor, nullo satiate triumpho !... 
10 lunge puer teretes Veneris Martisque catenas [cfr. Drac. 
II, 57 captivo Marte catenas], Gestet amans Mavors titulos 
et vincula portet Captivus quem bella timent ; utque ipse 
veharis Iam roseis fera colla [Drac. De laud. dei 1 306, 
Or. 608 fera colla (Rossb.) (2)] iugis submittit amator ; 
Post vulnus, post bella potens Gradivus anhelat In ca- 
stris modo tiro tuis, semperque timendus Te timet [Drac. 
X, 68 te metuat metuenda deis (Tol.)] et sequitur qua du- 
cunt vincla marita ' [cfr. Drac. Vili 524 conubio servus ve- 
niam sub lege mariti Nocte dieque pavens] : Drac. VI 17 
'Mars saltat amores. Et Venerem placare cupit, cui mi- 
litat omnis Marcidus et nudis ludit post arma lacertis. 
Ac furibundus Amor Veneris per castra triumphat' (cfr. 
VII 36, * per castra Dionae '); et Veneri ' cui fiamma potens ' 



aagitta 6. Non deest etiinn in verbis similitndo ; luci descriptio eodeni 
modo incipit (Rep. v. 33, Perd. v. 25 ' Lncus erat '), simili resinnittir 
(Rep. T. 50 ' liiinc... solnm liicum ', Perd. v. 38 ' huuc lucnm'); affiues 
sunt exseerationes et interrojjationes atqne hortationes in Ciipidinem ex 
quibus utrnmqne Carmen rhetoricuni motuni snscipit. 

(1) Ambo videntur exiilicatioues esse ovidianae seutentiae (Am. 1 9, 1) 
* Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido '. 

(2) K. Rossberg, Materialien zu einera Commentar iib. die Oresti» 
trag. des Braco ntius (progr. Hildesheim 1888-89), ad h. v. 



92 e. MORELLI 

(Rep. V. 2) bene respondet dracontianus ille Cupido ' flam- 
mipotens ' (v. 5). 

V. 24 claus. ' iura mariti ' ; eadeni Drac. Vili 4 (sed 
eadera etiam ap. Ovid. Art. II 381) (Tul.). 

V. 25 ' indice sub Phoebo captam gessisse catenas '; 
Drac. II 56 ' uìeque suo prensam nyrapham monet indice 
Sole Vulcanique sonant captivo Marte catenas '. 

V. 45 claus. ' purpura fulget ', Drac. Vili 483 ' pur- 
pura fulgens ' (sed eadem ap. Ov^ Fast. I 81) (Tol.). 

V. 65 claus. * terrore fatigat ' ; Drac. Vili 457 ' cla- 
more fatigat '. 

V. 76 ' post bella deus, post praelia victor Victus 
amore redit ' ; Drac. II 94 ' post bella.... victor ' ; V 48 
' dum Victor post bella redit ' (efr. et v. 162, Or. 164). 

V. 84 ' teneris suspendens oscula labris " ; Drac. IX 
207 ' mellifluis adiungens oscula labris '. 

V. 101 ' nuuc vestes fluitare sinens vix laxa reten- 
tat ' ; Drac. II 84 * usque pedes fluitans vestis laxatur ad 
imos ' (Tol.). 

V. 106 * Quam blandas voces, quae tunc ibi mur- 
mura fundunt ! '; Drac. De laud. dei I 244 ' ac varias fun- 
dunt voces raodulamine blando '. 

V. 159 ' crimine tanto ' exeunte versu ; sic apud Drac. 
De laud. dei II 458, Or. 435 (Rossb.) ; cfr. Val. Flacc. VII 
631. 

V. 1()1 'ore fremi t ' ineunte versu; Drac. Or. 549, 
713: adde Val. Place. VII 67. 

V. 172 ' excutitur somno ' ineunte versu; Dra--. De 
laud. dei I 387 ; Ovid. Fast. IV 555 (Tol.). 

Nunc quidem varie de singulorum testimoniorum pen- 
dere indicare licet: sed ex omnibus quae attuli aliqua, nisi 
fallor. elucet quae negari non potest inter Reposianum ac 
Dracontmm affinitas. Dracontium ipsum Reposiani imitato- 
rem exstitisse minime censebit qui consideraverit quam di- 
versa fuerit virorum auctoritas ; nani Dracontium constat 
saepe nominatum et lectitatuiìi fuisse (1), quod nullo pacto 

il; \. Volliiicri p. Vili aqu. 



.STVDIA IN SKROS LATINOS POETAS 93 

potest de Reposiano affìrmari : testimonia autem omnia, ut 
dicam quod sentio, non tam veram ac propriam Reposiani 
ex Dracontio verboriim et sententiarum translationera osten- 
dunt, quam multifariam qiiandani similitudinem et conve- 
nientiara. Rectiiis igitur inde concludas Reposianum eodem 
tempore atque Dracontium vixisse, atque eandem similemve 
poeticam disciplinam esse secutum quam Dracontius vel se- 
cutus vel raoderatus sit, et cui etiatn auctor Aegritudinis 
Perdicae sit addictus. Quam in opinionem cetera quoque 
quae ante attigimus argumenta nos adducunt, quae quamvis 
talia non sint ut singillatim perpensa dubitationem omnem 
abstrudant, graviorem e communione et conspiratione vini 
assumunt. 

Quae omnia si recte disputata sunt, etiam Reposiani pa- 
tria certa fit : Afrum ostendit illura et ea quam saepe me- 
moravimus cum Afris poetis aequalibus affinitas, et ipsa 
Anthologiae salmasianae compositiO; quae cum paucis ce- 
terarum provinciarum eisdemque nobilissimis poetis locum 
dederit, ex serorum saeculorum scriptoribus Afros paone 
solos in^ sinum suum recepit. 



IL 

De corapositione carminis Dracontii quod est 
De raptu Helenae (Rom. Vili). 

Non leve iniit iter, si quis Dracontii epyllia sibi le- 
genda sumpsit. Mira multa ac difRcilia in fabulis ei obve- 
nient ; quibus aut superatis aut quovis modo vitatis si in 
poeticam scriptoris artera quasi laboris levamen oculos de- 
iecerit, erunt alia quae acumen ingenii eius vel obscuritate 
vel novitate morabuntur. Utriusque generis difficultates ut 
exagitem Carmen valde notabile ' De raptu Helenae ' inspi- 
cere est animus : forsitan aliquantulum lucis in reliqua quo- 
que carmina redundet. 

De Paridis pueritia (nam factorum series est ante om- 
nia persequenda) poeta ea tantum variis locis tangit quae 



94 e. MORKLl.I 

ad illa quae postea facta sunt intellegenda sufficiant. Bis 
(v. 122, V. 048 sqq.) exitialem facem coramemorat quam He- 
cuba noctii sibi visa est parere ; nullam centra apertam 
facit mentionem Paridis expositi, a pastore qiiodam collecti, 
ab eo educti, fabellarumqiie similium. Quam vitam pastor ege- 
rit ostendiint versus 01 sqq. ' lam grex horretur, fontes casa 
pascua àilvae Flumina rura pigent nec fistula dulcis amatur. 
Non placet Cenone, sed iam prope turpis habetur ', ex qui- 
l)us etiam patet Dracontio obscurum non fuisse quicquid de 
Cenone eiusque laboribus post tragicorum, ut putant, ae- 
tatem, poetae et mythographi copiose conscripserant. 

ludicio Paridis incipit narratio, res non altius repetens ; 
omissis igitur notissimis illis de Pelei nuptiali convivio (l), 
de Discordiae pomo, de deabus duce Mercurio Paridi repente 
visis, quibus alii poetae ut puta Colluthus (De raptu Helenae 
vv. 17-170) satis amplum in carminibus suis tribuerant lo- 
cum, divinum ipsum tribunal poeticis floribus depingitur 
sententiaque alTertur (vv. 31-38). Sed quibus promissis Ve- 
nus pastoris animu millexerit docent vv. 64-6.5 ' .... pulchra 
Venus talem promisit in Ida Qualis nuda fuit : tajem iam 
pastor anhelat '. Quo loco aliqua digna quae animadver- 
tantur occurrunt. De deabus enim arbitri studium sibi de- 
vincire certantibus duo narrationum genera vagabantur, 
quorum alterum, illud quidem antiquius, deas tradebat capita 
tantum nudasse (2), alterum, alexandrina quam dicunt aetate 
exortum (3), eas in pulchritudinis aemulationem se toto 
nudas corpore stupenti pastori exhibuisse (cfr. Prop. II 2, 
13, Ovid. art. I 247, Lucian. dial. deor. 20, 9-10). Sed neu- 
trum, si recto locum interpretor, sequitur Dracontius ; illud 
enim in animo dicere habet, Venerem in certamine aemulas 
ob eam causam superasse quod se nudam ostendisset : tec- 

(1) Cuius taiueu indiciuiii inrcrins iiiveiiitiir, ubi Drac. de rebus post 
iudiciuiu facfcis agit : v. 49 ' pio luatria thalamo poeiius dependit Aoliilles '. 

(2) CIV. Koseberi Lex. d. grieih. u. lat. Mytbologie s. v. ' Paris ' 
!.. 1591. 

(3) Ibid. Sed iam EuripidL-?*, (ini doas so auto iudiciuui lavisso nar- 
rat (Audr. 285 oigeiàv jttòdxojv Niìj'av alykàvia aoifiara Qoaìg) de dearum 
nuditate fortasse cogitavit. 



STVDIA IN SEUOS LAI INOS POKTAS 96 

tum igitur corpus luno et Minerva servaverant. Quain narra- 
tionis speciera recentioribus temporibus vulgatam esse adep- 
tam fidera demonstrant non pauci scriptorum loci (1). In 
mimica fabula de Paridis iudicio quae apud Apuleium Met. 
X 30-32 legitur eadem narrantur; eadem in Ausonii ep. 64 
Peip.; apud Colluthum autem vv. 154-157 Venus tunc prae- 
mium est assecuta cum pectore repente detecto iudicis ad- 
rairationem suscitavnt. Atque Veneris illecebris apud Apu- 
leium e. 32, quae ' polliceri videbatur, si fuisset deabus 
ceteris antelata, daturam se nuptam Paridi forma praeci- 
puam suique consimilem ', consentanea sunt verba deae 
apud Dracontium, quae indici talem uxorem spondet * qua- 
lis nuda fuit ' (2) : ergo mulieris de qua Venus loquitur no- 
raen et genus Alexander nondum novit. At apud reliquos 
scriptores (cfr. Eurip. Hel. 27-29, Troad. 929-931; Ovid. Her. 
XV (XVI) 85; Lucian. dial. deor. 20; Hvgin. f. 92; Coli. 
164) Helenae nomen pronuntiatur, miraque eius laudatur 
forma. Haud magni momenti res ; quippe quae, ut ipsa Ve- 
neris nuditas, in raythi potius cuicuraque libera interpre- 
tatione quam in memoranda fabularum varietate consistat. 
lam Alexander, quem post divinum certamen taedium 
cruciat inopiae suae, Troiam petere anhelat. Nam inter- 
dum V. 68 

omnia norat 
blandita nutrice puoi-, quo sanguine oretus, 
qui genus, nude domns. 

Ergo mitrici isti, immo rectius pastorum familiae, Paridis 
genus bene cognitum fuit : non igitur, sicut referunt ple- 
rique, regius infans ab ignaris pastoribus erat colleetus. 
Soli consentiunt cum Dracontio Apollodorus III 150 Wagn. 
(et ille quidem in hac re tantum), et Mythographus ^"ati- 
canus li 197, qui raatrem dicit natum pastori furtim trans- 

(1) Neque desnut artiiim testimonia. Insignis est parietalis pictuva 
pompeiana (Overbeckii Theb. u. Troisch. Heldeukreis Taf. XII 11) in qua 
Minerva lunoque vestibus indutae conspiciuntiir, (piibus Venus nuda 
sub i a ce t. 

(2) Cfr. etiam Antb. lat. R- 10 (ludiciuni Paridis), 30-32; Dar. 
Pluvi:. 7. 



96 e. MORELLI 

misisse alendum : ergo pastor eiusque familia Paridis gen- 
tem compertam habiierunt. In eis quoque quae secuntur 
Drac. et Mythographus Vat. pari gradu procedunt: Drae. 
V. 70 '.... rapiensque crepundia pastor Troianum carpebat 
iter' (V. et vv. 102-103); Myth. 1. cit. ' adlatis crepun- 
diis '. Verum hic narrationern suam omnino a Servio (ad 
Aen. V 370) sumpsit, qui de crepundiis loquitur (' adlatis 
crepundiis ') fontem afferens Troica Neronis. Quod si deest 
upud Servium additainentum de pastore, Mythographum 
cave credas id sibi finxisse: Myth. enim nihil sui addit (1), 
sed potius in bis rebus commentariis quibusdara vergilianis 
utitur qui aetatem non tulerunt (2); qui in hac, ut in pre- 
cedenti narratione, potuerunt Neronis Troica adhibere. At- 
que, si narrationis siniilitudo fontium quoque similitudineni 
desiderat, illud etiam quod de Paridis nutrice refert Drac. 
nihil obstat quominus ad Troica ista referamus. Est sane 
poeta noster, ut luce clarius infra patebit, cupìdus rerum 
ad mythos pertinentium compositor ac fictor; sed suis ip- 
sius inventis nimiura delectatus, in ea elaboranda et con- 
cinnanda non ita parvum tenipus insumit : ita ut maiorem 
sinceritatis speciera prae se ferant ea quae, paucis tradita 
verbis, velut sua sponte ex communi rerum notitia in opus 
scriptoris irrepserint. Ceterum ea quae de Paridis crepundiis 
referuntur satis vulgata fuisse testantur Ovidii verba, Her. XV 
(XVI) 90 * regius ngnoscor per rata signa puer '. 

Sic Troiam Alexander petit, animo fatisque trahenti- 
bus : et ecce v. 71 

vix viderat arcetn 
lassiis, et iutactae prociimbunt culmiua tiirris, 
iiigouiifc et telliis, muri jiars certa repoute 
concidit et Scaeae iacueruut limiiia portae ; 
tunc Simois sìccavit aqiias, crystalliua Xautlii 
tliimiuis nuda rubet, siidat pastore propinquo 
l'alladinm vel spoiite cadmit siiimlacra Miiiorvao. 

(Ij Cfr. diligeutissimaiu iiuiuisitiouem Friderici Kieseling, De Myth. 
V:it. II fontibus, Halia Sax. 1008 p. 97. 

(2) Sic Kieselingius op. i-it. p. 84, qui uinltis exemplis hano Thi- 
biiiis probabilem coiiiccturam giraci", in Serv. jt. LVI) contirmat. 

111. ini. 



STVDIA IN SERO.S LATINOS POETAS 97 

lam Dracontium in poetica quasi officina operantera aspi- 
cimus ; stant circum communia ornamenta quibiis poetae 
epici qui antea fuerant usi erant quaeque mala aequalium 
voluptas in immensum exauxerat ; ea peritus artifex hinc 
illinc selegit ut versuum contextui insuat. Quis enim nescit 
quantum huiusmodi prodigia poetis in deliciis fuerint ? Ita 
apud Vergilium in Georgicis (I 464 sqq.) horrida multa Cae- 
saris necem praenuntiant ; eadem fiunt apud Lucanum (I 
525 sqq.) Caesare Romam propinquante ; eadem apud Si- 
lium Italicum (VI Gli sqq.; Vili 624 sqq.) aliosque. Tempus 
autem descensus v. 78 

Forte dies sollemuis erat, quo Pergama rector 
infelix Priamns post Herculis arma novarat, 

eodem artificio a Dracontio fictum est quo solent poetae (1) 
narratoresve (2), ut talis factorum concursus fìat ex quo 
tragica quaedam vel epica consecutio oriatur aut etiam 
ut optima narrandi fiat copia, eorum originem diebus certis 
tribuere, qui sollemnitate sua res ipsas augere videantur. 

Hoc igitur die Priamus, filiis comitatus, Pergamon 
ascendit dis sacrificaturus ; v. 83 

ad dftxtram genitoria erat fortissimiis Hector, 
Troilus ad laevam pavido comitante Polite; 
cetera natorum turba stii)ata subibat. 

Memoratur hic trimembre Hectoris Troili Politis sodali- 
cium ; quod inferius fusius descriptum invenimus, v. 624 

non invitus adest, non gaudet fortior Hector, 
Quem Troilus eequitur.... 
631 Troile, sectatur vestigia vestra Polites. 

Sic solet umbra sequax hominem larvalis imago 
muta sequi, nec membra movet, nisi moverit ille 
quem sequitur ; si cesset homo, cessabit imago 

(1) Cfr. in ex. Verg. Aen. Vili 102, Ovid. Met. X 431, XII 150 ; 
apud Drac. in hoc Carmine eo ipso die Paris ad Cyprum appellit, quo 
Helena in natalicia Dionis sacrificat. 

(2) V. quae disputat de hac re E. Rohde, Der griech. Roman* 
p. 155 (145). 

Studi ital. di filol. classica XIX. 7 



98 e. MORELLI 

vel qiiodcnmque nioveiis si sederit, illa eodebit ; 

motibus et falsis reras imitata fignras, 

uil facieus quasi cimcta facit : sic quoque Polites. 

Unde, quaerimus, ista, quorum siniilia nusquain occurrunt? 
In vase tantum ilio perinsigni cui Francois est vocabulum, 
Troilus depictus aspicitur semet Achilli prementi fuga eri- 
piens, dum Polites Hectorque fratri auxiliantes accurrunt : 
quodsi, ut Robertius (l) multa cum probabilitate coniecit, 
species et exemplum Politis hostes invisentis ex Cypriis 
Carmine sumpta fuerunt, poteritne etiam triplex haec ami- 
citia ad Cypria referri ? Utut res se habet, consensus iste 
Inter perantiquum vas recentemque scriptorem potius ad 
fabularem quandam traditionem quam ad arbitrium et for- 
tunae_^et poetae videtur revocandus ; qui, bis cum memoret 
masculos Priami liberos, bis tres istos tantum norainatim 
in sermonem inducit, si Helenum quidem excipimus, qui 
vatis partem sustinet : et suppetebant tamen multi Priami 
nati quos homericae et posthomericae fabulae ita celebra- 
verant, ut graviore de causa quam Troilus et Polites me- 
morandi ducerentur. Haec generatim atque universe dixi ; 
si autem singulas personas intuemur, miremur oportet Troili 
et Politis societatem, qui in triplici amicitia tam artum par 
ipsi sibi sunt, ut alter alterius umbra videatur. Quod par 
minime dracontiani ingenii debuit esse inventum, quoniara 
apud Hjginum f. 90 Troilum et Politem coniunctim memo- 
ratos offendimus, An le vis fortunae nutus erit hic quoque 
arguendus ? 

De Troilo nihil habeo quod addam post ea quae Wa- 
genero praeeunte (Philol. XXXVIII (a. 1879) p. 123) dis- 
seruit Barwinskius (2) : haud multa de eo antiqui narrant, 
innumera et prodigialia tum latino tum romanicis sermo- 
nibus recentiores inde a Dracontio atque a Darete Phry- 
gio (3). Non minus mirabilis est Polites, non modo amici- 

(1) Bild uud Lied p. 17 n. 1. 

(2) Quaestioues ad Drac... pertinentes. II De rerum mythicarum 
tractationo. Progr. Doutscli-Krone a. 1888 pp. 8-9. 

(3) Cfr. e. 7 ' Troilus... non minus fortis quam Hector ' : r. Drac. 
vv. 93, 624. 



STVDIA IN SEUOS LATINOS POETAS 99 

tiae laudatae gratia, sed etiam propter locuin quem illi 
tribuit poeta iioster (1), cum nomen eius perraro apud ce- 
teros auctores inveniatiir. Praeterea cur pavidus impro- 
batur ? Homerus quidem nominat Politeli, non ita tamen 
ut ignaviae macula notet (cfr. II. N 533 ; 339) ; quin 
etiam Q. Smyrnaeus (Vili 403 ; XI 338) eura xQaxegóv ap- 
pellat. Veruni Homerus haec de eo praedicat (II. B 792j : 

Tqcócdv oxojiòg l^e, jioòa)xeh]Oi Jiejioidojg, 
rvju^w èn àxQordrcp Aiouyrao yéqovrog, 
óéy/^evog ònnóiE vavcpiv àcpoQixi^d^ÙEV 'Ayaio'i. 

Num Drac. in deteriorem significationem interpretatus est 

illud 7ioòcoxe(}]oi nsjioi&còg ? An Vergiliura invitum habuit 

auctorem, apud quem (Aen. II 626) Polites a Pyrrho vul- 

neratus 

per tela j)er hostes 
IJorticibus longis fngit et Tacua atria lustrat — i 

Haec, fateor, magis mihi ridet explicatio, ncque tamen om- 
nes araovet dubitationes, meraoriae tenenti fere nulluni esse 
ex homericis heroibus quin interdum hosti terga verterit. 

Inv^enit igitur Alexander parentes cum fratribus; quo- 
rum Helenus ante Priamum procedit. Cassandra Hecubae 
adhaeret. Ac tum in,, agmen prorumpens familiam alloqui- 
tur seque Priami filium profitetur ; quod cum proiectis in 
arce crepundiis (2) probaverit, a patre a matre a fratribus 
eum in vicem osculantibus in familiam recipitur (vv. 104- 
116). 

Ubinam nunc quidem sunt certamina quae in invidos 
fratres Paris sustinuit ante quam agnitus est ? Notissima 
tamen erant ; nani in Cypriis, ut veri simile est (3), narra- 
bantur, in Alexandre euripidea, a qua enniana pendet, ac- 
tionis ea quasi fulcrum fuisse certum est, ab Hygino f. 90 

(1) Drac. ilhim etiam alibi memorat : Rom. V 155 ' Pyrrhus... per- 
ciissit nocte Politeni '. 

(2) Cfr. quae supra ]). 96 disputavi. 

(3) Cfr. G. Wentzel, 'Emdalà^uov... p. 13 sqq. 



100 e. .MOUELLI 

memorantur ; accedit quod scriptores omnes qui cum Dra- 
contio de crepundiis Paridis locuiitur (Serv. 1. cit., Myth. 
II 1. cit; confer etiam Ovid. Her. XV (XVI) 359-360) ea- 
dera aut tangunt aut describunt. Huic quaestioni ut respoii- 
deamus possumus quidem novitatis amorem qui multum 
apud Dracontium valet reprehendere, sed parum inde pro- 
ficimus ; satius est observare huiusraodi contentiones fere 
alienas esse ab arte Dracontii, qui exempli gratia in hoc 
cannine neque deos apud Peleum neque deas in Ida monte 
certantes describit, atque, quod gravius est, in * Medea ' ne 
uno quidem verbo certaraina ac labores ab Aeeta lasoni 
impositos memorat. Eo loco autem de quo sermo est potuit 
Drac egregia Paridis facinora omittere ne narrationis cur- 
sum inani congerie obstrueret, quamquam non est dissimu- 
landum quantum gestiat commotionis affectator tragicis 
locis poemata sua farcire ; aut etiam morale persecutus est 
consilium, ut Troianos omues, nullo dissentiente, in caeci- 
tate sua obduratos, quicquid monuerunt vates, ostenderet : 
sic et in exitu carminis civitatem totani concordi gaudio 
ferale coniugum par celebrantem adumbrat, quo graviores 
appareant Troiae calamitates ex Paride ortae. 

Sequitur locus in raultorum versuum ambitum effusus. 
Germanum recuperatum esse cum audierint, Helenus et 
Cassandra aedes deserunt (1), eum conclamantes necandum 
esse in coetum ruunt, futura excidia òanunt (vv. 116-183). 

Duplex sic exstat vaiicinatio. Similiter in Cypriis, dum 
Paris Graeciam versus solvit, Helenus et Cassandra fata 
aperiunt ; sed hoc parura gravitatis habet ad vim loci intel- 
legendam : serviit enim Drac. sive doctrinae cupiditati, ut 
utrumque prophetarum de quibus in troicis fabulis multa 
praedicabantur faceret loquentem (2), sive philosophiae suae, 

(1) Siitorii istius, ut itii dicam, laboris quo ex vario fonte petita 
eleraenta Drac. iu unum concinnavit frnctus hic apparet. Dixerat v. 88 
' rex Helenum sequitur, Cassandrae mater adbaerot ' : ergo projihetae et 
Paridem vidorant et eius verba andiorant. Sed ecce in sequentibus ver- 
eibua factorum oniuiura ignari appareut : cfr. v. 116 sqq., 134 sqq. 

{'2) Diguus niemoratu est simillinius lioruni vaticinioruni, longitu- 
dine tam inter so diversornm, ordo et compositio : nterqne enim vates, 



STVDIA IN SEUOS LATINOS POETAS 101 

ut urbis funestara pervicaciam in divina praesagia pateface- 
ret. Sed reapse Heleni verba nihil aliud agunt quam ut Cas- 
sandrae omen praenuntient et corapleant : quod eam sibi ve- 
luti suo iure repetere non fugit observantem quanta eius in 
Paridis historia fuerit pars. Cassandra enim iusserat Parìdem 
modo natum occidi (Eurip. Andr. 297) ; Hygino teste (f. 91) 
Paridis genus aperuerat fratribus euni ìnterficere aggredien- 
tibus; in Cypriis antera, ut vidimus, naves solventi futura 
cecinerat. Eius vaticinatio locus comraunis facta erat apud' 
plurimos graecos romanae aetatis scriptores ; ita apud Try- 
phiodorum, cura Troes equum in urbem trahere deliberant, 
clades venturas canit vaticinatione dracontianae persiraili, 
si ad compositionem spectamus (v. 376 sqq.); idem fit apud 
CoHuthura, cura navis Troiam appellit (v. 389 sqq.) ; Lyco- 
phronis autem Alexandra, ut iterum in antiquiores reduca- 
mur, nihil aliud est quam prolixum idemque obscurissimum 
(^assandrae Carmen. In quibus omnibus poematis eadem 
narratur res, quam arbitrio fortasse suo poetae diverso tem- 
poris spatio coliocarunt : contra in Euripidis tragoedia 'AU- 
iavÒQog inscripta veri simillimum est Cassandram eodem 
temporis puncto clades cecinisse atque apud Dracontiura, 
id est post cognitum fratrem. Efficitur hoc non ex euripi- 
deae fabulae friistulis, sed ex locupletioribus fragmentis 
Alexandri ennianae, quam scimus a Varrone (De lingua 
lat. VII 82) ad Euripidis exemplar scriptam esse. Quin 
ipsa fragmenta haud parvam cum Dracontii versibus sirai- 
litudinem prae se ferunt (I), ut collatio demonstrabit. 

Ribb. fr. VI Drac. v. 134 

Heeuba. Séd quid oculis ràbere Dnin loquitiir Cassandra venit fu- 

[visa es dérepente ardéntibus ? [ribiinda sacerdos 

Cassandra — 122 

Adest, adest fax óbvoluta siiu- haec est illa tuo fax, mater, pro- 

[guiue atqne incèndio ; [dita sonino 

postquaiu patriae calamitates euumeravit, suasmet ei appouit opponitque. 
Poetala hic dopreliendimus por significationes et praeuionitioues narra- 
tionoin integrare studentem. 

(1) Eam Bnechelerus (Rb. Mus. XXVII (a. 1872), p. 477) ostendit 
et Ribbeckius i^Rom. Trag. p. 97) amplius explicavit. 



102 



e. MORELLI 



iiiultos iiiinos liituit: cives, férte 

[opem et restinguite ! 

iitmqne mari magnò classis cita 

téxitur : exitium éxamen rapit: 

ridveniet, fera vélivolautibus 
jitivibus complebi't maniis litora. 
fr. Vili 

(> lux Troiae, genudue Hector ! 
Quid ita {iaceutem té tuor) cum 
[tuo lacerato córpore, 
miser, aiit qui te sic trfictavere 
[nóbis respectìintibus ? 
fr. VI 
cives, férte opem et restinguite ! 



quae simul inceudet Troiam.... 

[... couiurat in arma 

Graecia tota dolous rai)tum pu- 

[uire Lacaeuae, 

litora nostra petent Danai cnm 

[mille carinis, 

Dorica castra fremunt et ccit. 

128 

lara pugnant Danai, iain cerni- 
[mus Hectora tractum 
(ofr. vv. 140-142) 



(cfr. vv. 159 sqq.) 



(Jonferatur nunc Cassandra vaticinans cimi Audroraacha 
Troianas caedes apud Ennium in ' Androraacha Aechma- 
lotide ' narrante : 



fr. XII 

Vidi, videre quód me passa ae- 

[g<?rrume, 
Hectóreni curru qufidriingo rap- 

[tarier, 
Hectóris natum de muro iactà- 

[rier. 
fr. IX V. 86 

Haec omnia videi inflammarei 
Priamo vi vitam evitarei, 



{cfr. versus supra allatos) 



lovis iiram sanguine tiii-parei. 



146. Astyanax Danais muro iac- 
[tatur ab alto. 
149 

veniet uiox Pyrrluis ad arma 
qni sciudat muros, qui damuet 

[Pergama ilammis, 
qui Priamum gladio fervens ob- 
[truucet ad aras. 

Oassandrane apud Euripidem fratribus ut fratrem necarent 
suaserit non enitet ex fragmentis: veri simillimum taraen 
est (1). Sed vatis Consilia irrita evaserunt ; obstitit enim, 
teste Dracontio (v. 184 sqq.) ' visus cunctis.... Thymbraeus 
Apollo ', qui valde indignans quod ' mercede carens con- 
clusit Pergama muris ', in vates invehitur, Paridemque re- 
cipiendum suadet, ex quo Troiana pendeat magnitudo. V. 190 

(1) V. Ribbcckii op. oit. pp. 92-93, ubi in testimonium vocantur 
sarcophaguia et speculiun etrusca. 



STVDIA IN SEIiOS LATINOS POETAS 103 

pellere pastoreui patriis de sedibus iinquam 

fata vetant, quae magna parant. Staut inssa deorum : 

magnauimnm Aeacidem solus pvosteraet Achillem. 

Troiauos regnare placet, qua solis liabeuac 

ostendunt tolluntqiie diem, qvia vertitnr axis 

frigidvis et zona flainmatur sole corusco. 

Troiauis dahitur totns possessio numdus 

tempore nec i)arvo Tronm regnabit origo. 

Fata manent, conscripta semel sunt verba Tonanti s, 

' imperium sine fine ' dabit, Cohibete furorem. 

Mortali divnm periet quo iudice iudex ? 

Nec hoc fata sinunt. Pudor est voluisse nocere 

et uon posse tamen. Pigeat ! iam nemo minetur. 

quelli Clotho, quem Lacliesis, quem viudicat Atropos ingens. 

Coniectura fieri potest talis quae nos primo aspectu alliciat. 
Deteximus nonniillas inter Ennium Dracontiumque sirailitu- 
dines ; quin apiid Ennium quoque Paris inopino dei cuius- 
dam auxilio haud dubie est servatus : fuitne igitur deus 
hic idem Apollo qui apud Dracontium coraparet ? Sed fac 
fuisse : num poterit fragraentum illud I Alexandri ennianae 
' volans de caelo cum corona et taeniis ', quod ad Amorem 
referri solet Victoria Paridem coronantera, Apollini vindicari? 
Minime vero. Tam mirabilis enim fabella apud mytho- 
graphos qui secuti sunt, velut Hyginum, aut in pictis sculp- 
tisve mouumentis vestigia certa relinquere debuit ; praete- 
rea nullura deum ex machina tam ineptum possumus 
existimare ut sacerdotes suos raendacii arguat ; denique si- 
militudines istae, quamvis speciosae, non huiusmodi sunt 
ut imitationem certam ac propriam testentur : quam etiam 
si admitias, probabilius sit Dracontium Ennii versus uno 
auctore Cicerone, qui eos tradit, cogno visse. At enim tam 
saepe accidit in vaticinationibus, quarum locupletissimus in 
tota poesi graeca et romana est nuraerus, ut prophetae de 
similibus rebus canentes in sirailia verba incidant (1), ut 
cavendum sit ne niraium ponderis talibus consensibus tri- 
buamus. Narraverant revera veteres Paridem deo quodam 
opitulante (Agenore, ut par est) servatum fuisse : Drac. en 
rem tenuit, personam dei mutavit. Mutandi causam vel di- 

(1) Cfr. exempli causa Tib. II 5, 39 sqq., Ovid. Met. XV 430 sqq., 
Stat. Achill. I 31 sqq. 



104 e. MORELLI 

cain excnsationem habuit parurn gratuin Troiaiiomm erga 
Apollinem animum, metarn autern Roraae laudatioiiem, quae 
ex Troiae niinis gloriosa exstitit (1). Eam ut assequeretur 
totura se ad Vergilium applicavit, qui in III Aeneidis libro 
vv. 90-98 ApolJinein facit e cortina loquentem et futurura 
nomen troianae gentis extollentem ; quod etiam luculenter 
exauget luppiter in libro I vv. 254-296, maestam Cythe- 
ream consolans. Locos autem hos in mente Dracontio in- 
sedisse deraonstrat eorum in Apollinis oratione imitatio (2). 
Ad Alexandrum redimuS; qui iterum condicionem suain 
fastidiens, parat ' Aegaeum sulcare fretum ' (3), patrique 
consilium aperit. Priaraus, nova bella timens, eum horta- 
tur ut Salamina eat atque a Telamone Hesionem araitam 
repetat, Laomedonteis temporibus raptam, sociosque ei in 
legatione addit Antenorem Polydaraantem Aeneam. Non 
invitus ille patri paret et Graeciam versus solvit. Salamina 
cum pervenerit, a Telamone in hospitium recipitur. Ante- 
nor legationis causam exponit bellumque durioribus verbis 
minatur ; cui Telamon iratus respondet. Tunc Polydamas 
sedato animo pacem a Dardanis desiderari affirmat, Tela- 
monemque laudat qui Hesionem in uxoris locum suscepe- 
rit (4). Diebus octo sic Salamini actis, Aeneas regem salutat 

(1) Similem historiae interpretandae rationem exhibet epigramma 
Aiith. lat. R2 162 ' Troia ' : ' Desine, Troia, tiios auimo deflere labores : 
Eomam capta creas, merito tua postuma regnant '. Haud dissimiles a 
Dracontio sententiae inveniuntur etiam in epigrammatis sequentibus 163, 
164, 165, 166 (De iudicio Paridis). 

(2) Aen. Ili 97 ' Hic domns Aeneae cunctis dominabitnr oris, Et 
nati natorum, et qui nascentnr ab illis ' ; cfr. Drac. vv. 193-197 ; 196 
' Troianis dabitur totus possessio mundus, Tempore nec parvo Troum 
regnabit origo '. Et ' verba Tonantis ' quae Drac. citat sunt lovis verl)a 
in I Aeneidis libro v. 279 ' imperium sine fine dedi '. 

(3) Gloriae, ut videtur, amore captus (cfr. vv. 213-217) vult Paria 
Graeciam petere, non, ut apud reliquos scriptores, Helenae uanciscendae 
cupiditate. Hoc ex Veneris verbis (vv. 64-65) consequitur, quae pastori 
non Helenara spondet, sed mulierem quandam forma sibi parem. 

(4) Aiacem Tclamonium tradit cum Darete (e. 19) Drac. (vv. 50-52, 
290) Hesiones filium fuisse ; quod solum de Teucro narratum invenimus. 
Rem sibi Dracontium non finxisse demonstrat Italici versus, II. 624 ' Ile- 
siono de matre videa Telamona croatum ' : fons auteni qui fuerit, coni- 
cere unii vnleo. 



SI VUIA IX SEKO.S LATINOS POETAS 105 

eique de hospitio gratias agit. Mox solvit legatio (vv. 212- 
384). 

Talem narrationem in vetustiore, ut ita dicara, antiqui- 
tate frustra quaerimus : mire similia contra refert historia 
scriptoris Dracontii, ut putant, fere aequalis, Daretis Phry- 
gii. Apud utriimque causa praecipua troiani belli ex Hesione 
a Priamo incassum repetita exstitit (Dar. ce. 4-5, Drac. 
vv. 50-52), apud utrumque legatio Salamina proficiscitur. 
Si Daretem quidem auctorem sequimur, Antenor unus Sa- 
lamina pervenit Hesiones causa, ac male a Telamone ac- 
ceptus Troiani redit, ubi in contione res gestas refert ; tum 
autem Paris exsurgens auctor est ut classis ad conturaeliam 
vindicandam paretur, sibique in expeditione Deiphobum 
Aeneam Polydamantem addit : verum hae discrepantiae 
quam parvi momenti sint nemo est quin videat. Attamen 
tam bellus consensus, quem inferius novis argumentis con- 
firmari videbimus, nihil prorsus valet ad locum explican- 
dum : constat enim hodie Daretem in hac parte ex Dracon- 
tio pendere (1). Aliunde igitur erit nobis auxilium petendum, 
quod praebet Servii ad Aen. X 91 narratiuncula. ' Hercules 
cum expugnato Ilio filiam Laomedontis Hesionem, Priami 
sororem, Telamoni dedisset, profecti sunt legati cum Priamo 
et eam minime repetere potuerunt, dicenti bus illis se eam 
habere iure bellorum. Unde commotus Priamus misit Pa- 
ridem cum exercitu, ut aliquid tale abduceret, aut uxorem 
regis aut filiam. Qui expugnata Sparta Helenam rapuit ' (2). 
Haberaus igitur legationem quandam ad Salamina, eam- 
que inani exitu conclusam, ut apud Dracontium. Quod ad 
legatos pertinet, Aeneam comitem Paridi iam antiquissimae 

(1) De hac re minime dubitar! posse ceuseo post Illa quae O. Scliis- 
sel von Fleschenberg (Dares-Studien, Halle 1908 pp. l'I 3-157) protulit 
argumenta, ea absolvens quae autea E. ColLilieux [Étade sur Dictys et 
Darès de Phrygie (quod non TÌdi)] invenerat. C. Wagener, qui primas 
similitudinem ostendit, de communi fonte oogitabat (Philol. XXXVIII 
(a. 1878) p. 120 sqq.). Testimouiis ab bis viris collectis baeo adde : apud 
Daretem e. 37 Antenor Polydamas Aeneas, eaedem scilicet dracontiaui 
carminis personae, Priamum de pace conveniunt ; item Aut. Poi. Ae. 
e. 39 inter tumultuantes eminent. 

(2) Eam ex Servio depromptam paucis mutatis invenies apud Lact. 
Placidura ad Achill. I 21 et 397, et Myth. vat. Il 11)9. 



106 e. MORELLI 

assignant fabulae et piota vasa ; sapiens Aiitenor fuit, opi- 
iior, unus ex Priami comitibus ; Polydamantera prudentis- 
siraum consiliorura sociuin, qualis ex Homero extat, op- 
portune Drac. participem fecit legationis. Haec cum e 
recentiore potisslmura fonte ad Carmen ditandum hausisset 
ac more suo fucasset, carminis argumento coactus non po- 
tuit antiquissima illa deserere quae non ex Hesione sed e 
Paride semen ortum esse belli tradiderant ; atque ita, recen- 
tiora cum antiquis contaminans, legationi quae tam minax 
habuerat exordium exitum inanem quidem sed pacifìcum 
iniposuit. 

Nautis mare tenentibus protinus insurgit procella, quae 
classem in pelago dispergit non sine magno Paridis terrore, 
et naves, una excepta quae legatos ferebat, ad Cyprum in- 
sulam impellit (vv. 385-434). Cypro aderat natalis Dionae 
dies, quem ut celebraret cum multis peregrinis Helena 
' absentem retinet dum Creta maritum ' (v. 441) venerat ; 
quae, postquam Paridis adventum comperit, eum accivit 
( — 452). Pergenti Paridi ad Veneris templuni haec offe- 
runtur prodigia : candidos cycnos candidasque columbas 
tranquille in litore volitantea repente milvus agitat, dura 
gravis accipiter eis impendet. Tura ' sollers augur cretus 
de gente Melampi ' columbas ait inclytum spendere matri- 
raoniura, olores sponsam designare de Jovis gente natara, 
sed Ditis avem milvura horrida fata minari. Paris, ad cae- 
lum palmas tendens, Venerera supplicat ut emina bona 
firraet, raala deterreat (—480). 

Naufragium in fabulis de Paridis raptu saepe inveni- 
mus. Proclo auctore, in Cypriis veheraentissimus turbo Pa- 
ridera rapta Helena in patriara navigantem Sidonem impellit, 
quara ille expugnat ; Apollodorus antera ep. XI 4 Wagn. 
Paridem narrat naufragio actum Sidonera devenisse et mul- 
tura temporis postea in Phoenicia et Cypro esse moratura ; 
porro Dictys Cretensis 1 5 simili fere modo eum dicit post 
raptara Helenam ad Cyprum impulsum esse indeque Phoe- 
niciara petiisse, ubi Sidonera expugnaverit. Et Apollodorura 
et Dictyn mire cum Cypriis convenire manifestum est : bine 
non audacter deduceretur eam Paridis post raptura in Cypro 



STVnrA IN SKUOS l.ATINO.-S POKTAS 107 

insula mansionem, cuius deest in brevissimo Prodi Cyprio- 
rura schemate notitia, etiam in Cypriis locum suum habuisse, 
nisi Prodi fidem infirmaret Herodotus li 117, qui testatur 
apud Cypriorum scriptorem Paridem tribus diebus feliciter 
pervenisse Troiam. Quicquid id est, ex multiplioi Prodi Apol- 
lodori Dictys consensu sequitur, opinor, naufragiura in quo- 
dam epid cycli ourraine, Homeri locum 11. Z 291 interpre- 
tante, esse enarratum ; mansionem in Cypro, quocumque 
ea tempore fada est, ipsa carminis inscriptio Cypriis adiu- 
dicare videtur. Dracontii inventa ergo non sunt neque nau- 
fragium neque ad Cyprum appulsus (1) : haec facta is ante 
raptam Helenam statuit. Quae res e carminis exordio pro- 
cedit ; nam cum nesciret Paris quam mulierem sibi Venus 
destinasset, eius cum Helena conventum natura et fato 
coniurantibus fieri necesse erat, non voluntate. Adde ver- 
gilianae imitationis vini: eodem enim modo, naufragio actus, 
Aeneas Didonem offendit (2). Aeneae libycam oram tan- 
genti prodigium apparet, quod illi mater explicat (I 393- 
401) ; similia Paridi eveniunt. Predigli ordinem et speciem 
Drac. a Silio Italico mutuatus est (3); interpretis stirpem 
ac personam, ut opinor, a Statio. Narrat hic in Thebaide 
duo portenta (III 453 sqq.; Vili 278 sqq.), quorum primum 

(1) Sic explicari illud posse censeo quod raptus non Spartae sed in 
Cypro fit. Memorabili modo liic quoque cum Dracontio conseutit Dares 
ce. 9-10, qui in insula Cytherea (fortasse Cytheraì Veneri sacra locum 
actionis ponit. Nam Paris, Cytheream apptilsua. Veneri Dianae sacrificat ; 
Cytheream Helena quoque venerat Diauae Apollinique sacrilicatiu-a. Alter 
alterius praesentiam cum resciverit, alter alterum videro cupit ; quod cum 
factum sit, amore mutuo liagrant. Noctu denique (hic narrati© pauhilum 
a dracontiana discrepat), Paridis satellites Helenam cum aucillis duabus 
rapiuut ; insecuutur Menelai satellite? ; quibns fusis, Paris revertitur, 
templum exspoliat, multos captivos ducit. 

(2) Similitudinem cum Vergilio (Aen. I 81-173) et Lucano (V 577- 
677) etiam amplius evolvere possumus. Apud hos quoque habemus ducis 
sortem suam miserantis sermonem, nimirum vario colore efBctum ^irout 
diversa virorum iudoles ferebat ; quem improvisus rumpit iìuctus. Hoc 
urgente apud Lucanum (vv. 672-677) ut apud Dracoutium (vv. 425-429) 
navis litus tangit. — Similia nonuulla invenies apud Val. Flacc. I 607- 
658 et Sii. Ital. XVII 236-291. 

(3) IV 105 sqq. : animadvertit Vollmerus in adiiotatione ad v. 453. 



103 e. MORELLI 

inclytus ilio Melarapus iiiterpretatus est, alteruin Thioda- 
mas (cfr. Vili 277 ' haud mora, cuncti Insignem fama 
sanctoque Melampode cretum Thiodamanta volunt'; 
Drac. V. 459 ' tmic sollers augiir cretiis de gente Me- 
lampi ', nomine non addito) : Statii auctoritate fretus 
Drac. satis habuit Thiodamanta ])er periphrasin quam di- 
cmit designare (1). Ad Melampodis gentem, cuius videtur 
poeta praestantissimos nominare voluisse, nos revocat etiam 

invocatio Polletis v. 478 : ' sacris quibus imperat auctor 

Troius ille puer Ganymedes, originis auctor, Et Polles, cui 
pinna loquax dat nosse futura ' : Suidas enim (s. vv. TIóX- 
Xi]g, MeMfiTtovg, ovjli^oXov) ac Marinus (Vita Prodi 10), qui 
soli de eo mentionem faciunt, eum semper cum Melampode 
commemorant. Haec de PoUete sufficiant ; sed quis un- 
quam fando audivit Ganymedem auguralis artis conditorem 
fuisse ? (2), Num virtutem aquilae Tfjg juavreiag ttqoéòqov ad 
semideum cum ea artissime in fabulis coniunctum rettiilit 
Dracontius? An subest hic fabella talis qualis de love narra- 
tur luturnae post ereptum pudorem vaticinandi artem iraper- 
tito et qualis de Apolline et Cassandra ? Excusatum me volo 
si mihi ipsi talia temptanti parum credulus auditor adsisto. 
Paris, templum ingressus, in se cunctorum lumina at- 
que Helenae potissimum vertit, quae a Cnpidine Venere 
iubente vulnerata eum iam deperit. Regiam cum adierint, 
ab hospite qui sit quaerit et unde veniat ; tacet de hac re 
pastor et Helenam laudans absentem culpat maritum. Com- 
mota Helena eius stirpem sibi notain esse pronuntiat, eique 
amorem suum aperit fugamque proponit. Sic fugiunt aman- 
tes ; quos nec Menelai ministri comprehendere valent, nec 
Menelaus ipse, qui sero nuntium cura acceperit sero ad litus 
pervenit, et solventem navem vehementer dolens indignan- 
sque aspicit (vv. 481-585). Sed interea sunt disiectae lega- 
torum naves Troiam reversae, ubi Aeneas de amisso Paride 
refert. Fit in tota civitate luctus; fìlio Priamus cenotaphium 

(1) Lacunam si quis probaverit a Dnliuio et Vollraero post v. 4(ìO 
statutam, possit iu ea augurìs noineu latuiase conicere ; at ego nullnm 
versiim intercidisse seatio. 

(2) Aniraiidvertit VoUraerns in indice III s. tit. • Not.iliilia viiri.i '. 



STVDIA IX SEHOS LATINOS POETAS 10') 

struit. At ecce protinus adest Paridis classis, et luctum 
gaudium iminensuni subsequitur : nuptiae fiunt, saltatur 
et canitur, quamquam taetra auspicia mala multa minantur 
(vv. 586-655). — Sic clauditur Carmen. 

Ad haec declaranda, a similitudine cum Vergilio inci- 
piendum. In dearum templis inter se primum vident Paris 
et Helena, Aeneas et Dido ; hi in lunonis, illi in Veneris 
aede ; ibique primas amoris flammas suscipiunt. Inde ad re- 
giam pergunt ubi, Veneris iussu, cum Helena tum Dido 
Cupidinis spiculis feriuntur. No tamen buie similitudini ni- 
mium ponderis tribuamus monet magna pars quam apud 
omnes scriptores in Helenae Paridisque amoribus conci- 
liandis habet Venus ; quam magna exemplorum copia et 
picturae testantur, in quibus amantibus Aphrodite adsistit 
uno vel pluribus Amoribus Gomitata. Helenae autem repen- 
tinus amor nihil novi requirenti offert, utpote qui consen- 
taneus sit communi illi sententiae mulierem sponte, non vi 
coactam, pastorem secutam esse (1). Forma enim habituque 
eius capta (cfr. Eurip. Iph, Aul. 71 sqq.), verbisque decepta 
semet ipsam cupienti exhibet : piane ut apud Colluthum 
V. 255 sqq., qui exorientem amorem et progredientem si- 
militer describit. Persecutionem vetustiores qui exstant 
auctores non narrant (2) ; quod si eius notitiam ex fonte 
aliquo habuit Drac, eam suo Marte exornavit, Paridem in- 
ducens novum ignavi animi testimonium praebentera, et 
maritura ah nimis sero reversum misere lugentem. Similia 
leguntur apud Daretem (3) ; ncque multum differunt ea 
quae Malalas V 116 o refert de Graecis aequore raptores 
frustra persecutis. 

(1) Cfr. Donat. ad Verg. Aen. VI 525 ' Fertur euim cum consemsu 
proprio per imagiuarium raptnm cum Paride ad Troiam pervenisse '. 
Fabulas omnes de Helenae raptu unus e sophistis illis qui tot in mythos 
mntationes intulerunt, Gorgias Leontinus, sic adumbrat (Helenae land. 3) : 
"H yÙQ rvxf]S Povh]f.iaoi xal &scòv xslsvo^aat xal dvàyxtjg tptj(piafiaoiv sjiga- 
^sv a EJiQa^EV, ì] pia dgTiaa&eToa, »/ Xóyoig jisia&eToa, tj SQCori dXovaa. 

(2) Sed cfr. Apoll. epit. XI 4 Wagn. :TQoaia-/ovai Ziòiòvi' evlafìov- 
/iisvog de 'AlÉ^avÒQOS (.irj òio>x^fìy ^olvv òiézgups XQÓ^ov èv ^oivix}] xal 
KvjiQcp. Haec facta diverso temporum spatio collocavit Dracontius. 

(3) Cfr. et Dict. I 5. 



110 e. MORKLI-l 

Qui hos excipiiint versus florilegium quoddam poeti- 
cum definiri possunt. Ex naufragio quod naves legatoruin 
dispergit (quam ad rem naufragiuni conferatur in primo 
Aeneidis libro, quod Troianorum classem disgregat), na- 
tura consequitur ut naves ducum diverso tempore ad me- 
tam perveniant: atque hic Vergilium iterum confer, apud 
quem Aeneas, ut Paris, serius quam ministri sui ad terram 
appellit. Qua ex re necessaria quasi lege scatuerunt quae 
Drac. exponit: Priamus cum civitate luget, filioque inanem 
struit tumulum. Idem fecerat idem cum Aesacum filium 
interfectum existiraaverat, ut narrat in XII Metamorpho- 
seon libro Ovidius (1); quin de Paride ipso hoc tradilur 
apud Hyginum f. 90 : ' fecit in Ilio Priamus cenotaphium 
Paridi, quem natum iusserat interfìci ' : quod si Drac. tem- 
pus facti mutavit, talia apud talem scriptorem nulla m am- 
plius nobis ^dmirationem moveant. 

Denique laetitiam civitatis sponsorum adventu alii quo- 
que testantur; prodigia ipse sibi Drac. finxit poetico arbi- 
trio (2), ut illa quae Paridis ad urbem Troiani descensum 
praenuntiaverant societatem responsionemque invenirent, ut- 
que fabula per terrorem bellorum monstrorumque ad exitum 
deducta in moralem conclusionem cogeretur. 

Sed iam qui ex quaestione provenerit fructus forsitan 
appareat : parvulus, si ad ingenuam rerum mythicarum 
scientiam animum advertimus, paulo uberior si ad artem 
componendorum carminum. Nimirum hoc opus, eo tempore 
conscriptum quo centones tanto lectorum plausu florebant, 
miri quodammodo centonis speciem gerit, ex pluribus locis 
poetis epicis communibus conflati. Neque carraen de Raptu 
ncque Medea neque Orestis tragoedia tam lato ambitu gau- 
dent quam vetusta ac sollemnia epica carmina: quid igitur? 
eo magis erant eleraentis farcienda ex quibus epicus qualis- 
cumque color redundare posset. Sic habemus et prodigia, et 
àvayvojQiojiióv, et furentium vatum praesagia, et legationem, 

(1) Cfr. Ovidii versus 1-3 cum Dracoutii vv. 610-613. 

(2) Similia legas apud Stat. Theb. II 249 sqq. de nuptiis Polyuicis 
et Argiao. 



STVDIA IN SEROS LATINOS POBTAS 111 

et naiifragium, et flagrantissimi amoris narrationera, alia 
huius generis : quae omnia magis perspicua nobis fient si, 
postquam seiuncta membra perscrutati sumus, totum opus 
ampliore quodam contuitu complectemur, reliquis poetis in 
comparationem adscitis. Hinc quae poemati facies venerit 
posterius disputabo : nunc id fìxum haberi volo, perexiguam 
fidem esse dandam Dracontio mythica facta narranti. 

Qua in re nolim taraen ultra aequi rectique fines pro- 
gredì ; neque enim credibile est poetara ita confuse tot e 
tam vario fonte petita permiscuisse ut pristinam omnibus 
eripuerit faciem. Non agitur hic de universo historiae cursu, 
quem multa hominum saecula ita conformaverant ut parum 
in eo mutari posset, sed potius de raicis nonnullis hic illic 
elucentibus. 

I. Primum igitur vidiraus triplicem illam Hectoris 
Troili Politis coniunctionem, quorum Polites potissimum 
Troilusque artissimo Inter se amoris vinculo sociantur; cuius 
coniunctionis ea est natura ut minime ab audaci poeta con- 
ficta appareat. Atque eadem in vase Frangois invenitur, 
quod probabili coniectura a Cypriis pendet. 

II. [Quod Helenus et Cassandra simul locuntur im- 
pendens Troiae exitium, non sine quadam cum Cypriis si- 
militudine, aut nullius aut levissimi esse momenti observa- 
vimus]. 

III. In Cypro repentinus exoritur amor et raptus fit: 
quae narratio nusquam occurrit. Sed, nisi omnia fallunt, 
magnum in Cypriis Cyprus insula sibi vindicavit locum. En 
igitur quod conicio. Drac, qui in auctore aut auctoribus 
suis tramitibus plus minus rectis a Cypriis aliisve carminibus 
ad epicura cyclum pertinentibus aliqua derivantibus tantam 
partem buie insulae tributam animadvertisset, in hac sedem 
actionis collocare non dubitavit, sive sponte sive narratiun- 
cularum quarundara auctoritate inductus quas apud aucto- 
res suos legisset. 

Qui tamen qui fuerint quaerere cassus est labor. Pru- 
dentis hominis erat fortasse nullam super levem cum Cy- 
priis similitudinem aedificare coniecturam ; prudentissimi 
erit a lubrica hac inquisitione pedera retrahere. Quid enim 



112 e. MiiRKI.LI 

est nobis compertum de scaenicis fabulis quae haud exiguo 
numero in Troiae calaraitates componebantur (1), de poe- 
matis quorum nonnulla, ut Troica Neronis et Lucani, usque 
ad Servii tempora lectitata fuisse constat, de compendiìs 
illis mythographis quae per omnia doctorum indoctorum- 
que manus volutata cum sorde multa fluviorum ritu pre- 
tiosos nonnumquam lapillos ex profundis montium radici- 
bus erosos pertrahebant ? Quae quam utile foret habere ! 
Quam multa tum clara fìerent quae apud nonnullos huius 
aetatis scriptores, velut Dictyn et Daretem, crassa caligine 
teguntur ! 

* 

* * 

Hacteniis de rebus ad mythum spectantibus ; quibus 
inspectis, facilius rhetoricam totius carminis speciem dino- 
scere licet. Et statim quidem oculos nostros in se vertit 
prologus, in quo nimis multa ac varia elementa coacervata 
inveniuntur. Duobus versibus et dimidio incipit (2), quibus 
carminis ratio et argumentum continetur ; sequitur causa- 
rum enuntiatio, quibus motus poeta id tractandura elegerit. 
In bis enumerandis, eadem invenitur ratio atque in reliquis 
Dracontii epylliis, Medeam dico et Orestis tragoediam : res 
rem quadam similitudinis specie coniunctam petit, haecque 
aliam quamlibet sibi ad latus addit ; sic procedit oratio, nc- 
que quos ad fines tendat conspicimus, quorum ipse poeta 
videtur esse oblitus ; sic, favente sententiarum moralium 

(!) Ili Africa eas dracontiana aetate factitatas esse denuntiat epi- 
gramma Liixorii (Anth. lat. K* 310) ' In iiaatomimam pygmacam, qiiao 
Andromachae fabulam frequenter saltabat et raptum Helenae '. Qui an- 
tera non ignorant quantam rantandi et oorrnnipcndi rim penes se habeat 
niimns, facile in snspicionem incident nonnulla inexplicabilia sive in hoc 
Carmine, aive in Medea atque in Orestis tragoedia, quae itera talibus 
fabulis materiara opportunam praebent (cfr. Med. 16 ' nos illa canemus 
Quae solet in lepido Polybjmnia docta theatro Muta loqtii, cum nauta 
A'enit, cum captus araator Inter vincla iacens mox regnaturus lason ' et 
cett.), ex mimis pregressa esse. 

(2) Statiana est haeo exordiendi ratio, quae in isto paucorura ver- 
suuni acberaate dignissima quae memorentur complectitur. Recte enim 
cum exordio Thebaidis et Achilleidis exordium nostrum conferas ; Achil- 

24. 11. '911. 



STVDIA IN SEROS LATIXOS POETAS 113 

tumore, oritur obscuritas, quae in omnibus dracontìanorum 
epylliorum prologis offendit, atque in bis tantum: nam nar- 
ratio plerumque expedita graditur. At tumor ille sententia- 
rum non idem est quem apud cbristianum virum exspecta- 
mus, omnes raortab generi insitas infirmitates irato animo 
castigantem, sed ex abis poetis est resumptus vel dicam 
locatus : idem tumor est qui apud Lucanum per prologos 
et epilogos et ipsam narrationem non sine magno lectorum 
taedio grassatur (1), quemque secutae aetatis scriptores a 
quibus Drac. pendet, Sii. Italicus et ante omnes Statius, 
velut hereditario iure acceperunt (2), qui per rbetorum scbo- 
las declamationibus similibusque exercitatiunculis propaga- 
tus peiora in dies incrementa recepit: ita dure per antitheses 
procedit, ita aegre per oxymora, ita inflate per bombasticas 
auctiones. 

Atque haud scio an baec sententiarura moralium affec- 
tatio multum valuerit ad fuscam illam terroris nebulam gi- 
gnendam quae et hoc et reliqua Dracontii epyllia involvit ; 
nescias enim utrum e tristium factorum consecutione hau- 
serit quasi coactus poeta cogitationes istas, an tristia factii 
consulto canenda surapserit ut philosophandi occasionem ar- 
riperet. Nam et hoc statini oculos ferit talia africani poetae 
opera voiutantibus, quam tragicum semper thema elegerit, 
sive Paridis labores cum Helenae raptu, sive Medeae sae- 
vos amores irasque, sive Orestis tragoediara illustrare vo- 
luit - unum excipiatur ovidianum illud Hylas - (3), et quan- 
tum in ipso carminura corpore episodiorum, ut hoc voca- 
bulo utar, tragicorum studio indulserit. Quin etiam asserì 

leidis antem prologum ante oculos Dracontio versatiim esse etiam ex hoc 
apparet, quod post eum simillimo modo iiarratio incipit (cfr. Achiil. I 20 
' Solverat Oeballo classem de litore pastor Dardanns, incautas blande 
popnlatus Amyclas ' ; Drac. 34 ' Solverat Iliacus caeli vadimouia pastor ' : 
et supra dixerat y. 30 ' fecit Alexaudrnm raptu spoliaret Amyclas ')• 

(1) Cfr. exempli gratia Lue. V 57-64 cum Dracontii vv. 41-60. 

(2) Nobilissimnm exemplnm est Pharsaliae principium ; cfr. etiam 
initinm Tbebaidis, et paulo post vv. 147-196, moralium querimoniarum 
plenos in Eteoclis et Polynicis discordi am. 

(3) Rom. II ; cfr. apud Ovid. Met. IV 280-388 fabulam Herma- 
phroditi. 

Studi ìtal. di filol. cla^gica XIX. 8 



114 e MORELLI 

potest Draconlii mythologica carmina (hoc enim de omni- 
bus affirmare licet quod in poemate nostro praecipue elu- 
cet) nihil aliud esse quam episodiorum seriem semet in 
vicem preraentium atque non rei necessitate sed lectores per- 
movendi cupiditate repetitorum. Qua ex re quid sequatur 
facile perspicitur : omnia exaugentur quae exaugeri possunt, 
omnibus adhibitis rhetoricae inflatae adiumentis ; si qua 
autem sunt quae suapte natura veluti tenella ac delicata 
exigant ut parumper poeta circum ea paterna cura more- 
tur, ea inter factorum quasi cautes necesse est ut aut om- 
nino evanescant aut quam strictissime agantur. Ita, exem- 
pli gratia, fere nuUum habent locum ea quae ad animos 
horainum effingendos pertinent, quibus causis ad amorem ad 
odiura ad iram perducantur : quam inepta est Helena illa 
quae, simulatque Alexandrum audivit, nulla interiecta mora 
ei proponit, v. 533 : 

pariter tua regua petamus, 
8Ì8 raihi tu ooninnx et sim tibi cliguior uxor ! (1 1 

Hoc exemplum unum brevitati studens afferò ; et possura 
eadem de omnibus factis di cere, quae aut nullo aut debili 
nexu colligata fere improvido lectore eveniunt. 

Ncque hoc tamquam glutinis officium rite implent ora- 
tiones quas liberali hercle manu Drac. opusculis suis insevit. 
Africanus causidicus sibi ipsi in hac re non defuit : ex de- 
cem Romuleis tria sunt puris orationibus controversiisque 
tributa (IV. V. IX) ; in carmino nostro, quod ex 655 ver- 
sibus constai, 281 personarum verba tuentur. Atqui in tam 
pauso orationum corpore actio minime languet; immo saepe 
tam sunt motae, tantis impletae furoribus, ut interdum non 
epicum opus sed tragoediam legere videamur. Hic vere eius 
scriptoris vira agnoscimus quem in Carmine rhetorice com- 
ponendo Drac. praecipuum exemplar habuit, Statii Papinii. 

(1) Simili modo apud Colhithum, Thcocriti aliorumque esempla pa- 
ruiu opportune iraitautem, Heleua v. 255 w? lòev, &g èxàXeaae xal èg /xvjfòv 
^yaysr' ol'xov. 



STVDIA IN SEROS LATINOS POKTAS 115 

Nolo ea plurima memorare qiiae verbura verbo fere transfe- 
rens Afer ab eo sump^it (1) ; potest enim imitatio certis 
tantum verbis constricta manere, neque ad malora ascen- 
dere: sed similitudo hic gravior extat. lam Statii aliqua 
quae de narrationis dracoutianae specie observavimus fue- 
runt (modeste dictum velim intellegas) propria, veluti tra- 
gicarum rerum amor, quas propter descriptio plerum([ue 
aspera ac sicca procedit (2) : sed in orationibus maxime illa 
deprehenditur affinitas. Sirailis est orationis fluxus : oratio 
aliquid tale est quod vitam quasi propriam habeat ; orator 
dum loquitur, pliires loquentes audiro videmur, quos ille inter- 
rogat et refellit; multi ibi homines agentes apparent, quorum 
facta narrantur laudis aut vituperationis causa : sic mota 
oratio per parva membra fluit, plenimque abrupta, saepe In- 
ter se opposita. Confer enim exempli gratia Telamonem apud 
Dracontium v. 292 sqq., et Eteoclem apud Statium Theb. II 
410 sqq. loquentes ; quin animadverte seriem orationum 
Antenoris et Telamonis adamussim respondere ordini illi 
Tidei atque Eteoclis apud Statium (3). Pit igitur oratio gra- 
vissima carminis pars, circa quam reliquae satellitum ritu 
fluitare videntur. Quod iterum monco ut mutatis rautandis 



(1) Multa apud Vollmerum inveniee ; aliorum quae addi possunt in- 
dicein afferò. Drac. vr. 34, 30 cfr. Ach. I 20-21 ; 49 v. Ach. I 513 ; 66 
(V. Theb. X 837), 47-48 (v. Theb. VI 442), 324 cfr. Ach. I 500-501 ; 
118 V. Theb. I 463 ; 128 v. Ach. I 6 ; 134 cfr. Theb. II 21 ; 147, 124 
127 cfr. Ach. I 33-36 ; 191 v. Ach. I 81 ; 285-287 cfr. Theb. II 410-411, 
XII 714 305 V. Theb. IX 339 ; 328-329 v. Theb. XII 546 ; 462 cfr. Ach. 
I 31 ; 495 V. Theb. Vili 675 ; 551 cfr. Theb. XI 104 ; 582 cfr. Tbeb. 
IV 249. — Atque occasionem iianctus alios aliorum poetarum locos in- 
dico, quos Drac. iniitatus est. Luoani. Drao. v. 124 v. Lue. II 48 ; 164 
cfr. V 166 ; 187 cfr. Ili 424 ; 190 v. II 574 ; 193-195 cfr. IX 852-853 ; 
222 V. Vili 185 ; 282 v. IX 1019 ; 316 v. Ili 355, 516 ; 320 cfr. Vili 
504 ; 371 v. IX 866 ; 372 cfr. V 16. Silii Italici. Drac. v. 73 v. XI 517 ; 
274 cfr. Ili 172. 

(2) lu exemplum voco totum V Thebaidis libriim. 

(3) Cfr. etiam Heleni et Cassandrae vaticinia cum verbis Thetidis 
in Achilleide (I 30-49 ; 61-76) et Ampbiarai vaticinio in Thebaide (III 
621-647). Polydamantis oratio (vv. 328-348) eaudem couipositionis artem 
ostendit quam Evadues oratio apUd Statium Theb. XII 546-586, quamvis 
dissimilia narret. 



116 e. MORELLI 

accipias : Drac. enim suo more illud exagn^erat quod mo- 
destioribus fìnibus apud auctorern suura contitietiir ; neque 
tacendum est Statii imitalionem in hoc Carmine multo cla- 
riorem quam in reliquis apparerò. Ego quidem v^olui de eo 
tantum loqui quem Drac. inter veteres poetas libentissime 
secutus est ; quos tamen ei semper ante oculos fuisse de- 
raonstrat non solum in consecutione factorum simili tudo, 
sed etiam versuum et hemistichiorum tani copiosa translatio, 
ut qui VoUmeri editionem percurrat suspicari possit collec- 
ticiam versuum seriem sibi esse oblatam. Etenim illud quod 
de rebus a Dracontio traditis diximus, id est eura hinc illinc 
de vario fonte, antiquo plerumque, plurima sumpsisse, quae 
additis quibusdam recentiorum inventis in unum compege- 
rit corpus, idem de rhetorica specie dici potest : fere nun- 
quam ab imitatione poetae alicuius in hac voi illa re pingenda 
vacat ; cuius tamen vis ea non est ut scriptor indolem suara 
temporumque prorsus repudiaverit, id est ut antiquae arti 
illa artificia miscere recuset quae in multis huius temporis 
carminibus, tumorem et ' bombam ', ut aiebant, ' dicendi ', 
ante omnia sectantis, gestiunt ac triumphant. 

Sed aliquid est quod Dracontii Romuleis proprium ac 
singularem locum in sera romana poesi assignet : hoc est 
pagana species. Aut nulla enim aut tenuissima vestigia in- 
veniuntur in eìs quae christianum hominem prodant : ethni- 
cum suspicaremur auctorem, nisi christianum poema habe- 
remus De laudibus dei. Sic christianis temporibus barbaris 
sub dominis antiquae gentilium fabulae ad novam vitam 
suscitatae sunt ; quod conamen in latina orbis parte fieri po- 
tuisse mireris. Scilicet apud poetas Dracontii fere aequales, 
Merobaudem, Sid. ApoUinarem et Ennodium mythologica 
farrago apparet, sed ex memoriae institutionisque thesauris 
reducta videtur ut novum quippiam celebret et exornet : 
inviti dei in extraneum coetum deducuntur. At in Van- 
dalorum regno schola viget litteratorum hominum qui ad 
antiquas res oculos studiose intendunt : ita Dracontio pro- 
ximus Reposianus epyllium de Martis et Veneris conoubitu 
scribit, et anonymus poeta carmen de Aegritudine Perdi- 
cae ; similiaque poemata in deliciis fuisse anthologia quoque 



STVDIA IN SEROS LATINOS POETAS 117 

salraasiana testatur (l). In Africa scholara liane vigere dixi, 
quandoquidera testimonia quae de huius aetatis scriptoribus 
multa leguntur in Sidonii atque Ennodii operibus, de tali 
carminura genere, quantum video, silent. Veruni ea in orien- 
tali imperii parte florebant, ut Tryphiodori CoUutlii Musaci re- 
liquiae declarant. Exsurrexerunt haec, sicut debiles ex magno 
stipite rami, potissimum post Nonni Panopolitani Diony- 
siaca : potuit Afros, cum poetica institutio, tum Claudiani 
Raptus Proserpinae ad talia aggredienda exempli auctori- 
tate movere. 



ADNOTATIONES CRITICAE 

IN Raptvm Helenae. 

V. 31 Caelicolnm praetor iam sederat arbiter idem. 

Codicis lectiouem 'praetor' Vollmerus tenet; ' pastor ' Bue- 
chelerus recto emendavit : cfr. Sen. Agam. 767 ' fatalis se- 
det Inter potentès arbiter pastor deas '. Idem Buech. prò 
' idem ' ' Ida ' scripsit ; Vollm. ' Idae ' (cfr. Stat. Achill. I, 67 
' arbiter Idae ') : Buecheleri emendationem probat Statii lo- 
cus Silv. I 2, 43 * Nec si Dardania pastor temerarius Ida 
Sedisses '. 

274 Turpe ducis servire geniis crimenque putattir, 

8Ì non bella dabuut regi quod bella tuleruut. 
Si pax hoc optata uegat, prò rege rogaris. 
Te repetisse puta Priamo retinente sororeni : 
non dolor armaret, si non daret ille rogatus i 

Sic, perobscuris verbis, legati a Telamone Hesionem 
repetunt. Vollm. v. 276 sic legit ' Sed pax hoc optata ne- 
gat : prò rege rogaris '. Mutationis necessitatem non video : 

(1) Inter vergilianos centoues hos confer, quorum nounulli non au- 
gnstum versuum arabilnm complent : R* 9 * Narcissus 10 ludiciuni Pa- 
ridis 11 Hippodamia 12 Hercules 13 Progne et Pliilomela 14 Europa 15 
Alcesta '. — V. 279 'Vincenti Phaedra ; 628 epigraramata Palladii de 
Orpheo, 630 Ensthenii de Acbille, 631 Pompiliani de Hectore ' et ceti. 



118 e. MORELLI 

hoc potius ofTendit, quod oppositae induciintur res duae, 
quae fere idem sonant, id est : ' Si pax quam optamus He- 
sionem nobis negai (= si pace Hesioneiii adipisci non pos- 
suraus), prò rege rogaris ut Hesionem restituens pacem ser- 
ves '. Ego quidem sic puto Jegendum : 

Si pax hoc optata negat (prò rege rogaris), 
to repetisee puta.... 

et sic interpretor : * Si pace quam optamus Hesionem adi- 
pisci non possumus (et tamen ut res pacifice fìant rex a 
rege rogaris), nonne ad arma confugiendum est nobis? Nonne 
et ipse ad arma confngores, si Priamus rogatus sororem 
captivam tibi denegaret ? '. — Cogitaveram antea v. 276 
post 278 transponendum esse. 

304 .... qui8 regi qiiisve marito 

vel misericors (1) sic ausiis ait tam voce proterva.... 

Mendosissimus v. 305 multa emendationum passus est 
conamina; in hemistichio maxime primo ; ex quibus unum 
lannellii, qui prò ' misericors ' ' misero ' scribit, confirman- 
dum eligo. Nam, ut censeo, sic corruptela orta est. Cum 
perusitata sint in epico sermone, incipientibus personarum 
orationibus, huiusmodi verba * sic orsus ait ' (cfr. in hoc 
Carmine vv. 402, 461), amanuensi? miram quandam in scri- 
bendo vocum * misero, sic, orsus ' commixtionem effecit, ex 
qua ' misericors ' scatuit. Quod si verum est, dubitari potest 
an prò * ausus ' sit ' orsus ' scribendum ; confusio scilicet 
nata esse potest ex vocum * misero ' et ' orsus ' propinqui- 
tate. Hoc re vera factum esse puto : non facile enim conti- 
gua verba 'sic ausus' explicare possis; adde quod signifi- 
catio verbi ' audere ' iam in verbis illis ' turo voce pro- 
terva ' insidet. 

Sed particula quae est ' tum ' nullo modo ferenda. Re- 
cepit Vollm. Duhnii coniecturam * cum ', ego malo cum 
Baehrensio ' tam ' scribere. 

(1) Sic lego in omnibus ctlitionibus ; nnus Vollni. ' niiseicois ' babet. 
Agitnr hic aut de typograpbico meudo, ant de orthographico prò ' mi- 
sericors '. Cfr. V. 284 ' meieri ' prò ' raereri ', .S3S ' meietnr ' prò ' nie- 
retnr '. 



8TVDIA IN SEROS LATINOS POETAS 1 19 

350 sic magua leonis 

ira freiuit, cuni lata procul venabula cerneus 
venantia crispare marni iam verbera caudae 
naribus incutiens spargit per colla per armos 
erecta cervice iiibas. 

Nimis longa qiiidem est cauda ista, quae usque ad nares 
irapingi possit ! Coniecit ' natibus ' lannellius, non igno- 
raus tamen prosodiacum quod incurrebat vitium ; * crnri- 
bus ' Peiperus, ' artibus ' Rossbergius. lannellii inventura 
commendat sententia; prosodiacum vitium tollas sic tran- 
sponens : * incutiens natibus '. 

451 Respicit ad teraphim Veneris, cui turba precantnm 

vel conventus erat ; mos vertit iter ad aras. 

Versus 452 duplici prosodiaco mendo laborat. Excogitavit 
prò * iter ' Buech. ' iturus ', ' ut intret ' Ribbekius. Videsis 
probesne ' vertit ut iret '. 

526 Meuelaiis oberrat 

numine contempto uoii dicam, coniuge pulchra, 

quamvis numen adest veniens de stirpe Touantis 
nude geuus duco. 

Verba sunt Paridis araoris fraudes raolientis. In quibus il- 
lud ' non ' ferri non posse censeo, non tara in illa asyndetica 
constructione offendens ' non dicam (sed) coniuge pulchra ', 
cuius possunt apud Dracontium inveniri exempla, sed potius 
in sententia inde oriente. Illud * non ' non placet apud adu- 
lantem amatorem. Nonne igitur — cura bona Dracontii venia 
dixerim, quera fortasse hoc loco corrige — emendandura 
est 'ne'? 

547 captatum perveuit iter quicumque satelles 

coniugis Atridis, subnisus et hospite turma, 
inox armatoruju rapiens ad bella cohortes. 

Haec codicis verba sunt ; quibus in distinguendis VoU- 
merum sequor. Sed plano nulla ex eis oritur sententia. Ex 
emendationibus quas satis multi docti viri periclitati sunt 
flosculos delibans, locum sic legendum exhibeo : 

captatum pervenit iter quicumque satelles 
coniugis. Atride» subnixus il hospite turma, 
mox armatorura rapiens ad bella cohortes. 



120 e. MORELLI 

Atrides cum Buechelero, it cum Baehrensio lego. 

551 Tiinc Spartana refert : ' iuvenie, quid nostra retardas 

pectora coUoquiis ? Phrygibus taraen arma capessant 
rex dilecte iube, grcBsus celerare miuistros 
imperio compelle tuo : properamus ad ueqiior 
et vacate iussis couciirrens turba ministris. 

Sic codex, lannellius coiiiecit in v. 554 ' propereraus ', * at- 
qiie vacet ' in v. 555. ' Diim vacat ecfussis ' Ribbeck. 
' - emissis ' Baehr. ' - aversis ' Buech. * et vacet enisis ' 
Giarratanus (1), ' et vacat e iiissis ' VoUm., qui adnotat : 
* e iussis ' ' post iussa tua '. Quid inde proficiamus non in- 
tellego. Malo, paucis mutatis, legere ' vacat, en, iussis ' ; 
quae verba duplici modo interpretari potes : ' luvenis, suffi- 
cit ut ministros tuos gressus celerare iubeas : quid times ? 
iara mari proximi sumus, et ecce turbae concurrenti quae 
nos persequitur desunt lussi ministri, id est deest inse- 
quentibus ordo '; sive rectius mavis : ' arma ministri sumant 
iube : nani dum ad aequor properamus turba nostra confuse 
concurrit, quia ministri iussa tua non acceperunt '. 

Camillvs Moeelli. 

(1) Corameutatioues draoontianae, Neapoli 1906 p. 14. 



OSSERVAZIONI CRlTiCIIE E GRAMMATKIALI 

A CURZIO RUFO 



La storia delle imprese di Alessandro Magno, narrata 
da Curzio Rufo in dieci libri, ci è arrivata per mezzo di 
un unico archetipo, lacero e malconcio, del quale si fecero 
neir evo Carolingio diverse trascrizioni. Vi mancavano i 
primi due libri, la fine del quinto e il principio del sesto ; 
il decimo libro aveva, verso la metà, subito pure gravi 
perdite e non tutte dovute ad un' accidentale ca- 
duta di fogli. 

Ma neppure ciò che rimaneva dell'opera originale era 
esente da guasti abbastanza gravi : la trascrizione da un 
esemplare a scrittura continua in lettere capitali aveva dato 
luogo a frequenti omissioni, a ripetizioni erronee che, per 
successive modificazioni, erano destinate a continuare e ac- 
crescere il disordine primitivo. Queste, che pure in varia 
misura sono comuni cause di corruttele nella tradizione 
manoscritta di parecchi scrittori, per un concorso speciale 
di condizioni ad esse favorevoli, esercitarono un' influenza 
più che mai deleteria sull'opera di Curzio. La lunghezza 
punto trascurabile dell'opera stessa, la frequenza grandis- 
sima di nomi propri di paesi e persone, straniere al mondo 
latino, la disposizione talvolta poco naturale delle parole e 
delle proposizioni, fecero sì che i copisti spesso travedes- 
sero, spesso curassero soltanto un'approssimativa riprodu- 
zione delle lettere del loro esemplare. 

Per tutte queste ragioni e condizioni di fatto, il risa- 
namento congetturale del nostro scrittore cominciò relati- 
vamente presto, s' intensificò in epoche più recenti, e noi 
possediamo una grandissima copia di manoscritti modificati 
e interpolati : come, secondo la nostra opinione, i difetti e 



Ì22 L- CASTIGLIOXI 

i guasti del testo Curziano risalgono all'archetipo, fonte 
comune di tutta la tradizione oggi esistente, così credo che 
non valga affatto la pena di esaminare accuratamente tanta 
suppellettile, con fatica già catalogata dal Dosson (1), e di- 
spersa in si gran numero di biblioteche. Supposto infatti 
anche che dai codici interpolati si possa restituire una nuova 
fonte antica, in qualche parte diversa dal codice Parigino 
5716 (s. IX) e dall'esemplare del quale provennero gli Ex- 
cerpta, e dal gruppo C (Bernese 451 - Fiorentino 64. 35 - 
Leidense 137 - Vossiano Q. 20, tutti press' a poco del se- 
colo X, compreso anche il Fiorentino), gemella di tutti questi 
manoscritti, il risultato sarebbe presso che nullo : qualche 
variante di minimo valore potrebbe esser riconosciuta come 
lezione diplomatica, anzi che congetturale ; potrebbe far 
cadere qualche volta la preferenza su C piuttosto che su P, 
o l'opposto. La non perfetta conoscenza dei codici novelli 
può soltanto apportarci il danno di attribuire a qualche 
moderno o di dar come nuova qualche congettura già con- 
tenuta in essi, e il danno, io penso, è minimo (2). 

Ne consegue adunque che l'emendazione del testo di 
Curzio deve procedere per via congetturale, poiché purtroppo 
ormai è da disperare la possibilità che si rinvenga un'altra 
fonte manoscritta integra o superiore alle già conosciute. 
In questo campo la larghissima messe è già stata quasi per 
intero mietuta : gli errori triviali e le contravvenzioni gros- 
solane alle elementari leggi della grammatica furono elimi- 
nate a cominciare già dagli antichi editori ; una maggiore 
considerazione allo stile e alle peculiarità dello scrittore fu 
posta metodicamente dai più recenti studiosi. L' edizione 
ultima dello Hedicke per altro (Lipsia, 1908) se ha indiscu- 
tibili meriti dal punto di vista diplomatico, per una più 
esatta valutazione dei manoscritti, non può dirsi altrettanto 

(1) Étude sur Quinte Curce, sa vie e son Oeuvre, Paris 1887. 

(2) Del resto non tutte lo confetture e i supplementi di I meritano 
quel riguardo, olio viene in alcuni luoghi loro tradizionahiiente accor- 
dato : così, per esempio, a V. i. 17 non so se, considerato il pensiero di 
Curzio, sia piìl vicino alla tradizione ' futura erai ' o un ' futura vide- 
iatnr ', che io preferirei. 



OSSRRVAZIOXI CRITICHE E UUAMMATICAt,! A CVR/.Hì KCI'O 123 

felice per ciò che riguarda la critica, condotta con notevoli 
disuguaglianze e con un eccessivo amore di personalità, 
che ha indotto a preferenze non sempre lodevoli. 

L'abitudine di non ricordare altra correzione o conget- 
tura oltre quella adottata, se ha qualche cosa di meritevole 
nei rapporti dello spazio e della chiarezza dell'apparato 
critico, ha d'altra parte i suoi inconvenienti, non essendoci 
niente di più soggettivo del modo di considerare i testi. 
Molto il lettore deve concedere alla discrezione dell'editore; 
ma qualche cosa anche questi deve dare alla curiosità del 
lettore. Lo Hedicke non si è preoccupato affatto di questo, 
e sotto tale rapporto non è riuscito a rendere inutili le 
edizioni precedenti. Della fedeltà e dello scrupolo nelle sue 
collazioni di manoscritti, mi ha rassicurato il confronto del 
suo apparato con una mia collazione del codice Fioren- 
tino, quasi completamente eseguita da me nella primavera 
del 1906 : ne risultarono rare divergenze del tutto scusabili, 
alcune soltanto ortografiche: L 11. 7 (p. 28. 15) ecaequeha- 
tur, mutato poi in et ^equebcdnr (= BT^V) ; p. 29. 17 tìies- 
salus ; p, 30. 29 nec (BPL) ; p. 32. 8 neccultu ; p. 32. 24 ea 
ijysa corretto forse da et ipsa ; 32. 28 suppremo (LP) ; p, 33. 2 
incolomes\ p. 33. 9 propinquinquitate (sic) m' ; p. 33. 9 co- 
niunctus; p. 33. 11 supprema (B) ; IV. 1. 14 (p. 41. 10) est] 
vel è et ; p. 46. 9 dimissos ; p. 46. 18 maris uhrnit (P) ; p. 46. 
20 nixHS ; p. 49. 5 littore ; p. 49. 27 comprendit ; p. 49. 28 
quicquid ; p. 50. 25 quicquid, così sempre ; p. 51. 13* ipse eas\ 
ictas; p. 51. 22 non ho notata la variante cohaerent {■= V); 
p. 52. 8 llllerant, dovette essere fuerant ; p. 52. 21 niincia- 
hant] \). 53. 16 efficacior omni] om. omni, in rag. una mano 
recente scrisse: oi; 24 fervida corretto da fervido; p. 53. 27 
poterant espunta in seguito la n ; p. 54. 9 discelUdere ; p. 54. 
30 duobus corr. da duahiis ; p. 56. 1 monimenta, corr. m^ ; 
[). 56. 20 deiecti corr. m^ ; p. 57. 8* ahundahajjlt {abundahant 
em. Zarotus) ; p. 57. 13 non ho riscontrata la variante man- 
suetudis ; p. 58. 2 bractra ; p. 58. 3 quado (C), ma con segni 
di rasura sopra la a ; p. 59. 3 ludricum m^ ; p. 59. 17 ditio- 
nem ; p. 60. 22 iis? ; p. 60. 27 opsidionem ; p. 61. 16 non ho 
notato exploraret ; p. 61. 28 occidtum (una e sopra linea); 



124 L. CASTIGLIONI 

p. 63. 5 adpetiit (una i s. 1.) ; 13 noyi, quam\ nunquam, corr. 
m^; p. 63. 21 supynitti', p. 64. 18 posuif corretto da possit; 
p. 64. 19 nichìl ; p. 65. 3 infensi] l'amanuense aveva comin- 
ciato a scrivere infesti ; p. 66. 26 cedentium Hjiterqne ; p. 68. 6 
aqnoscere ; [). 68. 13 mhplicia ; p. 69. 9 ujlrbi ; p. 70. 25 ne- 
caverunt da negaverunt ; p. 71. 18 mesopotomiam ; p. 72. 3 
secuta ; p. 72. 12 non ho notato la variante terra ; p. 72. 15 
laevamque (il q; è stato tolto da m*) ; p. 73. 28 siibstitit] non 
ho notato varianti ; p. 75. 3 qui si, il si è aggiunto forse 
da ra' ; p. 75. 6 Mille] qtiem, cancellato e soprascritto il 
segno di mille; p. 75. 8 poenoriiim, espunta la i; p. 75. 12 
consecutus corr. da consecntos ; {). 76. 15 effìcatius (P) ; p. 77. 1 
cepit ; p. 77. 16 suhsistit corr. m^ ; p. 78. 13 solatio; p. 78. 

14 sequaere'^'^ ; p. 79. 5 non ho notato la variante onus; 
p. 79. 18 ipse (BL) ; p. 80. 5 stabilite corr. da stabìlete (cfr. 
poco innanzi a p. 78 le varianti parentes, adsedens, corrette 
parimenti, nella sola vocale errata, da mano più recente); 
p. 84. 16-17 non ho notato le diversità riferite da Hedicke ; 
eubociae e patri ; p. 85. 18 Macedones corr. da Macedonas ; 
p. 85. 19 qtieìu] qiiam ; p. 87, 2 terribeles; p. 88. 6 debita 
seve cordibus (sic); p. 88. 16 Minervam quae ; p. 89. 18 dopo 
non eram, è ripetuta e cancellata la frase: vicos excinderet; 
p. 90. 12 tessali; p. 91. 1 non ho notato circircumirentur ; 
p. 92. 23 nil ; p. 94. 30 persacrum ; p. 95. 4 improsperis ; 
p. 95. 29 non ho letto gentenque; p. 96. 17 dimissae; 18 cae- 
debant ; j). 99. 13 sicuramente immemores; p. 100. 3 ultila- 
tus ; p. 101. 4* fuga con segni di rasura sopra a (fngam 1); 
p. 103. 1 humore m^ ; p. 103. 2 lacuna (in mg. : vel In = BL); 
V. T. (p. HI. 14) pilaeque; p. 113. 23 bababyloniae ; p. 114. 
21 optinuit ; p. 116. 19 sisigamhìm (B) ; p. 116. 24 prodere 
m* ; corr. m* ; p. 122. 25 equiUltibus ; p. 122. 29 Inter; p. 124. 
5 iiacata m' ; p. 124. 11 haurium m^ ; p. 124. 20 mirabi- 
lis; sopra linea agg. : se; p. 125 4* et (sopra lin.) u milibns 
(= I) ; p. 125. 8 extrenue; p. 125. 13 concesserat, m^ ; p. 125. 

15 progrediendum; p. 125. 27 mirabile, v. p. 124. 20; p. 126. 
12 apperuisse m^ (P) ; p. 127. 7 nostra, ra' ; p. 127. 13 reli- 
quimus; p. 129. 23 fecerant m' ; p. 130. 16 et /// tmpedimentis; 

h 

p. 134. 5 maximae ; \). 134. 22 maluisti ; p. 135. 9 si Hjic 



OSSERVAZIONI CRITICHE E (.R \MMAT1CALI A CURZTO RI:F0 126 

(forse era: si sic); p. 135. 19 f/raecia; p. 138. 16 erant ; 
p. 139. 17 s'epe'j p. 139. 35 bartabnziim \ p. 140. 5 mmdatio 
est] simulationè, m' ; p. 141. 3 (iraetiam ; p. 141. 25 seperire 
sevo, Gorr. m^?; p. 142. 28 non ho notata la variante: ernnt ; 
p. 145. 24 non ho letto: ussa; p, 145. 28 nuntibat (bat agg. 
m') ; ih. Bessum] om., in rag. nr : q Bessù; p. 147. 7 exsta- 
bat; p. 153. 11 geMfium ; p. 163. 26 optimierat ; p. 154. 15 
fallebit, m' ; p. 154. 20 uHlfcisse ; p. 154. 26 praecati aggiunto 
in rag. ; ib. geatae ; p. 155. 24 aegregia ; p. 163. 2 contrarius ; 
p. 164. 4 colore (può essere tanto colorem, quanto abbrevia- 
zione (li color est); p. 166. 2 se] ora. Non ho notata la va- 
riante si; p. 166. 27 eaque; p. 167. 9 stìpites {tes sopra ra- 
sura ; la lezione originale era sfipis) ; p. 168. 3 stalUtiva ; 
p. 168. 28 intuebantur ; j). 172. 14* rupes HHJ erat (sopra la 
rasura un segno semicircolare con un punto nel raezzo ; 
forse un richiamo al rag., riraasto senza riscontro); p. 173. 
14* non ho notato una variante paucis; in rag.: semnstulati, 
nel testo semiustulafi ; p. 176. 22 dijmnus, ra^ ; p. 177. 22* 
siibsfituit] in mg. substitit ; p. 178. 11* dixeriìti] in rag. dixe- 
rinf ; p. 178. 14 dixerit, ra^ ; p. 179. 27 index IIHH aliiim ; 
p. 180. 9 daìnpnabat; (cfr. p. 172. 26); p. 181. 25 stupe- 
tijllque; p. 193. 7 nimerum, ra^ ; p. 186. 19 intelligi ; 20 (li)ec- 
quid; p. 189. 10 jllperire; p. 190. 11* ci(r (non) nunc; p. 192. 

12 phrigas et; p. 193. 9 vesperum ; p. 194. 14 cuntaq ; p. 195. 
25 essejll (era esset); p. 196. 8 non ho notato òs; p. 197. 16 
infìciatus (PV^) ; p. 197. 17* ncque etiam (con i segni di cam- 
biamento di posto delle due parole); p. 198. 11 Quisi; p. 198. 

13 quos frequentes (la seconda parola è poi cancellata); p. 200. 
7 quia in secreto ; p. 200. 24 cmtiphafanis (P) corretto in -e^iis 
(B') ; p. 201. 1 adiectis II superbe (una piccola traccia di ra- 
sura); p. 201. 1 inlllde captum {u corr. in a); p. 201. 3 pe- 
titjlo; p. 202. 12 revertar] in mg. p; p. 202. 18 miraris fu] 
una lunga rasura tra le due parole ; p. 203. 3* indubbia- 
mente hercules (la qualità dell'abbreviazione, l tagliata, con- 
duce a questa lettura) ; p. 203. 17* desideravit (ma ravit 
sopra una rasura che conteneva precisamente -raverit) ; 
p. 204 mcdorum /// ventum (essendoci tracce di rasura sulla u 
della prima parola e spazio sufficiente, credo che la lezione 



126 L. OASTIGLIONI 

originale di F fosse : malorù perventum) ; p. 204. 20 gUJor- 
giam et egateiim ; p. 205. 5 optulisfi ; p. 205. 17 ìioc soìiim 
{hoc in mg.) ; p. 206. 8 nell' interpolazione si legge multitudo 
acclamacionibus e non midtitudinem addamationibus \ p. 206. 16 
qujlla (forse : quia) ; p. 206. 19 suspedos IHJj (nella rasura era 
scritto: eè) ; p. 207. 8 i«g'M?V/''^^ (l'aggiunta è di un glossa- 
tore molto recente); p. 207. 17 exsequi ; p. 209. 11 deandre 
(P) ; p. 209. 18 memoriae versuros (P) ; p. 209. 19 voluntatè 
(m^) ; p. 210. 1 salllltem; p. 212. 4 occupavit, che non è la 
lezione antica del ms. ; p. 213. 15 adstringehant ; p. 219. 3 
bodrus, ma soprascr. a; p. 219. 21 iuvenem ; p. 222. 22 prae- 
terierant, e in mg. q ; (qiiae?) ; p. 223. 16* adsolvit ; p. 223. 26 
manijllbus (forse manubus) ; p. 224. 9 equm ; p. 224. 19 gre- 
cam, m* ; p. 225. 11 diripire; p. 226. 1 ten ebani ; p. 226. 
14 qiit {a espunto) ; p. 226. 16 non ho notato occuparum ; 
p. 227. 7 caplllti ; p. 228. 12 aequali IHulUsu (era : iussu) ; 
p. 229. 14 dades m' ; p 230. 8 deledae m' ; p. 230. 1 1 prom- 
ptissime, m^ ; p. 230. 12 periculum, agg. da in^ sopra il mar- 
gine superiore ; p. 231. 3* occupaverat, m^ (la n è soprascritta, 
e non si può decidere se da prima o da seconda mano) ; 
p. 231. 9 pirimùs (sic); p. 232. 2 rnrsusque; p. 232. 7 non 
ho notato extenuebat ; p. 232. 8 iniquitates (cancellata la sil- 
laba ta) ; p. 232. 11 ancipite] p. 234. 14 ex vate] exue (m^?); 
p. 236. 14 cede m' ; p. 236. 21 deindestria (corr. m* ?) ; p. 236. 
27 proxime //////// acceptum ; p. 237. 9* ad] a ; p. 238. 7 'ora 
(la h aggiunta come a p. 234. 14 la s, a p. 236. 21 la u, 
e COSI via) ; p. 238. 9* metitlH (sopra la seconda t il segno 
tachigrafìco -nr ; quindi o il copista o il correttore vollero 
senza dubbio metitur) ; p. 238. 9 dum ad cacumen (ad sopra- 
scritto, V. p. 238. 7) ; p. 238. 26 non ho notato coepisti ; 
p. 239. 5 quolll (era quod) ; p. 240. 3 tu^ oblivisceris (ma ce 
è nato da correzione); p. 242. 21 confegerat (corr. con in- 
chiostro rutilo) ; p. 242. 25 C\ perduto in causa del taglio 
del mg. ; p. 243. 3 miserei'è ; p. 246. 25 j^^^'^^i'^i-'^sitnos] in mg. ; 
perniciosissimos ; p. 247. 24 praerupfis (corr. m* ?) ; p. 248. 25 
posterolll ; p. 249. 18 quia ; p. 249. 24 infensua] quod can- 
cellato, e spazio vuoto. In mg.: q ; Vili. i. 1. (p. 251. 3) 
divisit] la s in ras., era scritto prima d; p. 251. 8 perseve- 



OSSERVAZIOKI CUITICHK K G«AMMAT1C'AL1 A CURZIO RUFO i'2\ 

rant (aggiunto sopra: rave; p. 252. 13 praeirat e non praeie- 
rat ; p. 253. 9* veneretur (B^L'V) insidia (con lo stesso segno 
di richiamo, che vedemmo a p. 172. 14); p. 253. 18* ne 
aut] naut (che non vuole significare nani ut, a meno che 
non sia stata male collocata la lineetta di abbreviazione); 
ib.] veneretur quae (il pronome è espunto, ma riprodotto in 
mg.: q); p. 256. 11 se diutius, m^ ; p. 258. 11 limare (corr. 
ni" ?) OS ; p. 259. 13 «f^ firmandum (corretto con inchiostro 
rutilo); p. 260. 15 camposignorum (in mg.: ^) ; p. 261. 7 
wT/// ; p. 262. 5 illis (la s cancellata); p. 262. 24l animis (corr. 
m' ?) ; p. 263. 22 desideum le(vandum), in ras.; p. 263, 21 
iubet ocuUs eiiis] oin. ; p. 265. 5 thaphiris, m^ ; p. 266. 14* cir- 
cuire] p. 266. 19 cessaerant, ra^ ; p. 267, 8 non ho notato 
exilivit ; p. 267, 13 haecquid, m' ; ib. intelligis. 

Pino a questo punto (Vili, 4, 20) arriva la collazione 
mia del codice Fiorentino, e non ho davvero gran motivo 
di dolermi che le circostanze mi abbiano impedito di con- 
durla "a termine. Ho riprodotto molte minuzie, perchè anche 
tutto l'apparato dello Hedicke è composto di minuzie spesso 
insignificanti, per le quali si deve dedurre che, ove ne man- 
chino di simili, la causa sia da riferirsi non a volontà del- 
l'editore, ma al silenzio o alle omissioni delle sue collazioni. 
La valutazione del codice P non può variare per queste 
poche differenze rilevate ; ne è solo precisata la relazione 
con gli altri compagni del gruppo C' e talvolta anche con 
i manoscritti recenti : ottima soltanto è la lezione di IV. Ili, 
12 Mctas' (1). 

(1) Tra le molte congetture dello Hedicke eh' io non j)08S0 assolii- 
tameute apiirovare, perchè contrarie alla maniera peculiare del nostro 
autore, noto specialmente la seguente : IV, iv. 8 * lamque ea, quae non 
cohaerebat, libero impetu est vecta (evecta P invectà BFL) in aliiid quin- 
queremis latus. luvehebatur tum — triremis e classe Alexandri — tanta 
vi etc. (Invebebatur tum Hed. : invebebatur cum codd.) ' . Lasciamo stare 
il fatto di esser ricorso a duiìlice correzione, ma quello che piìl trova 
contrasto nello stile Cnrziano, è l'abolizione della correlazione ; ' iamque — 
cum ', che è tra le più care al nostro scrittore : non v' è dubbio che i 
ms. abbiano lasciato una lacuna nella seconda metà del periodo, come 
pensarono tutti gli editori precedenti, Risjjettata la correlazione, anche 
l' imperfetto invehebatur trova la sua esatta si^iegazione (cfr. ciò che espor- 



128 I- CASTIGLIONI 

Nel comporre questo nostro spicilegio di osservazioni 
critiche, abbiamo tenuto come criterio fondamentale e come 
guida una considerazione accurata della maniera stilistica 
del nostro autore. Altre volte il confronto con Livio, unico 
e osservatissirao modello narrativo e formale di questo au- 
tore, darà fondamento alle nostre proposte. 

* * 

III. III. 1. ' Thymodes erat, Mentoris fìlius, inpiger iu- 
venis '. L'espressione è una delle tipiche della prosa narra- 
tiva, tanto greca quanto latina : Curzio, un po' per suo co- 
modo e un po', io penso, per l' influsso letterario della 
sua fonte, ne fa ben largo uso. Ma ora, e soltanto per in- 
cidenza, ci fermeremo a discutere di un nome proprio. Spes- 
sissimo i codici Curziani ci hanno offerto e ci offrono tut- 
tora delle trasformazioni curiose, che il confronto con 
Diodoro, Plutarco e Arriano, e, quando questo non sia pos- 
sibile o completo, anche un po' con l' onomastica, che ci h 
nota da altri testi e da iscrizioni, hanno permesso agli edi- 
tori e studiosi antichi e moderni di risanare. Ma qui non 
è proprio il caso di parlare di risanamento. Se Ardano 
chiama il figlio di Mentore col nome di 0v/ucóvòag (Anab. 
II. 2. l ; ib. 13. 2), non si può per questo escludere che la 
fonte greca di Curzio Rufo gli desse invece il nome di 0v- 
/iicóòì]g. Più volte le stesse persone sono da Curzio e da 
Arriano ricordate con nomi più o meno leggermente di- 
versi, e l'accordo non regna nemmanco tra le varie tradi- 
zioni greche : vi hanno influito differenti cause e, special- 
mente, nel rendere nomi Persiani e Indiani, il sistema di 
riproduzione fonetica, e nei Greci qualche volta, come qui, 

remo a iiroposito di III. 7. 2). Nou meno ingiustificata è P andacissima 
correzione di VI. x. 4 ' agitant eoa Furiao [non] cogitato modo, uednm 
couanmniato parricidio (nedum Hed. : sed etiam codd.) ' ; o questo si po- 
trebbe ripetere in molti altri casi, dove almeno l'editore avrebbe dovuto 
registrare le correzioni altrni (p. e. V. xiii. 11 ' praedae avidum ' invece 
di ' praecaveret ' che, supplito ' nt qui niliil ' oppure ' ut i)ote <qni ni- 
hil) ', dà un «nnso davvero conveniente alla situazione). 

24. 11. '911. 



OSSEIIVAZIOXI CRITIC'HK E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 12U 

la varietà dialettale e l' uso della xotvri. A proposito del- 
l'oscillazione tra i suffissi nominali (ovòag e <x)òr]g ci offre un 
bell'esempio il nome d'una persona assai più illustre del 
condottiero persiano; dico di 'Hgwvòag — 'HQojòtjg. Ed è cu- 
rioso notare che la tradizione latina, anche qui, conosce 
appunto la seconda forma. 

III. UT. 2. ' Anxium de<inde> instantibus curis agita 
bant etiam per somnum species inminentium rerum '. Il 
supplemento è dello Hedicke, ma io dubito fortemente che 
ci possa stare : ad ogni modo sarebbe stato sufficiente scri- 
vere : ' de<in> instantibus", scrittura che spiega con mag- 
giore semplicità il cambiamento della lezione, e non repugna 
all' uso dello scrittore, che adopera le due forme presso che 
indifferentemente (cfr. V. VI. 1. dein Xerxem — 111. x. 8. 
deinde Xerxis insolentia), e soltanto in disuguale propor- 
zione. Ciò che intanto risulta indiscutibile, si è che Curzio 
Rufo, quante volte adopera l'aggettivo ' anxius ', tante, a 
eccezione di questo passo, non lo associa mai con l'abla- 
tivo, che sia accompagnato da preposizione. Si veda infatti : 
*VII. V. 9 ' Anxium regem tantis malis ' ; IX. IV. 19 ' Rex 
non sua sed militum sollicitudine anxius ' j IX. X. 7. Ma 
bisogna pur tenere presente che 1' avverbio ' deinde ' serve 
al nostro scrittore, come è naturale, per indicare una serie 
di avvenimenti, che abbiano tra loro un divario e una suc- 
cessione cronologica, e questo suo valore sarebbe nel caso 
attuale affatto fuori di proposito, poi che si tratta non di 
preoccupazioni che tenessero sospeso Dario in epoca suc- 
cessiva a quella delle disposizioni di difesa da lui adottate, 
ma di circostanze concomitanti all'azione principale, riferite 
qui soltanto per non interrompere il corso dell'esposizione 
precedente e per completarla. Ci saremmo aspettati adunque, 
non già ' deinde ', ma ' ceterum ' o qualche altra cosa di 
simile. Abbiamo invece un asindeto, rude quanto si vuole, 
ma così connaturato alla maniera dello scrittore, eh' io giu- 
dico un torto il volerlo sopprimere. 

Rimane così aperta nuovamente la questione intorno 
all'inetta preposizione data dai codici. Gli esempi riportati 
hanno tanto valore probativo, che, se non ci tenesse uno 

studi Hai. di filo!, classica XIX. 



180 l- CASTIGLIONI 

scrupolo paleografico e sovra tutto la poca opportunità di 
ri[)etere la frase nella stessa forma, quale si trova nel primo 
dei passi citati, saremmo indotti a riscrivere: 'Anxium regem 
(oppure * ipsum ') instantibus curis '. Giungere a questo non 
è necessario : la maggiore probabilità sta in favore della 
soppressione della preposizione ' de ', che, a nostro giudizio, 
potrebbe non essere altro che il principio di una ripetizione 
erronea del verbo ' dederat ', che precede alla distanza di 
una parola. Vedremo in seguito esempi sicuri di cpiesto 
genere di errori (a proposito di IV. XVI. 10) ; intanto il no- 
stro ' anxium [de] instantibus curis ', come ha facile difesa 
nella sua posizione asindetica, così deve trovare legittimo 
suffragio, anche se l'aggettivo manca di una determinazione 
specifica, espressa con un sostantivo o pronome. Cfr. gli 
esempi riportati a VII. vili. 9 e Vili. ìv. 15. 

in. IH. 14. ' Exiguo intervallo, quos cognatos regis ap- 
pellant, decem et quinque railia hominum (sequebantur) '. 
Potrebbe anche darsi che invece della forma verbale da me 
preferita e aggiunta al periodo, vi fosse in origiue ' ibant '; 
ad ogni modo la scelta è liuiitata tra l'uno o l'altro di 
questi due verbi, ed è, a quanto mi sembra, necessaria, al- 
meno a giudicare dal contesto e da tutti i passi nei quali 
incontriamo un' enumerazione di genti o di schiere di sol- 
dati. Così, a IV. XIII. 6 sgg., tutti i periodi sono terminati 
ciascuno da un proprio verbo, posto all'imperfetto (ibant; 
explebant ; sequebantur ; erant ; claudebat ; iunxerat ; duce- 
bat ; antecedebat etc, dove è anche da notare lo studio 
dell'autore nel variare l'espressione). E non diversamente 
vediamo procedere le cose nel passo stesso del quale di- 
scutiamo, e là dove (V. I. 21 sgg.) si descrive il corteo dei 
Babilonesi usciti ad incontrare Alessandro : si cfr. anche 
IV. XIII. 26 .sgg. ; V. Vili. 8. Vale piuttosto la pena di os- 
servare qualche esempio, che a tutta prima sembra contra- 
dire a quanto abbiamo affermato : IV. X.1II. 28. ' In subsidiis 
cum manu sua Coenos, post eum Orestae Lyncestaeque sunt 
positi, post illos Polypercon, mox peregrini milites ' e IX. 
X. 26, dove ad una prima parte del periodo, accompagnata 
dall' imperfetto ' ibant ', dopo una breve parentesi, s' ag- 



OSSKRVAZIUNI CKITICHB K GRAMMA TICALl A CVK'/AO H 1 FO 131 

giunge questa conclusione : ' item vehiculis prò copia cuius- 
que adornatis comissabundus exercitus, armis, quae maxime 
decora erant, circumpendentibus '. Ma la contradizione è sol- 
tanto, apparente : nel primo e nell'altro di questi esempi il 
verbo collocato innanzi si riflette con ogni evidenza sul 
rimanente del periodo, che forma con esso un complesso 
affatto organico ; nel secondo, poi, la parentesi assai breve 
e non paragonabile con quella che nel nostro caso inter- 
rompe il nesso dei periodi e li separa nettamente, non se- 
gna una sospensione troppo pronunciata nella struttura. 
Infine è pure da osservarsi che Curzio anche altra volta 
(X. I. 39) sottintende il verbo precisamente in una parte di 
periodo introdotta da ' item ', con funzione energicamente 
copulativa. 

III. IV'. 2. ' Pylas incolae dicunt artissimas fauces rau- 
nimenta, quae manu ponimus, naturali situ imitantes '. 
Così gli editori recenti, che accettano senz'altro una con- 
gettura di A. Eussner, la quale cambia appunto in ' imi- 
tantes ' l'ablativo dei codici ' imitante '. Il primo e, per me, 
unico dubbio che il passo in questione possa sollevare, si 
è che l'espressione ' fauces ', senza un'aggiunta che ne pre- 
cisi il valore, possa bastare a se, o almeno rientri nelle 
abitudini dello scrittore. Leggiamo più di una volta (p. e. 
V. TU. 22) ' Ciliciae fauces ' e (III. vili. 13) ' fauces quibus 
Syria aditur ' e, da notarsi particolarmente, (III. n. 11) 
' fauces iugi, quae Pylae appellantur ' (Cfr. anche Vili. II. 
20 ' fauces regionis ') ; cioè, in tutti questi casi ritroviamo 
il sostantivo usato in senso traslato, ma con un accompa- 
gnamento che, determinandolo, ne precisi la nuova portata. 
Neppure se mantenessimo la correzione ' imitantes ', avrem- 
mo qui quanto possa l)astare allo scopo : a mio giudizio, 
anche l' espressione ' fauces munimenta imitantes ' è in- 
sufficiente e non del tutto giustificabile. Ma ancor meno 
ragionevole mi sembra questo voler cx)ncordare il participio 
con l'oggetto della proposizione i)rincipale : il fatto che 
Curzio in numerose circostanze (p. e. Vili. II. 22 naturali 
situ munitas) adopera la locuzione Liviana * naturali situ ' 
quasi costantemente all'ablativo, con valore di agente o di 



132 ''• OASTICLIONM 

modo, anzi che in funzione di soggetto di proposizione in- 
dipendente o secondaria espressa con l'ablativo assoluto, 
non ha, a mio parere, valore di prova nel caso attuale, 
specialmente se lo si mette a confronto con l'uso costante 
ed esteso dell'ablativo assoluto per esprimere un concetto 
in prevalenza causale. Ho registrato solo gli esempi più 
adatti alla nostra discussione, e quantunque parecchi anche 
abbastanza significativi siano stati da me trascurati a bella 
posta, essi salgono alla rispettabile cifra di ventiquattro. 
Osserviamone qualcuno : IV. i. 40. ' Sed leviora inter illos 
fuere discrimina, unum certamen, ex quo cetera pendebant, 
intuente fortuna ' ; IV. VII. 6 ' fervido solo exurente vestigia 
intolerabilis aestus existit ' ; V, II. 10 ' opos vieti ad victores 
transferente fortuna ' ; V. IV. 8 ' colles-frondibus laeti, ra- 
dices eorum humore subeunte ' ; VI. VI. 27 * aliud atque 
aliud-subiciente animo ' ; *V1I. VI. 23 * naturalem celerita- 
tem ira concitante '; Vili. X. 14 ' salubresque suci sunt for- 
tuitorura germinum fruges humo nutriente ' ; IX. IX. 7 (con 
valore temporale, ma dove Tabi. ass. poteva anche essere 
sostituito con un participio da riferirsi al soggetto della 
proposizione principale). Dappertutto abbiamo da notare non 
solo l'ugual valore sintattico delle proposizioni, ma la loro 
stessa collocazione, per lo più a clausula del periodo ; onde 
non è dubbia conclusione il ritenere che anche nel passo 
discusso debba restituirsi un' espressione, che per speciali 
criteri stilistici è tra le più gradite a Curzio. Riassumendo 
le osservazioni fatte, ritengo che la primitiva forma di (jue- 
sto periodo dovesse essere a un dipresso la seguente : ' Py- 
las incolae dicunt artissimas fauces <montium>, munimenta, 
quae maini ponimus, naturali situ imitante '. La proposi- 
zione di chiusa spiega ottimamente il motivo di una deno- 
minazione che, pur tornando anche altrove frequente, non 
è la più naturale. Qui infine la frase ' naturalis situs ' vale 
perfettamente quanto (VI. IV. 15) * naturae situs '. 

111. IV. 13. Intorno all'abitudine di Curzio Rufo di sop- 
primere il soggetto della proposizione, quando (luesto si 
possa supplire, senza difficoltà, dal contesto della narra- 
zione, avremo da aggiungere qualche cosa anche in seguito. 



OSSERVAZIONI CKITICHE E GRAMiMATICALl A CURZIO RUFO Và'à 

Tale consuetudine è costante quando particolarmente si 
tratti di persone, che sono, per così dire, il soggetto pre- 
sente di tutto ciò che forma l'argomento dell'opera. Per il 
consiglio di 0. Biittner (' Quaestiones Curt. criticae et gram- 
matioae ', Monaco, 1903, p. 7 sgg.), sono scomparsi nel- 
r edizione di Hedicke gì' inutilissimi supplementi ' rex ' 
' regem ' e simili, ove si parla di azioni direttamente com- 
piute o suggerite da Alessandro. Ma se tale particolarità, 
non abbastanza avvertita, condusse a vere interpolazioni 
dei critici accorti, bisogna pur concedere che potesse tal- 
volta portare i copisti meno attenti o scrupolosi a qualche 
scambio nel numero dei verbi, e qualche saccente a sosti- 
tuzioni di caso, dove il farlo riusciva o facile o quasi spon- 
taneo. Un esempio del primo genere di errore è in V. il. 10, 
dove Medio con sicura correzione sostituì alla vuota e in- 
significante terza persona plurale, la singolare ' speraverat ' 
da riferirsi al sottinteso soggetto ' Dareus ' ; uno dell'altro 
genere credo sia da rintracciarsi in queste parole : ' Thracas 
tamen leviter armatos praecedere iusserat — Sagittariorum 
quoque manus occupaverat iugum: intentos arcus habebant, 
moniti non iter ipsos inire, sed proelium '. Quando si muti, 
e non mi pare sia fuor di luogO; nell'ablativo ' manu ' l'at- 
tuale soggetto della proposizione, l'azione espressa da questa 
ritorna al nome sottinteso di Alessandro, che è l'iniziatore 
e il moderatore di tutti questi movimenti strategici : egli 
comanda ai Traci di procedere, a un distaccamento di ar- 
cieri di prendere l'offensiva. Conviene che l'azione diretta 
del duce sia accentuata dall'espressione sintattica: ecco 
quindi perchè non voglio qui, a difesa della tradizione, tener 
calcolo di quelle variazioni di soggetto, delle quali non 
mancano notevoli tracce nel nostro scrittore. Il periodo, 
d' altra parte, acquista una certa vivacità dal contrasto di 
costruzione tra le due parti che lo compongono : ' Alexan- 
der — occupaverat ; sagittarii — intentos arcus habebant '. 
ed è prettamente caratteristica l'assenza del soggetto espres- 
so, nell'uno e nell'altro membro, da cavarsi l'uno dal con- 
testo, l'altro dal complemento ' sagittariorum manu '. Ab- 
biamo un po' di quella spezzatura di stile che, volontaria 



184 L. CASTIGLIONI 

o involontaria, appare spesso nel corso dell'opera. Alla di- 
sposizione data dal duce, segue come necessaria conseguenza 
una breve esposizione del modo col quale sono eseguiti tali 
ordini. Intanto gioverà confrontare : IV. III. 13. ' Posterà 
(? forse ' postero '; l'unico esempio di ' dies ' femminile unito 
a questo aggettivo — X. Vili. 5 — ha un valore lievemente 
diverso, che si ricava dal contesto: non tanto il ' giorno ', 
quanto il ' tempo subito successivo ') die classe ad moenia 
admota — muros quatit '; *VII. VI. 25 ' quantum soli oc- 
cupaverat castris '. Cfr. anche III. ix. 9; *IV. Xlll. 30 ' to- 
tum agmen valida manu cinxerat '. 

La personalità spiccata del duce ha sempre il deciso 
sopravvento. Reca quindi una certa meraviglia il leggere 
altrove (IV. X. 9) ' Hoc ingressis iter — nuntiaverunt ' ; 
ma la correzione di Zumpt è certo la più vicina alla le- 
zione ' ingressus ' data dai codici ; sarà quindi da riferire 
la responsabilità della frase a Curzio in persona. Tuttavia 
la correzione più esatta dal punto di vista usuale dello 
scrittore e della logica della situazione e, se più lontana 
dalle lettere tramandate dai manoscritti, certo la più vicina 
alla norma comune, è quella che già appare nei codici mi- 
nori : ' Hoc iter ingresso ' ; riesce anche più facile la rela- 
zione sintattica col periodo che succede ' Instructo igitur 
milite — antecedebat '. Cfr. IV. ix. 11 ' Alexandre — vix 
fecerunt fìdem '; IV. x. 18 ' iter facienti ', V. V. 2; VI. vi. 
35 * ab hac urbe digresso ' ; X. l. 20. Del resto la corruttela 
sarebbe di difficile, ma non d'impossibile spiegazione, pen- 
sando ad una originale lezione erronea dell'archetipo, così 
conformata: * Hoc iter ingressos speculatores ' (1). 

III. VII. 2. Curzio Rufo, partendo dall'esempio comune 
ai Greci e ai Latini, agli storici in particolare e indubbia- 
mente per deliberati intendimenti artistici, si serve su lar- 
ghissima scala del nesso teiìi|)orale ' lamque — cum ', più 

(1) Un passaggio della tìuale -08 in -uh, saiebbo poi la cosa più 
naturalo dil mondo. Basta gettare nu occhio snll' appaiato critico dello 
lledicke e al nostro «iqiplemento di varianti del codice F. Lo stessi» vale 
per la traspcsizione ; ma il meno vcM'isiiiiilc sta nel fortuito concoisd di 
tutte (pieste cause di errore. 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A Cl.'RZIO RUFO lo5 

raramente dell'avverbio seguito dalle solite congiunzioni, 
come ' lamque — et ', che pure riflette nell' uso più fedel- 
mente il greco ì]dì] re — y.m (cfr. III. Vili. 23 ; IV. Xll. 23). 
Accanto a tale correlazione appare anche il semplice ' lani- 
que ', soppressa la continuazione regolare del periodo, o 
come apparente sostituzione di ' lam '. La natura di tale 
formola e il suo valore non possono dar luogo a dubbio : 
lo scrittore vuol quasi acuire l'aspettazione del lettore, fa- 
cendo sì che l'enfasi cada sulla proposizione temporale, che 
esprime l'evento più interessante e del quale, ciò che pre- 
cede, è la semplice preparazione o condizione di n)omento. 
Così pure abbiamo periodi introdotti da * iamque ', con lo 
stesso intendimento, anche se la parte seguente non è enun- 
ciata in forma temporale, per dare alla proposizione il ca- 
rattere di elemento secondario nel complesso del racconto, 
oppure quando comunque si voglia ottenere ima più stretta 
unione con ciò che precede. L'espressione avverbiale adun- 
que, formata dalla fusione dell'avverbio con la congiunzione, 
non è così intimamente fusa e conglutinata nei suoi ele- 
menti costitutivi, che non si possa scorgere chiaramente la 
differenza che passa tra l'uso di essa e del semplice ' iam '. 
Ma, come la sua applicazione dipende più che mai dal 
criterio soggettivo dello scrittore, non altrimenti che l'uso 
di re presso gli scrittori greci ai quali questi si rivolgono, 
quasi ad esemplari, così, fatta eccezione di passi ove l' im- 
postamento degli elementi sintattici del periodo e le parti- 
colarità artistiche della narrazione hanno esigenze evidenti, 
non è cosa tanto facile determinare con indiscutibile sicu- 
rezza ove r una o l'altra forma vada ristabilita, ove per 
avventura abolita : il carattere della rispettiva situazione, 
il confronto con le più somiglianti, sono gli elementi più 
sicuri di giudizio. In tal modo, se due volte al principio 
dei capp. XII-XIII di questo stesso libro troviamo ' iam — 
cum ' in luogo dell' altra, quasi costante, espressione, a nes- 
suno può sfuggire come lo scopo preciso dello scrittore sia 
stato quello di lasciare la maggiore indipendenza sintat- 
tica, compatibile con la struttura, tanto alla proposizione che 
esprime la condizione di tempo, quanto a (|uella che si ri- 



136 I>. CASTIGLIONI 

ferisce più direttamente al fatto: lo ' iamque ' infine dà al- 
l'espressione temporale un carattere di cosa soltanto ini- 
ziata, nel primo corso del suo svolgersi, e in questi casi 
tale carattere non si converrebbe affatto alla situazione. 
Così non è tolta affatto al ' cum ' la sua natura di additi- 
vum, ma è assai temperata. 

Per simili considerazioni credo veritiera la tradizione 
manoscritta in circostanze di questo genere: IV. xvi. 3 
* iam multum viae praeceperat rex — cum — tristis nun- 
tius venit '; VI. V. 22 (dove è istruttivo il confronto con III. 
II. 22 e Vili. XI. 13); VI. VII. 1; VII. II. 13; ih. 20; Vili. Xlll. 3; 
ih. XIV. 6 e 24; IX. IX. 3; ih. IV. 25 (cfr. tuttavia IV. xill. 17). 
Meno probabili al contrario mi sembrano i casi di VI. V. 1 ; 
IX. IV. 27, nel primo dei quali abbiamo già l'omissione della 
preposizione ' Jam <in> aliquantum altitudinis creverat ', in- 
sieme con la quale potrebbe esser caduta anche la congiun- 
zione enclitica; ma qui conviene anche avvertire che la 
funzione di * iamque ' in unione al piuccheperfetto appare 
molto attenuata e talvolta per nulla affatto necessaria, spe- 
cialmente quando tale tempo conserva realmente il suo ori- 
ginario valore e non serve a un puro artificio narrativo, 
oppure non si vuol fare apparire, come già si disse, il con- 
tenuto della proposizione come un accessorio affatto secon- 
dario. Nell'altro caso abbiamo un uso assai dubbio di ' admo- 
vere' con un oggetto sottinteso: io penso che Kinch (' Quae- 
stiones Curtianae criticae ', Copenhagen 1883, p. 91 sg.) 
abbia ragione a non credervi e a supplire ' scalas ' ; per 
altro in origine il passo avrebbe potuto essere costituito 
così: ' Iam<que scalas) admovebat rex, cum vates monere 
eum coepit '. (Si confronti per la struttura * IX. \\\. 8 ' Iam- 
que corpori tormenta admovebantur, cum '; X. \'ii. 1). Credo 
infine che molte circostanze richiedano, che a proposito di 
IV. X. 4 si ricostituisca il testo secondo vuole la maggio- 
ranza degli esempi : ' Iam<que> prò seditione res erat, cum 
— adesse praetorio iubet '. Di moltissimi luoghi paralleli ne 
trascelgo uno simile anche per il contenuto (X. vi. 12) 
' Iamque prope ad seditionem pervenerant '. In quanto alle 
po.ssibilità paleografiche d'una caduta di * -que ', non è il 



OSSERVAZIONI CKITICHK i. GRAM.MA'l'ICALI A CUKZIO UUi\) Vó'i 

caso di discuterne, ne riguardo alle condizioni del j^asso in 
questione (' que ' dinanzi a ' prò '), nò teoricamente per altre 
eventualità. 

Tornando ora al punto dal quah? movemmo a questa 
disanima, anche quando non sia nemmanco sottintesa una 
correlazione con ' cum ' e non si tratti di coordinazione con 
una proposizione principale di carattere temporale, Curzio 
Rufo adopera assai di sovente ' iamque ' invece di ' iam ' ; 
anzi un calcolo approssimativo dà la prevalenza numerica 
al primo. Anche qui in buona parte vale ciò che s'è detto: 
quando lo scrittore vuole ravvicinare nel tempo due azioni 
contrapporle come per altro concomitanti l'una all'altra, 
egli adopera la formola temporale-copulativa. Cfr. IV. Yll. 4; 
ib. XIIL 17 e 20; V. xiii. 13; ib. n 8 ; III. xi. 21 ; ib. xii. 5 ; 
Vili. i. 22 e 33; IX. iii. 17 (= ib. vi. 15); ib. ix. 11, 18 e 23; 
ib. X. 4. In questa categoria, a malgrado della tradizione 
manoscritta, avrebbe il suo legittimo posto appunto questo 
nostro passo, che si riferisce all'esposizione dei movimenti 
tattici di Dario e Alessandro: il re Persiano, avuta notizia 
dell'infermità del rivale, tende a gran marce verso l'Eufrate 
e lo passa in cinque giorni. ' Iam<que> Alexander viribus 
receptis ad urbem Solos pervenerat, cuius potitus — arci 
praesidium railitum. imponit'. Basterebbe il confronto con 
uno qualsiasi dei passi citati, per ravvisare l' identità delle 
condizioni stilistiche e l'opportunità del supplemento; di 
questo Mamque ', che in siffatta situazione acquista quasi 
il significato di ' inter haec '. Come qui, parimenti in III. 
Vili, 1, mutato il personaggio, s'introduce il discorso intorno 
alle condizioni dell'esercito di Dario, lasciandosi momenta- 
neamente in tronco il racconto di ciò che si passava nel 
campo Macedone. Né tra gli esempi dell'uso di ' iam ', ve 
n' ha che possano infirmare seriamente la nostra correzione, 
e però lasciamo al lettore stesso il confronto e l'analisi delle 
differenze con IV. IX. 9; VI. V. 22; VII. IX. 22; Vili. XIV. 38 ; 
IX. III. 22; ib. TV. 12 (dove per altro avrei preferito ' iam- 
(queyuestem detraxerat corpori ') ; X. I. 30. Non escludo che 
in alcuno di questi e dei precedenti e in altri passi, che 
non abbiamo avuta la pretesa di farne una rassegna coni- 



188 L. CASTIGLIONI 

pietà, anche di quelli ove non è a rilevare alcuna speciale 
caratteristica, si possa fors'anche desiderare un mutamento 
nell'uno o nell'altro senso, e non escludo neppure che qual- 
che proposta possa trovare altri più scettico che consen- 
ziente; convien ripetere che in tali questioni, dove la sin- 
tassi e lo stile non impongono norme precise e imprescin- 
dil)ili, non è sempre possibile giudicare sino a qual punto 
arrivi l'azione trasformatrice della lunga e non sempre ac- 
curata tradizione, e dove con sicurezza sia stata menomata 
la volontà dello scrittore. Ad ogni modo a noi pare d'aver 
nel complesso realmente additata la differenza che Curzio 
Rufo si è posta nell'uso di * iam - iamque ', sia in correla- 
zione con * cum ', sia da solo. Aggiungiamo ancora qualche 
elemento di giudizio: il carattere di maggiore indipendenza 
che si vuole assegnare alla proposizione introdotta dal sem- 
plice * iam ', risiede già nel fatto stesso che ci troviamo di- 
nanzi ad un energico asindeto, e che ad essa assai sovente 
segue parimenti un enunciato asindetico accompagnato da 
avverbio e da pronome dimostrativo (cfr. IV. TX. 9 ; VI. V. 22; 
III. 1. 22), e talvolta l'avverbio perduta in parte la sua ca- 
ratteristica temporale, serve, più che ad altro, ad aggiun- 
gere nuovi elementi, non altrimenti che nel greco il suo 
equivalente e la formola sn Sé. ' Iamque ' invece va dal 
congiungere intimamente le parti del periodo e della nar- 
razione, ad assumere persino un valore più peculiare di gra- 
dazione (VIII. I. 33). 

Con la questione dell'uso di queste forme si allaccia 
anche quella dei tempi dei verbi che da esse dipendono. 
S' intende subito che aon si può trattare di altri che non 
siano tempi storici, naturalmente imperfetto o piuccheper- 
fetto a seconda del carattere e del mom.ento del racconto, 
a causa dell'ufficio stesso che la proposizione cosi confor- 
mata viene a compiere nel periodo. Evidentemente prevale 
con ' iam ' quella forma verbale che esprime un' azione com- 
piuta per intero o una condizione di fatto ormai stal)ile. 
Reca ad ogni modo grande sorpresa il trovare questo passo 
(IV. HI. 17) ' Iamque scindi coeperunt vincula — mere ta- 
bulata et — in profundum secum milites trahere ', e ciò 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUl'O 13V) 

tanto più, quando si trovano luoghi in tutto simili, nei quali 
la consueta l'orma verbale appare integralmente intatta, 
come *11I. XI. 1 1 * lamque - excutere coeperant ' ; Vili. xi. 14 
* et iam pugnare comminus coeperant '. Se osserviamo poi 
la descrizione dalla quale togliemmo questo brano, tutti i 
punti salienti di essa li vediamo contrassegnati per infiniti 
storici e imperfetti, e il periodo stesso, oggetto di contro- 
versia, è il complemento di un altro espresso con tale in- 
finito. Considerando infine che complessivamente si esprime 
una serie di azioni incipienti o comunque secondarie rispetto 
alla principale — infatti la conclusione del racconto è con- 
tenuta nell'ultimo periodo del § 18 ' Tandem — mare — ces- 
sit ' — io non dubito punto che anche qui alla lezione tra- 
dizionale debba venir sostituito: 'coeperant' (1). E realmente 
non può essere invocato a questo proposito neppure il caso 
di IX. IX. 11, dove ' iamque ' va unito intimamente con 
l'ablativo assoluto. Codesto periodo infatti, ridotto alla solita 
formola, risulterebbe cosi composto : ' lamque levari navigia 
coeperant et tota classis disperdi, cum - ii recurrunt '. Si 
cfr. anche III. Xll. 15 (2). 

III. Vili. 17 ' Itaque speculatores maritimas regiones prae- 
missos explorare iubet, ipse adesset '. Cosi i manoscritti, e 
ha fatto molto bene lo Hedicke ad accettare la bella con- 
gettura di Meiser 'mari in eas regiones', poiché il verbo 
' explorare ' non regge l'accusativo precedente, ma cade 
esclusivamente sulla proposizione interrogativa indiretta ; 
che, in caso diverso, non sarebbe stato neppur necessario 
trasporre con Buettner l'aggettivo verbale 'praemissos ', che 
non ha alcuna influenza sulla sintassi della proposizione, 
unendosi, in tal caso, più strettamente col verbo immedia- 

(1) Anche se <;1' ijiHiiiti del ])erì()do precedente non vogliono esser 
(•(insiderai i storici, ma dipendenti d.i nn ' coepit ' da cavarsi dal verbo 
ora discnsso, non c'è ragione per conservare il perfetto in Inogo del 
]iinccheperfetto, essendo assolutamente indipendc'nte la struttura dei din- 
periodi e indipendenti gli elementi della descrizione. 

(2) Le nostre osservazioni dimostrano (jnanta ragione abbia avuto 
lo Hedicke a non accettare la congettura di Vogel, a propoisito di VII. 
IV. 40 ' lamque - movit ' : a convincere dell'errore sarebbe del resto stato 
sulitìciciite il coniVonto con ^'II. v. 19 ' lauKiiu' - statuerat ])rogre(li ', 



140 I- CA.S TRiLIONI 

tamente seguente, anzi che con l'accusativo precedente e 
determinando, in qualità di apposizione, il sostantivo (1). Gli 
altri tentativi non meritano neppure l'onore di una menzione, 
partendo tutti dalla falsa concezione di un ' praemissos ' 
uguale per valore a ' praemittit et ' da coordinare col verbo 

* iubet '. Il testo conformato secondo la proposta di Meiser 
esprime il fatto come ci è testimoniato da Arriano (II. 7. 2) 
ed è quindi di una precisione superiore alle abitudini Cur- 
ziane : io ritengo che possa bastare un espediente più mo- 
desto, che lascia intatta l'indeterminazione contenuta nel 
testo tradizionale ; la sostituzione, cioè, di un ablativo al- 
l'accusativo plurale dei codici, e leggere * mariti ma re- 
gione praemissos' vale a dire 'gli esploratori che aveva 
mandato innanzi per la regione costiera '. L'ablativo del ter- 
mine medio di moto, dopo Livio, non è molto raro né molto 
limitato in uno scrittore come il nostro: cfr. V. IV. 21 ' ardua 
semita - processit ' e più numerosi esempi a proposito di 
V. I. 12. Le catise del cambiamento di caso nella tradizione 
possono essere state parecchie e di varia natura, da una 
volontaria trasformazione causata da un falso riferimento 
del verbo * explorare ', ad altre puramente accidentali, come 
l'influenza delle terminazioni delle due parole tra le (]uali 
questo complemento è racchiuso. Esempi di arabo i generi 
non fanno difetto: III. I. 17 ' series ' invece di ' serie ' ib. \\. 12 
' profectum ' invece di 'profecto'; ib. viir. 14 ' Isson ' per 

* Isso '; ib. § 20 fortunam C fortuna P. ; IV. XV. 7 ' aciem ' 
per ' acie ', 

Riguardo all'uso dell'ablativo, oltre a gli esempi citati e 
gli altri sul tipo della frase ' recta regione ', si confronti in- 
fine * V. III. 12 ' occulto itinere ignotoque hostibus raittunt '. 

UT. Vili. 24 ' Dareo adventum hostium pavidi agrestes 

(1) y intc'iKli- peifettiiiiiente ohe ' piat-iuissos ' possa t-sseve spiegato 
coiuc uguale a ' (^uos piaeniiserat ' o detoimini più da vicino il sostan- 
tivo ' speculatores ', al quale è senz'altro sostituito in III. \mi. 23 ex. 
' allesse praemissi indicabaut '. Cfr. aiiclie IV. rx. 12, e ii). x, 10. Lo 
si potrcl)be quindi, data la sua posizione irregolare, sopi)rinier«' ; ma 
restano sempre le uostr<^ considerazioni intorno al duplice oggetti) di 
'explorare'. Cfr. per tutto il jtassii : IX. xn. I. 



OSSERVAZIONI CRITICIIK E GUAMMATlCAIJ A CIIKZIO Ul.'FO 111 

nuntiaveruiit vix credenti occurrere etiam, quos ut fu- 
gientes sequebatur, ergo non mediocris omnium animo for- 
mido — quippe itineri gwam praelio aptiores erant — raptim- 
que arma capiebant '. Ho trascritto l'intero passo come si 
trova nei codici, aggiunto soltanto il supplemento * quam ' 
già ritrovato dai manoscritti interpolati. Non ci può esser 
dubbio che in un contesto così malconcio qualche parola 
abbia sofferto del danno. In primo luogo, secondo io penso, 
il verbo della proposizione principale del primo periodo. Esso, 
preso così a se, può stare ; ma se si considera 1' insieme 
della narrazione, l'uso del perfetto toglie uno dei caratteri 
salienti della moda Curziana: l'uso e, diciamo pure, qualche 
volta l'abuso del piuccheperfetto, in misura assai più note- 
vole che non in Livio, il quale, come consueto modello del no 
stro, di frequente offre soltanto lo spunto di ciò che diverrà 
nell'imitatore un'abitudine. Sta bene che in proposizioni re- 
lative si trovi invece talvolta il perfetto, mentre ci atten- 
deremmo il contrario (cfr. Biittner p. 20 sg), ma il carat- 
teristico consiste appunto nell'adoprare quest'altro tempo 
negli enunciati principali, rendendo più efficace la narra- 
zione col rappresentare i fatti come interamente compiuti 
rispetto alle loro conseguenze. Ritengo adunque che Curzio 
abbia scritto nel caso attuale : ' nuntiaverant '. Quando Ales- 
sandro prendeva le sue disposizioni militari, Dario era già 
stato avvertito del suo avanzarsi. Con l'impiego di tale 
tempo lo scrittore ottiene due effetti: di esprimere una con- 
temporaneità meglio che una successione degli avvenimenti 
più importanti, di dare come compiuta la causa per pas- 
sare poi a descriverne gli effetti. Infatti, accennato alla no- 
tizia ricevuta da Dario, come a cosa trascorsa, egli s'indugia 
particolarmente a descrivere il disordine dell'esercito Per- 
siano in seguito a quella. C è quindi, in parte almeno, lo 
stesso procedimento che vediamo usato a IV. IV. 1 ' sta- 
tuerat — Aegyptum petere '; IV. V. 9 ' reges — haec invicem 
scripserant '; IV. vii. 1 ' Aegyptii — erexerant aniraum '. Cfr. 
anche IV. xil. 20 ; V. I. 3 ; ib. II. 4; ih. IX. 16 ; ib. Xll. 1 ; ib. 
XIII. 11 ; * VII. IV. 22 * Alexander Caucasum — transierat '; 
Vili. II. 5; ib. III. ì;ib. X. 26; IV. II. 7; IV. IV. 1 ; X. V. 8 e 



14-2 1.. CA-STIGLIONI 

in modo particolare *V. Xll. 4 ' Besso et Nabarzani luintiave 
rant sui, regem a semetipso ititeremptum esse '. Ben diverso 
è invece il caso di IV. x. 9 dove una sostituzione di tenii»o 
non potrebbe avere affatto luogo, trattandosi di un partico- 
lare accessorio del racconto, mutata la cui natura verrebbe 
a risentirne la continuità della narrazione e dei tempi ver- 
bali. 

Nel periodo che segue, lacunoso, la correzione del so- 
stantivo ' animo ', che sembra del)ba essere necessariamente 
messo al plurale (io per altro non l'affermerei così recisa- 
mente: cfr. infatti l'esempio di IV. \'ìi. 1 e Vili. vili. 21 
' adsentantium accommodatus ingenio 'i, dipende intera- 
mente dal verl)0 che si vuol supplire, e le probabilità si 
equilibrano quindi tra un accusativo ' animos ' da accom- 
pagnarsi con ' occupare, invadere ', e ' animis ' da unire con 
* incessere ', verbo davvero bene adatto alla situazione, ma 
che Vogel assai a torto congiunse con l'accusativo. Vediamo 
ora in quale tefiipo voglia essere posto il verbo e dove sup- 
plito: gli editori sono chi per l'imperfetto, chi per il per- 
fetto, per ciascuno dei quali scelgono ad arbitrio la collo- 
cazione. Per me la continuazione regolare del passo, d'ac- 
cordo con le parti [(recedenti, sarebbe questa : * Ergo non 
mediocris omnium animis formido — quippe itineri quam 
praelio aptiores erant - <incesserat>, raptimque - capiebant'. 
Per il concetto si cfr. IV. Ti. 16, per la struttura, poi, il se- 
guito della narrazione stessa (' evaserant - frenabant ') ; 111. 
TX. 6 * impleverant copiae - cornuaque.... stabant ', e * III 
XLTi. 4 ' Turbaverat ea res Parmenionis animum — et igno- 
tum iter — non audebat ingredi '; IV. x\'. 15; ib. xvi. 16: 
V. i\'. 24. Per il verbo collocato immediatamente dopo una 
parentesi esplicativa cfr. V. ]\'. 7, A questa gradazione tra 
piuccheperfetto e im.perfetto, che appare così conveniente 
a notare la differenza di tempo tra le diverse azioni e a 
contrassegnare il distacco dei momenti di esse, e che trova 
anche un appoggio paleografico, si oppone, conviene rico- 
noscerlo, un ostacolo. Non il ' nuntiaverant ' da noi resti- 
tuito nel primo periodo, che sta benissimo a sé ; ma l'uso 
(li ' ergo ' che trova la sua naturale unione costantemente 



OSSKRVAZIOXI ( KITICHK K GKAMMATICAM A CUUZIO KUFO 14o 

con l'imperfetto o il perfetto o con j)articipi e con ablativi 
assoluti. Non quindi impossibilità teorica; ma qualche dif- 
ficoltà alla pratica. Dei tempi proposti dagli altri meglio si 
adatta il perfetto, specialmente dopo l' innovazione da noi 
proposta del verbo antecedente (cfr. Vili. il. 24). L'imper- 
fetto, al contrario, toglie ogni gradazione di tempo tra la 
espressione del timore incusso nel campo Persiano dalla 
notizia, e le conseguenze di esso. 

III. XT. 4 '(tela) siinul erant emissa, in <se> eodem con- 
currentia inplicabantur levique et vano ictu panca in hostem, 
plura in humum innoxia cadebant '. L'impiego di ' inplica- 
re', usato assolutamente, avrebbe bisogno, almeno per Cur- 
zio, di essere documentato con qualche altro esempio ; cosa 
che a me non è riuscito di fare. La frase ' inplicari in se ' 
oppure ' in semetipsos ' si riscontra invece due volte, a pro- 
posito del nodo Gordiano e dei fitti e confusi rami d'albero, 
addensati a scopo di difesa (III. I, 15 ; VI. VI. 6 e anche IV. 
XVI. 11), e può benissimo adattarsi anche ai giavellotti chi- 
una densa schiera di soldati scaglia in angusto spazio con- 
tro un altra parimenti fitta così da formare ai colpi un ber- 
saglio non eccessivamente esteso per le condizioni del ter- 
reno. Se vi è difetto nell'espressione Curziana, questo sta 
unicamente nella scelta del verbo, usato il quale, la costru- 
zione che noi restituimmo, doveva venire di necessità. L'av- 
verbio ' eodem ' esprime correttamente il punto di direzione 
delle armi, e ci pare insista opportunamente sulla ristret- 
tezza del campo d'azione, che portava di necessità lo scoi:- 
trarsi dei proiettili e il loro cadere al suolo senza danno 
per alcuno. 

Su queste angustie di luogo Curzio insiste e ne cava 
parecchi dei suoi effetti narrativi: l'avverbio del resto non 
è estraneo al vocabolario del nostro scrittore (p. e cfr. V. 
I. 3 ' eodemque - fugam fortuna conpulerat '). I codici hanno 
' in eosdem ' che oltre a lasciare in sospeso il verbo finito, 
esprime un concetto inesatto: i dardi andavano, diretti allo 
stesso bersaglio, contro le medesime persone forse più di 
uno, tutti no di certo; inoltre dopo 'eosdem' non avrebbe 
intero il suo significato e la sua ragion d'essere la parola 



144 L. CA.STiaiJONl 

' hostem ', mentre con la nostra correzioie avremmo anche 
due successive determinazioni, di luogo la prima, di persona 
la seconda. Kinch (p. 32), accompagnando la sua proposta 
con osservazioni in massima parte speciose, consigliò la sop- 
pressione dell' intero complemento, con rimedio troppo radi- 
cale e ciò nonostante, nei rapporti del verbo ' inplicabantur ', 
non bastevole; Hedicke ne cavò fuori * in hostes ', attri- 
buendo allo scrittore una tautologia quasi insopportabile, 
quantunque egli interpunga innanzi a ' concurrentia ', e co- 
niando un' espressione che ha carattere di glossa e nessun 
appoggio, nemmanco in una possibilità paleografica. Mal- 
grado poi Kinch mostri di non sceverare nell'uso ' oodem ' 
e ' eosdem ' io non credo necessario insistere a dimostrare 
lo differenze di significato, particolarmente in questo passo. 
III. XI. 22, Si descrive la presa dell'accampamento di 
Dario : ' Omnia planctu tumultuque, prout cuique fortuna 
erat, [castra] repleverant '. Una correzione appariva neces- 
saria assolutamente, poiché la frase * omnia-castra ' non può 
in alcun modo essere sostenuta e giustificata ; Curzio, come 
ogni buon scrittore, dice ' tota castra, totis castris ' e niente 
di più. Il mutamento di Hedicke, che scrive ' omni ', è buono 
rispetto al senso e anche all'uso dello scrittore, meno buono 
artisticamente, perchè per sé stessa l'espressione ' planctu 
tumultuque ' non ha bisogno di accessori ad accrescerne 
l'efficacia. La mia correzione offre invece questi vantaggi: 
mentre un passaggio di ' crani ' in ' omnia ' é difficile a 
spiegarsi, perché principale tendenza di chi trascrive è l'ac- 
comodare le desinenze secondo ciò che segue e che precede, 
la presenza di una glossa non è un fenomeno isolato nel 
nostro autore, e qui l'aggiunta poteva procedere da poche 
linee innanzi (§ 20), per non lasciare senza un riferimento 
peculiare l'aggettivo neutro. Comunque sia avvenuta que- 
sta intrusione del sostantivo, a causa di ossa, s'era certo 
perduta una caratteristica locuzione, riflettente l'uso degli 
aggettivi neutri sostantivati, dei quali sulle orme di Livio, 
anche Curzio Rufo ha fatto un notevole impiego. Un esem- 
pio significativo per la nostra restituzione ci è dato appunto 
da Livio (XLl. V. 2) 'omnia terrore ac tumultu - impleve- 

16. 1. 'V12. 



OSSERVAZIONI CRI IICIIE E CltAMMATICJALl A CURZIO RUFO 145 

runt ', dove incontriamo una rassomiglianza verbale, che 
non si deve affatto trascurare, quando si pensi alle rela- 
zioni artistiche e stilistiche che intercedono tra i due scrit- 
tori. D'altra parte nemmeno per Curzio si tratta di un caso 
isolato: cfr. IV. ti. 12 'omnia belli adparatu strepunt'; 
*III. Vili. 26 ' vario tumultu cuncta conpleverat '; III. Xlll. 10; 
IV. XVI. 5; V. III. 8; ib. vi. 13; X. Iii. 9 (dove un' altra 
volta, ma questa certamente male, Hedicke scrive ' Luxu 
omni fluere credideram ') ; X. v. 7 'omnia tristi silentio 
muta torpebant '. In difesa della tradizione non si può certo 
invocare V. Iii. 17. 

III. XII. 22 ' virgines reginas excellentis formae tam 
sancte habuit, quam si eodem quo ipse parente genitae fo- 
rent, coniugem eiusdem - adeo ipse non violavit, ut sum- 
mam adhibuerit curam, ne quis captivo corpori inluderet'. 
Qui 'eiusdem' sarebbe come dire ''Darei', e bisogna rico- 
noscere che per dargli questo valore è necessario contor- 
cere non poco il significato proprio del pronome, sottinten- 
dere un ' regis ' da cavarsi dal precedente ' reginas ': il che 
è davvero volere un po' troppo. Ma per arrivare da questa 
constatazione ai supplementi del nuovo editore e' è troppa 
strada e troppo pericolosa. Io credo che un pronome qui 
possa benissimo stare con un lontano riferimento a Dario, 
la cui persona è presente al lettore per il fatto stesso che 
si parla della sorte della sua famiglia. Soltanto giudico che 
quello tramandatoci dai codici sia leggermente deformato 
per la precedenza di 'eodem': uno di quei molti casi di 
accomodamento delle terminazioni, dei quali potremmo mie- 
tere larga messe. ' Idem ' non si può dire se non di colui, 
del quale si è poco innanzi fatto cenno, cioè quando vi sia 
un prossimo richiamo ; ma dove non trova il suo luogo que- 
sto pronome, non e' è motivo di scacciare il dimostrativo 
' is '. Scriveremo dunque ' coniugem eius[dem] ' rrjv yvvdXxa 
amov, e avremo anche l'appoggio di un passo, sotto molti 
riguardi, simile (IV. Xll. 2) ' Alexander corpori uxoris eius 
iustis persolutis ', dove ' eius ' equivale realmente a ' Darei ', 
che non è accennato se non da un precedente ' ille '. Del 
resto non è cosa tanto nuova, che meriti una lunga espo- 

Studi itaf. ili filo}, classica XIX. In 



14(j L- t'ASTKJLlONl 

sizione, questo alludere per via di pronomi ai personaggi 
più in vista della narrazione, anche se questi non sono stati 
di recente menzionati. Cfr. inoltre IV^. ix. li. 

Ili, XIII. 1 ' Atque cum praecessisset et Darei satrapani 
comperisset '. E un passo disperato, anche per il fatto che 
soltanto Curzio Rufo si diffonde in particolari intorno alla 
presa di Damasco e non v' è dove controllarne le notizie 
e sapere se questo satrapa sia il ' praefectus ' di cui si dice 
in seguito o uno degli scampati alla disfatta di Isso : di (^ui 
solo può dipendere la certezza di un ' processisset ' (non 
' praecedere ' con questo significato !) da riferirsi a Parme- 
nione o di un infinito ' praecessisse ' da riferirsi al detto 
satrapa. Ma tutta questa parte di periodo è probabilmente 
sformata da più di una piccola lacuna: come infatti spie- 
gare l'assenza di un pronome da riferirsi al condottiero 
greco, e che funzioni da soggetto della proposizione princi- 
pale? Lasciando impregiudicata la questione più importante, 
per me attualmente insolubile (paleograficamente sarebbe 
una bella cosa e maravigliosamente semplice il leggere: 
* cum praecessisse et Darei satrapam comperisset', ma sa- 
remmo lungi dall' avere un' espressione davvero corretta), 
non e' è alcun dubbio che il principio del passo vada resti- 
tuito così: ' Atque <ille> '. Il riporre ' At ille ' con lo Hedicke 
è lo stesso che accettare una lezione di cui mai non si po- 
trebbe riuscire a comprendere la strana trasformazione nei 
codici, ed è insieme usare un'espressione meno conveniente, 
prevalendo di gran lunga, presso il nostro scrittore, in que- 
ste circostanze l'uso della congiunzione ' atque ' che indica 
semplicemente la successiva attuazione e continuità dei 
fatti, i quali, del resto, qui si riferiscono alla medesima tra 
le due parti contendenti. Dalla numerosissima serie degli 
esempi riferentisi all'impiego del nesso 'atque ille' tra- 
scelgo III. VII. 7 ; IV. XTII. 26 ; V. v. 24. Altre notevoli 
lacune abbiamo più innanzi : § 3 ; § 7. 

IV. I. 16 La soppressione frequente del verbo copula- 
tivo, è una licenza che il nostro autore si prende, sempre 
seguendo il suo solito modello letterario, con frequenza 
e libertà notevoli; circoscrivere con matematica sicurezza. 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO KUFO 147 

quando esso manchi per colpa dei codici, quando invece 
per deliberato proposito dello scrittore, non è la più facile 
impresa. Leggi non se ne possono proprio né stabilire, ne 
improvvisare. Nel caso presente sarà troppo arbitrio non ri- 
stabilire il passo così : ' is - regno <est> visus indignus, He- 
phaestionique permissum, ut - constitueret regem '. Appare 
infatti dalla maggioranza dei casi che, quando si trovano 
nello stesso periodo due proposizioni tra loro congiunte, ma 
riferentesi a due soggetti diversi, ed esprimenti del pari due 
azioni distinte, specialmente se a una costruzione personale 
segue, come abbiam visto ora, un'altra impersonale, la prima 
o almeno una di esse debba essere accompagnata dal suo 
verbo espresso interamente. Così non è presso Livio ; ma per 
il nostro si cfr. IV. VII. 28 ' dona data sunt, permissumque 
amicis ut — consulerent lovem '; VIL III. 18 ' perventum (;st 
— recreatusque '. Si veda anche V. VII. 10; VII. iii, 23, e 
si mettano d'altra parte a riscontro IV. IX. 7; V. I. 43 (le 
proposizioni che contengono dati numerici stanno normal- 
mente a se, senza le forme di ' esse '; cfr. III. I. 20; V. IL 5; 
ib. III. 16); V. n. 16-7 ; VL V. 10; VIIL iii. 6. 

IV. l. 22 Le derivazioni da Livio nell'opera di Curzio 
Rufo, sia dal lato della tecnica descrittiva e narrativa (co- 
mune persino l'abitudine d' introdurre più o meno oppor- 
tune considerazioni intorno agli avvenimenti: cfr. p. e. Curt. 
IX. X. 27-Liv. XLI. III. 3), sia da quello dell'espressione e 
dell'elocuzione, sono così costanti e notevoli, che, a mal- 
grado del manifesto amore di questo nostro autore per 
le antitesi e del fatto che tale frase non s'incontra altra 
volta in lui, rinuncio a modificare qui le parole ' Habitus- 
hic vestis-cum isto squalore permutandus est '. Indubbia- 
mente ' Pastus-hic vestis ' avrebbe costituito con ciò che 
segue un contrasto più piccante, ma la circonlocuzione, 
della quale in Curzio vi sono esempi simili, ma non uguali, 
' habitus vestis=vestis ' è tutelata dal solito modello (Livio, 
XXIV. V. 3) ' nec vestis habitu '. Curzio Rufo ama invece, 
al pari di Seneca, assai le frasi ' habitus corporis, naturae 
habitus ' cfr. p. e. V. li. 13 ; V. V. 17 ; ib. vi. 18. In quanto 
ad antitesi, egli ne ha un molto minor numero di altri 



14b L- CASTIGLIUNI 

scrittori dell'epoca, di Seneca figlio, per esempio; ma, di 
più o meno energiche, eccone ad ogni modo un manipolo : 
IV. VI. 7; ib. XIII. 33; ib. xvi. 11; V. v. 12; ìb. vii. 5; VII. 
1. 35; Vili. VI. 25. IX. VI. 19. 

IV. I. 31 ' Sed eos (se. Persas) Amyntas proelio supe- 
ratos in urbem conpellit castrisque positis victores ad po- 
pulandos agros '. Sarei curioso di conoscere la precisa e ca- 
tegorica spiegazione che gli editori conservatori danno a 
un periodo cosi conformato ; io, per mio conto, ritorno al- 
l'opinione di chi supponeva nell'ultima proposizione la per- 
dita di un verbo, e vi sono indotto, come da altre cause, 
così da questa evidente separazione della personalità di 
Amyntas da quella dei suoi soldati. E poi ' compellere vic- 
tos in urbem ' passi, ma ' compellere victores ad populan- 
dos agros ' non riesco affatto a comprenderlo. Del resto la 
situazione è chiara: il Greco più che un vero duce è un 
compagno di ribalderia ai suoi soldati; con essi vince il 
nemico e con i suoi corre a devastare i campi. Si aggiunga 
che anche il plurale * victores ' non è quanto di meglio si 
convenga alle abitudini di Curzio, che impiega a preferenza 
il collettivo, come (IV. XV. 32) ' Haerebat in tergis fugien- 
tium Victor'; VI. i. 12 * insequebatur dissipatos victor '. In 
conclusione, da parecchi indizi, sono portato a vedere nel 
periodo riferito avanti due distinte azioni, delle quali è ugual- 
mente soggetto ' Amyntas ', contrassegnate da due verbi 
convenienti al contenuto di esse. Un avanzo del secondo 
verbo è contenuto appunto nella desinenza plurale dell'er- 
roneo ' victores ' probabilmente così : ' victor ex<it> ad po- 
pulandos agros'. 

IV. II. 8. Nel tratto di mare che divide Tiro dalla terra 
ferma racconta Curzio che non si poteva erigere alcuna 
costruzione che le onde non rodessero * et per nexus ope- 
rum manantes et - summi operis fastigio superfusae '. Per 
indicare l'azione delle acque, lo scorrere del sangue e delle 
lagrime ci sono tra gli altri, e Curzio ne fa largo uso, i verbi 
' manare ' e * meare ', quest'ultimo particolarmente nel si- 
gnificato di passare a traverso e per accennare al pulsare 
della vita nel corpo, non altrimenti che il sangue lungo le 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMiMATICALI A CURZIO RUTO 141) 

vene. Di questi due verbi, il primo è impiegato costante- 
mente col valore di zampillare, sgorgare, diffondersi e si- 
mili : IV. II. 14 '■ manantis sanguinis guttas ' ; IV. VI. 19 ; 
Vili. II. 3 ; IX. V. 28 ; IV. X. 34 ' manantibusque lacrimis '; 
VI. IX. 33 ; VII. II. 3 ; IV. xvi. 14 ' quidquid occulti hu- 
moris - manaret'; III. w. 12; V. I. 14; ib. i. 12; VI. IV. 3; 
VII XI. 3; IX. I. 11 ; ib. VII. 5. L'altro invece col suo valore 
normale di filtrare, attraversare: III. V. 9 ' meare spiritus'; 
Vili. IV. 12; IX. IV. 10 ' qua meatur navigiìs ' (altrove, VIII. 
IV. 3, anche ' meantis exercitus '); VII. x. 3 ' aquae meantis 
sonus'; V. i. 30. Uno scambio di significato e di uso tra i 
due verbi non appare, dopo tutto questo, molto probabile: 
lo è invece assai più una confusione erronea nei manoscritti. 
La mole Macedone precipitava dunque per le onde furiose 
e per le acque ' per nexus operum raeantes'. Cfr. anche 
IV. III. 16 ' saxaque interfluens unda medium opus rupit '. 
Non credo infine che ' meare ' diminuisca gran fatto l'idea 
di quantità. 

IV. III. 11. Calcolando come sia normale e costante l'uso 
delle frasi ' exercitum, copias, classes dividere ' e tenendo 
presente qui anche la lezione dei codici, credo sia più con- 
veniente scrivere : * (Classem) C et XC navi[gi]um in duo 
dividit cornua '. Cfr. IV. A'. 14 ' CLX navium classe'. Lo 
Heinse corresse ' navigia '. 

IV. V. 8 ' Se quoque cum transiret mare, non Cili ciani 
aut Lydiam — sed Persepolim — ultimique Orientis oram 
imperio destinasse'. Il Buettner (p. 14) ha speso un'opera 
vana nel voler difendere la presenza di ' quoque ' in questo 
nesso di pensieri, e rimane sempre indiscutibile che qui oc- 
corre una particella avversativa o altra che rafforzi in qualche 
maniera il pronome personale in contrasto con l'affermazione 
altrui, cioè col contenuto del periodo che precede: se Dario 
ignorava le condizioni sue e quelle dell'avversario, combat- 
tesse; quanto ad Alessandro, ben altre mire aveva avuto 
neir intraprendere la sua spedizione. A rilevare questa gra- 
dazione serve già, abbastanza bene, ma non perfettamente, 
il ' quidem ' proposto da Stangl: forse meglio, per il suo 
carattere oppositivo più energico, l'avverbio ' vero ' che 



150 J>. CASTJGIJONI 

.scritto per abbreviazione si differenzia assai poco dal ' quo- 
que ' tachigrafìco, e nell'uso Curziano appare non poche 
volte a dar risalto all'opinione introdotta dal pronome per- 
sonale nel discorso indiretto e diretto. Cfr. IIL \'IJI. 4 ' At 
Dareus - se vero - negat esse factorum'; IV. \ii. 25; ib. 
Ji. 30; V. XI. 4; VI. JIJ. 5'; ih. \'ll. 7 ' se vero - fìdem dedisse - 
abnuit ". Non credo possa seriamente ostacolare questa no- 
stra restituzione il fatto che pochi periodi innanzi, nelle pro- 
poste avanzate da Dario (IV. V. 6) s' incontra la stessa frase 
' se vero ad ipsum vocare dcsineret '. La ripetizione non è 
per sé stessa importuna, e Curzio non si dà affatto la briga. 
altra volta, d'evitare tali incontri, quando, come qui, il pre- 
ciso ritornare dello stesso atteggiamento di pensiero e con- 
dizione di fatto, spontaneamente conduce all'impiego della 
njedesima formola. 

Riguardo al valore e alla finizione di ' quoque ' in altre 
parti di quest'opera — qui, come si disse, non è proprio pos- 
sibile spiegare e sostenere la presenza di esso — il nostro 
scrittore senza dubbio s' è concessa una notevole libertà, 
tanto nell'uso, quanto nella collocazione. Speci&lmente da 
notarsi spesso quest'ultima e più ancora il riferimento della 
congiunzione all'intera proposizione, anziché ad una parola 
ad un solo concetto. Qualche volta * quoque ' potrebbe sen- 
z'altro essere sostituito da ' etiam ' di cui ha assunto in- 
sieme col posto anche certi significati caratteristici. Così è 
a proposito di IX. Ii. 21, dove mi sembra assai conveniente 
scrivere : ' Dein paucos (juoque <aegre> et incommode re- 
gunt ', tenendo presente anche IX. li. 33, piuttosto che mu- 
tare con Bentley questo ' quoque ' in ' aegre ' : lo scrittore 
ha voluto dare alla congiunzione un valore concessivo evi- 
dente. Non si vede invece quale valore le si possa attribuire 
nelle seguenti circostanze (V. Jl. 19) ' admonerique iussit, ut, 
si cordi quoque vestis esset'; riferirla a tutta la proposi- 
zione, o alla parola seguente, non giova ; anteponendole 
con Madvig un pronome ' ei ', si salva la sintassi, ma si 
viene a stabilire con ciò che precede una relazione ine- 
sistente. Io sono convinto ohe si tratti piuttosto di una ripe- 
tizione involontaria dei copisti. E invero solo poche parole 
innanzi si legge * et filii quoque pietate prosequebatur ', o 



OSSKUVAZIONI (.•RITU'IIK K ( illAMM ATlCAl.l A (JLi;ZH) UUTO 151 

a siflfatte ripetizioni si devono nella nostra tra^lizione t're- 
(jiienti errori. Dunque 'si cordi [quoque] vestis essai': il 
contesto non richiede di più. 

IV. V. 14 * Aniplìoterus et Hegelochus - insulas inter 
Aehaiani atque Asiam vsitas) in dicionem Alexandri redege- 
runi '. 11 testo t^reeo avrà benissimo detto rag urra^v 'Aotag 
T^ yuà IhXojTovvi'ioov rì)oovg, Jiia in Curzio io noti ho mai re- 
gistrato in casi analoghi l'assenza dell'aggettivo ' situs '. 
Cfr. infatti 1\'. \ . 1 ' regionem inter Hellespontuni et Halyn 
amnem sitam '; IV. vili. 1 ' haud procul - sitam '; VII. VII. 3; 
I\'. VII. () ' inter vastas solitudines sitas '; VII. il. 12. Un 
criterio ditTerente guida invece lo scrittore nelle locuzioni 
del genere, composte con ' ultra ', ' apud ' e simili. Cfr. IV. 
I. 84; ih. IX. 14. 

IV. \'. 19 L' intero periodo ritorna quasi a parola, e 
integralmente nella sua struttura sintattica — e questi ritorni 
di frasi, di immagini, di accenni, insieme col ritornare di 
situazioni simili sono notevolmente frequenti nell'opera di 
Curzio Rufo, un po' per necessità e certamente parecchio 
anche per espediente retorico ed espressa intenzione del- 
l'autore — a proposito della tragica fine di Clito \\\\\. i. 50) 
' quisnam esset interrogai. Et ille — Clitunì esse et de con- 
vivio exire respondit '. Non perchè io pretenda una corri- 
spondenza in tutto precisa, ina perchè anche nella situazione 
qui accennata la domanda riguarda propriamente la persona, 
mentre l'accenno all'azione vi s'aggiunge per abbondanza, 
(piasi ad accontentare pienamente il ' chi va là ' del sor- 
vegliante, credo che qui la frase debba essere lievemente 
ritoccata, così: 'Aristonicum (esse et> ad Pharnabazun ve- 
nire respondit'. Alla prima lettura del passo avevo dubito- 
samente segnato nel margine : ' Aristonicum <et> ad Phar- 
nabazum venire '. Quantunque di piccole lacune del genere 
qui segnato se ne riscontrino anche altrove e di molto fre- 
quenti, non so decidermi interamente per la prima proposta; 
la quale per altro ha il suffragio del riscontro avvertito e 
non ammette un'ellissi così dura del verbo copulativo. Ad 
ogni modo o in un senso o in un altro la modifu'azicMie mi 
pare per più ragioni probabile. 

IV. VI. 10-11. ' Ortoque sole, lìriuscpiam admoveret exer- 



152 L. CASTIGLIONI 

citum, opein deum exposcens, sacrimi patrio more f'aciebat, 
<et> forte advolans corvus glebam, qiiam unguibus ferebat, 
subito amisit '. Della congiunzione * et ' Curzio Rufo si serve 
i:i gran numero di circostanze e in modo non sempre rego- 
lare e semplice: la incontriamo dove, secondo il nostro cri- 
terio di moderni e anche secondo l'esempio della più parte 
degli scrittori latini, ne avremmo fatto volentieri a meno; in 
qualche luogo pare manchi in maniera anche troppo brusca, 
così che talvolta diviene necessità il supplirla per conget- 
tura. Vedemmo già a proposito di III. vii. 2 ' et ' usato con 
valore temporale in correlazione con 'iamque'; si tratta 
ora di un caso analogo, di un passo che nella sua strut- 
tura richiama il greco àf.ia re-y.ai. L'enclitica ' -que ' che 
s'accompagna alla prima parola del periodo, non deve dar 
luogo ad equivoco: essa ha press' a poco la medesima fun- 
zione che esaminammo a proposito di ' iamque ', e quindi 
più che congiungere l'accenno al sacrifizio iniziato da Ales- 
sandro con ciò che è detto innanzi, ricollega questa prima 
parte col seguito dell'episodio; unisce intimamente l'ante- 
fatto alla continuazione naturalissima della scena del sa- 
crificio, l'apparizione, cioè, del fatidico corvo. Accettando 
senza benefizio d' inventario la lezione conservata dai ma- 
noscritti, questo inizio temporale nella struttura sintattica 
di tutto il periodo, manca del termine, al quale diretta- 
mente richiamarsi e non ritrova un elemento che ne renda 
più evidente ed efficace l'azione, la congiunzione che ne 
continui il valore di tempo. Che la corrispondenza ' or- 
toque sole - et (= cum) ' sia, diciam così, la spina dorsale 
del periodo, appare anche dall'uso dei tempi, specialmente 
dal verbo della prima proposizione ; dall' imperfetto che 
è di sua indole, il tempo proprio di quegli enunciati se- 
condari, i quali contengono l' antefatto dell' avvenimento 
sul quale, per l'importanza sua, deve cadere tutta l'atten- 
zione del lettore. D'altra parte, in simili circostanze, l'av- 
verbio ' forte ' per sua natura, si accompagna volentieri 
con una congiunzione, accompagnandosi con un ' et ', che 
vale quanto * cum '. Limitandoci ad esempi tratti dal nostro 
scrittore e che facciano al caso, vediamo: IV. iv. 3; III. xi. 



OSSERVAZIUNI CRITICHE E GRAiMMATlCALl A CURZIO RUFO 153 

13 ' instabat fugieiitibus - et forte - oranes fuga abstulerat '; 

IX. vili. 21. Naturalmente non è detto che questo debba 
essere l'unico impiego e l'unica costruzione di ' forte ', e 
che sempre si verifichino le circostanze ora enumerate. La 
congiunzione sarebbe fuor di luogo in casi come III. Vili. 13; 
IV. IV. 5 ; ih. V. 19 : Vili. XIV. 5 ; ib. X. 7; (in Vili. X. 28 
non è ben stabilita la lezione da accettarsi); X. VIII. 18. Qui, 
nella gran maggioranza dei casi, ' forte ' serve ad introdurre 
un episodio energicamente staccato dal complesso della nar- 
razione. 

IV. \'i. 23 ' Ultima pestis urbi[sj fuit cuniculo subrutus 
murus '. Parecchi esempi di false concordanze delle finali 
di varie parole susseguentesi, tali che servano a legittimare 
la nostra correzione dal punto di vista della tradizione, sono 
raccolti da Kinch (p. 38), e possono facilmente essere ac- 
cresciuti di numero, come vedemmo a proposito di 111. Vili. 
17. Abbiam ritenuto di dover modificare il testo per il prin- 
cipale motivo, che il genitivo messo alle dipendenze di 
' pestis ' dà un innegabile impressione d' inutilità, mentre 
invece può apparire anche necessario un complemento di 
termine : fissare su chi ricada l'estrema rovina. wSi rammen- 
tino le frasi numerosissime sul tipo della seguente (V. i. 5) 
' id suis rebus - saluti fore ', e più efficace al caso nostro: 
* Vili. X. 25 * Lateri vinculum lapides sunt '. Cfr. anche 

X. 1. 25 ' Ceterum tanta benignità? barbaro causa raortis 
fuit '. 

Di altra natura è il seguente passo : X. IX. 3 * qui 
noctis, quam paone supremam habuimus, novum sidus 
illuxit ', dove per se il genitivo non sarebbe ozioso. Per 
altro anche qui sospetto che il dativo ' noeti ' potrebbe 
avere rispetto alla lezione tradizionale qualche vantaggio 
sarebbe almeno, a causa del valore stesso del verbo ' illu- 
xit ', più energico della semplice specificazione. 

Nessun effetto, al contrario, di colpevole trascuratezza 
degli scrivani, si ha a vedere in IV. vii 1, dove la lezione 
dei codici ' ad spem adventus eius erexerant animos ', non 
ostante esempi come IV. x. 7; X. w. 20; è tutelata da 
Livio (XXXVl. XII. 6), alla quale citazione noi possiamo 



lót I- CASTIGLIOXI 

aggiungere anche XXIV. 37. 1. Dunque supporre un abla- 
tivo causale ' adventu ' e riferire il complemento ' ad spem ' 
al verbo * erexerant ', come sulle prime avevo supposto, è 
per lo meno un po' imprudente. 

IV. VTI. 8. La via per l'oasi di Ammone presentava 
varie difficoltà, che Curzio riassume brevemente. 

La conclusione- è questa : ' Haec Aegyptii vero maiora 
iactabant ', e mi pare veramente un poco strana, poiché in 
tutto ciò eh' è detto prima non si trova proprio nulla che 
sia maggiore della realtà. Che più ? quando Alessandro si 
pone in viaggio, dopo due giorni di travaglio moderato, 
trova precisamente quello che gli era stato annunciato: in- 
finite sabbie, mancanza d'acque, un sole ardente. Aggiun- 
giamo che la descrizione delle condizioni naturali e clima- 
tiche del deserto Libico è a un dipresso quella delle aride 
sabbie della Battriana, descrizione che Curzio tolse coscien- 
ziosamente alla sua fonte (VII. IV. 27). C è poi il confronto 
con Arriano e una considerazione di carattere generale : 
mentre questo autore talvolta su particolari del racconto 
esercita un po' di critica verso il suo esemplare e si man- 
tiene scettico, nelle brevi descrizioni di località, usi e co- 
stumi non suole riferire le chiacchiere incerte degli abitanti 
del paese, ma fornisce direttamente in breve ciò che può 
servire al lettore per orientarsi. Se la tradizione manoscritta 
fosse qui superiore al dubbio, anche in questo Curzio avrebbe 
una volta derogato dalle sue abitudini. Ma un piccolo sup- 
plemento basta a dissipare tutte queste difficoltà e a riporre 
anche questa descrizione nella condizione di quelle di tutti 
gli altri paesi. Ecco la nostra proposta: * <Ad> haec Aegy- 
ptii vero maiora iactabant '. Oltre le notizie vere, esposte 
prima, gli Egiziani esagerando ne aggiungevano altre su- 
periori alla realtà ; notizie che Io scrittore non crede nem- 
manco di dover registrare. Questo per il significato del luogo 
controverso. Vediamo ora la forma dèlia proposizione da noi 
completata. Il neutro per sostituire un sostantivo astratto, 
è secondo il pretto spirito della maniera Curziana (cfr Vili. 
II. 28 'ad honestiora quam tutiora'); in quanto al rima- 
nente, se è vero che V impiego avverbiale di ' ad hoc ' nel 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 155 

significato espresso innanzi è assai più esteso (cfr. IV. VII. 13; 
ib.; xill. 4; V. i. 18; ih. lY. 24; IX. II. 4; ib. XI. 13), non 
manca neppure esempio dell'altra forma (III. X. 7) ' Victor 
ad haec Atheniensinm Philippus - invocabatur ', e, sequi, 
per ciò che precede, si volesse tornare alla solita formola, 
che ci starebbe bene, rimarrebbero pur sempre le testimo- 
nianze di Sallustio e degli altri scrittori, ai quali certo Curzio 
Rufo è debitore di qualche cosa. 

Un passo controverso che, forse, quando uscì dalle mani 
dello scrittore, avrebbe potuto essere utile documento alla 
nostra correzione, è contenuto nel discorso accusatorio di 
Alessandro contro Aminta (VII. I. 15) ' Ad haec accedere 
quod, cum Antiphanes — Arayntae denuntiasset — ut ex 
suis equis more solito daret iis, qui amisissent equos, su- 
perbe respondisse '. Tutti gli editori, accogliendo una cor- 
rezione di Letellier, scrivono senza esitanze ' respondisset ", 
e così ristabiliscono la sintassi. Non v' è dubbio che il ri- 
medio sia semplice : ma è proprio sicura tale correzione ? 
è proprio del tutto probabile che il copista fosse così im- 
pressionato dal fatto che si tratta di un discorso indiretto, 
da porre un infinito là dove tanti congiuntivi vicini pote- 
vano, se mai, attirarlo ad un errore opposto ? Una confu- 
sione di tal genere si è verificata infatti nel discorso di Par- 
menione (IV. X. 11). non poteva piuttosto un lettore di 
non troppa coltura grammaticale, o frettoloso, aver aggiunto 
di suo le parole ' accedere quod ', per restituire la nota for- 
mola, senza badare alla continuazione del periodo ? E vero 
che questa press' a poco ritorna in due e forse più luoghi 
(IV. XIII. 10; X. III. 8); ma anche in altri casi troviamo 
aver Curzio usato espressioni brachilogiche invece di quelle 
normalmente correnti. Cfr. X. II. 19 ' non potest fieri, ut 
adducar - esse '. 

Tornando di nuovo al punto dal quale si era partiti, 
gioverà, sempre per fissare il metodo che Curzio Rufo tiene 
nelle indicazioni generali atte a chiarire la narrazione, con- 
frontare Vili. IX. 37 ' Multa et alia traduntur, quibus raorari 
ordinem rerum haud sane operae videbatur '. IX. II. 12 sg. 

IV. VII. 28. ' Philippi autem omnes luisse supplicia '. 



156 L. CASTIULIONI 

Così i codici e le edizioni ; ma io non credo che espressa 
in tal forma, la frase sia chiara e precisa. Propongo: ' Phi- 
lippi autem <caesi> omnes luisse supplicia ', Con l'aggiunta 
del participio abbiamo non solo una maggiore determina- 
zione del sostantivo ' supplicia ', ma anche la restituzione di 
im modo di dire, del noto concreto invece dell'astratto, che 
tutti i latini hanno sempre tra i preferiti. Si confronti IV, XA'. 
25 ' caesi regis expetebat decus '; VI. xi. 29 ' premium regis 
occisi ' ib. § 26 ' quis - Archelaum - Alexandrum occisos ultus 
est?' *VII. I. 6 ' in Philippi quoque caedem coniurasse'; 111. 
XII. 17. Ricordiamoci una volta tanto, trattandosi di Curzio, 
anche di un poeta, di Ovidio (Met. XV. 820) ' caesique pa- 
rentis | nos in bella suos fortissimus ultor habebit". 

IV. VITI. 1 ' primum in ipsa insula statuerat urbem no- 
vam condere: inde-elegit urbi locum, ubi nunc est Ale- 
xandrea '. E necessario correggere senza alcuna esitazione: 
^ <de>inde '. La sillaba iniziale mancante all'avverbio, fu as- 
sorbita dalla finale del precedente * concedere '. Che qui si 
tratti della solita corrispondenza temporale, a denotare il 
succedersi di due diverse azioni, non lo metto nemmeno 
in dubbio: ora, in tali ciscostanze, Curzio Rufo e anche 
Livio, almeno per quanto approssimativamente ricordo, ado- 
perano eclusivamente la correlazione * primum - deinde ' 
oppure ' primo - deinde '; Livio in luogo di quest'ultima an- 
che la forma ' dein '. In ventitre casi, quanti sono offerti 
dalle Storie di Curzio, non si verifica mai alcuna eccezione 
a questa legge di consuetudine; per la qual cosa non vuol 
dire perfettamente niente il fatto che gli avverbi ' deinde ' 
e ' inde ' si siano reciprocamente usurpati, senza profondo 
divario nell'uso, i significati di luogo e di tempo, con pre- 
valenza, del resto, in tale estendersi, del primo di essi. 

A proposito dell' unione di avverbi di tempo per de- 
terminare i successivi momenti di una attività, vediamo 
talvolta tener dietro a ' primum ', un cambiamento di eo- 
struzione che permette l'eliminarsi dell'avverbio, che per 
simmetria dovrebbe corrispondere; vediamo talora apparire 
' mox '. Il quale avverl)io ha natura eminentemente asinde- 
tica e spesso avversativa, come del resto è naturale l'asin- 



OSSERVAZIONI CKITICHK K GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 157 

fleto in tutte queste correlazioni. E quindi con una certa 
fiducia, che presento ora un'altra correzione, che rientra 
in questa categoria di correlazioni tra avverbi (X. IX. 20) 
' Meleager - tum quideni - in agmine quietus stetit: [et] niox, 
damnata spe salutis, confugit in teinpluni '. Curzio, per le 
sue abitudini, non poteva venir meno alla perfetta regola- 
rità, in ima correlazione tanto normale com' è ' tum - mox ', 
proprio quando l'aggiungere una congiunzione (copulativa o 
avversativa fa lo stesso preciso effetto) interrompeva tanto 
malamente la struttura sintattica del periodo. E facile con- 
vincersi che si tratta non d'altro che d'una volgare ditto- 
grafìa dell'ultima sillaba del verbo precedente: ' stetjY et\ 
Cfr. V. IX. 11 ; IV. X. 10 ex. ' primo - mox ' Vili. XIV. I ; 
IX. IX. 25. 

IV. X. 29 'Tum vero non gemitus modo, sed etiam 
eiulatus - exaudiebantur '. La funzione della particella tem- 
porale * tum ', accompagnata e rafforzata da ' vero ', non ha 
bisogno di lunghe dilucidazioni ; l'energico risalto che essa 
dà in contrasto alle parti precedenti, serve benissimo ad at- 
trarre e concentrare sul punto così iniziato l'attenzione del 
lettore. Di qui l'uso sempre più frequente nella poesia nar- 
rativa, specie in Virgilio, e nelle colorite descrizioni degli 
storici. In Curzio Rufo incontriamo questa formola circa una 
dozzina di volte e sempre senza alcuna modificazione alla 
sua forma, divenuta, si potrebbe dire, stereotipa. Ecco la 
ragione per la quale ho creduto di dover modificare e cor- 
reggere qui la lezione dei codici, i quali danno ' tunc vero ', 
senza che appaia la causa di tale preferenza. La confusione 
tra le scritture ' tum - tunc ', con svantaggio della prima, è 
maggiore assai più che non lo sia nell'uso delle parole stesse. 
D'altra parte un fuggevole confronto del passo controverso 
con uno qualsiasi di quelli, che contengono questa espres- 
sione avverbiale nella sua solita forma, basta per toglier 
via ogni eventuale dubbio: cfr. IV. xiii. 11; V. lii. 18; V. 
XII. 9; V. XIIT. 16 etc. L'unica volta che si incontri 'tunc 
vero ' con una grande probabilità che non debba essere 
modificato, è a proposito di IH. XT. 23, dove la correlazione 
'tunc - cum ', è soltanto rafforzata dall'avverbio, nel suo 



153 L CASTIGLIOXI 

primo elemento, per i soliti motivi accennati innanzi. L'av- 
verbio * vero ', sempre in questa sua funzione, si associa lai- 
volta anche con l'altro avverbio di tempo ' ut '. 

Come è regolare la scrittura ' tum vero ', così a sua 
volta lo è l'altra quasi costante ' tunc quidem ' ; di un uso 
più oscillante e vario è ' tunc demum ' e ' tum demum ' 
(IV. XIII. 16; ib. XIII. 20; VII. III. 15). Incerto pure ' tum ' 
e ' tunc primum ' V. ir. 3 ; VII. VITI. 3. Forse in questo stesso 
libro sarà opportuno ristabilire la prima di queste forme, 
secondo il maggior numero degli esempi (IV. vii. 25) ' ac 
tunc quidem ' invece di ' tum ' dei ms. Alquanto diverso mi 
pare il caso di V. X. 15 e simili. Si veda per altro anche 
VI. VII. 21. 

IV. XI. 9 ' Facilius quidem vincere quam tueri : quam, 
hercule, expeditius manus nostrae rapiunt, quam continenti' 
Alla correttezza della prima proposizione basta realmente 
la congettura di Scheffer (' quidem ' invece di 'quaedam'}, 
e ogni supplemento sminuisce l'efficacia di sentenziosa bre- 
vità al concetto ivi enunciato. 

Curzio, del resto, adopera non di raro in apparenza 
intransitivi dei verbi, il cui oggetto deve esser ricavato 
dagli altri elementi che formano la proposizione : nel caso 
attuale ' tueri ' vale quanto * tueri victoriam ' oppure * res 
Victoria partas '. Ciò non ostante rimane nel rimanente del 
periodo una struttura impedita e negletta, a causa dei due 
' quam ', l'uno esclamativo e l'altro comparativo, che si 
susseguono. Non si può negare che Curzio sia un autore 
disuguale nella sua arte; ma tal fatto, quantunque sicuro, 
non ha qui a che vedere. La presenza dell'esclamazione 
' hercule ', dopo un'espressione interiettiva, sarebbe già per 
se stessa un indizio, poiché innegabilmente oziosa e senza 
esempio in alcuna altra parte dell'opera: essa serve a rav- 
vivare energicamente quegli enunciati, che hanno lo scopo 
di raffermare e documentare, spiegandola, una qualsiasi af- 
fermazione. Ed ecco appunto il perchè della frequenza di 
nessi come 'et hercules ' ovvero ' sed hercules ', cioè di 
congiunzioni unite con l' interiezione. Inoltre, seguendo qui 
la tradizione manoscritta, non si finisce a scorger bene la 



OSSERVAZIONI CllITlCHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 159 

ragione che avrebbe guidato lo scrittore a dar forma escla- 
mativa a tutto un piano e semplice concetto, che costi- 
tuisce il commento naturale ad una delle sentenze culmi- 
nanti del discorso, espressa con quella brevità, che ne è 
la solita caratteristica. I discorsi pacifici degli ambasciatori 
stranieri ad Alessandro, che insieme con altre e piti alte con- 
cioni, venano di una tinta retorica le Storie di Curzio Rufo, 
hanno tra di loro molti punti di contatto, e specialmente 
in questa tendenza un finto sentenziare bonario, lontano 
da ogni enfasi e complessità artificiosa. Esempi non dubbi 
di yivoz yXacpvQÓr, sforzo manifesto di adattare l'espressione 
oratoria alla semplicità barbarica, non priva di buon senso 
nel giudizio delle cose. (Si ricordi specialmente il discorso 
degli ambasciatori Sciti : VII. Vili. 12 sgg). Dopo queste 
considerazioni, viene naturale ed è legittimato il sospetto 
che r inutile ' quam ' esclamativo sia dovuto ad una svista 
dello scriba, tratto in inganno dal ' quam ' immediatamente 
precedente e dall'altro che seguiva in questa medesima pro- 
posizione. A tale scusabile errore conduceva anche la forma 
delle lettere della congiunzione che noi restituiremo, come 
più conveniente: ' nam, hercule, expeditius manus - rapiunt'. 
Un' inserzione assai simile a questa nella forma e nel carat- 
tere, la ritroviamo più innanzi (V. V. 11). Cfr. anche V. V. 12. 

IV. XI. 13 ' Nec quemquam alium - possedisse terras 
ingenti spatio intorvalloque discretas '. Chi spiega il passo, 
lo spiega davvero come può (I). Ecco, se Parmenione avesse 
precisamente parlato a questo modo sarebbe stato colpevole 
non tanto verso la storia, quanto verso la causa ch'egli 
doveva calorosamente sostenere. 

Sulle verità della storia si poteva chiudere un occhio 
e non badare agli antichi confini del regno Persiano e ri- 
cordarsi solo dei confini angusti dell'antico dominio Mace- 
donico ; ma non si doveva lasciar d' insistere sulla gran- 
diosità e lo spazio delle terre che si sarebbero acquistate 

(1) Kincli (p. 39) dà (iiiesta interpretazione : ' id est, terrus inter 
Istillili ot Euplirateu possedisse ' in modo, mi seiubra, im iiooliino con- 
torto, che in fondo lascia sussistere ]c dillicoltà relative alla parte se- 
guente, delle quali diremo. 



160 I- CASTIGLIONI 

con un sforzo relativamente lieve. In questa espressione si 
cela senza dubbio un errore: e questo non è la mancanza 
di una comparazione tra il dominio offerto da Dario e le 
potenze regali precedenti il tempo della conquista di Ales- 
sandro, bensì la mancanza della giusta enfasi nell' enun- 
ciare qual potente impero il re Macedone si sarebbe 
guadagnato, accogliendo le proposte del nemico. E a questo 
punto ci soccorre un' avvertenza, che si può fare al solo 
scorrere le pagine di quest'opera; colpisce infatti l'abbon- 
dare dell'avverbio ' tam ' con valore accrescitivo, anche là 
dove non sarebbe di essenziale necessità. Cfr. IV. ii. 15 ' tara, 
indigna morte ' ; III. V. 12 ' tam superbas litteras ' ; V. i. 17 
'tara munitae urbis'; VI. IX. 18; X. X. 9 etc. Inoltre in 
una circostanza non dissimile da questa (VII. VII. 14), dove 
è conveniente una pari insistenza sopra l'aggettivo, vediamo: 
' quae tam longo intervallo natura videtur diremisse '. Osser- 
vati questi esempi e vagliate le loro relazioni col passo in 
questione, non si può rimaner perplessi nel credere che l'in- 
serzione dell'avverbio vi possa portare la giusta nota e scio- 
gliere la difficoltà di struttura che appare evidente nella 
tradizione. Scriveremo adunque: ' terras <tam> ingenti spatio 
- discretas ' e la moderata enfasi nasconderà un po' meglio 
l'inanità dell'osservazione avanzata dall'oratore e comple- 
terà il carattere un po' artificioso della frase. Di questi av- 
verbi e aggettivi correlativi usati in frasi esclamative, ve- 
dremo in seguito altri esempi. 

IV. Xlll. 21 • instructam aciem hostis admovit: tuus 
miles - expectat imperium '. Non può recare, per se stessa 
meraviglia l'unione di un perfetto e di un presente nello 
stesso periodo: anzi a taluno potrebbe qui sembrare una 
studiata contrapposizione per ottenere un effetto stilistico. 
Appartengono per altro ad una categoria diversa, esempi 
come IX. IV. 5; ih. V. 6. A me invece sembra che, man- 
tenendo nella prima di queste proposizioni il perfetto, il 
quale non può che difficilmente avere valore aoristico per 
significare l'azione incipiente, tale effetto sia di gran lunga 
diminuito. Molto più efficace certamente è il tempo che in- 
dica l'azione già in atto nel suo svolgersi, e più vigoroso 

18. 1. ".'12. 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 161 

il contrasto tra le opposte condizioni dei due eserciti: ' aciem 
hostis admovet'. Lo scambio materiale di e ed i h pure 
tra i più frequenti : IV. XIV. 18 felicius C filicius P; ib. XV. 10 
laeti qui I laetique A ; ib. XV. 12 ' Minidas ' per * Menidas '. 

IV. XVI. 1. ' Sicut ante dictum <est> '. Anche qui si 
tratta di un modo di dire, che ricorre ben di frequente e 
in una forma immutata. La collocazione che io ho data al 
verbo, assolutamente necessario, non è nuova, e se anche 
lo fosse non meriterebbe l'indugio in una discussione; ad 
ogni modo essa gli è già assegnata, a quanto sembra, da 
qualcuno dei codici interpolati, ed è sicuramente esatta, 
avendo per sé il suffragio di tutti gli altri esempi Curziani,. 
a eccezione di uno (VII. II. 1). 

IV. XVI. 10 ' Propemodum saeculi res in unum illum 
diem, [prò] fortuna cumulavit '. Credo che fra tutte le cor- 
rezioni, che di tempo in tempo mi segnai nei margini del 
mio vecchio esemplare Teubneriano, questa sia una delle 
più vecchie, ed ogni volta che m' è accaduto di rileggere 
queste parole, non ho avuto motivo di cangiare d'opinione, 
tanto comica è l' impressione che produce tale inattesa 
esclamazione di dolorosa meraviglia. La quale, del resto, 
oltre ad essere alquanto ridicola, non è nemmanco nel posto 
che più le converrebbe, poiché qualche influsso suU' into- 
nazione del periodo, essa l'avrebbe avuta qualora si fosse 
trovata almeno dopo le parole ' saeculi res '. Tutto questo 
mi porta naturalmente a veder qui, non già un' interpola- 
zione, sibbene un errore, curioso se si vuole, ma non senza 
compagni nella nostra tradizione Curziana (1). A mio giu- 
dizio, il monosillabo assunto dagli editori all'onore di escla- 
mazione, non è altro che la prima sillaba della locuzione 
avverbiale ' propemodum ' per caso male ripetuta. E nello 
stesso modo nessuno dubita che l'edizione Giuntina abbia 
con buona ragione altrove (Vili. XI. 8) ristabilito il testo 
in questa forma : ' clamorque exercitus [se], index alacrita- 
tis, secutus'; dove il 'se', non è nulla di più di una cat- 

(1) Esempi (li false rii)etizioni <li si]Ial)e e vocaboli nei codici di 
Curzio Rnfo, si trovano in buon numero anche presso K. Nowttk, Spici' 
legium Curtianitm, Praga 1S99, p. 12, 

f^tiidi ttal, <1i fllol. classica XIX. 11 



162 L. OASTIGLIONI 

tiva anticipazione del verbo, clie segue all' inciso, rimasta 
in tronco e forse sfuggita al correttore dell'archetipo. Di 
non diverso genere e, per comune riconoscimento, abba- 
stanza significativo è un altro esempio nella descrizione 
dell'assedio di Tiro (IV. III. 14) ' interiorem quoque murum 
undique (undi P) orsi. Sed undique vis mali urguebat ' : qui 
ha forse più ragione Valente Acidalio, il quale pensò ad 
una dittografia, che non A. Eberhard, per cui suggerimento 
lo Hedicke attuò un ardito mutamento del primo ' undique ' 
in 'munire'. Cfr. IV. V. 9 'opus orsus; IV. III. 8; tanto in 
un luogo quanto nell'altro si tratta propriamente d'una 
nuova costruzione, e potrebbe darsi che sia lo stesso anche 
in questo passo. Ma chi adottasse la congettura ora ricordata, 
potrebbe senza scrupoli conservare in parte la tradizione e 
scrivere: 'murum undique (munire) orsi ', senza timori per 
la ripetizione così vicina del medesimo vocabolo. 

Una questione non sostanzialmente diversa ci si presenta 
a proposito di IX. IV. 31, e quivi giustamente Stangl e Biittner 
hanno trovato intoppo nell' ' ubique ' dei codici, che a mio 
giudizio è una falsa scrittura invece di ' udique ', che poi 
passò nella linea superiore a occupare un posto non dovu- 
togli, ovvero, secondo Biittner (p. 30), una cattiva ripeti- 
zione di quell'avverbio. Per mio conto mi figuro la forma 
genuina del passo in questa maniera : ' clipeo [undique] in- 
cidentia tela propulsans : nani undique eminus ex turribus 
petebatur ', e l'archetipo più antico : ubique v{el) undique, se 
pure a taluno non dispiacerà il cumulo d' avverbi, per il 
quale per altro si cfr. VI. I. 4. A parte qualunque opinione 
si accetti, rimane sempre il fatto di un'erronea ripetizione. 
Al qual proposito si veda anche IX. iv. 32 e VII. vi. 14. 

Come, facendomi forte di tutti questi esempi, ho rin- 
chiuso quasi spurio ' prò ', così mi regolo nei rapporti di 
V. XII. 9 ' Tum vero custodiae eius adsueti - dilapsi sunt 
|tum] ', che del resto fu già proposto da Medio, senza la 
meritata fortuna. 

Ritornando ancora un momento al punto dal quale 
avevam preso le mosse, vediamo inoltre che non è abi- 
tudine di Curzio Rufo l'abbondare come che sia in segni 



OSSERVAZIONI CKITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 16r> 

di stupore o di disgusto o anche in incisi esclamativi : ciò 
è dimostrato da situazioni analoghe a quella che ora trat- 
tammo : cfr. IV. IL 10 ; ih. ^ 12. E infine anche la locuzione 
avverbiale ' propemodum ' merita una parola : dato il suo 
prevalente impiego rispetto a ' prope ' difficilmente potrà 
esser considerata anche soltanto verisimile una congettura 
che la riduca di una delle parti componenti, come in un 
caso (Vili. XIV. 13) ha fatto lo Hedicke. Ivi io preferisco 
di gran lunga credere ad un uso assoluto di * adicere ', anzi 
che acconciarmi a un tale divorzio, per il quale ' prope ' 
funzioni solo da avverbio, ' modura ' divenga oggetto e 
' formam ' si tramuti in ' speciem '. 

V. I. 1 In una serie di complementi tra loro uniti dalla 
congiunzione, Curzio qualche volta non si cura di ripetere 
la preposizione premessa al primo membro (cfr. Bùttner, 
p. 16); non ci lasceremo quindi sedurre dalla lezione del 
codice Vossiano Q. 20, che in questo passo la riscrive an- 
che innanzi al secondo : ' vel in Graecis vel Illyriis ac 
Thraecia gesta sunt '. Nota e comune è pure la sostituzione 
dei nomi di popolo a quello delle regioni ; ma qui, nel 
caso speciale, trovo motivo di esitanza; perchè, se Curzio 
dice quasi senza eccezioni ' Illyrii' , e solo una volta ^ Illy- 
ricum ' (VI. VI. 35), senza dubbio sotto l'influenza della sua 
fonte greca, che, per esempio, Arriano adopera egli pure 
sempre, a questo proposito il nome del popolo e non quello 
del paese, dice per compenso sempre ' Graecia ' e non mai 
' Graeci '. Lasciamo altre citazioni, per insistere su quelle 
dei passi dove queste due regioni e altre sono commemo- 
rate insieme a ricordo delle glorie militari Macedoniche : 
VI. III. 2 * ut omittam Illyrios - Boeotiam, Thraciam, Spar- 
tam, Achaeos ' ; ih. § 3 ; IX. \\. 20 ' imperium Graeciae teneo, 
Thraciam et Illyrios subegi '. Neppure quando ve ne sarebbe 
l'occasione (come V. V. 10 ' ostentare Graeciae - cupimus ') 
troviamo eff'ettuato questo scambio. Ristabilisco perciò: ' vel 
in Graecia', ottenendo insieme una variazione e una suc- 
cessione sul tipo di V. III. 2. Si capisce che non e' è artificio 
nel disporre in un modo meglio che in un altro, interca- 
landoli, nomi di popoli e di regioni : è soltanto uno dei 



164 L. CAiSTIGLIUNl 

molti modi per interrompere la monotonia delle enumera- 
zioni. Lo scambio di s finale e a si osserva talvolta pure 
nei nostri codici: poco certamente, ma qualche cosa po- 
trebbe significare anche la lezione di P: Graeci. 

V. I. 7 ' lam Susa, iam cetera ornamenta regni, <prae- 
mia> causamque belli, victorem occupaturum '. Gli editori 
recenti seguono Hedicke, il quale scrive : * causam[que] ', 
anche Vogel, che pure, nella sua edizione commentata 
(Lipsia*, 1903), si ricorda opportunamente di Arriano (Anab. 
III. 16. 2) xov 7io?Jjuov rò àdkov ì) Ba(ìvXà>v y.aX rà Zovoa ècpui- 
vero. Naturalmente si tratta di una pura coincidenza, ma 
l'enclitica copulativa è indizio non trascurabile della lacuna. 
Quante volte Curzio Rufo adoperi la frase ' praemia belli ' 
non rammento, certo assai volte (p. e. IV. XI. 21). La pre- 
senza di tale elemento nell'apposizione, mi pare dia forza 
al discorso : si abbandonavano senza difesa, al vincitore 
Susa e le principali città, motivo della guerra e preda 
agognata dal vincitore. Inoltre di questi due sostantivi 
apposti, il primo rappresenterebbe quasi il punto di vista 
Macedonico, l'altro quello Persiano : gli uni avrebbero con- 
quistato senza fatica il loro premio, gli altri lasciato senza 
resistenza ciò ch'era la ragione unica di continuare la guerra. 
E chiaro che noi possiamo addurre a questo proprosito in 
prevalenza soltanto ragioni d'indole logica ed estetica: la 
sintassi sta bene tanto se l'apposizione consta di un solo 
termine, quanto se essa è duplice. Riconosciamo anzi che 
questa appare di consueto corno composta da un solo so- 
stantivo (1); ma si veda anche *IV. XIV. 16 * et causa erit 
victoriae et fructus '. 

Del resto la nostra congettura ha per lo meno un altro 
vantaggio, di spiegare cioè con chiarezza la presenza della 
congiunzione; altrimenti ci troveremmo di fronte all'ipotesi 
di un' interpolazione volontaria del correttore dell'archetipo, 
il quale non avrebbe capito la natura appositiva della lo- 
cuzione ' causam belli ', mostrando così un' inescusabile im- 

(1) Una copia di eHt,iiii)i di simili apposizioni si può ve<lere presso 
K. Krah, Beitrdge zur Syntax dcx Curtius /, Insterbnig 1886, ]». 4 sfj. 
« 370. 



OSSERVAZIONI CRITICHK E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 165 

perizia e un' ignoranza perfetta della maniera dello scrit- 
tore, che spessissimo si compiace di questo apporre, a scopo 
di determinazione, sostantivi astratti, continuando e am- 
pliando, fors'anche per incitamento della sua fonte greca, 
la moda inaugurata dalla poesia classica Augustea. 

V. I. 12 Comincia la marcia di Alessandro verso Babi- 
lonia: * campestre iter est <in terra) inter Tigrin et Euphra- 
ten iacenti, tam uberi et pingui, ut a pastu repelli pecora 
dicantur, ne satietas perimat '. Cosi gli editori recenti, ac- 
cettando due congetture di Koehler: i codici omettono 'in 
terra ' e offrono più innanzi ' iacentia '. Il primo supplemento 
non presenta vere difficoltà paleografiche ; l'altra correzione 
invece non è da questo lato molto soddisfacente: ad ogni 
modo il significato complessivo del passo, non può essere 
incerto. Io, a partire precisamente dall'enigmatico * iacen- 
tia ', giudico che nel! 'emendare convenga tenere una via 
diversa. In questo plurale dell'aggettivo neutro si celano, 
confusi per effetto d'una comunissima abbreviazione trascu- 
rata dai trascrittori, un aggettivo, parimenti neutro, al sin- 
golare, da riferirsi al soggetto della proposizione e un abla- 
tivo medio di spazio, col quale si devono accompagnare i 
due aggettivi seguenti. Ed ecco la restituzione, che ne ri- 
sulta : 'campestre iter est — iacen<s>, terra tam uberi et 
pingui etc. '. 

Consideriamo anzi tutto questo nostro tentativo dal 
lato paleografico, nel cui riguardo la difficoltà è soltanto 
apparente : si pensi infatti alla forma abbreviata tra, 
unita per effetto di scrittura continuata all'aggettivo pre- 
cedente {iacenstra) ; ammessa senza discussione la facilità 
della perdita della finale s dell'aggettivo, per la stessa vi- 
cinanza della consonante t, il resto si prova non con pos- 
sibilità teorica, ma con un esempio fornitoci proprio dal 
nostro archetipo, dove pare si trovasse più d'una di queste 
abbreviazioni, che sono del resto regolarissime e di grande 
uso. Solo infatti con questa supposizione ci spieghiamo 
l'errore (V. I. 31) di ' trium ' invece di ' turrium ' (trium). 
Veniamo ora ad esaminare la forma stilistica e sintattica 
che il periodo, così modificato, è venuto ad assumere. Il 



166 L. CASTlGLIONi 

participio ' iacens ' è intanto, sia in questa sua funzione, 
sia usato anche nelle altre forme della sua coniugazione, 
quasi un elemento tecnico delle descrizioni geografiche, delle 
(|uali questo brano è appunto un esemplare. Possiamo pro- 
varlo togliendo al solito dal nostro scrittore: VI. [\', 16 ' per- 
petua vallis iacet usque ad mare Caspium patens'; VII. VII. 4 
' saltum ultra Istrum iacentem '. Qui poi si aggiunge una ra- 
gione peculiare, che doveva far preferire spontaneamente 
questa parola a qualsiasi altra: la via tenuta dall'esercito 
Macedone, appunto per il suo trovarsi tra due fiumi, segue 
una notevole depressione, a cui allude appunto la scelta del 
participio. Tutta la frase seguente, a sua volta, viene ad 
avere una forma di libera apposizione epcsegetica, che è 
caratteristica per il nostro autore : e veramente gli esempi 
che addurremo, anche se presentano differenze nell'uso dei 
casi, offrono ciò che a noi importa di più, la somiglianza 
della struttura e l' identità del modo di riferirsi alle parti 
precedenti : V. il 1 ' in regione, quae Sittacene vocatur, 
pervenit : fertilis terra copia rerum et omni commeatu abun- 
dans '; V. ili. 17 ' Ariobarzanes has - occupaverat, rupes 
abscisas et undique praeruptas ' ; V. iv. 6 ' Planities - spa- 
tiosa procumbit, fertilis terra multisque vicis - frequens '. 
Nel caso nostro l'uso dell'ablativo è naturale, dato il ca- 
rattere della proposizione reggente, che implica contempo- 
raneamente r idea di moto e di luogo (' iter est inter etc. 
= in regione inter etc. '}: l'apposizione qualifica appunto 
e risponde alla domanda ivi contenuta di dove e per dove. 
E a tale domanda, con maggiore o minor frequenza negli 
altri scrittori, sovente in Curzio si risponde, assai più che non 
con l'accusativo e la preposizione 'per', col nudo comple- 
mento ablativo, senza nessun elemento che lo contrassegni, 
e ciò con verbi come ' ducere, procedere, vagari, devolvi ' 
e simili. Vediamo cosi : V. ili. 1 ' silvestribus ripis praeceps 
- devolvitur ', senza che l'ablativo sia implicitamente retto 
dalla preposizione congiunta al verbo; V, IV. 21 'ardua 
semita - processit '; * V. iv. 3 ' campestri itinere duci '; Vili. 
X. 15 ; IX. XI. 4; X. \'il. 19. E per avventura sembra la 
natura stessa di libera apposizione, assunta da questa frase, 
quella che rifiuta l'aggiunta di qualsiasi preposizione (que- 



OSSERVAZKJNI CUITICIIK K GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 1()7 

sta, se mai, è sottintesa nella proposizione principale), non 
tanto il fondamentale carattere di complemento medio di 
spazio, i cui confini sono, in questi scrittori, abbastanza flut- 
tuanti. Oserei dire, dopo tanti richiami ed esempi, che la re- 
stituzione ideata da Koehler, che a me pare d'aver vantag- 
giosamente sostituita, con la precisa determinazione locale 
di ' in ', col supplire ove il senso basta a sé stesso, tolga 
un po' alla semplice ingenua caratteristica dell'apposizione. 

V. IV. 15 ' Ceterum si forte Ariobarzanes cognovisset 
per callium anfractus intrare se - inlato timore retineret '. 
Il luogo scelto per supplire il pronome personale, era certo 
il migliore che si potesse (cfr. iv. 2. 17), e di ciò va data 
la dovuta lode allo Hedicke. Curzio, come, ha una decisa 
predilezione a collocare il pronome possessivo ad esser clau- 
sola della proposizione (e se ne vedano gli esempi presso 
Bùttner, p. 36), così non di raro si compiace dello stesso 
sistema a proposito del pronome riflessivo, quando, come 
è naturale, particolarmente si trovi in proposizione dipen- 
dente o comunque funzioni da oggetto (VI. ix. 31 ; ib. x. 18 ; 
ib. Yi. 32 etc). Non ostante che tale supplemento sia certa- 
mente opportuno e necessario, non mi pare che l'emenda- 
zione del passo si possa dire compiuta: assai meglio di questo 
infinito presente, con valore d'imperfetto, s'adatta, se non 
erriamo, alla situazione l' infinito perfetto che dà come già 
compiuto e oltrepassato il primo inizio dell'azione; di più, 
un originario ' intrasse ' spiegherebbe con maggior facilità 
la scomparsa del pronome. Diversamente VII. vili. 19 (=:VI1I. 
Vili. 17), dove r infinito presente è a bella posta accentuato. 
Rispetto poi alla collocazione del pronome personale si con- 
fronti ancóra VI. II. 18. 

V. VI. 7. Propongo : ' pretiosissima<s> vestium iiiduti e 
muris semetipsos - iacientes '. Cfr. anche V. ix. 1 ' pretiosis- 
simam vestem induti '. Il prestar gran fede all'opinione che, 
a proposito dell'aggettivo, si tratti di un neutro plurale, che 
regga il genitivo seguente (1), sul genere delle frasi pari- 
menti assai caratteristiche (VI. VI. 25) ' edita montium ' (V. 

(1) Meglio, se mai, pensare a un ablativo singolare : cfr. VII. ii. 17: 
ib. V. 16 ; ib. ix. 3 ; Vili. ii. 36. Sarebbe pur caratteristico l'uso <lel im- 
raero, ma non tro])po strano nei rap])orti dell'autore. 



168" I.- CASTIGLIUNI 

IX. 16) * opulenta regionis ' (VII. Xl. 8) ' in inviis et aspe- 
ris saxorum ', non mi sembra una cosa scevra di ostacoli, ed 
è certo, appunto per la presenza del superlativo, molto più 
naturale pensare ad uno dei consueti genitivi partitivi da 
essi dipendenti. Vediamo precisamente da questo stesso ag- 
gettivo formarsi la tipica frase ' pretiosissimae rerum': cfr. 
III. XIII. 5 * cum pretiosissimis rerum ' ; III. Vili. 12 etc. 

V. VI. 12 * Sub ipsum Vergiliarum sidus '. Non capisco 
perchè gli editori, che pure si sono permessi tanti ardi- 
menti, non abbiano riconosciuto a sufficienza come questa 
determinazione di tempo sia perfettamente insignificante, e 
quanta ragione avesse A. Eussner di proporre il suo ' Ver- 
giliarum sid<eris occas>uw '. Non si tratta di maggiore o 
minore scienza astronomica, che in fin dei conti Curzio 
avrebbe attinta alle sue fonti, ma d'una espressione usuale. 
Ma forse la congettura del dotto tedesco, ottima nei rapporti 
del significato, può esser comodamente modificata, sì che 
appaia meglio la ragion d'essere della lezione attuale dei 
nostri codici. Scriverei adunque: 'sub ipsum Vergiliarum 
<occasura> ' togliendo senz'altro l'aggiunta ' sidus '. La pa- 
rola che in origine, dal margine o di sopra alla linea, aspi- 
rava soltanto a dilucidare che cosa significasse ' Vergilia- 
rum ', fini col sostituire e cacciare definitivamente dal suo 
posto la lezione genuina : ' occasum ' ; che poi la frase ' sub 
V. occasum ' risponda perfettamente al solito tenore di que- 
ste determinazioni (così è anche per il Greco, p. e. Tavoov 
èmxoh] etc), nessuno lo vorrà porre in dubbio. Esempi curiosi 
d'intrusione d'indici e osservazioni marginali nell'atto di 
confondersi col testo genuino, ne offre ancora il codice Fio- 
rentino, che qualche volta ha nel testo ciò che altri codici 
del gruppo hanno in margine: VI. XI. 22 ' ostenditur confes- 
sio philote ceterum '; VII. i. 18 ' iubet defensio amintae deside- 
rantique '; VII. li. 7 ' quibus studia sua multitudo acclamacio- 
nibus profiteri studia etc. ' ; così pure esempi di varie lezioni 
insediatesi nel testo l'una accanto l'altra, p. e. VII. i. 34 
'decem habui habeo\ E soltanto pensando all'azione deforma- 
trice delle glosse si può spiegare l' imbattersi in corruttele 
stranamente conformate e corrette non abbastanza meto- 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 169 

dicamente. Chi infatti potrebbe credere a certe straordinarie 
trasformazioni dì parole ? 

Se originariamente in VII. IV. 34 ci fosse stato : ' Non 
tulit ferociam barbari ducis Erigyius, gravis quidem aetate ', 
come vuole lo Zumpt, ragionevolmente per il senso, non 
sarebbe nemmeno lontanamente concepibile per quale in- 
credibile aberrazione di copista, una lettura non difficile 
dovesse trasformarsi in guisa da dare quello che oggi è 
nei codici: 'Non tulit ferociam barbari dux illius exer- 
citus '. Il nome di Erigio non era facile per uno scriba oc- 
cidentale, e si trasforma in ' phrygum ' (VI. IV. 3), tutte le 
altre volte in ' eriguus ' (VII. iv. 23, VI. vili. 17 etc); qui 
poi le parole * dux illius exercitus ' non hanno affatto il 
segno caratteristico di essere nate da una falsa lettura e 
cattiva divisione delle sillabe; non sono d'altra parte, ne 
sane, né degne della maniera di Curzio, ma piuttosto una 
spiegazione della personalità e della carica rivestita da Erigio. 
Su queste basi e con criterio metodico si deve restituire la 
lezione originale, che con ogni probabilità fu la seguente : 
* non tulit ferociam barbari Erigyius [dux illius exercitus] '. 
Oltre ad una facile spiegazione del guasto, abbiamo levato 
di mezzo quell'appellativo 'ducis', che nulla aggiungeva, 
se non una qualifica inutile e inusata, al termine ' barbari ', 
bastevole a sé secondo l'uso di Curzio, e che, nato da una 
correzione, doveva tornare là donde era venuto. 

Continuando la breve rassegna, vediamo che anche lo 
Hedicke, facendo sua un' opinione di Vogel, considera come 
glossa le parole (VI. ii. 14) 'alium amnem' aggiunte a 
determinare il nome proprio 'Tanain'; secondo io penso, 
con ogni ragione, dal momento che la qualifica ' amnem ' 
— della quale del resto é sfornito l'antecedente ' Borysthe- 
nen ' — è accompagnato da pronome di tal fatta. 

Con non diverso criterio credo si possa ritornare alla 
correzione di Wesseling nel passo, che ora per suggerimento 
di Kinch (p. 90), è ridato secondo la lezione dei codici 
(IX. IV. 5) ' XLV peditum milia alia gens in ripa flumi- 
num opposuerat '. Da Diodoro si sa che questa ' alia gens ' 
si chiamava degli Agalassi, e l'esempio di IX. vili. 8 non 



170 L- CASTiGLIONI 

dice proprio nulla che valga a tutelare la scrittura tradizio- 
nale : fugacemente, come spesso in questa male affrettata 
parte dell'opera, si accenna ad altri popoli innominati che 
non oppongono una vera resistenza, nel caso nostro invece 
ad un ben determinato popolo che si schiera in armi ed è 
regolarmente battuto. La maggior precisione di questo passo 
è poi voluta anche dall'accurato e preciso accenno nume- 
rico delle milizie messe in campo. Penso adunque la lezione 
originaria formata in questo modo : ' XLV peditum milia 
Agalasses [alia gens] in ripa fluminum opposuera<n>t ' (1). 
La glossa, cacciato il nome genuino, come nei casi prece- 
denti, mutò naturalmente la persona del verbo. Tanto in 
VÌI. IV. 19, quanto in IX. IV. 5 la glossa avrebbe potuto 
anche trarre origine dalla necessità di spiegare o sostituire 
i nomi propri guasti. 

V. XII. 20 * sordidis pellibus vehiculum contexerant '. 
1 codici haimo concordemente ' intexerant ' che pare meno 
adatto 0, almeno, non usato da Curzio in tali contingenze: 
cfr. infatti V. IV. 8 ' platani quoque - contegunt ripas ' ; 
VIIL IX. 29 ' corpora tota contegunt auro ', e in questo 
racconto medesimo (§ 16) * pellibus undique contectum ', 
un passo che ha sempre il suo valore anche se, come sem- 
bra, sia interpolato, poiché gli elementi dell' interpolazione 
non potevano partire se non dalla frase della quale ora di- 
scutiamo. Nello stesso modo credo celato un elemento in- 
dicatore del genere in una nota marginale a Partenio Ni- 
ceno (XXXIII. 1), dove scrivo tò (jiegl) Nió^ìig, richiamandomi 
appunto anche al margine, ove più innanzi si legge rà jiegl 
Niófìrjq àUcog. Comunque, nel caso nostro, la confusione dei 
composti principianti per in - e co)i -, a causa della lievis- 
sima differenza di tali sigle abbreviate, si presenta faci- 
lissima. 

V. XIII. 11 'Si festinaret sequi, palanti<bu>s superven- 

(1) Doi»() il ragioiiauieuto fatto i- per gli esempi addotti, diflicil- 
luente si potrebbe qui pensare ad un' omissione, ijinttosto che ad nna 
interpolazione, e scrivere : ' (Agalasses) alia gens - opposnerat '. \n\ la 
pena di confrontar jioi Vili. x. 7 ' domita ignobili gente ' e cavare dal 
raffronto le ^jiiiste consegnenze. 



OSSERVAZIONI CKiriCHR E GKAMMATICALI A CUKZIO RUFO 171 

turum '. Per la forma del periodo si cfr. V. Tll. 5 * si paucos 
misisset - super capita hostium evasuros '. Lasciando que- 
sto nelle condizioni date dai codici e accettate dagli editori, 
per me non è affatto facile cosa intendere a pieno il perchè 
della sua struttura sintattica nel riferire il complemento. È 
forse possibile che il concetto contenuto nella lezione 'pa- 
lantes ' dei codici preoccupasse talmente il pensiero dello 
scrittore, ch'egli dovesse esprimersi proprio in tal modo e ri- 
porre questa parola, là dove a rigore avrebbe trovato il suo po- 
sto regolare il pronome espresso o sottinteso, e invece omet- 
terla proprio nel punto, nel quale essa avrebbe avuto la 
sua naturale collocazione ? Io di siffatto scambio, presso 
Curzio Rufo, non conosco l'uguale ; conosco bensì dei casi 
dove erroneamente i codici hanno fatto attrarre un com- 
plemento nel caso retto dal verbo immediatamente prece- 
dente. E qui mi pare che oltre al problema sintattico, si 
affacci e abbia il suo valore anche l' elemento logico : la 
forza dell'espressione non cade sul particolare dell'inseguire 
le soldatesche disordinate e vaganti, ma sulla possibilità 
di raggiungerle in tale condizione. Non piace nemmanco, 
nel contesto, l'uso assoluto di ' supervenio ' col suo com- 
plemento sottinteso, sebbene altrove ne abbiamo copiosi 
esempi : di ' sequi ' con l'oggetto che si deve ricavare dalle 
parti prossime del periodo, posso portare esempi che fac- 
ciano al caso nostro: III. VJli. 16; IV. 9. 12; * Vili. i. 5 
' itaque incomposito agmine - praedabundus sequebatur '(1 ; 
IX. XI. 14 ' ac ne levius quidem - sequi poterant '. Il verbo 
' supervenio ', in condizioni come le seguenti (IX. V, 14) 
' vestigia persequens regis supervenit ', non ha un'accezione 
perfettamente identica a quella che, secondo la lezione dei 
codici, esso dovrebbe aver qui. 

V. XIII. 16 * lUe deos ultores adesse testatus et Ale- 
xandri fìdem implorans, negat se parricidas velie comitari '. 
Ho cambiato nella forma di participio perfetto il presente 
indicativo * testatur ' che ci è offerto dalla tradizione. In 



(1) Locuzione Liviana : di simili gerundi caratteristici anche nelle^ 
fipere di Seneca filosofo : per es. ' reptabnndus ' Dial. VIL 18, 2. 



172 L. CASTIGLIONI 

quanto al giro e al contenuto della frase, si confronti VII. 
y. 25 ' ille deos sui sceleris ultores adesse confessus adiecit 
etc. ' del cui tipo anche in Curzio si trovano copiosi esempi.. 
Certo meno frequenti, ma non per questo estranei alla ma- 
niera dello scrittore, son gli esempi di due proposizioni pa- 
rimenti poste al participio, unite tra loro per congiunzione 
e così subordinate alla proposizione principale. Cfr. VI. vii. 8; 

* VIII. Xlll. 25 * at rex periculo gloriam accersens et obscu- 
ritatem suam occasionem ratus - primam iussit expelli '. Il 
mio mutamento è stato motivato dalle stesse ragioni, che 
di solito inducono Curzio Rufo, il quale tuttavia nella nar- 
razione fa SI largo uso della costruzione coordinativa, a su- 
bordinare nel periodo questo genere di espressioni : il desi- 
derio, cioè, di conservare alla proposizione che esprime il 
fatto saliente, tutta la indipendenza rispetto alle circostanze 
concomitanti o preparatorie. E infine degno di nota la cir- 
costanza che le proposizioni del tipo e del contenuto ora 
osservato, che s'accompagnano con ' ratus, confessus ' e si- 
mili verbi, hanno normalmente assunta una forma parti- 
cipiale quasi stereotipa. Noi crediamo di dover ravvicinare 
a tal gruppo anche il verbo ' testari '. 

VI. T. 3 * Inter omnes tamen Lacedaemonios rex emi- 
nebat'. Ma si dice poco prima: ' aequis viribus dimicatum 
est '. Se non andiamo errati per ridare il giusto ufficio e 
rilievo a ' tamen ', converrà scrivere * Lacedaemonius rex ' 
e allora avremo un chiaro e bel contrasto : Macedoni e 
Spartani lottavano in condizioni pari, ma tra tutti i com- 
battenti si distingueva il re Spartano. Di costui, infatti, 
solo tra i campioni dei due eserciti, Curzio descrive con 
grandi particolari prima gli eroismi e poi l'epica fine. L'ac- 
cusativo dei codici è attratto dalla vicinanza del comple- 
mento ' inter omnes ', che dovrebbe per il suo carattere stare 
a sé; e appunto frasi come * inter omnes, inter ceteros, super 
ceteros ', senz'altra determinazione, se non quella che bisogna 
supplire dal contesto, s'incontran più volte nel corso del- 
l'opera (p. e. Vili. xi\'. 13 ' belua - inter ceteras eminens '; 

* III. VI. 8 ' multum super ceteros eminens '. — Un cambia- 
mento illegittimo di caso lo troviamo, senza volger pagina, 



OS.SEltVAZlONI ORITICHR E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 17o 

a VI. 1, 12 ' dissipatus ' per ' dissipatos ' ; vedi del resto la 
nota a IV. x. 9. 

VI. [. 11 ' Tandem Laconurn acies languescere - pedem 
deinde <ita> referre coepit, ut urgente hoste apertius fu- 
geret'. Non discuto le correzioni altrui: quella che pre- 
scinde meno dalla lezione dei manoscritti, la congettuia 
di Bentley ' ut - fugere, insequebatur etc. ', è risoluta- 
mente falsa, perchè aliena dallo spirito delle narrazioni 
Curziane, dalla costante conformazione delle quali risulta 
con sicurezza che la proposizione incriminata deve rima- 
nere unita al periodo precedente. L'introdurre la descri- 
zione di una scena culminante o un punto decisivo nel 
racconto, col meezo di un spiccato asindeto, con la proposi- 
zione principale, è una cosa talmente abituale, che si os- 
serva alla semplice lettura di qualsiasi pagina (cfr. p. e. qui 
stesso VI. I. 15). E non è nemmeno dubbio che il congiun- 
tivo tradizionale sia superiore ad ogni sospetto di corrut- 
tela, solo che si voglia attribuire il giusto valore al con- 
testo nel quale si trova. La definizione eh' io dò della sua 
(jualità è resa evidente dal supplemento, escogitato non 
perchè Curzio Rufo non usi mai di proposizioni consecutive 
espresse con la forma propria- alle finali, ma perchè, almeno 
a quanto appare dal contesto, tale relazione vuole esser qui 
rilevata più energicamente. E poi manifesto che cosa venga 
ad esprimere questa proposizione consecutiva : invece di 
descrivere per gradi le fasi della fuga, lo scrittore molto 
urbanamente riepilogando accenna, come gl'inizi graduali 
di essa fossero già tali da portare ad un tumultuoso scom- 
piglio. 

VI. IL 4 ' Hinc saepius comparatae in caput eius insi- 
diae : <hinc> secessio militum et liberior Inter mutuas que- 
rellas dolor '. Una volta tanto conviene che sia notata anche 
la tendenza nel nostro autore a un copioso uso retorico 
dell'anafora, la quale, del resto, dovunque è possibile, è 
sempre applicata su larga scala da tutti gli scrittori latini. 
A proposito di Curzio Rufo, ha fatto benissimo lo Hedicke 
a restituirla, nonostante l'autorità di P, in 111. X. 7 ' lam 
Granicum amnem, iam tot urbes ' : cfr. IV. il. 1; V. in. 19 



174 L. CA-STIOLIONI 

* sed quod inulti, quod ferarum ritu '. La restituzione, eh' io 
ho tentata sopra, dell'avverbio, è secondo l' impressione che 
si ricava dalla lettura del passo, resa sensibilmente neces- 
saria dall'evidente distacco tra il primo e il secondo mem- 
bro del periodo, al quale invece si collegano intimamente 
tutte le parti seguenti. Data tale interruzione e poi la ri- 
presa che procede regolare sino alla fine, piace che lo spazio, 
che viene a trovarsi tra le due parti sia contrassegnato e 
riempito dalla ripetizione dell'avverbio iniziale, il quale im- 
prime un carattere peculiare all'intera costruzione del pe- 
riodo. Si avverta pure la diversità di conformazione dei 
soggetti, che costituiscono le due sezioni, alle quali, sup- 
plendo, demmo maggiore indipendenza sintattica. Cfr. an- 
che il tipo di periodo in V. Vii. 1. 

VI. IH. 13 ' qui ultimum ausus scelus regem suum, 
<iam> etiain externae opis egentem, certe cui nos — peper- 
cissemus etc.'. Col supplemento ora proposto mi sembra 
che l'espressione per sé stessa un po' scialba ci guadagni, 
appunto per la speciale funzione dell'avverbio temporale, 
che precisa il momento e inoltre accentua il valore inten- 
sivo di ' etiam ' rispetto a ciò che precede : restano ben 
delimitati i due elementi di giudizio sui quali poggia la 
condanna morale dell'efferato misfatto di Besso, traditore 
e assassino della persona che avrebbe dovuto venerare 
come suo re, e inoltre proteggere perchè ormai bisognoso 
anche dell'aiuto straniero e mercenario. Gioverà richia- 
mare l'attenzione sopra un caso analogo : III. vili. 1 1 ' iam 
etiam valitudinis simulatione frustrari suos milites '; ivi 
' iam ' tiene parimenti della sua origine temporale, e più 
serve ad aggiungere, rilevandolo, un nuovo argomento al 
già detto. In fondo la funzione di questo avverbio seguito 
da tale congiunzione, mi pare rispecchi quella del nesso 
greco : su de xai Invece lievemente diversa da quella ora 
osservata e in sommo grado riferentesi al tempo è la si- 
gnificazione di questo avverbio accompagnato dalla nega- 
zione : ' iam non ' ; cfr. V. \. 1 ' iam non hostium, sed lo- 
corum fraude suspecta ': IX. v. 15; V. iii. 14. 

VI. III. 16 * Non mare illud, quod exaestuans iter fluc- 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 175 

tibus occupat, euntes nos raoratur ; non Ciliciae fauces et 
angustiae i<ter> cludimt '. Cfr. VI. IV. 20 ' torrentesque et 
eluvies iter morabantur ' : VI. V. 15 ' perpetua saepe iter 
cludunt '. I codici qui danno ' includunt ', che a me pare 
non possa offrire un significato perfettamente adatto alla 
situazione : tale verbo invero si adopera o di persone che 
siano circondate e tagliate fuori da qualsiasi comunicazione, 
o di regioni attorniate da una corona di monti (VII. ^'ll. 34 
* Menedemus undique inclusus '; III. IV. 6 '.perpetuo iugo 
montis - Cilicia includitur "). Dunque, se non erriamo, que- 
sto verbo starebbe bene qui soltanto se l'autore volesse 
indicare una difesa naturale dei nemici contro i quali si 
dirigono i Macedoni, non invece un impedimento i cui ef- 
fetti ricadono sugli invasori. Ma questo non risponde alla 
realtà delle cose e al significato complessivo del periodo. 
Se non altro può essere il significato di ' includere ', il mi- 
glior modo per ovviare a tali difficoltà è riposto nella te- 
nue modificazione da noi proposta : tanto più che non vi 
è ostacolo alcuno nella variazione degli enunciati, identici 
per la natura del soggetto, dissimili per la qualità dell'og- 
getto sul quale ricade l'azione (' nos - iter '), e nemmeno 
nella prossima ripetizione del sostantivo supplito. Avevo 
una volta pensato anche a ' in<ter>cludunt ', ricordandomi 
di III. VI. 13 ' interclusus spiritus arte meabat '; senza ra- 
gione. 

VI. IV. 2 ' Nec rex moratus impetum, tertio[que] per 
Parthienem die ad fìnes Hyrcaniae penetrat '. Riesce duro 
assai il sottindere ' est ' nel primo membro di questo pe- 
riodo, ne pare molto buona cosa il supplirlo, malgrado un 
esempio come IX. vili. 13 ' Sambi regis fines ingressus est 
multisque oppidis in fidem acceptis - cepit ', dove la propo- 
sizione indipendente coordinata alla prinòipale, è dovuta al 
trovarsi essa stessa accompagnata da due altre proposi- 
zioni all'ablativo assoluto. Tanto meno è da approvarsi un 
cambiamento del participio, in modo da ridurlo a presente 
indicativo, come ha immaginato lo Hedicke (in ben altre 
condizioni si trova la correzione di Th. Stangl a IX. Vii. 7). 
Ogni ostacolo è felicemente sormontato, una volta soppressa 



176 I- CASTIQLIONI 

la congiunzione e ridotta la prima proposizione da coordi- 
nata alla sua vera natura di subordinata, della cui copia 
e dello scopo al quale esse servono nella narrazione, di- 
cemmo già a proposito di V. XIII. 16. La negazione natu- 
ralmente si riversa per intero sul participio, non altrimenti 
che vediamo più innanzi : * IX. IV. 30 ' Nec diutius quara 
respondit moratus, admoveri iubet'; X. II. 13 * nec deter- 
riti - iubebant '. Di diverso carattere e struttura diversa 
è IV. III. 12. 

VI. IV. 17. In una delle solite enumerazioni di genti e 
di luoghi vediamo : ' Cercetae et Mosyni et Chalibes a laeva 
sunt ; [et] ab altera parte Leucosyri et Amazonum campi: 
et illos qua vergit ad septentrionem, hos ad occasum con- 
versa prospectat '. La congiunzione, in un caso come questo, 
non solo è poco conveniente, ma anzi è da togliersi al più 
presto, poiché nessuno degli esempi che gli editori portano 
a scusarla può con piena ragione esser rassomigliato e avere 
(juindi un valore (III. III. 22; IV. IX. 5; VII. ili. 17): non li 
discuteremo partitamente, ma per il momento ci limitiamo 
ad osservare che la consuetudine, già per sé, porta in queste 
enumerazioni l'asindeto, in parecchi invece dei passi che si 
citano, la situazione è ben altra e la congiunzione, se 
non è certo fatta per conferire eleganza, ammette per altro 
una spiegazione non contorta. Altrove ne é ragion d'essere 
la comunanza del verbo (IV. ix. 5) e l'identità del sog- 
getto, altrove tanto è legittimo l'uso della congiunzione 
quanto l'asindeto (VII. III. 17), preferibile anzi il primo. Nep- 
pur meglio si adatta il confronto con IX. X. 7, dove la co- 
pula mi pare naturalissima, dato il modo inconcinno col 
quale il periodo é formato. Dicono al contrario qualche 
cosa di più decisivo le costruzioni sintattiche dei luoghi 
paralleli, come IV, VII. 18 ' ab oriente - in meridiem ver- 
sam '; * IV. X. 8 * dextra Tigrin habebat, a laeva montes '; 
IV. IX. 0; VII. III. 7. La congiunzione ha preso stanza tra i 
primi due cola del periodo per una causa puramente ma- 
teriale, come spesso in altre parti dell'opera. 

Di questi casi ora ne considereremo uno (Vii. ni. 2), 
eh' io trascrivo con i supplementi di Hedicke, corretto poi 

17. 1. 'i'12. 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GUAMMA'J lUAl.f A CURZIO RUFO 177 

in un punto da me, nel modo che dimostreremo essere più 
conveniente : ' Itaque (contra eum misit) Caranum et Eri- 
ijyium cura Artabazo et Andronico : [et] VI milia Graeco- 
rum peditum, DO equites sequebantur '. Il supplemento 
potrà essere più o meno esatto nella forma e occupare o 
no il posto che gli spetta, ma compie realmente in modo 
soddisfacente il concetto del passo : nessuno invece riusci- 
rebbe mai a dimostrare come e perchè la congiunzione, 
ch'io ho uncinata come spuria, possa essersi prodotta e 
formata da un chiaro e piano accusativo plurale di pro- 
nome. Questo senza includere un biasimo sintattico alF'eos' 
di Hedicke, in favore del quale so bene che in Curzio vi 
sarebbe più di un suffragio ; ma di ripetizioni erronee della 
congiunzione ' et ' se ne contano anche altre nel nostro 
archetipo Curziano (IV. vii. 15 ; V. III. 15), e si contano 
anche esempi abbastanza copiosi del verbo ' sequi ' usato 
in un'accezione apparentemente intransitiva, nelle precise 
condizioni nelle quali, accettata la nostra correzione, ver- 
rebbe a trovarsi qui : * V. Vili. 3 ' XXX milia peditum se- 
quebantur '; ih. Xll. 20; VII. IV. 15 ; VIII. l. 5 , X. I. 24 ' equo- 
rum domiti greges sequebantur ' ; V. IV. 13 ; e fors' anche 
III. II. 5, se pure qui non si vuol pensare ad un errore dei 
codici e leggere: * peditum X milia equites pari armatu 
sequebantur ' con una correzione che ha molte ragioni di 
probabilità in sé e in tutta l'opera di Curzio ; in modo par- 
ticolare nel contesto al quale il passo appartiene (cfr. §§ 6-8) 
e nelle altre enumerazioni di truppe. Quando appunto si 
descrivono le collocazioni degli ordini militari, spesso il 
verbo ' sequi ' col suo oggetto vale quanto il greco è'/jodai 
xivog, usato nelle medesime circostanze. 

VI. VI. 30. Continuando a proposito degli asindeti e 
delle congiunzioni, che s'incontrano in queste Storie, rite- 
niamo che neppure in questo argomento si possa parlare di 
leggi e di norme, che lo scrittore si sia proposto di seguire 
metodicamente. La presenza o meno di una particella co- 
pulativa è cosa che, passati certi limiti, dipende dal crite- 
rio individuale dell'artista, dal modo col quale egli perce- 
pisce le leggi di successione e di accordo tra le cose e tra 

studi itaì. di filol. classica XIX. 12 



178 I" uASTianoNi 

i fatti, e dall' impressione che spera di poter produrre. In 
quest'opera di Curzio Rufo, come nei narratori in genere, 
c'è abbondanza di asindeti, in parte per la celerità del rac- 
conto, in parte per l'eccessiva copia di materia. Infatti tal- 
volta anche il nostro, meglio che connettere tra loro le 
notizie, le pone un po' alla rinfusa l'una accanto l'altra 
(p. es. VI. II. 11), disgiunte rispetto all'ordine logico e cro- 
nologico, e di conseguenza disgiunte anche nella struttura 
sintattica. In modo particolare procedono slegate le notizie 
intorno ai popoli, alle regioni, agli armamenti (p. e. VII. vii. 32; 
VII. IX. 15 sgg.; ib. X. 13 sgg.). Invece per puro intento let- 
terario appaiono energicamente staccati dal rispettivo nu- 
cleo gì' inizi delle narrazioni di fatti particolari o di scene 
interessanti (p. e. III. VI. 13 e si cfr. la nostra osservazione 
a proposito VI. i. 11), di accurate descrizioni di luogo: in 
parte probabilmente influssi epici e greci passati a traverso 
la trafila Liviana (si cfr. III. I. 11 ; III. III. 1 ; ib. V. 1 ; ib.VL 1 ; 
ib. XliT. 6 etc). Nel giudicare adunque di siffatta varietà di 
strutture, conviene un po' porre mente alla situazione, piut- 
tosto che avere cieca fiducia nei codici, i quali omettono 
con la medesima facilità con la quale aggiungono fuor di 
luogo. Rettamente Kinch (p. 89), sulla scorta di P, tolse 
dal discorso di Ceno (IX. IJI. 10) il succedersi di quattro pro- 
posizioni soltanto giustapposte, lo stesso crediamo di dover 
fare noi nel passo che ci servì d'argomento e d'incentivo 
a questa ricerca : ' Fiamma in ora hostium ventus ferebat 
<et> fumus ingens velut quodam nube absconderat caelum. 
Sonabant incendio silvae atque - proxima quaeque adure- 
bant '. Lasciamo da parte il criterio estetico, quantunque 
certo non conferisca alla bellezza di questa pagina il sus- 
seguirsi di brevi proposizioni staccate, simili al parlare di 
persone di corta lena ; ma ecco che con lieve sforzo ab- 
biamo acquistato un buon periodo descrittivo con una sua 
regolare e complessa protasi, composta dell'unione di due 
proposizioni, le quali, per questo loro fondersi insieme, la- 
sciano api)unto il dovuto rilievo alla parte successiva. In- 
fine, se non forse necessariamente, certo con gravi motivi 
tale unione è richiesta dal piuccheperfetto della seconda 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 179 

proposizione, il quale oltre a un' innata tendenza ad asso- 
ciarsi intimamente con l'imperfetto che lo precede, appro- 
vata la tradizione, verrebbe a trovarsi fluttuante tra due 
altri verbi posti pure ciascuno in codesto tempo, interrom- 
pendone la naturale corrispondenza. 

Porse con la semplice aggiunta di una congiunzione 
si può, per il resto, conservare nella forma tradizionale il 
seguente passo (IX. v. 5) : ' Nam cum unum procul tot ma- 
nus peterent, nemo tamen audebat propius accedere <et> 
raissilia ramis plura quam clipeo incidebant ', restando a 
' cum ' il suo valore concessivo. La congiunzione viene 
quasi ad assumere un significato consequenziale (press' a 
poco come ' ob eamque rem '), il che non può meravigliare 
in uno scrittore che alla copula ' et ' dà non di raro attri- 
buzioni che potrebbero opportunamente esser espresse da 
avverbi o altre particelle di uso peculiare. Cfr. V. V. 6 ; 
IV. II. 22 ; VII. V. 39 ; ib. IV. 38 ; VI. XI. 80 (concessivo) ; 
X. IL 5. 

L'unione di due proposizioni che esprimono due fatti 
diversi, come vedemmo teste, e che volentieri si vorrebbero 
separate e conformate in differente guisa, non costituisce 
certo in Curzio Rufo una rarità. Non può venirne così 
seria ragione di esitanza se, fondandoci appunto su questa 
osservazione, aggiungeremo un ritocco al seguente periodo 
già magistralmente sanato d'mia grave corruttela da Vo- 
gel, alla cui opinione e correzione prudente io mi attengo, 
piuttosto che alla nuova, ma inverisimile sotto ogni rap- 
porto, di Hedicke (VII. il. 9) : ' Nisi quae delata essent, ex- 
cussissem, alte dissimulatio mea suppurare potuisset, [s]et 
satius est purgatos esse, quam suspectos '. In uno scrittore, 
che in luoghi ove si attenderebbe un' avversativa pone 
anche troppo spesso la semplice congiunzione ' et ', reca 
davvero stupore il trovare precisamente un' avversativa, 
quando il concetto e la forma del periodo tendono ad esclu- 
derla : Alessandro invoca come principale motivo del pro- 
cesso da lui istruito contro Aminta una ragione ch'egli con- 
sidera sotto due punti di vista, l'uno personale e l'altro ge- 
nerico. Ora, un'enunciazione di carattere generale sempli- 



180 L. CA8T1GLI0XI 

cernente aggiunta, cambiato il soggetto e la reggenza, a 
considerazioni che sono con essa soltanto in relazione lo- 
gica, si trova p. e. in VII. IV. 28. Infine la corrispondenza 
' nisi - et ' può essere non senza utilità confrontata con que- 
sta connessione (Vili. VII. 12) * non Macedonuni regem oc- 
cidere voluimus, et te transfugam belli iure persequimnr ' e 
con VI. V. 18; sostituire qui un'avversativa, mentre è pa- 
leograficamente facilissimo, sarebbe, di fatto, un voler can- 
cellare dal testo un tratto caratteristico. Cfr. anche Senec. 
Dial. II. 4, p. 24, 17-19, Hm. 

VI. Vili. 7. Pilota e Parraenione non avrebbero potuto, 
senza l'enumerazione di prove convincenti, essere condan- 
nati * sine indignatione totius exercitus ' (VI. XI. 19), e 
d'altra parte il vecchio e glorioso generale di Pilippo era 
(VII. II. 33) ' carus principibus, vulgo militum acceptior '. 
Così amato, che Cratero nel suo maligno e feroce atto 
d'accusa, parlando di questo duce, lo indica cosi : ' tanti 
ducem exercitus et inveteratae apud milites [suos] auctori- 
tate '. Il possessivo, volendo, si potrebbe già di per sé sup- 
plire dal contesto ; ma la sua assenza, non limitando le 
persone sulle quali poteva farsi sentire l'autorità di un 
uomo così popolare, aggiunge non poco al significato e alla 
portata della frase. Sull'origine di questo pronome non sa- 
prei pronunciarmi : intanto giova ricordare che non v' è 
concordia completa nei codici, e C. e P'' leggono * tuos ', 
che se fosse la lezione genuina, sarebbe nato sotto l'in- 
fluenza di * tuo ' e ' tuae ' che lo seguono e precedono : se 
invece congettura, sarebbe una prova che anche ad altri non 
sfuggì l'inutilità di * suos '. 

VI. IX. 21 * Equitatui optimae exercitus parti, principi- 
bus nobilissimae iuventutis, unum praefeci '. vSi aspetta evi- 
dentemente un pronome dimostrativo, che determini con 
precisione chi sia quel solo al quale Alessandro aveva af- 
fidato un così geloso comando : che costui sia Pilota si ca- 
pisce, ma solamente perchè si sa che il discorso è appunto 
una requisitoria contro di lui, e questo non si chiama af- 
fatto parlar chiaro. (Altro è VII. VII. 36). Un difetto così 
appariscente non sfuggì allo Hedicke, che errò soltanto nel 
criterio scelto per ovviare all'inconveniente: egli sostituì 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 181 

^ eum ' ad ' unum ', ed il male è proprio questo, venendo 
di conseguenza a mancare ogni enfasi e ogni- aggravante 
nell'accenno del re Macedone. Non è tanto l'aver affidato 
il comando della cavalleria a Pilota, quanto l'averlo fatto 
arbitro assoluto e capo esclusivo di cosi importante milizia, 
ciò che serve a patetiche varianti retoriche. Combattendo 
questa emendazione, segnammo la via da seguire; scrive- 
remo ' unum <illum> praefeci '. Una simile unione non co- 
stituisce un caso isolato né una novità stilistica che noi 
generosamente diamo in dono allo scrittore, che di suo al- 
trove dice (X. VI. 17) ' neque enim unum eum adsedisse 
morienti '. Qui ho prescelto il pronome ' ille ' invece di ' is ', 
per semplici ragioni paleografiche. La somiglianza delle 
lettere componenti le due parole può spiegare più facil- 
mente la perdita della seconda nel nostro archetipo: d'altra 
parte, proprio in questo discorso, i due pronomi sono usati 
indifferentemente 1' uno in sostituzione dell'altro (cfr. p. e. 
§ 16) e non potrà parere strano il passaggio nello stesso pe- 
riodo da ' illum ' a ' eius '. 

VI. IX. 34 ' lamque rex intuens eum, " Macedones ", 
inquit, " de te indicaturi sunt ". Poiché dell'avverbio ' iam- 
que ' abbiamo già parlato a lungo, non è il caso di rinno- 
vare la questione del suo uso : nessuno dei suoi vari signi- 
ficati può adattarsi qui. Se si vuole avvertir meglio la scor- 
rettezza di tale impiego, si istituisca il confronto con X. VI. 12, 
luogo davvero parallelo a questo, solo che si restituisca il 
^ tum ' dei codici, che Hedicke con singolare arbitrio mutò 
in 'cimi'. Ivi tutto procede regolare, mentre qui * iamque ' 
sarebbe tollerabile e significherebbe qualche cosa solo se 
si trovasse nel periodo precedente, perchè proprio nel men- 
tre che Pilota sta per aprir bocca per la sua difesa, Ales- 
sandro prende inaspettatamente la parola ed interrompe ; 
allora rientreremmo nelle regolari norme dell'uso. Ma non 
c'è davvero nessun motivo di pensare ad una così grave 
trasformazione. In questa parte di narrazione, tutto procede 
facile e piano, la botta e la risposta si susseguono senza 
apparente violenza, con l'acre ironia del sembrare le cose 
più naturali del mondo. Conviene restituire una successione 
normale dei singoli punti della scena che, per essere indi- 



182 L. CASTIGLIONI 

pendenti l'uno dall'altro, hanno ciascuno il suo giusto ri- 
lievo. Questo effetto si ottiene al solo cambiare ' iamque ' 
in ' itaque '. Come il re vede Pilota in apparenza di pren- 
dere la parola a sua discolpa, tosto crede opportuno ag- 
giungere una nuova osservazione, che contiene implicita- 
mente un'altra accusa da aggiungersi alla più capitale ; ac- 
cusa specificata poi nella sua portata, dopo la risposta del- 
l'accusato. Si osservi infatti l'ordine complessivo del passo 
* dicturus videbatur. Itaque rex - inquit - Tum Philotas • 
Tum rex - Tum Philotas '. Cfr. III. Xll. 24. Ancora: ' itaque 
aggiunge correttamente, come di consueto, l' interloquire d 
Alessandro all'atto di parlare da parte di Pilota, 'iamque 
invece si riferirebbe, senza nessuno scopo, al ' tum' seguente 
Se Curzio si atteneva qui da vicino alla fonte greca, do- 
vette aver certo innanzi agli occhi una frase come : 'Yno- 
/M^àtv ovv 6 'AXé^avÒQog (1). 

VI. X. 19 ' At enim Dymnus se occidit. Num igitur fac- 
turum eum divinare potui ? [Minime] '. I retori insegnavano 
che talvolta l'interrogazione figurata nascondeva in sé 
un' insidia e un grave pericolo ; la possibilità che o l'accu- 
sato o l'avversario si prendesse lui il gusto di rispondervi 
a modo suo, e con la felice interruzione facesse rimanere 
interdetto l'oratore e distruggesse d'un tratto l'effetto delle 
argomentazioni e della foga entusiastica del discorso. E qual- 
cuno anche esemplificava più o meno scioccamente, e a tale 
critica non sfuggiva nemmeno l'esordio famoso della prima 
Catilinaria di Cicerone. Curzio Rufo, che in quest' ultima 
parte del libro sfoggia i miglior colori della sua retorica, 
il maggiore studio dell'elocuzione e una cura insolita del- 
l'esposizione sino alle minute particolarità, lo sapeva certo, 
e di questo espediente fa appunto uso alla chiusa di que- 
sto stesso discorso, che così viene a perdere ogni efficacia 
emotiva e probativa, perchè Pilota ha la melanconica idea 
di terminare con un inetto * quid facere nos oportet ? ', 
che trova la sua risposta da parte di uno degli astanti. Ma 
se r interrogazione retorica era arma a doppio taglio, era 

(1) Sarebbe possibile anche ' atqne '. Ci'r. VII. ii. 2. 



OSSERVAZIONI CKITICUE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 1S3 

anche un ben ridicolo sistema quello di avventurarla e 
poi di affrettarsi a rispondervi. Del resto non v'era nessun 
pericolo a proposito di ciò eh' è detto nel passo preso in 
disamina : realmente Pilota non poteva immaginarsi che 
Dimno si sarebbe ucciso e nessuno poteva pretenderlo pro- 
feta. Lo spunto di difesa è falso e sofistico, ma non am- 
mette replica o discussione. Perchè adunque questa fretta 
dell'oratore alla risposta e a togliere così ogni effetto di 
perplessità, che la domanda potesse produrre su gli uditori ? 
Con un ' minime ' l'argomento di difesa è esaurito, e chi 
ascolta vi sorvola: e allora a che scopo la domanda re- 
torica, il cui scopo principale, dopo quello di variare la 
espressione, è di far pensare un po' chi ascolta ? Tutto con- 
siderato — nessuno certamente crederà che il ' minime ' sia 
messo a render più piano il passaggio alle conseguenze, 
introdotte con ' ita ' — io credo che questa risposta non 
sia stata messa in bocca a Pilota dallo scrittore ; ma si 
tratti piuttosto d'una rispettabile considerazione, che qualche 
lettore tardivo ha posto in margine, ad indicare energica- 
mente la propria profonda convinzione che il fatto, proposto 
in forma dubitativa, era senza discussione impossibile. Altra 
cosa sono quelle interrogazioni di carattere dottrinario, se- 
guito dalla conveniente risposta, delle quali ci dà sì larghi 
esempi Seneca, da me malamente tentato a proposito di 
Dial. I. V. 8 nei miei ' Electa Annaeana ' ; o quelle del pari 
retoriche, ove siffatti commenti giovano a compiere la sen- 
tenza. 

VII. 111. 19. L'uso di ' siraul ' e anche di ' pariter ' non 
offre in Curzio particolarità che non siano già note da Livio 
e, più in generale, dagli altri scrittori: forse, fatte le pro- 
porzioni, si nota maggior copia e larghezza d' impiego; dal 
valore comparativo si arriva a contrassegnare così la con- 
temporaneità delle azioni e il complesso di fatti e di cause. 
Ma, mentre né l'uno né l'altro avverbio in tanto numero 
di casi ci ha dato difficoltà gravi all' interpretazione, ve- 
dremo ora un punto che desidera di esser dichiarato. La 
catena di monti così detta del Caucaso divide l'Asia Minore 
intera : ' bine simul mare, quod Ciliciam subit, illic Caspium 



ISi !.. CASTIGLIONI 

fretum et aranera Araxen - spectat '. Porse l'unico che ha 
sentito la difficoltà dell'espressione è stato Vogel, se pure 
il supplemento da lui escogitato e introdotto nell'edizione 
stereotipa, dipende da ragioni grammaticali e non piutto- 
sto, come forse è, esclusivamente da motivi di fatto, che in 
verità tengono poco. L'unica via che rimane per una spie- 
gazione soddisfacente di questo ' simul ' merita di essere 
attentamente esplorata: la possibilità che si riferisca in ugual 
misura ad ambedue i membri del periodo, introdotti e in- 
dividuati da * hinc - illinc ', appunto perchè e per l'uno e 
per l'altro il verbo h comune. Ad ogni modo mi si consen- 
tirà, spero, che questo ' simul spectat ' sia, in due propo- 
sizioni di natura asindetica e nettamente distinte dai due 
avverbi locali, relativamente ozioso: se mi si obietterà che 
tale espressione vuol dinotare più chiaramente come la 
stessa catena di monti si volga unica per tanti spazi tra 
loro lontani, non mi resterà ad osservare altro, se non che, 
di questo passo, non ci sarà mai sciocchezza si grande dei 
codici, che non si possa, con tali elementi di giudizio, di- 
fendere e, non mi maraviglierei, financo lodare. Poi che 
non vedo altra spiegazione possibile, soltanto un altro esem- 
pio di questo nesso presso Curzio, potrà persuadermi d'aver 
dubitato a torto : il non averne io notato, non vuole affatto 
significare che qualcuno non possa essermi sfuggito. Ma per 
intanto concluderemo, o realmente per l'esistenza di una 
lacuna da riempirsi con la congiunzione e, aggiunta a que- 
sta, un'indicazione di paese (' simul - <et *»*> '), oppure, poi- 
ché un cambiamento significativo della parola non appare 
probabile, riterremo trattarsi di una casuale introduzione 
dell'avverbio. Porse non a torto, se quel ' simul ' che, con 
un suo buon significato, precede di poche linee, può essere 
indizio d'una falsa penetrazione, in luogo che non gli spetti. 
VII. l\'. 14. Gobare, non dimentico della sua professione, 
dà a Besso degli avvertimenti, avvolgendo prima il suo dire 
di una certa veste profetica ed enigmatica, come di chi 
preveda i lontani eventi : ' In vestil)ulo, inquit, regiae tuae 
velocissimus consistit rex '. Il futuro è il tempo naturale 
ddl'aspettazione, il tempo che colora talvolta d'una tinta 



OSSERVAZIONI CHITICHE E CRAMMATICALI A CURZIO RUl'O 185 

di mistero gli eventi annunziati, e appunto in questa con- 
tingenza Curzio Rufo ne fa il debito uso. Questo unico pre- 
sente non è testimoniato come dello scrittore, neppure dalla 
tradizione manoscritta più attendibile, poiché i codici del 
gruppo A offrono precisamente ' consistat ', che, mentre non 
può certo essere la depravazione di ciò che è stampato 
nelle edizioni secondo l'autorità dei codici minori, è per un 
noto e comune errore di scrittura, la corruzione dell'origi- 
nario ' consistet '. Cfr. VI. i. 40 detrectantibus C : detra- 
ctantibus PE; VII. in. 6 volentem C: volantem P; VII. 
IV. 32 Macedonas P : Macedones C ; VII. V. 5 levabantur 
PBLV ; lavabantur F ; VII. IV. 6 Dahas ed. ald.: deas codd. 

VII. IV. 24 * In quarura penuria milites fluviatili pisce et 
herba sustinebantur '. Columella si serve copiosamente di 
questo verbo nel senso che gli si addice precisamente in 
questo luogo ; Livio anche : Curzio Rufo non altrettanto. 
Sospetto che la legione primitiva fosse ' sustentabantur '. 

VII. V. 34 ' ut vasta solitudo et sterilis humus excussis 
etiam radici bus linqueretur '. Deve necessariamente esser 
mutata la lezione ' excussis ' dei codici, che col suo signi- 
ficato non si confà al passo, e costituerebbe un'improprietà 
non frequente in questo nostro scrittore. Più facile e non 
meno conveniente delle forme proposte da altri, trovo ' ex- 
cisis', forma derivata da un verbo tecnico per indicare lo 
sradicamento degli alberi. Ricordo la noce sdegnata per i 
maltrattamenti inflittigli (Nux El. 179), che invoca la pena 
mortale : ' excidite ferro 1 '". 

Nell'archetipo dell'opera Curziana sono abbastanza fre- 
quenti gli errori dovuti allo scambio tra i ed u. Cfr. III. 
IL 10 * purpuratus ' invece di ' purpuratis ' L ; VI. II. 7 pro- 
pinquus BPV : propinquis PL. 

VII. VI. 24 * muris urbis eius incluserat se haud<qua- 
quam> oppidanis consilium - adprobantibus '. Che la nega- 
zione ' haud ', posta tanto lontano dal verbo al quale si 
unisce eccezionalmente, abbia in sé qualche cosa di inusato, 
è evidente ; ed è altrettanto certo che non si trova in tante 
pagine un esempio, che valga a dimostrare il contrario, o 
almeno a tutelare seriamente la tradizione. Perchè una sif- 



186 I- UA.ST1GL10XI 

fatta forma di negazione abbia il suo valore, conviene che 
s'appoggi ad un vicino avverbio, ad un aggettivo, anche 
ad un verbo, a condizione però, in questo caso, e meno 
nei precedenti, ch'essi non si trovino molto discosto ovvero 
essa stessa sia in qualche maniera rafforzata. Ho preferito 
tentare di mio un supplemento anziché accettare * haud 
sane ' proposto da Kinch e pur esso conveniente, perchè 
una corruttela di ' quaquam ' può spiegare con più agevo- 
lezza la scomparsa del necessario elemento, e perchè, d'al- 
tra parte, la forma di negazione così composta non cede 
all'altra per opportunità di significato. Cfr. VII. IV. 39 ; 
*ib. Vili. 9; *VIII. VITI. 21 * sed haudquaquam aulae et ad- 
sentantium accommodatus ingenio'; nel secondo di questi 
esempi la forma dell'avverbio appare nel codice F ridotta 
ad ' haudquam ' ; nel primo tutti i manoscritti hanno ' haud- 
quamquam '. 

A proposito del luogo che la negazione occupa rispetto 
al suo verbo, ricorderemo anche VII. VI. 27 ' quorum po- 
steri nunc quoque non apud eos tam longa aetate propter 
memoriam Alexandri exoleverunt ', dove anzitutto facciamo 
notare la differenza dei due avverbi negativi, ambedue con- 
troversi per la loro collocazione, il secondo dei quali, usato 
qui, non ha certamente sotto questo rapporto le esigenze 
del primo. Ma io non credo nemmanco che la difesa fatta 
da Biittner (p. 26) riguardo alla struttura di questo passo, 
sia realmente sufficiente. Gli esempi Tacitei, da lui addotti, 
comprovano la bontà della vicinanza ' quoque non ' senza 
giustificare l'eccessiva lontananza della negazione dal suo 
verbo ; al valore poi del presunto nesso * nunc quoque non ', 
come equivalente di ' ne nunc quidem ', io mi permetto di 
non prestar fede. Tenuto presente che Curzio Rufo non ri- 
fugge da tautologie né, tanto meno, da talune abbondanze 
del dire, io propongo: 'nunc quoque non<dum> - exoleve- 
runt '. La negazione congiunta con l'avverbio di tempo 
anche altrove è tenuta ad una notevole distanza dal suo 
verbo: cfr. III. Xlll. 17 * et nondum in omnium animis me- 
moriam maiestatis suae exolevisse cernebat ' ; VII. V. 29. 
Poiché ' nunc quoque ' ha funzioni presso che uguali a 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 187 

' etiamnunc ', la sua vicinanza a * nondum ' non può dirsi 
intollerabile. 

VII. vili. 9. Gli ambasciatori Sciti, giunti in cospetto 
di Alessandro, lo fissano a lungo in silenzio, e Curzio ag- 
giunge questa sua considerazione, contrassegnala, come 
spesso, da 'credo': 'credo, quis magnitudine corporis ani- 
mum aestimantibus, raodicus habitus haudquaquam famae 
par videbatur '. Per quanto abbia cercato di rappresentarmi 
in tutte le forme possibili l'origine di questa costruzione, 
non ho trovato un giusto appiglio col quale difendermi e 
spiegarmi la ragione d'essere di ' quis ' in funzione equiva- 
lente a ' quia iis '. Secondo 1' indole del passo, potrebbe e 
dovrebbe trattarsi di una fusione, direi quasi, meccanica 
dell'avverbio e del pronome dimostrativo, che è natural- 
mente impossibile; ma nemmeno è giustificabile una for- 
mazione di pronome relativo con significato causale, quando 
proprio occorrerebbero due elementi disgiunti in due rife- 
rimenti indipendenti: un 'quia' unito al verbo finito e il 
dimostrativo accompagnato al participio ' aestimantibus '. Ma 
è proprio necessaria la presenza di un pronome a determi- 
nare il riferimento del participio ? A quest'ultima domanda 
io rispondo in modo risolutamente negativo: il participio 
si sorregge e s' intende a perfezione senza che intervenga 
la presenza di un dativo pronominale, che in casi simili 
Curzio pone o tralascia come meglio gli talenta (cfr. p. e. 
III. III. 2 ; ih. VII. 7 ; * ib. XII. 5 ; X. I. 20 ' haec agenti ' ; VI. 
VI. 20 ' iter facienti ei ') ; in questo medesimo passo leg- 
giamo (§ 16): ' licetne ignorare in vastis silvis viventibus?'. 

Tutto ciò mi pare concorra non a condannare teorica- 
mente l'uguaglianza di significato * quis = quia iis ', ma a 
dimostrarne l'inopportunità nelle condizioni attuali. Pro- 
pongo adunque la semplice restituzione di ' quia ', e attri- 
buisco la lezione vulgata ad uno scambio grafico di s e a. 
Con la nostra correzione si confronti V. i. 27 ' credo, quia 
tutius visum est pluribus locis spargi ', dove se Curzio se ne 
fosse compiaciuto, avrebbe potuto collocare un' altra volta 
e con maggior limpidezza di frase — non intercedendo nes- 
suna forma di participio — il pronome con valore causale. 



188 L. CASTIGLIONI 

VII. Mll. 12. Probabilmente: ' IgiLur unum ex bis, ma- 
ximum natu <ad hunc modum> locutum accepimus '. Cer- 
tamente non si trova altra volta un passo dove Fassenza 
di una determinazione modale riesca così gravosa. 1 con- 
fronti istituiti nel commento di Vogel-Weinholdt non si 
adattano; anzi tutti tali esempi (V. A'. 17; VII. IV. 3; X. 
VI. 15) si riducono in sostanza all'unico tipo : ' orsus est 
(orditur) dicere', cioè ad un'espressione indipendente, di 
forma diretta, che introduce convenientemente, senz'altre 
determinazioni, il discorso, non meno delle forme, tipo ' di- 
xit '. Qui al contrario, per lo stesso trovarsi della proposi- 
zione in struttura indiretta e per la dipendenza del parti- 
cipio Mocutnm ' da 'accepimus', si sente più che mai la 
necessità di una formola che anticipi l'inizio del discorso 
riferito in seguito : e questa è d'altra parte la buona con- 
suetudine, specialmente quando si trovi usato il verbo 
* ioqui ' cfr. V. V. 9 * ita locutus ad eum fertur ' ; * IV. XI. 15; 
IX. II. 12 'ad hunc maxime modum disseruit"; VI. IV. 8. 
Dai quali due ultimi esempi io ho tratto il mio supplemento. 
Senza dubbio sarebbe potuto bastare ' ita ', ma io credo 
piuttosto all'influsso dell'omoioteleuto nella formazione della 
lacuna. Ritornando infine a ciò che s' è detto, si osservi an- 
cora che Curzio Rufo, come appare anche dalle considera- 
zioni ch'egli fa precedere all'inserzione del discorso, non 
tanto vuole rappresentarci la movimentata scena del col- 
loquio, quanto insistere nel riferire il tenore del discorso 
stesso : dunque non è fama che l'ambasciatore Scita abbia 
^ detto ' ma che piuttosto abbia parlato ' in un determinato 
modo '. Tale formola ha luogo proprio quando la materia 
esposta, più che la forma di tale esposizione, è d' impor- 
tanza per lo scrittore. 

VII. VIII. 30 'Utrique imperio tuo finitimos hostes 
an amicos velis esse, considera '. Oggi si parla di Turchia 
Asiatica ed Europea, un tempo di regno delle due Sicilie 
e simili: di due imperi Macedonici, uno nell'Asia, l'altro 
neir Europa, gli antichi non ne sapevano nulla e neppure 
gli Sciti ne potevano con ragione parlare. Unico era l' im- 
pero del grande Alessandro dall' Epiro allo lassarle, e gli 



OiSSERVAZTONI CRITICHK E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 189 

Sciti, che da sopra al Bosforo sino ai deserti del Caspio 
traevano la loro nomade vita, potevano a buon diritto dirsi : 
* utri<m>que imperio - finitimos '. L'avverbio è fortemente 
accentuato, e per questo è collocato al principio della pro- 
posizione e disgiunto dal termine col quale ha più stretti 
legami ; lo Hedicke, che certo per altre cause lo trasforma 
sostanzialmente, rende un cattivo servizio a Curzio. L' im- 
portante fatto sul quale gli ambasciatori invitano il Mace- 
done a meditare, è proprio che i loro popoli potrebbero 
molestarlo contemporaneamente ai due opposti confini del- 
l'impero. — Per la frase cfr. anche * utrinque victor ' III. 
XI. 16. — Sostituire ' utrumne ' vuol dire non riconoscere il 
valore specifico del passo e dimenticarsi che nel nostro 
scrittore le proposizioni deliberative o interrogative dop- 
pie, specialmente di breve estensione si trovano col sem- 
plice ' an ' disgiuntivo, per lo meno altrettante volte, quante 
con la completa formola ' utrum (utrumne) - an '. 

VII. Vili. 25. Un'interpolazione, forse maliziosa, del pro- 
nome relativo ha malamente distrutto uno di quegli asin- 
deti dei quali Curzio Rufo più si compiace, e che per sua 
natura si adatterebbe assai bene a questo discorso dell'an- 
ziano tra i legati Sciti, saltellante tutto per periodi e per 
sentenze isolate : ' Nostri sine pedibus dicunt esse fortunam: 
[quaej manus et pinnas tantum habet ; cum manus porrigit, 
pinnas quoque comprehende '. Io non mi meraviglio affatto 
che Yogel giudicasse interpolata tuttala frase ' quae - habet ', 
tanto nella sua struttura tradizionale appare malamente ap- 
piccicata come inutile appendice dell'enunciato precedente. 
Ma il suo contenuto è superiore alla discussione, la sua 
presenza necessaria a completare il concetto del passo. Solo 
che si levi di mezzo il pronome, tutto riprende il suo vero 
aspetto, l'espressione riacquista la sua naturale celerità : 
infatti il relativo aggiungeva in maniera illogica alla prima 
proposizione, ciò che invece, pur completando l'elemento 
descrittivo iniziale, spetta più precisamente e si collega a 
ciò che segue. Inoltre, a considerar bene, non appar chiara 
né scevra di difficoltà la funzione compiuta dal pronome 
relativo, che di sua indole vorrebbe essere elemento subor- 



190 L. CASTIGLIONI 

dinativo, e non si trova neppure la necessità di un'apposi- 
zione esplicativa, quale esso potrebbe rappresentare e in 
realtà rappresenta. Nulla si ricaverebbe dall' uguaglianza 
* quae - et ea ' ; il periodo non ci guadagna nulla, nep- 
pure se si pensasse ad attribuirgli un colore lievemente av- 
versativo ; basterà, tra molti, confrontare con questo i se- 
guenti passi, dove realmente tale pronome appare con la 
sua debita efficacia: V. III. 9; VI. V. 15; Vili. vili. 9. Le 
due proposizioni alle quali abbiamo ridonata la loro origi- 
naria indipendenza, enunciano particolari di pari impor- 
tanza, che escludono di per sé una possibibile subordina- 
zione, anche in forma avversativa, dell'uno rispetto all'altro. 
Per persuadersi come il periodo cosi riformato rientri non 
soltanto nelle abitudini dello scrittore, ma più particolar- 
mente assuma il colore proprio della circostanza, basterà 
una lettura del contesto entro il quale si trova. Cfr, anche 
in V, X. 3 un asindeto di natura descrittiva. 

VII. IX. 11. Dunque l'interpolazione di qualche elemento, 
di qualche nesso appare qua e là per l'opera. Senza gran 
fatica, ma per fortuna non troppo di frequente, si può ritro- 
vare la traccia lasciata dall'opera di qualche lettore troppo 
entusiasta nel volgere e nel trattare le pagine di queste 
Storie, che dovettero trovare col succedersi dei tempi un 
numero sempre crescente di ammiratori ; si può ritrovare 
qualche indice esplicativo, come vedemmo innanzi ; qualche 
cattiva reminiscenza, come purtroppo è accaduto per tutti 
gli scrittori antichi, inserita dove pareva, ma non era, me- 
glio. E qui : ' Vox adhortantis non poterat audiri [nonduni 
bene obducta cicatrice cervicis], sed dimicantem cuncti vi- 
debant '. L'interpolatore si è ricordato e ha tratto gli ele- 
menti della sua intrusione da vari accenni contenuti nelle 
pagine precedenti (IV. vi. 24; A^II. Vii. 9) ' propius ipsum 
considere amicos iubet, ne contentione vocis cicatricem in- 
firmam adhuc rumperet ', e trovava la sua frase bella e 
conformata in un'altra parte dell'opera (VIII. X. 31) 'ad 
ea visenda rex nondum beìie obducta vulneri cicatrice pro- 
cessit '. Il ricordo è affatto inopportuno. La battaglia è 
già impegnata (§ 10), e qualche cosa più della tempora- 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 191 

nea afonia poteva impedire che la voce di esortazione del 
re giungesse ai soldati : lo s' intende ancorché lo scrittore, 
con savia brevità, non lo dica. Ricordiamoci noi di una si- 
tuazione molto simile a questa, dove parimenti il consueto 
eccitamento alla battaglia non giunge dal duce alle squa- 
dre (IV. XIII. 38) * usum aurium intercipiente fremitu duo- 
rum agminum '. Vale la pena infine di badare un poco alla 
stolida brachilogia del passo in questione, dove, invece che 
alla causa immediata del fatto, s'accenna alla lontana ori- 
gine di esso : brachilogie in Curzio se ne trovano e anche 
di caratteristiche (p. e. X. V. 37 ; Vili. IX. 25), ma di si- 
mili a questa, per fortuna, no. 

Forse dovuto più a trascuratezza del copista, che a 
una decisa volontà interpolatrice, è nel capitolo seguente 
(VII. X. 7) il ripetersi a poche linee di distanza, dell'identica 
proposizione : ' Tum rex [admiratus magnitudinem animi] 
" Quaero ", inquit, " an vivere veHtis non inimici mihi ". 
Nel criterio relativo al ristabilimento di questo passo, ho 
già avuto un predecessore nel Modio : l'antico editore di 
Curzio Rufo ha, secondo la mia opinione, avuto un intuito 
più sicuro di quanti vennero dopo di lui. Aggiungerò una 
parola, visto che tale congettura non ha avuto la meritata 
fortuna. L'ammettere che Curzio sia talvolta un po' tra- 
scurato neir esporre la sua materia, specialmente quando 
s'affretta a tirar via nelle cose di minor conto ; l'ammettere 
anche che non senta scrupolo di ripetere la stessa parola 
a breve distanza (e oggi chi vorrebbe riconoscere nella 
maggior parte degli scrittori classici antichi lo sforzo di 
evitare tali incontri?); tutto questo non vuol mica dire 
ch'egli fosse bislacco al punto di ripetere senza motivo 
nel giro di pochi periodi un particolare ormai fatto ozioso. 
Il trasformare come ha fatto lo Hedicke, ' tum ' in ' tan- 
tam ', vuol dire mantenere intatta la ripetizione insignifi- 
cante e pigliarsi soltanto il gusto di toglier via una for- 
mola stereotipa, con la quale Curzio Rufo si piace solita- 
mente d' introdurre discorsi e colloqui. 

Se molti editori hanno considerato come interpolate 
in X. X. 11 le parole ' traditum magis quam creditum re- 



192 L. CASTIGLIO.NI 

fert ', è solo perchè s'impressionavano sinistramente a causa 
della forma verbale, corretta ora da Vogel ; ma frase e 
maniera di scetticismo è tutta propria di Curzio (1). Io, al 
contrario, un'impressione cattiva la ricavo da ciò che pre- 
cede: * Fontes aquarum - celantur: [ipsis usus patet, ignotus 
est advenisj '. La frase è un glossema di peregrina bellezza ; 
non aggiunge nulla al già detto, ma ne è una conclusione 
e un riepilogo. Curzio Rufo non suol fare il commento alle 
sue notizie e confida anche nel criterio dei lettori. 

VII. IX. 14 * in castra se recepit (ibique diei> reliquum 
substitit'. Per lo più in queste circostanze l'avverbio di luogo 
non si tralascia (cfr. V. li. 2 diutius ibi substitit): la sen- 
tenza e il giro di parole della frase trova poi un raffronto 
conveniente con IV. XIII. 16 ' reliquum noctis adquieturus 
in tabernaculum rediit ' ; ma potrebbe darsi anche che la 
determinazione ' dici ' non sia strettamente necessaria. La 
fonte greca del nostro autore avrà forse detto; y.àxeì xò Xoi- 
jiòv Ejueive = 'ibique reliquum substitit'. Così VI. Vili. 16; 
Vili. I. 22 ' in posterum ': etg rrjv voregaiav. E poiché ancora 
una volta ho accennato a questa fonte greca di Curzio, ch'io 
non identifico né con Clitarco né con altri storici nel rigo- 
roso significato della parola, ma con un manuale contenente 
una complessa e dilettevole vulgata, ricca di notizie e di 
aneddoti, con qualche citazione, ma senza intenti di vera 
critica, un manuale del tipo di quello che forse servì ad 
Ardano per completare i resoconti di Tolomeo e Aristo- 
bulo, mi sia permesso di accennare anche fugacemente alle 
influenze stilistiche e sintattiche, ch'essa per avventura possa 
aver esercitato sopra lo scrittore Romano. Queste non vanno 
più in là di qualche espressione : la storiografia aveva in 
Roma una sua tradizione letteraria, che culminava nella 
monumentale opera Liviana, e l'educazione retorica aveva 
insegnato a Curzio Rufo l'arte di dare un' impronta patria 

(1) L'origine doUa corruttela è dovuta probabilmente a un fatto 
del {{enere che vedemmo a proposito di V. vi. 12: la frase era ripetuta 
in margine, perchè aveva colpito (puniche lettore, ed era rii)etuta col 
verbo in terza persona. Un seguente movimento di riflusso portò all'er- 
ronea sostituzione della forma verbale. 

17. 1, "012. 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 193 

e personale alla materia raccogliticcia e straniera. Alcune 
pagine per altro si potrebbero tradurre in greco quasi senza 
mutare una parola, né un costrutto; qualche frase, qualche 
giro di periodo tradisce tuttavia assai apertamente lo sforzo 
del tradurre, e specialmente là dove lo scrittore Latino non 
trovava elementi da ritessere, scene da rinnovare e colorire: 
I. XIT. 5 ' Unus namque e captivis spadonibus ' : dg ydg ng 
zCov aln-LalóìTCùv evvovioìv ; ih. § 7 * Leonnatum ex purpu- 
ratis suis ' : Asovvàiov tòìv àfjnp' avròv hatgcov ; V. T. 37 * Ba- 
bylonii maxime in vinum et, quae ebrietatem sequuntur, 
effusi sunt ' : ol òè BafivXchvLoi èg tòv oIvov jndhoza y.al zàg nag- 
oiviag èxxExv luiévoi eloiv (cfr. Vili. IV. 25) ; IX. II. 7 ' qui tum 
regnasset ' : zov róze (iaadevovzog ; VI. V[I. 30 ' illura iam vox 
defecerat ': èxeìvov fjò)] >) qpayvì] èjieXeloiJiei. Più duro invece 
mi riesce il credere alla presenza di un grecismo nel se- 
guente brano (IX. I. 22) ' Ad proximam deinde urbem castra 
raovit. obsides ducebantur ant ? agnem. quos cum ex muris 
adgnovissent, utpote genti eiusdem (= are - ovzag), in con- 
loquium convocaverunt'. Io propendo piuttosto a sup- 
porre che si tratti di un' ellissi del soggetto, da supplirsi 
dal vicino complemento ' proximam - urbem ' anziché pen- 
sare che ' ex muris ' sia, invece che complemento di luogo, 
un soggetto corrispondente al greco : oi àjiò z&v zel^mv. 
Lasciando a tale complemento il suo soHto valore, io mi 
limito a correggere il verbo ultimo così : ' [conjvocaverunf 
perchè credo che la forma composta sia nata sotto l' in- 
fluenza del precedente ' <?o«loquium ' o ' co/Ioquium ' (il 
codice P offre infatti : ' co//ocaverunt '). Del resto, nella peg- 
giore ipotesi, per me assai improbabile, che cioè il soggetto 
sia troppo duro a sottintendersi, abbiamo sempre un valido 
e bel rifugio nella geniale congettura di P. H. Damsté : <in- 
colae) vocaverunt '. 

VII. XI. 15. Trascrivo secondo la tradizione manoscritta, 
che è evidentemente corrotta : ' alii manibus eminentia saxa 
conplexi levare semet, alii adiectis funium laqueis evasere 
quibus cum cuneos Inter saxa defigerent gradus subinde 
quis insisterent (levavere Wagener, quibus : quidam Hedicke, 
subinde: subdidere i'os.s) '. Accetto la correzione di Hedicke, 

f^tnili itti!, lìi filol. class-icd XIX. IH 



1U4 la. CASTIGLIONI 

non conoscendone e non potendo suggerirne una migliore ; 
ma non accolgo già quella di Poss, perchè nel terzo membro 
del periodo, così ottenuto, il verbo non è niente affatto neces- 
sario potendo egregiamente servire il precedente * evasere '. 
E anche se ciò non fosse, non sarebbe mai il caso di toccare 
proprio ' subinde ' che, per aver un significato convenientis- 
simo alla situazione, soltanto per un inesplicabile miracolo 
potrebbe essersi formato così, nascendo da un errore: di que- 
sto avverbio Curzio Rufo si serve con predilezione, adattan- 
dolo, se occorre, ai più svariati significati, da un valore di 
tempo a uno di spazio (cfr. V. IV. 18 ; VI. IV. 14 etc.)- Qui 
non c'è neppur bisogno di forzarne la natura: i soldati m.an 
mano salivano i greppi, vi ficcavano dei cunei, sui quali suc- 
cessivamente poggiarsi. Manca soltanto la determinazione 
del modo col (juale vi si potevano appoggiare, e questa noi 
l'otteniamo correggendo lievemente la parola ' gradus '. Con 
la qual correzione scarichiamo la proposizione retta dal 
verbo ' defigerent ' da uno dei due casi in apparenza accu- 
sativi, da uno dei due complementi, che si escludono a vi- 
cenda, e precisamante da quello che potrebbe rimanervi 
soltanto qualora si ricorresse a congetture di maggior mole. 
Basta appena cancellarne la consonante finale per avere il 
mezzo di cavare un costrutto da un passo a prima lettura 
assai intricato. Ecco come io ristabilisco l'ordine sintattico: 
' quidam cum cuneos Inter saxa defigerent, gradu[s] subinde 
quis insisterent '. Sarebbe voler sfoggiare inutilmente le mi- 
serie dei codici, il documentare con esempi una dittografia 
di questa specie, delle quali se n' incontrano ogni momento. 
Piuttosto gioverà osservare che il medesimo significato, as- 
sunto in questa circostanza, il sostantivo ' gradus ' lo mo- 
stra a più riprese in altre parti dell'opera : cfr. III. xi. 6 
promovebant gradum '; IV. IX. 18; * VII. x. 13 ' instabili et 
lubrico gradu '. Dunque qui vale a un dipresso ' gradien- 
tes ' : ' nel salire '. 

In quanto al verbo, s'intende senza stento alcuno come 
' evadere ' debba servire in comune alle due proposizioni, 
mentre la prima ha il suo verbo peculiare. Queste ultime 
esprimono precisamente due maniere diverse con le quali 



OSSKRVAZIONI CIUTICIIE R GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 195 

i scelti giovani Macedoni riescono alla sommità della rupe; 
costituiscono adunque, di fatto, un unico contrapposto alla 
prima parte del periodo, che descrive la scalata non per 
mezzo di attrezzi, ma a sola forza di braccia, afferrando 
con le mani le roccie sporgenti. ' Levavere ' ed ' evasere ' 
sono i due verbi che contrappongono le due arti per rag- 
giungere l'ardua cima, e amendue implicano il fatto com- 
piuto (1); un terzo verbo, o ' subdere ' o qualsiasi altro non 
calzerebbe perfettamente alla situazione. Del resto, poiché 
molta verisimiglianza ci conduce a vedere in ' quibus ' la 
depravazione di * quidam ' anche la scelta stessa del pro- 
nome indica che il terzo membro del periodo non è nella 
sintassi complessiva un equivalente assoluto dei primi due, 
ma una speciale determinazione del secondo : ' quidam ' in- 
tegra e corregge * alii '. 

Si cita a proposito di ' gradus ' una descrizione di 
Livio (XXA^III. 20. 4) che ha dei punti di contatto con 
questa : Curzio Rufo potrà averne preso qualche elemento, 
ma non per questo è necessario credere ne togliesse an- 
che la precisa accezione dei vocaboli. In un luogo tanto 
controverso, non sarebbe meraviglia se da altri venissero 
proposte delle nuove modificazioni, che ne toccassero la 
forma, disponendo questi due ultimi membri in modo di- 
verso dall'attuale, poiché il punto più discutibile e insieme 
più decisivo per la forma del periodo risiede non nelle pa- 
role che noi abbiamo cercato di ridare alla forma primi- 
tiva, ma neir inizio della proposizione abilmente restituito 
da Hedicke. Qualunque ne sia per essere la sorte, poco 
danno potrebbe riceverne buona parte del nostro ragiona- 
mento; potrebbe fors'anche venir semplificato, se corretto 
in qualche modo 'quibus' ovvero tolto di mezzo si consi- 
derasse ciò che segue quale epesegesi del secondo colon 

(1) Non ci sarebbe uiiUa da dire in contrario, se si dovesse raante- 
uere, nonostante l'autorità di Wagener, 1' iuiinito * levare '; infinito sto- 
rico, ben s' intende, che Curzio adopera benissimo anche isolato (efr. VI. 
VII. 8 ; V. IV. 13 ; Vili. m. 2). E non ci sarebbe davvero male in questo 
contrapporre a coloro che si sforzavano per sollevarsi e raggiungere la 
cima, quelli che già v'erano giunti. 



196 L- CASTIGLIONI 

del periodo introdotto con ' alii '. Il confronto con Arriano 
(IV. XIX. 1 sgg.) non può per altro suggerire nulla; Curzio 
Rufo, o la sua fonte, come sovente, nella parte tecnica 
manca di ogni precisione. 

Vili. II. 16. Vedemmo a suo luogo che Curzio, per abi- 
tudine, (juindi talvolta senza un ben definito motivo, altra 
volta per suoi particolari intenti di effetti narrativi, impiega 
invece di un altro tempo storico, di preferenza il piucche- 
perfetto. Bisogna ora che aggiungiamo come egli il più 
delle volte lo adopri a determinare gli elementi secondari 
e preparatori del racconto, in sostituzione anche dell' im- 
perfetto (III. IX. 6 ; IV. XII. 20 etc), oppure scMiiplicemente 
per amor di varietà (p. e. HI. Xl. 18): nella narrazione di 
un fatto, quello che è il punto culminante è espresso per 
lo più con le forme regolari del presente storico o del per- 
fetto. Basandomi su questa osservazione sicura, scrivo qui : 
' tum ferocia ingenia - desperatio efferaverat, itaque ex im- 
provviso adorti Amyntan - diu anceps proelium fecerunt: 
ad ultimum - dedere terga victoribus '. I codici hanno * fe- 
cerant'; ma si confronti, p. e., IX. V. 8 ' Itaque contemptim 
- incurrerunt', e si badi all'intonazione generale del passo. 

Vili. IV. 5 ' Forte Macedo gregarius miles - in castra 
pervenerat: quo viso rex - ex sella sua exiluit torpentemque 
[militem] et vix compotem mentis, dernptis armis, in sua 
sede iussit considere '. In luogo di un pronome dimostra- 
tivo si può riporre il sostantivo, che riferisce le attribuzioni 
o la qualità della persona della quale si parli: non v' è 
dubbio che questa possa essere, specialmente quando tal ge- 
nere di richiamo non sia a bello studio evitato dallo scrit- 
tore. Trattandosi nel caso speciale di Curzio Rufo, io credo 
che qui si abbia a fare ne più ne meno che con una sgra- 
ziata interpolazione: anche dopo l'ablativo assoluto formato 
col relativo, ' quo viso ', che del resto particolarmente spiega 
la causa dell'azione espressa nella prima delle due propo- 
sizioni coordinate, basta a determinare l'oggetto il partici- 
pio senza nessuna aggiunta. Lo assicurano i seguenti esempi: 
III. V. 4 ; * IV. IX. 25 ' fugientemque - consecutus ex ecpio 
praecipiiavit et obluctanti gladio caput dempsit ' ; VII. V. 24 



O.SSRRVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 197 

' et frustra repugnantem vinciunt ' ; Vili. L 46 ' Alexander 
- inhibetur . medium conplexi et obluctari perseverantem 
raorabantur ' e i moltissimi dativi participi, ora accompa- 
gnati dal pronome e spesso usati assolutamente. Come si 
vede, nel nostro caso la lontananza tra il sostantivo * mi- 
les ' e i participi all'accusativo, non è tale ne da render 
necessaria una ripetizione di esso ne da fare meno sgradita 
la ripetizione stessa. 

Vili. V. 5 ' lovis filium non dici tantum se, sed etiam 
credi volebat, tamquam perinde animis imperare posset ac 
linguis, itaque more Persarum Macedonas venerabundos 
ipsum salutare prosternentes humi corpora '. Sembra a molti 
che * itaque ' usato com' è senza verbo non possa reggersi, 
e ciò è anche vero. Non credo che la frase andrebbe molto 
meglio se invece di 'itaque' si pensasse ad 'itaque': ad 
ogni modo nessuno ci ha pensato e gli editori adottano per 
proposta di leep : * iussitque ', che non vale certo di più. 
La volontà dichiarata è ben altra cosa che non sia il de- 
siderio, che è volontà non espressa in modo imperativo, e 
altro è ' velie ' altro ' iubere ' : se il re Macedone, che pure 
aspirava ad essere creduto dio ed avere gli onori tributati 
agli immortali, avesse dato a tal volere la forma di co- 
mando, tutte le persone del suo seguito, che Curzio sovente 
ci dice o silenziose e guardinghe o prone ad ogni cenno 
del loro signore, non avrebbero di sicuro opposto un rifiuto 
anche solo discusso l'ordine. Tutta la scena tra il Siculo 
adulatore Cleone e Callistene, vindice del duro orgoglio Ma- 
cedone, non avrebbe ragione d'essere, come non s' inten- 
derebbe il sotterfugio di Alessandro, che, facendo le viste 
di non saper nulla di tutta la questione, fa invece di sua 
iniziativa avanzare in modo subdolo la proposta (cfr. § 10 
' sicut praeparatum erat ' ; § 22). La correzione di leep ha 
anche un altro ostacolo materiale nell' inizio del periodo 
seguente: ' non deerat talia concupiscenti perniciosa adu- 
latio '. Ma che cosa sostituiremo noi ? lasceremo intatta la 
tradizione nel modo sopra indicato? Quest'ultima decisione 
mi pare la meno probabile : o ' itaque ' o ' itaque ' che sia, 
l'assenza di un verbo è sempre assai penosa. Dunque, o 



198 L. CASTIGLIOXI 

conservare la lezione dei codici e supporre una lacuna da 
riempirsi con un verbo di significato analogo a * velie ', op- 
pure correggere questa parola e sostituire in sua vece una 
che permetta di estendere la reggenza del verbo ' volebat ' 
anche a quest' ultima proposizione. Nel primo caso * ita- 
que ' e un suo verbo non appaiono interamente congrui alla 
struttura complessiva del periodo che preferirebbe anche 
qui l'infinito passivo, nel secondo possiamo servirci di qual- 
che esempio, anche se nessuno sia assolutamente decisivo. 
Cfr. IX. X. 25 dove ' iubet ' regge da solo tre infiniti: ' sterni 
iubet — disponi — ornari ', per altro in tre proposizioni suc- 
cedentesi in ordine più regolare. Accettata la probabilità 
di questa reggenza, a sostituire * itaque ', megho ancora 
di ' atque ', dato il cambio degli infiniti, servirebbe ' item- 
que ' o anche ' item '. Per quest'ultimo si confronti IX. x. 26 
* primi ibant - item - comissabundus exercitus ' ; X. i, 39 
' coeperat esse praeceps - item ad deteriosa credenda '. 

Vili. V. 21 * Nec quicquam eorum, quae invicem iacta[ta] 
erant, rex ignorabat '. La geminazione della stessa sillaba 
nel corso di una parola, è un errore di tutti i codici e di 
tutte le età: in Curzio Rufo si confronti VII. xi. 29 * dedi- 
deditorum ' P, ' dedititiorum ' C, invece di * deditorum ' ; 
ib. XI. 25 ' inaniania ' P : ' inania ' C. Ma non ostante la ten- 
denza all'errore, troviamo anche nel nostro archetipo a più 
riprese la lezione vera : * Vili. T. 38 * nihil ex omnibus in- 
consulte ac temere iactis ' ; Vili. vili. 19 * probra, quae in 
me modo iecisti '. L'uso di ' iactare ' è alquanto diff^erente : 
esso sta bene là dove e' è implicito il concetto di vanteria^ 
e di esagerazione, come IX. IL 12 ' multa - de industria 
esse iactata '. 

Vili. Vili. 6 ' Lyncestem vero Alexandrum, bis insidia- 
tum capiti meo, a duobus indicibus [liberavi] rursus convic- 
tum, per triennium tamen distuli '. La collocazione straor- 
dinaria del verbo finito, mi pare indichi a sufficienza la 
sua provenienza del margine ; cambiar esso e l'avverbio se- 
guente, con lo Hedicke, in * litterisque suis ' mi sembra una 
cosa ben rischiosa; d'altra parte esso è così improprio per 
denotare l'assoluzione e il perdono, che non credo meriti 



OSSERVAZIONI CRITICHE K GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 199 

d'esser mutato di posto insieme con l'avverbio, il quale 
trova il suo naturale riferimento nel seguente ' convictum '. 
Levato via il verbo ' liberavi ' (sarà forse stato in origine 
* ]iberavi<t> ', aggiunto in margine come dilucidazione del 
passo), è tolta via anche un'altra difficoltà dell'espressione 
o, meglio, una mancanza di precisione nel modo d'espri- 
mersi, perchè Alessandro Linceste, che costituì due volte un 
manifesto pericolo per la vita del re, non fu così alla sem- 
plice lasciato libero, prosciolto due volte, ma soltanto dopo 
il primo tentativo ; dopo, cioè, la congiura che costò la 
vita a Filippo, ma in compenso fruttò il regno ad Alessan- 
dro Magno. Questo si dovrebbe ricavare dal testo tradizio- 
nale, dove, per altro, la mancanza d'una determinazione 
più precisa riguardante il verbo, ' liberavi ", costituisce 
un grave difetto di perspicuità. Ma il re macedone non 
aveva bisogno qui di far risaltare la propria misericordia, 
richiamandosi alla prima assoluzione del cospiratore — il 
primo ' parricidium ' era ormai cosa lontana e da accennarsi 
con discrezione — ; costituiva già un atto di gran clemenza 
e di rispetto alla legalità il non aver giustiziato immediata- 
mente il vecchio colpevole recidivo, dopo la seconda con- 
giura e la denunzia fatta in piena regola da due delatori. Da 
questo nesso di fatti trae il suo valore l'avverbio ' bis ', che 
non doveva per nessuna ragione essere dallo Hedicke ac- 
cresciuto sino a diventare * quamvis '. Dei molti e significa- 
tivi esempi di proposizioni concessive enunciate in forma 
participiale, senza l'accompagnamento dell'avverbio che le 
distingua, ne sceglierò solo qualcuno : III. vi. 13 ' hac epi- 
stula accepta — tamen bibi ' ; * IX. V. 17 ' tribus iaculis con- 
fossus, non se tamen — tuebatur '; Vili. vili. 2. 

VII. IX. 10. Non so, dato l'uso che da Livio in poi si 
estende sempre maggiormente, del gerundio dativo, se si 
possa scrivere questo passo così : * Ethymanthus crebris 
flexibus subinde curvatus rigandis <agris> carpitur '. I codici 
hanno * rigantibus ' variamente suppHto, ma che potrebbe 
aver subito l' influenza del vicino ' flexibus ', traendo con 
sé nel suo corrompersi il prossimo sostantivo. Altri scrittori 
avrebbero, ad esempio, detto ' ad rigandos agros ', oppure 



200 L. CASTIOLIOM 

adoperata altra forma : per Curzio cfr. Vili. X. 80 ' ingen- 
temque vim materiae faciendo aggeri detrahebantiir "; 
cfr. anche IV. u. 8; V. ili. 7. 

Vili. X. 24 ' ad occidentera et a meridie velut de 
industria rupes praealtas obmolita natura est '. A causa 
della lezione di P: ' occidentem a meridie' Hedicke, se- 
guendo Kinch (p. 84), scrive ' occidentem ac meridiem '. 
Non credo che i due benemeriti studiosi abbiano completa- 
mente ragione. Una corruzione formatasi dal passaggio del- 
l'ablativo in accusativo e dalla successiva scomparsa della 
congiunzione ' et ', non è per nulla meno probabile : così 
vediamo infatti dividersi le lezioni dei codici in VII. in. 7 * ab 
occidente P: ad occidentem 0'. L'ablativo, poi, per sua 
natura, appare nei riguardi sintattici del passo più conve- 
niente. In questo luogo non si parla precisamente della 
posizione geografica della città e dei punti cardinali, verso 
i quali essa prospetta. Certo è che in casi analoghi a 
questo Curzio Rufo non adopera l'accusativo; ne 
l'uso riesce dissimile da quello che vediamo nel greco, nei 
testi del genere di quelli dai quali il nostro scrittore toglie 
queste sue determinazioni e definizioni topografiche. Ricor- 
diamo, per esempio, in Arriano (IV. 29. 9) tòv hjnéra ròr 
TTQÒg 2iòcovoi;\ [ib. § 10) ex Hiòàìvog (péoovja. Ma sopra tutto 
torniamo al nostro autore e prendiamo qualcuna delle parti 
dell'opera più somiglianti a questa : vedremo che l'accusa- 
tivo s'accompagna con i verbi che lo richiedono natural- 
mente, verbi geografici, s' intende, ' vergere, excurrere, spec- 
tare, pertinere ' ; dove non hanno luogo queste determi- 
nazioni, e s'indica soltanto la parte dalla quale vi è qualche 
cosa di notevole o qualche impedimento naturale, come 
fiumi, monti, allora prevale l'ablativo: IV. xn. 18 * ab oriente 
- a septentrione ' ; \V. w . 19; VII. in. 7; IX. ili. 13 'regio 
a meridie minus vasta est '; IX. i\'. 8 * a septentrione Indus 
adluit, a meridie Acesines '. Come conclusione, io scrivo il 
testo così: ' ab occidente et a meridie - rupes praealtas 
obmolita natura est '; invece di un volgare accusativo legato 
intimamente al verbo, abbiamo serbato un indipendente 
ablativo di direzione, che mantiene più variata la struttura 



OSSKKVAZIONI CRITICHE E GHAMMATICALI A CURZIO RUFO 201 

della frase. La congiunzione tra i due complementi è stata 
in P assorbita dalla desinenza del primo sostantivo passato 
al caso accusativo: conservo cosi la ripetizione della prepo- 
sizione, perchè questo in Curzio si verifica assai più spesso, 
che non il caso opposto (cfr. Bùttner, p. 41). 

Vili. XIV. 12 * metu, quem ex ilio hoste quondam con- 
Ceperant, etiam in religionem venerationemque converso'. 
Spesso malgrado l'opera e la diligenza di tanti lettori, pas- 
sano inosservati, senza che ci si renda esatto conto della 
loro funzione, alcuni elementi, a prima vista meno vitali, 
di una frase, di un periodo, d'un tratto di narrazione ; ele- 
menti che sottoposti ad attento esame si rivelerebbero facil- 
mente come oziose aggiunte, ovvero — e qui la responsabi- 
lità dello scrittore è affatto esclusa — come non rispondenti 
all' ufficio loro affidato. Tale è precisamente il caso di 

* etiam ' nel passo che abbiamo trascritto. Ha esso valore 
intensivo ? ha un significato suo, che doni o basti da solo 
a donare energia e vigore all'espressione ? come si può nel 
miglior modo conciliarlo anche con ciò che precede? Ri- 
chiamata l'attenzione su questo punto, non è arduo persua- 
dersi che in sostanza la risposta a tutte codeste domande 
è in massima negativa, e la frase correrebbe spedita senza 
la presenza di siffatta congiunzione. Ma, d'altra parte, se 
anche senza di essa l'enunciato se ne va liscio e piano, non 
è questa una buona ragione per condannarla : con e senza 

* etiam ' si avverte sempre nella seconda parte della pro- 
posizione una singolare mancanza di rilievo in confronto 
al * quondam ' che si trova nell' inciso. E chiaro che un 
avverbio di tempo significherebbe per questa frase tutto 
ciò cui non basta la congiunzione ancorché di carattere 
accrescitivo, anzi darebbe a questa o a un elemento che 
la sostituisse l'importanza assegnatale dallo scrittore. Tale 
avverbio si può restituire senza ricorrere a modificazioni 
troppo violente della tradizione. Per di più, quando noi 
congetturiamo ' metu — tum iam in religionem veneratio- 
nemque converso ', ci ritroviamo oltre che ad avere otte- 
nuto quanto realmente giova al retto intendimento del testo, 
ad incontrarci anche in altre locuzioni del genere, che prò- 



202 L. CASTIGLIOXI 

vano la compiacenza dello scrittore ad atteggiare in tal modo 
il pensiero: III. xiii. 12 ' olim quidem — detracta, sed tura 
sortem — adgravante fortuna ' ; IV. vi. 29 ' iam tum pere- 
grinos ritus nova subeunte fortuna '. Nella nostra restitu- 
zione, i due avverbi ' tura iam ' finiscono col formare un 
unico nesso che contiene contempcrati i valori di tempo e 
d' intensità che si addicono al passo ; per questa ragione 
ci siamo astenuti dal proporre ' (tura) etiara ', non trovando 
sufficienteraente giustificata la funzione della congiunzione 
nel contrapposto ' metu - religionem venerationeraque '. Ad 
ogni modo, è superiore al dubbio la necessità della gra- 
dazione di tempo espressa dall' avverbio da noi restituito. 
Vili. XIV. 19. E necessario avere sott'occhio il periodo 
intero: ' Quippe longas et praegraves, nisi prius in terra 
statuerunt arcum, haud satis apte et coraraode iraponunt : 
tura hurao lubrica et ob id inpediente conatura, molientes 
ictus celeritate hostiimì occupa<ba>ntur '. Il presente * in- 
ponunt' è fuori d'ogni discussione: si è giustaraente osser- 
vato come Curzio Rufo, nei passi ove si riferiscono carat- 
teristiche notizie di costumi, si accennano brevi tratti di 
paesaggio, adoperi promiscuamente le forme del passato e 
dell'attualità. L'altro presente, invece, da noi rautato ora 
in iraperfetto, sarebbe naturalraente da considerarsi come 
presente storico narrativo, ciò eh' io nego debba avvenire 
nei riguardi tanto del periodo, quanto dell' intero tratto di 
narrazione. La frase * quippe - inponunt ' costituisce come 
una parentesi esplicativa, e lascia che il resto del periodo 
si congiunga direttamente a un enunciato espresso col verbo 
all'imperfetto, così: ' ne sagittarum quidem ullus erat bar- 
baris usus, - hurao lubrica - raolientes ictus celeritate ho- 
stium occupabantur '. Evidenteraente per dimostrare que- 
sto ricongiungersi delle parti, ho dovuto omettere l'avverbio 
' tum ', che, interrotto il corso naturale del racconto, serve 
soltanto ad opporre alla nozione generale della difficoltà di 
manovrare l'arco, il caso speciale di questa battaglia. Ma 
neraraanco nelle parti seguenti e' è appiglio per giustificare 
il tempo verbale dato dai codici; la narrazione infatti con- 
tinua espressa ali" iraperfetto. Un carabiamento di terapo 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 203 

dovuto al fatto che il verbo segue la parentesi determinata 
con un presente, non mi pare aver notevole probabilità, e di 
miscela di tempi, compiuta in siffatta proporzione, non trovo 
esempio presso uno scrittore, che abbia cura di un po' di 
congruenza tra le parti del racconto. Il passaggio dell'imper- 
fetto al presente storico si compie con grande disinvoltura 
subito dopo (§ 22), per mezzo di un forte distacco tra le 
parti; altrove (§34) è anche accortamente preparato da 
una proposizione temporale (' donec ') espressa appunto per 
mezzo del perfetto. Gioverà infine un ultimo richiamo a 
quanto abbiamo più volte avvertito : il presente storico e 
il perfetto sono riservati all'enunciazione degli eventi di 
carattere primario; il piuccheperfetto e l'imperfetto per le 
parti di scorcio, per tutto quello che è, diremo così, l'ac- 
cessorio del racconto, il suo completamento. Qui ecco la 
serie : * perrupit - iussit ' ; ' poterat - erat - occupabantur 
- errabant - iubebant - consulebatur ' ; Porus - ire pergit - 
iubet '. Ben distinte adunque l'azione momentanea e la 
continuativa, ambedue nel passato. 

Vili. XIV. 30-31 ' Itaque pecorum modo, magis pavidi 
quam infesti, ultra aciem exigebantur : cum Porus - coepit 
ingerere '. Muetzell, alla cui opinione si sono conformati 
gli editori recenti, scrive ' iamque ' in luogo di ' itaque ' e 
restituisce, anzi crea un altro fra gl'innumerevoli esempi 
del nesso ' iamque - cum '. Esso, per altro, trova qui una 
stentata applicazione. ' Itaque ' che non s' impaccia af- 
fatto con r ' ergo ' che dà principio al periodo precedente^ 
completa con la sua frase il racconto della disfatta degli 
elefanti e lo lascia concludere come un episodio a parte. 
Per il rimanente, lo sforzo estremo di Poro inaugura un'ul- 
tima epica fase del combattimento. Si tratta adunque con 
certezza di due punti diversi dell' istessa narrazione, che 
vogliono però rimanere tra di loro indipendenti. Ricordia- 
moci inoltre che con 'iamque' si esprime il più delle volte^ 
specialmente quando il tempo del verbo è l' imperfetto, 
l'azione nel suo periodo formativo, con la possibilità che 
questa sia interrotta o modificata da ciò che forma il con- 
tenuto della proposizione principale in correlazione con 



204 L. (JASTIGMONI 

essa. Anche questo è un elemento assolutamente estraneo 
al momento della scena riprodotta qui ; mentre lasciando 
intatto ' itaque ' l'imperfetto mantiene un opportuno suo si- 
gnificato di azione continuata, convenientissiino ad un punto 
del racconto, che si lascia interrotto nel suo svolgersi, per 
passare ad altro. 

Quanto ho detto non stabilisce l'esattezza della tradi- 
zione in tutte le sue parti : chi corresse * itaque ' vi fu 
mosso dal ' cum ' della proposizione seguente, che certo gli 
diede l' impressione d'una mancanza di corrispondenza sin- 
tattica tra le parti. Non a torto: conservato 'itaque' e la- 
sciato a questa proposizione il suo ottimo significato con- 
clusivo, non si può fare altrettanto con * cum '. Qui real- 
mente sta l'errore, e la correzione ne è oltremodo facile e 
piana. Cambiata una sola lettera, si ha ciò che conviene : 
' tum '. Questo avverbio dà al periodo la propria indipen- 
denza e, cosa pure di rilievo, serve egregiamente a staccare 
il nuovo episodio da tutto il complesso del racconto. Cfr. 
Vili. XIV. 34; IX. I. 32etc. 

Vili. xiv. 41 ' cum Taxilis esset in deditos clementiae 
meae tam propinquum tibi exemplum '. I codici hanno ' pro- 
pinquo ', ma già il correttore di L trovò, oppure escogitò 
la lezione adottata dagli editori ; il che non esclude af- 
fatto che Curzio Riifo abbia potuto scrivere ' tam <in> pro- 
pinquo '. Ma su questo punto non voglio intavolare una 
questione ; piuttosto voglio richiamare l'attenzione su quel 
genitivo ' Taxilis ' da riferirsi ad * exemplum '. Non eh' io 
neghi assolutamente che tale struttura possa stare, ma l'in- 
tercedere dell'altro genitivo ' clementiae meae ' la rende 
alquanto inusata e impedita. Chi potrebbe in teoria condan- 
nare un' espressione come questa * cum clementiae meae in 
deditos esset tibi tam in propinquo exemplum Taxilis ' ? Ma 
a rendermi alquanto dubitoso, per ciò appunto che riguarda 
Curzio, concorre oltre l'avvertita durezza, anche un tipico 
esempio (III. il. 18 e altrove): ' Tu quidem - tam subito mu- 
tatus documentum eris posteris, homines -etiam naturam 
dediscere ', Arrischierei dunque una proposta: * cum Taxiles 
esset in deditos clementiae meae tam propinquum (opp. *tam 



OSSERVAZIONI CRITICHE E (iUAMMATlCALl A CURZIO RUFO 20& 

<in> propinquo '; qui è indifferente, nell'altra frase conver- 
rebbe certo meglio quest'altra locuzione) tibi exeniplum '. 
Ricorderemo ancora una volta Ovidio, che in modo non 
sostanzialmente diverso (Met. IX. 454) dice: ' Byblis in exem- 
plo est, ut ament concessa puellae ' ; cfr. Vili. XIV. 26 ; V. 
vili. 15 * documentum ipse sum ' e *X. V. 25. 

Vili. XIV. 43. Poro ad Alessandro che gli chiede che 
cosa pensi debba egli stabilire a suo riguardo : " Quod hic " 
inquit " dies tibi suadet, quo expertus es quam caduca fe- 
licitas esset ". Plus monendo profecit, quam si precatus 
esset '. Ho aggiunto (|uest' ultima frase, perchè credo che 
le forme dei due verbi estremi si siano vicendevolmente 
influenzate, o meglio, la prima di esse sia stata fuor di pro- 
posito modificata dalla seconda. L'imperfetto congiuntivo 
della risposta di Poro può essere riconosciuto genuino, sol- 
tanto quando il perfetto ' expertus es ' sia dimostrato avere 
il valore di tempo storico: dimostrazione almeno altrettanto 
difficile, quanto l'opposta. Tuttavia, considerato il momento 
e il genere della risposta, appare molto più verisimile che 
si tratti di un perfetto principale, esprimente appunto l'ef- 
fetto durativo e permanente dell'azione. A questa conclu- 
-sione conduce principalmente il carattere di sentenza rive- 
stito dalla proposizione che ne dipende, alla quale però, 
come a quella che contiene un concetto generale e una 
verità che non è alla mercè di alcuna circostanza, assai 
bene si converrebbe il presente. Suppongo, per conseguenza, 
che Poro, camuff'ato per l'occasione un po' da retore e da 
filosofo, abbia risposto al suo vittorioso nemico: 'quod hic 
dies tibi suadet, quo expertus es, quam caduca felicitas 
<res> sit'. Il sostantivo che ho aggiunto ha cooperato cer- 
tamente alla lieve depravazione del contesto, e d'altra parte 
io non l'ho escogitato per pure ragioni paleografiche, perchè 
la corruttela si sarebbe potuta spiegare a sufficienza per 
l'influsso indicato innanzi. Leggiamo in Seneca, de ben. IV. 
38. 2 ' quam sacra res sit ' ; epist. XXXII 3 ' quam pul- 
chra res sit ', e della coincidenza va tenuto il debito conto. 

IX. I. 5. Si parla dei rinoceronti : ' Ceterum hoc nomen 
beluis inditum a Graecis; sermonis eius ignari aliud lingua 



206 L. CASTIGMUNI 

sua usurpant '. Chi non aggiunge nulla alla seconda propo- 
sizione, parla di un'aspra omissione del soggetto; ma tanto 
costoro, quanto Kinch e Hedicke, che nell'edizione modifica 
leggermente il supplemento dell'altro, credono che tale sog- 
getto sia ' Indi '. Ed è una supposizione proprio strana; sa- 
rebbe precisamente come se oggi un viaggiatore, descri- 
vendo, puta caso, la Germania, venisse a parlare dei cervi 
o di altro qualsivoglia animale, e concludesse : noi Italiani 
li denominiamo con questi nomi ; i Tedeschi, che non sanno 
l'Italiano, li chiamano nella loro lingua in altro modo. Non 
e' è nazionalismo che tenga : un tal modo di esprimersi su- 
sciterebbe una grandiosa ilarità e dimostrerebbe nello scrit- 
tore una notevole tendenza a invertire i termini delle que- 
stioni. È proprio questo il caso di Curzio Rufo o, se si vuole, 
della sua fonte ? Se il passo riferito fosse tramandato in 
guisa da non suscitare il menomo sospetto di guasto e di 
lacuna, lascerei da parte ogni discussione e additerei anche 
questo punto come una nuova prova della fretta deplorevole 
con la quale questo nono libro, il pessimo in tutta l'opera, è 
stato tirato via. Ma l'omissione del soggetto è stata forse 
a buon diritto reputata troppo dura e irregolare, perche 
potesse esser tollerata: questo non è certo un caso confron- 
tabile con quello del quale già ci occupammo (IX. I. 23), 
e le omissioni di soggetti come ' rex, Dareus ' hanno una 
loro particolare e non difficile spiegazione, e qui non vi è 
nemmeno termine dal quale cavare tale indispensabile ele- 
mento (1). Noi non amplieremo di troppo questa lacuna, che 
ha già tanta probabilità di esistenza non fittizia; basterà 
un cambio di terminazione nell'aggettivo e un conseguente 
mutamento d'interpunzione: * Ceterum hoc nomen — a Grae- 
cis sermonis eius ignari<s ; Indi) aliud lingua sua usurpant '. 
E cessano cosi tutti i legittimi motivi di scherzo. 

Il riferimento e il valore del pronome genitivo ' eius ' 
non possono, d'altra parte, offrire serio ostacolo : ' sermonis 
eius ' per una specie di attrazione non rara, vale quanto 
* sermonis earum gentium ', concetto che è determinato in 
modo più preciso dal contenuto e dal soggetto della pro- 

(1) Poco <;iovc'r('l)l)c iilla cliiarezza dell'esposizione, P n<;;iiaglian/a, 
sintatticamente iriri)rensil)ile, ' ij;nari ' : oi (ìyroovvTFg. 



OSSERVAZIONI CKITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 207 

posizione seguente. De} resto un uso singolare del dimostra- 
tivo ' is ', s' incontra già in VII. VI. 27 * apud eos ', col 
quale complemento si accenna agli indigeni del paese, nel 
quale prende stanza una colonia istituita da Alessandro. 
Cfr. anche Vili. li. 19 dove * apud eos ' è usato parlandosi 
parimente dei barbari ; in caso diverso qui, se si fosse par- 
lato di idioma greco, sarebbe stato opportuno ' huius '. 

IX. I. 25 ' Si quos <ad deformitatem) insignes aut aliqua 
parte membrorum inutiles notaverunt '. Il mio supplemento 
è preso dal seguente passo di Cicerone (De Leg. Ili, 19): 
' tamquam ex XII tabulis insignis ad deformitatem puer '. 
L'altro confronto con Cicerone, de orat. II. XXII. 90 non 
serve a testimoniare l'integrità delle parole Curziane, quali 
ci sono date dalla tradizione : questo parve anche allo He- 
dicke, secondo io credo, con ragione ; da costui dissento 
soltanto nel modo di colmare la lacuna. E invero molto 
più caratteristica della sua reggenza d'ablativo, è l'espres- 
sione ' insignis ad alqm. rem ', per la quale il nostro scrit- 
tore non cela qualche compiacenza : cfr. IV. IV. 19 ' insignis 
ad memoriam ' ; IX. I. 31 ' nobiles ad venandum ' ; *IX. V, I 
' magis ad famam temeritatis, quam gloriae insignis ' (dove 
mi piacerebbe assai un'ardita variazione: 'quam gloria in- 
signis '). Questo mi par che basti. Se poi Curzio Rufo, det- 
tando questa frase, sia stato tratto a ricordare l'antica di- 
sposizione delle severe leggi Romane e fors' anche il citato 
passo di Cicerone, a noi spontaneamente richiamato da que- 
sta situazione, è cosa assai dubbia: Cicerone non è per Curzio 
il 'suo autore', ma invece ricordi di usi e costumanze romane 
fanno capolino qua e là, e non soltanto nell'inetta nomen- 
clatura anacronistica, come ' praetor, praefectus '. Cfr. p. e., 
III. XI. 7 'opimum decus caeso rege expetens ". 

IX. III. 1 ' Ne sic quidem ulli militum vox exprimi po- 
tuit '. Il caso del pronome è, per più d'una ragione, assurdo. 
Ad Alessandro, in fin dei conti, non importava udire la voce 
di uno o più soldati, ma bensì la voce dell'esercito, e pos- 
sibilmente quell'alacre grido, che tante volte aveva accolto 
le sue vibranti esortazioni (VI. IV. 1 ; IX. IV. 23), o, quanto 
meno, un indizio delle comuni disposizioni di spirito. Invece 
questa volta non riesce a cavare una parola che esprima il 



20b L- OASTIGLIONI 

sentimento della massa, cioè, espresso nei suoi veri termini 
* ne sic quidem lilla militum vox exprimi potuit '. A que- 
sta correzione che indubbiamente migliora il senso del passo, 
anzi dà a questo l'unico significato tollerabile, suffragano 
anche considerazioni sintattiche e, dal lato della forma, 
espressioni come ' vix ullus - a' e simili (p. e. 111. XI. 23; 
Ib. XIII. 14s Vili. XIV. 4), dal lato del contenuto il tenore 
della situazione stessa ed altri esempi, come X. vii. 8 ' haec 
vulgi erat vox '; VI. ix. 7 ' indignatione expressa vox'. 

IX. II. 10. Riguardo alle forme di ablativo gerundivo 
con e senza preposizione, si può vedere qualche notizia presso 
Bùttner (p. 15 sgg.). Se a uno dei tre esempi di tale costru- 
zione verbale, privi di preposizione (IV. \\. 9; ib. § 29; 
IX. 11. 10), convenisse apportare una modificazione, io credo 
che senza esitanza proprio questo ne sarebbe il caso. Il con- 
fronto con l'uso de! semplice gerundio unito al verbo ' fa- 
tigari ' (Vili. III. 1) indica chiaramente le sfumature di si- 
gnificato, che codesto verbo assume secondo le sue varie 
forme di reggenza. In questo caso, salve le dovute riserve, 
la frase acquisterebbe una nuova precisione, il complemento 
se n'avvantaggerebbe, quando tutto fosse restituito in que- 
sta forma : ' abundantes onustosque praeda magis parta frui 
velie, quam <in> adquirenda fatigari '. 

IX. III. 7 * Emensis maria terrasque melius nobis quam 
incolis omnia nota sunt '. Manca a questo enunciato la de- 
bita enfasi, e non si può legittimamente confrontare, né 
come forma ne come significato la frase di IX. iv. 19. A 
Ceno, che si è preso l'incarico di dimostrare ad Alessandro 
che i suoi soldati sono sfiniti dalla lunga spedizione, deve 
premere di far risaltare l'immensità delle fatiche sostenute, 
l'estensione e la quantità delle terre percorse, le condizioni 
deplorevoli alle quali l'esercito è ridotto. Elementi fonda- 
mentali dell' arte retorica, a proposito dei discorsi degli 
ammutinati, dei quali anche Tacito, che (gualche volta ha 
preso un po' di questo colorito Curziano, si serve volta a 
volta (p. e. Ann. I. 16 sgg.). Una piccolissima aggiunta basta 
per ridare al passo la sua vivacità: * emensis <tot> maria ter- 
rasque '. A proposito di IV. xi. 13 abbiamo già veduto che 

18 1. 'i'12. 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 203 

largo uso Curzio pratichi dell'avverbio correlativo ' tam ' 
parimenti in tono enfatico esclamativo: lo stesso vale per 
l'aggettivo ' tantus ' e, come ora vediamo, per ' tot '. Non 
si dà il caso di dover svolgere parecchie pagine di seguito 
senza che se ne debba mietere una larga messe e, ciò che più 
vale, senza trovarlo usato in espressioni retoriche, nei di- 
scorsi, negli epiloghi delle scene più tragiche: cfr. *1V. XIV. 1 
* emensis tot terras ' ; «è. § 7 ' tot terrarum spatia eraensis, 
tot amnibus montibusque — obiectis '; V. ni. 9 ' tot urbium 
victores '; V. V. 14; *VI. III. 16 ' qui tot proculcavimus ni- 
ves, tot amnes superavimus, tot montiura iuga transcucur- 
rimus'; *IX. IL 10 'tot emensi spatia terrarum'. Un altra 
genere di espressione sarebbe stato soltanto possibile con 
l'aggiunta dell'aggettivo * omnis ', come III. xn. 18 ' omnes 
gentes Victoria emensos ', e solo allora — perchè il tipico 
' terra marique ' non mi pare che abbia a vedere con la 
struttura e il significato di questa frase — il passo in que- 
stione avrebbe potuto con ragione essere riavvicinato al 
nostro ' percorrere mare e terra ' nel senso accrescitivo di 
percorrere tutto il mondo, infiniti spazi di terre ; ma nep- 
pure questo accostamento converrebbe alla situazione tanto, 
quanto la frase nella forma da noi ridatale. Non vale poi 
la pena di discutere passi come IX. IV. 19, la cui peculiare 
condizione appare diversa alla sola lettura. 

IX. IV. 8 * Arx erat oppidi intacta, in qua praesidium 
[dejreliquit '. Non io dovrei giustificare la locuzione ' relin- 
quere praesidium ', ma piuttosto toccherebbe a chi volesse 
difendere la tradizione, ricercare più o meno faticosamente 
qualche esempio che faccia al caso, e credo che in Curzio al- 
meno ricercherebbe invano. Cfr. invece III. vi. 11 ; V. VI. 11 ; 
IV. VII. 4. Del resto assai più frequente e abituale nel no- 
stro scrittore è il dire ' inponere praesidium alicui loco '. La 
sillaba incriminata * de ' è una casuale geminazione della 
sillaba seguente, oppure è stata conservata per una male 
intesa correzione interlineare {v(el) re) dell'archetipo. 

IX. IV. 9 ' Ceterum amnium coetus maritimis similes 
fluctus movet, multoque ac turbido limo, quod aquarum 
concursu subinde turbatur, iter, qua meat?«- navigiis, in te- 

Stioìi ita!, ili filol. classica XIX. 14 



•210 I.. CASTIGLIONI 

nuem alveum cogit[iir] '. Il supplemento al primo verbo è di 
Heinse; la seconda correzione è mia. Non mi è ignoto che 
Curzio Rufo talvolta anche in proposizioni tra loro rigoro- 
samente coordinate per il senso e per mezzo della congiun- 
zione, usa il cambiamento di soggetto; che anzi tale appa- 
rente trascuratezza costituisce il più delle volte in lui una 
ricercatezza. Ma qui, rispettando la tradizione, tale abitu- 
dine, oltre al non trovare una perfetta esplicazione, agirebbe 
in modo tale, che n'andrebbe di mezzo la chiarezza del 
contesto. Si aggiunga che, accettato il mutamento proposto, 
questa continuazione dell'attività del primo soggetto ' coe- 
tus ', ha in sé qualche cosa di squisito e di elegante, lasciando 
l'espressione, che indica il fatto compiuto, alla dipendenza 
diretta della causa efficiente, com'è più volte anche in Cur- 
zio, specialmente ove si tratta di soggetti inanimati, che in 
realtà compiono la loro azione non per proprio volere, ma 
sotto il solo influsso di forze naturali. Anche questa è una 
qualsiasi espressione della tendenza a personificare, eminente 
in questi scrittori. Cfr. VI. IV. 4 ' fluit, deinde — duo itinera, 
velut dispensatis aquis, aperit ' ; * ib. § 5-6 ' rursusque an- 
gustioribus coercitus ripis iter cogit'; VII. x. 2 * torrentem 
eum ripae in tenuem alveum cogunt '. 

IX. i\'. 25 ' Sed — haud traditur, metune an oborta se- 
ditione inter ipsos — subito profugerunt barbari, certe avios 
montes et inpeditos occupaverunt '. Lo Hedicke supplisce 
' et ' dinanzi ad * avios ', ma rimane tuttavia nel passo una 
menda, e precisamente nella collocazione di ' certe ', il cui 
valore consiste tutto nell'opporre il dato di fatto alle varie 
possibili cause di esso, o a congetture di qualsivoglia spe- 
cie. Per tale sua funzione non deve rimanere, al massimo, 
che dopo la prima parola della sua proposizione, o comun- 
que soltanto là dove possa apparire integro il suo signifi- 
cato, compiuto il suo ufficio. Esempi di trasposizioni erronee 
nell'archetipo Curziano non mancano (gli es. presso Biittner, 
p. 10); crederei dunque di non allontanarmi dal vero, po- 
nendo gli elementi costitutivi del passo in quest'ordine : 
'subito certe profugerunt barbari et avios montes — oc- 
cupaverunt '. Potrebbe così anche essersi dato che * certe ' 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 211 

mosso dalla sua sede naturale avesse prodotto la perdita della 
congiunzione, che verisiniilmente è ora ben supplita. Chi 
poi, seguendo per intero la tradizione, interpunge innanzi a 
' certe ', peggiora assai le cose. A proposito, infine, di que- 
sto passo, non mi pare possano calzare in tutto e convenir 
qui, dato il carattere oppositivo dell'avverbio, le belle os- 
servazioni di Bùttner (p. 6 sg.) a proposito della colloca- 
zione in clausula degli avverbi. Cfr. IX. vili. 24 ' dubitari 
poterat; tum certe '; *X. III. 4 ' sive — si ve — sive — con- 
terruit eos: singulare certe ediderunt patientiae exemplum'; 
V. vili. 17; ib. XI. 11 ; Vili. X. 36. 

IX. VI. 6. La nota facilità con la quale questi scrittori 
omettono i soggetti delle proposizioni dipendenti infinitive, 
non quadra affatto a questo proposito: "Credisne", inquit, 
" adventu magis hostium, ut iam in vallo consisterent, sol- 
licitos <nos> esse, quam cura salutis tuae, ut nunc est, tibi 
vilis ? " Che non ci sia pericolo di ambiguità, è già una 
bella cosa; ma è altrettanto certo, che soltanto con l'ag- 
giunta di questo supplemento, la funzione sintattica del pe- 
riodo si può avvantaggiare in completezza e precisione. Bi- 
sogna infine che si ponga mente anche a ciò che acquista 
di significativo il passo dall'energico contrasto tra questo 
pronome e il contrapposto aggettivo possessivo e dal suo 
rapporto col pronome di seconda persona. Per ciò che ri- 
guarda la forma del periodo, cfr. IV. xiil. 22 * Credisne me 
prius somnum capere potuisse, quam exonerarem animum 
sollicitudine ? ' — Ho conservato questa nota, malgrado 
veda ora che il supplemento è già offerto dai codici inter- 
polati ed accettato nell'edizione di Damsté, perchè osservo 
che neppure ha creduto di dovervi accennare il novissimo 
editore di quest'opera. 

IX. VII. 24 ' Hinc ad criminationem invidorura adaper- 
tae sunt regis aures '. Non conosco davvero come si soglia 
giustificare questo singolare ' criminationem '. Scambi di nu- 
mero sono brevemente registrati nel buon riassunto di gram- 
matica Curziana di Vogel-Weinholdt, p. 175, §§ 7-10; ma 
non c'è nulla che faccia al caso nostro, ovvero oltrepassi 
di molto in arditezza esempi già noti. Qui, poi, s'aggiunge 



212 L. CASI'IGMOXI 

che il plurale esprimerebbe accortamente la varia specie delle 
accuse, che da più parti venivano mosse contro Dioxippo. 
Ad una più o meno stiracchiata interpretazione del testo, 
io penso che sia di gran lunga da preferirsi la sostituzione 
della scrittura: ' criminationes '. Cfr. anche X. i. 27 sg. 

IX. IX. 10 * Identidem intumescens mare et in campos 
paulo ante siccos descendere superfusum '. Non è del tutto 
chiaro come gli editori vogliono che si abbian ad inten- 
dere queste parole e come ne determinino il valore sintat- 
tico: l'interpunzione di Hedicke è purtroppo, come spesso, 
affatto insufficiente. Difficilmente questa frase può essere 
quale è uscita dallo stilo dello scrittore. Conservando il par- 
ticipio, io penso che non sarebbe fuor di proposito un supple- 
mento come: 'intumescens mare <levari> ' ; ma perchè non 
è detto che per la presenza di ' identidem ', debba essere 
necessario un participio, non escludo che possa anche ser- 
vire allo scopo una semplice sostituzione di tale forma ver- 
bale con r infinito storico, così : ' Identidem intumescere 
mare — et descendere superfusum '. (Cfr. Vili. III. 2). Comun- 
que Curzio Rufo non delinea siff"atto genere di descrizione 
in modo diverso, quando un' altra volta riproduce lo scon- 
volgersi del mare in tempesta (IV. ni. 17): ' Tum inhorre- 
scens mare paulatim levari, deinde fluctus — ciere et inter 
se navigia conlidere'. Che cosa ci guadagni il passo nella sua 
forma tradizionale con l'interpretazione ' et = etiam ', che 
a mala pena credo possibile, non mi riesce di vedere per- 
fettamente. E del tutto naturale che il mare gonfiando 
occupi i terreni poco innanzi asciutti ; con che cosa adun- 
que precisamente la gradazione? forse col suo primitivo ri- 
cacciare indietro le acque del fiume? Persisto nel credere 
che due infiniti storici esprimenti due azioni successive e 
graduali, il gonfiare e il traboccare delle onde, rappresen- 
tino con molta più efficacia, ciò che lo scrittore voleva. 
Un'ultima considerazione di carattere tutt'aff'atto stilistico, 
si è che, anche volendo riferire ' et ' ad un rapporto tra 
' intumescens ' e * superfusum ' o tra questo traboccare 
delle acque nei campi e la prima azione dell'oceano che 
(§ 9) * invehi coepit et flumen retro urgere *, specialmente 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 213 

questo riferimento è indebolito e oscurato in modo, da non 
apparire clie ad una troppo attenta osservazione : difficoltà 
resa poi anche assai più sensibile dall'uso della forma de- 
bole ' et ' invece di ' etiam '. Ora non può essere mai in- 
tento di uno scrittore, il porre dei riferimenti dei quali tosto 
non si percepisca la natura e la portata. Che tutta la frase 
sia invece da considerarsi altrimenti, quasi un'esegesi di 
' monstraque et irae deum indicia ' io non lo credo affatto : 
anche in questo caso rimarrebbe sempre la copula poco re- 
golare di un participio con un infinito. 

A proposito di infiniti storici, di essi presso Curzio Rufo 
se n'incontra un certo numero^ non per altro molto rile- 
vante, e sovra tutto essi non si trovano sempre impiegati 
in tutti i passi, ai quali pure per loro indole si adattereb- 
bero bene; non è quindi assurdo o infondato il sospetto che 
q\ia e là siano scomparsi sotto un'azione quasi metodica e 
livellatrice, e non è inopportuno ricordare a questo propo- 
sito, che a guidare la mano d'incapaci e presuntuosi cor- 
rettori poteva contribuire la vecchia teoria Priscianea, che 
vedeva nell'uso di questo tempo niente di diverso che una 
ellissi delle forme regolari reggenti del verbo ' coepisse '. 
Un accurato e sovratutto prudente esame dei passi nei quali 
appare l'infinito con ' coepi ', specialmente là dove codesto 
infinito è solo, e il loro riscontro con l'uso dell'infinito sto- 
rico presso il nostro autore, potrebbe anche condurre a qual- 
che buon risultato. Pertanto un'impressione che mi si ripete 
ogni volta eh' io rileggo tale pagina, mi porta a scorgere, 
nonostante la tradizione, appunto una siffatta forma d'infi- 
nito in III. y. 14 ' Ergo prò se quisque precari [coepere], ne 
festinatione periculum augeret '. Il distributivo ' quisque ' 
che viene, per sua natura, implicitamente a denotare una 
azione ripetuta, s'adatta molto bene al carattere originario 
di quel tempo e spiega anche egregiamente l'uso di un in- 
finito isolato, non frequente presso altri scrittori, ma non 
schivato da Curzio Rufo (cfr. sulla questione in generale, 
Schmalz, Si/ntax^, p. 334). Tra gli esempi di 'prò se quisque' 
con questa forma verbale, presso il nostro, ricorderò VI. TI. 20 
' Tum prò se quisque operam suam offerre, difficillima quae- 



214 L. CASTIGLIONI 

que poscere, poUiceri milituiii quoque obsequiura '. Cfr. IV. 
7. 14 * prò se quisque excipere — quidam captare coepc- 
runt ' ; IV. xili. 16. 

IX. X. 14. Una discreta, sebbene un po' compendiosa, 
pagina di questo libro è costituita dalla descrizione dei pa- 
timenti incontrati dall'esercito Macedone nel viaggio di ri- 
torno dall'India, attraverso la Gedrosia. Precisamente attra- 
verso questo paese: che Curzio non lo dica espressamente, 
non significa affatto nulla. Questa indeterminatezza è niente 
altro che un'altra prova della difettosa e frettolosa compo- 
sizione di questa parte di storia relativa alla spedizione 
Indica di Alessandro ; d'altra parte parla eloquente il con- 
fronto con Arriano, col quale, pur non dipendendo dalle 
stesse fonti, Curzio di solito s'incontra sino in alcune par- 
ticolarità. Fam.e e malattia urgevano le schiere : * ergo 
strati erant campi paene pluribus semivivis, quam cada- 
veribus. Ac ne levius quidera aegri sequi poterant : quippe 
agmen raptim agebatur, tantum singulis ad spem salutis 
ipsos proficere credentibus, quantum itineris festinando 
praeciperent '. Il punto corrispondente in Arriano dice 
così (VI. 25. 3) : xal ovrcog ol jiièv vóoco xarà rag óòovg vne- 
kemovTO, ol òè vtiÒ xajnuTOv ì] xavjiiarog r) reo ótyjei ovx àvié- 
)^ovTeg — ajiouòfj yàg jioXkfj èyiyvexo 6 oróXog — ol òè xal t'jrvw 
xàro^oi xaxà rag óòovg yevóuevoi — ol :io?2oì à:ia)}.Xvvio. Dun- 
que non soltanto gli ammalati perivano, ma anche i sani 
cadevano estenuati sotto l'oppressione della calura e della 
via. Così, forse per eff'etto di comune mediata e immediata 
tradizione Aristobulea, ambedue questi scrittori si devono 
aver raffigurato gli eventi : un certo colorito dei dettagli 
li ravvicina anche di più. Tuttavia, venendo a considera- 
zioni più particolari, pare a me di scorgere nella narrazione 
di Curzio Rufo un punto che necessiti d'una modificazione, 
leggiera nella forma, d'un certo rilievo per la sostanza. La 
tradizione che fa parlare di ammalati — e, concediamo pure, 
fors' anche di vinti dalla stanchezza — ('aegri ') i quali 
non potevano seguire con facilità la veloce marcia, pecca 
per due motivi; l'uno relativo alla forma della frase, l'al- 
tro al tenore del racconto. Accettando infatti la lezione 



OSSERVAZIONI CRITICHI-: E GRAMMATICALI A CURZIO RUKO 215 

* aegri ', si ripete un poco, cambiata solo la motivazione, 
il già detto, che cioè, per effetto dell'epidemia, di morti e 
moribondi erano seminati i campi, poiché semivivi precisa- 
mente non erano altri che i colpiti dal grave malore. E poi 
anche la conformazione del passo dice qualche cosa: * ac 
ne levius quidem ' non può intendersi se non riferito ad un 
implicito paragone con ciò che vien prima; il pensare al 
comparativo come ad un semplice accrescitivo, è il volersi 
mettere in un circolo vizioso; il dare tutte le possibili at- 
tribuzioni all'aggettivo sostantivato ' aegri ', non basta a 
rendere efficace la gradazione. E allora infatti che cosa dice 
Curzio Rufo ? che neppure senza minor fatica e pena po- 
tevano seguire gl'invalidi, rispetto a coloro che già erano 
in causa del morbo caduti estenuati. Bisogna certamente 
convenire che un simile modo di raccontare non potrebbe 
far onore a chi si pensi scrittore efficace. 

Nel caso presente, oltre a questa specie di sostanziale 
tautologia, avremmo come dimostra l'esempio Arrianeo, una 
straordinaria deficienza di particolari^ in mezzo a una certa 
verbosità: non una parola per coloro che, senza esser vit- 
tima della malattia, lo erano, pur essendo sani e forti, pa- 
rimenti degli strapazzi della via. Questa non può essere 
una colpa di fretta da parte dello scrittore, quantunque 
questa sia documentabile a più riprese; e lo dimostra il 
fatto che per ovviarvi quasi per intero, non occorre alcun 
rimedio eroico, che tolga insiti vizi di più parole o di frasi. 
Basta che noi leggiamo: ' ac ne levius quidem <int>egri 
sequi poterant '. Perivano, giacendo semivivi i colpiti da 
malore, ma nemraanco coloro eh' erano ancora sani pote- 
vano seguire con minor difficoltà. ' Integri ', che compare 
altre volte in Curzio con ugual significato, non ha il solo 
suo valore generico, ma è bensì limitato dalle condizioni 
espresse dalle circostanze nelle quali è usato e vale circa 
quanto ' illi qui adhuc integri erant ' : il comparativo del- 
l'avverbio riacquista intera la sua propria funzione e scom- 
paiono le altre difficoltà da noi osservate. La forma oh' io 
supplendo credo d'aver dimostrato genuina, può esser stata 
modificata da chi non intendeva perfettamente il signifi- 



216 L. CASTIGLIONI 

cato del passo, o anche da un semplice caso accidentale, che 
si potrebbe quasi chiamare meccanico, l'influenza cioè della 
finale della parola precedente (m-int). Per il colore legger- 
mente avversativo di * ac ', si confronti p. e. IV. V. 21. Curzio 
Rufo, infine, col solo periodo riferentesi alle pene degli ' in- 
tegri ' durante il cammino, si dispensa dall'enumerare punto 
per punto le varie fasi dei patimenti e del viaggio. Un con- 
trasto tra ' morientes ' e ' integri ' anche in V. iv. 28. 

X. I. 18. Nel grande itinerario che Alessandro proget- 
tava di compiere, era compresa, come estremo termine, 
anche ' Italiaeque oram, unde in Epirum brevis<simus> cur- 
sus est '. Questo e non altro è quanto Curzio avrà scritto, 
accennando alla costa Adriatica sino al suo estremo punto, 
ove realmente più si avvicina all'opposta spiaggia Greca. 
L'espressione tradizionale è sciatta ed insignificante. Come 
esempi invece di questo appropriato uso del superlativo re- 
lativo possiamo ricordare, come curiosità, Front. Stratag. 
I. I. 6 (p. 5. 22 Gund.) ' qua et brevissimum iter est ', e in 
Curzio III. \'. 13 ' inter haec maria angustissimum Asiae 
spatium esse conperimus ' ; V. I. 13 ' amplissimum interval- 
lum '. Avvertiamo inoltre che tutte queste determinazioni 
appartengono anch'esse a descrizioni di carattere geografico. 

X. I. 42. Alessandro, così moderato e continente agli 
inizi del suo regno, ' ad ultimum tamen vitae, tantum ab 
semetipso degeneravit, ut etc. ' Le parole ' tamen vitae tan- 
tum ' souo un'approssimativa restituzione della mostruosa 
lezione de' codici: ' traiectum ' : di queste, la prima è mia, le 
altre sono dovute a W. Heraeus, e di esse a me non si com- 
pete prender la responsabilità (cfr. tuttavia III. XII. 18). 
La restituzione, almeno per parte mia, si fonda su pure 
ragioni paleografiche, perchè del resto gli elementi even- 
tualmente contenuti nel misterioso siglo, non hanno per la 
struttura del periodo carattere d'assoluta necessità, come, 
tra l'altro, dimostra il confronto con III. Xll. 20 dove, mu- 
tata un po' la forma, ritorna l'identico pensiero: ' ita qui 
orientem tam moderate et prudenter tulit, ad ultimum ma- 
gnitudinem eius non cepit '. Ripeto dunque che non posso con 
sicurezza affermare che nella lezione dei codici vi sia tutta 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO '217 

quell'abbondanza di parole, che ne abbiamo ricavato, ma del 
pari affermo che, com' è sicuro vi sia compreso un avverbio 
che si unisca ad ' ut ' consecutivo, del pari è certo che la 
corruttela si è formata non dallo scambio tra parole espresse 
in tutte lettere, ma piuttosto dalla confusione di affrettate 
abbreviazioni (p. e. tnuitetm), delle quali, come ebbimo già 
a persuaderci, ve n'era più d'una nell'archetipo. Il nostro 
' tamen ' ha per sé notevoli elementi di probabiHtà dal lato 
paleografico, assai più che non il ' uitae ' di Heraeus, nelle 
prime due lettere della tradizione (tu -v- tr), e ne ha pure 
nella forma del periodo, di cui caratterizza la conclusione 
che sta in antitesi alla protasi, esprimendo risultati opposti 
a ciò che gl'inizi facevano concepire. Come adunque la pro- 
tasi ha valore se non forma concessiva, è naturale che 
l'apodosi porti l'espresso segno della sua natura restrittiva, 
e renda così più evidente l'indole della parte precedente. 
Cfr. anche X. VII. 12. 

X. II. 14 ' quidnam acturus esset, exspectabant. <tum> 
ille - inquit '. Anche Curzio Rufo, come di solito la gran 
maggioranza dei buoni scrittori, contrassegna con una con- 
giunzione, o comunque con una determinazione temporale, 
gl'inizi dei discorsi, oppure l'alternarsi delle parlate, espresse 
in forma diretta, così che 1' omissione dei codici non appare 
ora in verun modo giustificabile. Parimenti risulta da tutto 
il contesto, che meglio d' una congiunzione copulativa o 
anche avversativa, data la natura del distacco e il tipo del 
periodo precedente,, che esprime una sospensione piena di 
aspettative, si addice l'avverbio di tempo; il quale, per 
altro, non poteva essere ' cum ', a causa di quelle ragioni 
che siamo venuti man mano esponendo, principalmente 
quando ritenevamo di non dovere in alcun modo conser- 
vare codesta forma d'avverbio a proposito di Vili. XIV. 30. 
In tanti saggi di eloquenza, nei quali Curzio Rufo con di- 
versa opportunità si compiace ed insiste, non se ne trova 
uno il cui principio sia preparato in questa guisa ; né può 
desiderarlo, per avventura, questa volta la presenza di ' tan- 
dem ' che, senza riferirsi direttamente al verbo ' expecta- 
bant ' della proposizione principale del periodo prepara- 



■21tì L. CASTIGI.TONI 

torio, tuttavia infonde in esso i caratteri peculiari del suo 
valore grammaticale. Queste ed altre minute cause dello 
stesso genere tendono ad escludere nettamente ' cum ', per 
la cui adozione tutta la parte precedente acquisterebbe quel 
carattere di assoluta e rigorosa subordinazione, che non si 
addice alla scena descrittavi, e che farebbe sparire la di- 
stinzione di momento tra il faticoso e lento calmarsi della 
tumultuante assemblea e V atto di Alessandro di prendere 
la parola. Tutte queste ragioni, invece di ostacolarne l'in- 
serzione, sono in pieno favore del nostro supplemento di 
' tum ', che, rispettando l'indipendenza delle parti, possiam 
dire, è la particella tecnica di queste situazioni. Cfr. infatti 
poco innanzi X. il. 19; IX. ili. 5; *VIII. V. 14 ' Is tum 
silentio facto - inquit ' ; VII. i. 18 ; VI. x. 1 etc. 

X. II. 19 ' Non hercules, inquit, potest fieri ut adducar 
querendi simul omnibus hanc causam esse - in qua maior 
pars exercitus non est, utpote cum plures dimiserim, quam 
retenturus sum '. Non è molto probabile che la lezione 
' utpote ' possa in questo luogo esser dimostrata genuina, 
fondendosi codesto avverbio interamente nel concetto di 
causa espresso già da ' cum ' e, per di più, non imprimendo 
un carattere di certezza reale ed universale, ma talvolta 
servendo piuttosto a caratterizzare il lato soggettivo della 
causa, cioè il punto di vista di chi scrive o parla o ha co- 
munque compiuta l'azione, della quale è chiamato a render 
conto. A ciò si aggiunga che la possibilità di ' utpote cura ' 
è per Curzio Rufo esclusivamente teorica, essendo questo, 
del quale discutiamo, l'unico esempio (1); del resto neppur 
l'uso del più comune ' utpote qui ', quasi bilanciato da quello 
quasi identico di ' ut qui ', non è tra i più estesi. Come si 
sa e come è naturale in chi tende ad esagerare lo stile e 
le caratteristiche Liviane, la forma corrente è ' quippe ' con 
tutte le varianti dell' uso e tutte le sfumature del suo si- 
gnificato. Tornando a noi, 1' ultima proposizione del periodo 

(1) Ciò nou è, ad esempio, per Seneca, di mi mi piace legistrart' 
<[iii due esempi : Dial. V (De ira 111. XXII) ' utpote cum - interesset ' 
V VI. XXI. 2 ' utpote cnm - remetiatnr ' ; in ambedue i cawi si art'eruia 
un tatto ne) Hempliee suo rapporto di causa con l'evento principale. 



OSSEKVAZIONI CKITICHE E GKAMMATlCALI A (JUKZIO KUt^O 2\i^ 

riferito innanzi esprime una causa che vuol essere risolu- 
tamente rilevata, in quanto precisamente serve all'oratore 
per confermare il suo asserto, che, cioè, il motivo invocato 
come eccitamento della sommossa, non è invece che un 
semplice pretesto. Ci aspettiamo adunque non una sola 
formola causale, anche se questa esprima una indiscutibile 
convinzione di fatto, ma piuttosto una forma asseverativa, 
media tra la dichiarazione precedente e il concetto espresso 
in forma causale, che non s' infletta totalmente sopra il 
* cum ', formando con questo una sola espressione sintat- 
tica. Risponde a questa necessità, in modo davvero soddi- 
sfacente, la lezione ch'io ora propongo: * utique cura- di- 
miserim '. Questo ' utique ' (cfr. anche Vogel-Weinholdt, § 64) 
è parola da riporre tra le più caratteristiche del frasario 
Curziano — pur non dispiacendo ad altri scrittori del pe- 
riodo, a Seneca principalmente, cfr. infiniti esempi e De 
tranq. animi li. 10 (p. 249, 2 Hm) — e l'uso di esso va 
dall'associazione con l'aggettivo alla determinazione d'in- 
tere proposizioni, ed esprime come naturale e certa la verità 
contenuta negli enunciati con i quali viene a unirsi. Ecco 
qualche esempio : X. VI. 24 ' utique populus est haeres ' ; 
ih. VII. 11 ' utique si nova et brevi duratura hbertate hi- 
xuriat '; III. VI. 17. Richiamo per altro maggiormente l'at- 
tenzione su questo tipo di frase, con costruzione in ogni 
rapporto parallela a quella che noi abbiamo ora restituito 
qui : (III. Vili. 8) ' utique cum iam hiems instaret ' ; Vili. 
Xltl. 21. 

X. II. 24. Alessandro afTerma, esaltando i suoi benefizi 
verso i Macedoni, d' essere salito al trono : ' cum omnis 
regia supellex haud amplius quara LX talenta <esset, tan- 
t>orum mox operum fundaraenta '. Paleograficamente mi 
pare d'aver spiegato con bastevole evidenza come possa 
essersi formata l'attuale lezione dei codici ' talentorum ' 
e la lacuna del verbo copulativo. Il supplemento di ' esset ' 
nel posto eh' io pure gli riservai, era già stato proposto da 
Vogel, che Hedicke, al quale per altro devo la lettura 'ta- 
lenta ' — che dubito se debba invece ora sostituire col geni- 
tivo, cosi: ' talent<um esset, tant.>orum ' — avrebbe dovuto 



220 L. CASTiGl.lOKI 

seguire. Il mio ' tantorura ' mi sembra poi a sufficienza pa- 
trocinato dal carattere del periodo e di questa parte di 
discorso, il cui contenuto sta tutto nella contrapposizione 
delle strettezze e della pochezza delle finanze regie e la 
grandezza delle opere che nacquero da cosi modesti prin- 
cipi, nel raffronto tra la vecchia miseria Macedonica e l'at- 
tività del duce fortissimo, che vi sostituì lo splendore delle 
ricchezze da lui conquistate con tante gloriose vittorie. 
L'impiego dell'aggettivo ' tantus ', a riscontro della frase 
' omnis regia supellex - esset ' caratterizza di tagliente iro- 
nia tutto il passo. Sintatticamente, la sua funzione escla- 
mativa è ovvia in ogni pagina dell'opera: delle imprese di 
Alessandro dirà anche Curzio Rufo stesso, a suo tempo, 
giudicando l'animo del grande estinto (X. V. 29) * in tan- 
tis - rebus '. 

X. V. 22. Molteplici erano le cagioni di lamento per la 
vecchia madre di Dario ; si doleva, con le nipoti, superstite 
alla morte del pietoso vincitore : ' iterum esse se captas, 
iterum excidisse regnum '. Così Kinch, sostenendo l'auto- 
rità della prima mano di P ; gli altri codici danno * regno ', 
che fu per lungo tempo la lezione vulgata. Forse la va- 
riante di P, anche per la variazione dei soggetti nelle due 
proposizioni, merita la preferenza ; ma se sulla scorta di C 
si restituisse ' excidisse <e> regno ', pure questa variante 
avrebbe i suoi pregi. Ricordiamoci infatti che Alessandro 
dopo la vittoria di Isso (III. Xll. 23) ' omnem cultuni reddi 
feminis iussit, nec quicquam ex pristinae fortunae magni- 
fìcentia captivis praeter fiduciam defuit ' ; e in questo trat- 
tamento verso di esse aveva perseverato anche in seguito. 
Due volte adunque le sventurate donne erano cadute dalla 
dignità regale, con la sconfitta di Dario prima, ora con 
la morte di Alessandro, che aveva restituito loro tale de- 
coro. La lezione dell'archetipo era senza dubbio : ' excidisse 
regnum ' e nell'interlinea v(el) e regno (1). 

{!) L'alìlativo non si puìi intendere st- non accompagnato dalla 
incpoKizionc. Non mi ])ar(' molto prol»aI)ile il crederlo formato in scjiuito 
ad interpolazione volontaria, a causa del verbo * excidere ', sul genere 
di V. I. 2 e spesso. 



OiS.SEKVAZIONl CKITICHK E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 221 

X. Vir. 10 ' Rursus Philippum trahens secum inrumpit 
<in> regiam '. L'assenza della preposizione dovrebbe esser 
giustificata non con V uso Cesariano, ma con esempi di 
Curzio : cercare questi sarebbe fatica sprecata, si troverebbe 
piuttosto il contrario. Cfr. *IX. V. 19 ' inrumpere in urbem ', 
VITI. TT. 11, e con significato leggermente diverso V. l. 15; 

III. XI. 9 ; infine anche Livio XXV. 14. 5. A questo proposito 
non tornerà inutile aggiungere un'osservazione intorno all'usa 
dei verbi composti esprimenti l'idea di movimento. II risul- 
tato d'una sommaria investigazione tende a dimostrare che, 
quando il verbo precede il complemento, nella quasi totalità 
dei casi, con eccezioni perfettamente giustificabili, Curzio 
suole aggiungere la preposizione o ripetere quella conte- 
nuta nel verbo; quando invece il verbo reggente segue, 
allora questa viene di regola omessa. Così vediamo l'esempio 
tipico : ' tabernaculum intrare ' (111. xii. 5) ' intrare in ta- 
bernaculum ' (III. xii. 10) (1). Mi parrebbe quindi che, oltre 
a questa non dovrebbe esser posto nel novero delle conget- 
ture improbabili, in seguito a tali osservazioni, l' introdurre 
nel seguente passo (X. vii. 20) un'altra volta la preposi- 
zione : ' placebatque excedere <ex> urbe '. Diversamente 
' excedere vita ' IX. vi. 26 ; ib. vii. 25. 

X. vili. 6 ' Meleagri temeritatem armis ultum ire de- 
creverant. At[que] ille - cum regem accisset, interrogare 
eum coepit '. Sarebbe utile cosa sapere dallo Hedicke che 
notizia egli ritenga si trovasse nella lacuna da lui segnata 
innanzi ad ' atque ' ; io non sono riuscito ad indovinarlo, 
tanto mi pare piano e scorrevole e completo il testo 
di questa narrazione. Ho notato soltanto l'uso della con- 
giunzione non perfettamente corrispondente all' indole e 
al tenore del passo, e perciò ho tentato di rimediare con 
una correzione che, credo, non passa i consueti limiti del- 
l'arte critica. 'Atque' con un significato tra il copulativo 
e l'avversativo appare pure qualche volta (VII. Ji. 2; VII. 
V. 24) ; ma il raff'ronto di questa con tali situazioni non 

(1) Spesso per altro senza pieposizioue auche se il coiuplemento è 
posposto al verbo, ma lo segue immedi atameiite ; VI. V. 17 ; ib. viir. 19; 

IV. XIII. 20 ' intrat tabernaculum '. 



^22 L. CASTIGLIONI 

riesce pienamente persuasivo e valido alla difesa di tale con- 
giunzione. Certamente si adattano assai meglio al caso no- 
stro i numerosissimi esempi nei quali al pronome personale 
e dimostrativo compare accompagnata l'avversativa * at '. 
Cfr. III. Vili. 16 ; ih. xil. 8 ' at ii - in tabernaculum currunt ' ; 
V. I. 8; ib. XII. 10; *VI. \'. 6 ' convocari iubet : at illi - 
respondent '; VII. V. 16; VIII. ili. 7 * at illa purgare se'; 
ib. III. 12; ib. XIV. 36; X. III. 6 ' at ille - iubet '. L'avver- 
sativa, da noi richiamata, che non ha sempre quella recisa 
forza oppositiva, che i grammatici si ostinano ad attribuirle 
o, almeno, molta ne ha perduta nella continua e larga sua 
applicazione, serve assai spesso, più che altro, a contradi- 
stinguere i vari momenti di un'azione, e si alterna con 
' atque ', che ne viene a dividere alcune caratteristiche, 
come le permette la non troppo lontana comunità di ori- 
gine. Perciò nell'opera di Curzio Rufo i confini tra i due 
usi non sono spesso così nettamente distinti, che si possa 
sempre affermare con risolutezza la necessità di una sosti- 
tuzione, nell'uno o piuttosto nell'altro senso. La norma 
fondamentale in siffatta questione è l'attendere se nel nesso 
di due azioni prevalga, quando siano enunciate come sol- 
tanto differenti ovvero anche opposte, il concetto di con- 
tinuità o di differenza ; se le azioni procedano da una sola 
oppure da parti tra loro in contrasto. Comunque, a malgrado 
di questa oscillazione dei valori di ' atque ' e * at ' e del 
fatto indiscutibile, lumeggiato a suo luogo, della libertà con 
la quale Curzio Rufo tratta la congiunzione, modificandone, 
se non l'essenziale natura, certamente la portata, a me pare, 
sovra tutto tenendo presenti le circostanze di questa parte 
di narrazione, e la netta contrapposizione tra l'atto di Me- 
leagro e l'opera degli avversari, di potere con ragione in- 
sistere nella correzione proposta. 

X. X. 6 ' Et quidem suas quisque opes, divisis imperii 
partibus, f tuebantur ipsi fundaverant, si unquam adversus 
immodicas cupiditates terminus staret'. Non approvo la con- 
gettura che Darasté (Groninga, 1897) accolse nel testo, 
traendola dal codice Vaticano Reg., certo di autorità infe- 
riore a C, sebbene accorta e facile. Spesso Curzio Rufo si 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 223 

compiace di denotare con un inciso, come taluni eventi 
destinati dal fato, dal suo * nexus latentium causarum ', ad 
esito infelice, hanno una loro consistenza soltanto nella 
fallace opinione delle persone, che ne sono le iniziatrici o 
hanno in essi una parte notevole : un inciso di tale dolo- 
rosa filosofia si converrebbe magnificamente al contesto, 
che abbiamo trascritto. Adunque con esatta percezione lo 
Hedicke, a risolvere le difficoltà del verbo certamente cor- 
rotto e incomprensibile, congetturò ' ut videbantur sibi ', che 
ha il solo, ma grave, torto di estendere il guasto anche ad 
una parola che ne è certamente immune, scostandosi tut- 
tavia non poco dalle lettere tramandate. Se Curzio Rufo 
facesse un uso un po' più largo della coniugazione del verbo 
* reor ', non ci sarebbe più neppure la minima difficoltà nel 
sanare decisivamente, con tale verbo, l' intero passo : la frase 
' ut rebantur ipsi ' avrebbe una spiegazione plausibile sia 
dal lato paleografico, sia da quello del significato. Ma pur- 
troppo qui sta come ostacolo il fatto, che questa forma 
d' imperfetto, domestica a Livio, non sembra entri nelle con- 
suetudini del nostro scrittore. Se adunque è necessario, do- 
vremo ricorrere ad un'altra forma verbale, che almeno abbia 
di comune con ' tuebantur ' la forma deponente ; non abbiam 
più la facilità di prima, e appunto per questo, senza preten- 
dere ad una sicurezza matematica, credo soltanto non im- 
probabile congettura lo scrivere : ' ut arbitrabantur ipsi '. 
La corruttela si sarebbe formata per confusione e caduta 
delle lettere tra loro simili. Per la forma del passo si cfr. 
*IV. VI. 16 * denuntiato in illum diem periculo, ut arbitra- 
batur ipse, defunctus '; V. il. 12; X. vili. 23. Altrove invece 
è adoperato il verbo ' credere ', e una volta anche ' spe- 
rare '. Cfr. p. e. III. Vili. 16 ; V. II. 10. 

* 

Ritornando al mio autore in questo tempo delle cor- 
rezioni- di bozze, ho trovato motivi di dubbio sulla tradi- 
zione a proposito ancora di pochi passi. Esporrò, senza 
commenti, queste mie recenti impressioni : III. vili. 5 ' si 



224 L. CA.STIGLIONI 

tot mili[tjum sanguine imbuisset manus '. A una linea di 
distanza c'è già ' milites ' e basta; si veda poi quanto a 
Curzio sia piaciuta l'espressione * tot milia ' : IV. IX. 11 * tot 
milibus caesis; ib. X. 3 ; ih. XII. 20; Vili. x. 5; IV. xvi. 8; 
*IX. VI. 14 ' tot milium agminibus '; ib. VII. 17. 

IV. IX. 16 ' alius <fluvius> ' ? cfr. Vili. ix. 5 ' fluvius 
eximius ' ; V. III. 1. 

IV. X. 24. Preferirei ' viseret ' invece del ' videret ' dei 
codici. Cfr. IV. vili. 3. 

V. XII. 17 'Pecunia regis et supellex - diripitur '. Se- 
condo l'uso costante del nostro autore sarebbe da preferirsi 
in luogo del genitivo possessivo, l'aggettivo : ' pecunia re- 
gia '. Basterà qualche esempio tra i moltissimi : III. xiii. 3; 
ib. § 5 ; V. 1. 20 ; ih. V. 2; X. VI 23; ib. X. 14. Interessante 
e istruttivo è VII. ix. 12 * regium (regum A) insigne '. 

V. XI. 6 * Per hanc <te> fidem - oro et obtestor ' ? Si con- 
fronti V. VIII. 16; IX. II. 28; IV. xiv. 24. 

V. X. 9. Forse merita considerazione la possibilità di 
* qua<nta>m ' in luogo del tradizionale relativo ; almeno 
l'espressione sarebbe più congrua al pensiero. 

VII. i. 11 ' [igitur] olim sibi esse suspectos '. Falsa è 
certo la congettura di Hedicke ' queritur '. Spessissime 
volte, come Livio, Curzio comincia il discorso indiretto, 
omettendo le forme del verbo * dire ': IV. xiii. 13; IV. x. 3; 

VI. II. 19; V. TU. 5;ib. § 14; ib. iv. 19; VI. vi. 10; ib. VIII. 
10 ; IX. II. 10. 

VII. VII. 4. Probabilmente : ' saltum ultra Istrum iacen- 
tem <in>colit '. Così infatti, quando è espresso l' oggetto : 

VII. VI. 12 ; ' colere ' quando vuol essere usato assoluta- 
mente VII. IV. 6 ; § 32 ; ib. vili. 30 ; Vili. I. 7. 

Azzatc, Agosto 1910 ; Novara, Novembre 1911. 

Luigi Castiglioni. 



18. 1. •912. 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 225 



INDICE DEI PASSI DISCUSSI 



III. II. 5 lì. Ili ; il). III. 1 ]). 128 ; ib. iii. 2. p. 12*J ; ib. in. 14 
p. 130; ib. IV. 2 p. 131 ; ib. iv. 13 p. 132; ib. v. 14 p. 213; ib. vii. 
2 p. 134; ib. viii. 5 p. 223; ib. viii. 17 p. 139; ib. viii. 24 p. 140; 
ib. vili. 25 p. 141 ; ib. xi. 4 p. 143 ; ib. xi. 22 p. 144 ; ib. xii. 22 
p. 145 ; ib. xiii. 1 p. 146. — IV. i. 16 p. 146 ; ib. i. 22 p. 147 ; ib. i. 



>. vili. 25 p. 141 ; ib. xi. 4 p. 143 ; ib. xi. 22 p. 144 ; ib. xii. 

. 145 ; ib. xiii. 1 p. 146. — IV. i. 16 p. 146 ; ib. i. 22 p. 147 ; ib 
31 p. 148; ib. ii. 8 p. 148; ib. in. 11 p. 149; ib. ni. 13 p. 134; ib. 
III. 14 p. 162 ; ib. ni. 17 p. 138 ; ib. v. 8 p. 149 ; ib. v. 14 p. If^ 
ib. V. 19 p. 151 ; ib. vi. 10-11 p. 151 ; ib. vi. 23 p. 153 ; ib 
p. I."i3 ; ib. VII. 8 p. 154 ; ib. vii. 28 p. 155 ; ib. viii. 1 p. 156 
16 p. 224; ib. x. 4 p. 136; ib. x. 9 p. 134; ib. x. 24 p. 224; ib. x 
29 p. 157 ; ib. xi. 9 p. 158 ; ib. xi. 13 p. 159 ; ib. xin. 21 p. 160 
ib. XVI. 1 p. 161 ; ib. xvi. 10 p. 161. — V. i. 1 p. 163 ; ib. i. 7 p. 164 
ib. I. 12 p. 165; ib. n. 19 p. 150; ib. iv. 15 p. 167 ' 
ib. VI. 12 p. 168 ■" -- " ""' ■' — " 



VII. 1 

; ib. IX 




31 p. 203; ib. xiv. 41 p. 204 ; ib. xiv. 43 p. 205. — IX. i. 5 p. 205 
ib. 1. 22 p. 193 ; ib. i 25 p. 207 ; ib. ii. 21 p. 150 ; ib. in. 1 p. 207 
ib. II. 10 p. 208 ; ib. in. 7 p. 208 ; ib. iv. 5 p. 169 : ib. iv. 8 p. 209 
ib. IV. 9 p. 210 ; ib. iv. 12 p. 136 ; ib. iv. 27 p. 136 ; ib. iv. 31 p. 162 
ib. IX. 1 p. 207 ; ib. v. 5 p. 179 ; ib. vi. 6 p. 211 ; ib. vii. 24 p. 211 
ib. IX. 10 p. 212 ; ib. x. 14 p. 214. — X. i. 18 p. 216 ; ib. i. 42 p. 216 
ib. II. 14 [1. 217; ib. n. 19 p. 218; ib. ii. 24 p. 219; ib. v. 22 p. 220 
(7). VII. 10 p. 221 ; ib. vii. 20 p. 221 ; ib. vili. 6 p. 221 ; ib. ix. 3 p. 153 
ih. IX. 20 p. 157; ib. x. 6 p. 221 ; ib. x. 11 p. 191. 

Studi Hai. ili filol. classica XIX. l'i 



226 



L. CASTIGLIOXI 



INDICE GRAMMATICALE E STILISTICO 



Ablativo assoluto p. 132. 

» di termine medio di moto 

p. 139 ; 165 sff. 
Accomodamento delle sillabe tìnali 

p. 140; 145; 153. 
Ad haec p. 154. 
Ad ultimum tamen p. 216. 
Aijgettivi neutri sostantivati, pa- 



ftiua 144 ; 154. 



180. 



Aggettivi possessivi p. 

Anafora p. 173. 

Antitesi p. 147. 

Anxius con 1' ablativo semplice 
p. 129. 

Apposizioni p. 1(34 ; 166. 

Asindeto p. 173 ; 176 sgg. ; 189. 

Attrazioni erronee di casi p. 172. 

At, atque p. 146 ; 221 sg. 

Avverbi negativi e loro colloca- 
zione p. 185 sg. 

Avverbi temporali p. 201. 

Brachilogie p. 155 ; 191. 

Certe, suo uso e sua collocazione 
p. 210 sg. 

Cla8si8 p. 149. 

Composizione affrettata della sto- 
ria Indica p. 170: 205; 214 sgg. 

Concreto in luogo di astratto 
p. 156. 

Congiuntivo consecutivo p. 173. 

Congiunzione e suo uso p. 176 sgg. 
» con valore tempo- 

rale p. 151 sgg. 

Contegere p. 170. 

Determinazioni locali espresse con 
ablativo e accusativo p. 200 sg. 

Exc'ìdere radices p. 185. 

Exemphim esse p. 204. 

Futuro e presente p. 184. 



Genitivo partitivo p. 167 sg. 

révog yXarpt'oóv p. 155. 

Gerundivo ablativo con preposi- 
zione p. 208. 

Gerundivo dativo di scopo p. 199 sg. 

Glossemi e interpolazioni ii. 144 ; 
168 sgg.; 189 sgg.; 196 sg. 

Gradus p. 194. 

lamque - cum : valore della corre- 
lazione e uso dei tempi p. 134 
sgg. ; 203. 

Inni «tiam ]). 174. 

lacere, ìactare p. 198. 

Imperfetto e piuccheperfetto nelle 
narrazioni p. 140 sgg. ; 202 sg. 

Incisi contenenti rillcssioui dello 
scrittore p. 147 ; 187 ; 223 .sg. 

Includere, intercludere, eludere pa- 
gina 175. 

Influssi stilistici della fonte greca 
p. 163 ; 182 ; 192 sg. 

Infinito storico p. 195 u. 1 ; 212 

Ivplicari in ne p. 143. 

Insignis ad alqm. rem p. 207. 

In propinquo p. 204. 

Interrogazioni retoriche p. 182 sg. 

Itaque nei dialoghi e nei discorsi 
p, 181 sg. 

Itaque a conclusione di un episo- 
dio p. 203. 

Itaque col perfetto narrativo p. 196. 

Item, itemque 197. 

Locuzioni anacronistiche p. 207. 

Loqui ad alqm. modnin p. 188. 

Manare, mearc ]}. 14S. 

Mox in correlazione p. 156 sg. 

Nomi di popoli e di regioni p. 163. 

Particelle esclamative p. 158. 



OSSERVAZIONI CRITICHE E GRAMMATICALI A CURZIO RUFO 



227 



Participi e aggettivi usati asso- 
lutamente o con determiuazioni 
pronominali p. 130 ; 196 sg. 

Personificazioni p. 210. 

Presente nelle sentenze generali 
p. 205. 

Presente storico p. 160 ; 202. 

Frimum - deinde ]}. 156. 

Pì'ope, propemodum p. 163. 

Pronome relativo causale j). 187. 
» » interpolato, pa- 

gina 189 sg. 

Pronome riflessivo e jDersouale 
p. 211; 167; nelle invocazioni 
p. 224. 

Pronome dimostrativo accompa- 
gnato da ìinus p. 180. 

Pronome dimostrativo con lonta- 
no riferimento p. 145. 

Proposizioni particiiiiali copula- 
tive p. 171 sg. ; 175 sg. 

Proposizioni concessive espresse 
col semplice participio p. 199. 

Quoque p. 150 sg. 

Eelinqtiere, derelhiquere praesidium 
p. 209. 

Ripetizioni di concetti e di frasi 
p. 151. 

Kipctifioni erronee di ^larole, pa- 
gina 130 ; 150 ; 161 sgg. 

Sequi con 1' oggetto sottinteso 
p. 171 ; 177. 

Sermonis ignari p. 205 sgg. 

Simul p. 183. 



Singolare invece di plurale p. 142; 
167 n. 1 ; 211. 

Situs - a - uni p. 151. 

Soggetto da sottintendersi dal 
contesto p. 132 ; 193. 

Soggetto comune a più proposi- 
zioni p. 209 sg. 

Sostantivo in funzione di predi- 
cato p. 204. 

Suhinde p. 194. 

Subordinazione e coordinazione 
p. 217 sg. 

Superlativo relativo p. 216. 

Susientare p. 185. 

Struttura dei periodi relativi ad 
enumerazioni di eserciti etc. 
p. 130 sg. ; 177. 

Tarn, tantus, tot con valore enfa- 
tico p. 160 ; 208 ; 219. 

Tum, tum vero p. 157 ; 191 ; 203 ; 
217. 

Ulhis p. 207 sg. 

Uso del dativo in sostituzione al 
genitivo p. 153. 

Uiique p. 218. 

Utriinque p. 188 sg. 

Utrumne - an p. 189. 

Verbo comune a due o piìi pro- 
posizioni p. 194 sg. ; 197 sg. 

Verbo copulativo e sue omissioni 
p. 146. 

Verbo di moto con e senz? i «re- 
posizione p. 220; 221. 

Vero p. 149 sg. 



NOTE SULLA ' COPA ' 



Chi, studiando nell'Appendix vergiliana la fresca poesia 
di tale titolo, fosse indotto a non credere alla paternità di 
Virgilio, dovrà, se ha senno, astenersi dal proporre per conto 
suo ipotesi sul possibile autore : la vanità di tali ricerche, 
che poggiano su criteri quanto mai fallaci, appare chiara 
dalla stessa varietà dei nomi che furono fatti : Valgio Rufo, 
Properzio, Cintia di Properzio, Floro, Settimio Sereno (1). 
Né la paternità di Virgilio, recentemente difesa dal Voli- 
mer (2), pare sostenibile. Rinascono per la Copa gli stessi 
dubbi che avvolgono tutte le opere dell' Appendix ; poco 
sicura è la tradizione (3) ; e le caratteristiche della metrica 
e della lingua (4) sembrano confermare tali dubbi. Perchè, 
a- es., — e si ammetta pure la diversità dell' intonazione 
poetica — Virgilio, che non usa mai corolla per corona, la- 

(1) Vedi l'elenco delle iiou felici cougetturo noi recentissimo volume 
dello Schanz, Rom. Litt. 2^ Abt. crste Hiilfte p. 106. 

(2) SitzungsbeiT. der kou. Bayr. Akad. der Wiss. zu Milncli£n 1907 
p. 331 sgg. ; V. specialmente p. 355. Lo ragioni del Vollmer fm-ouo ri- 
prese dui Lcncliiintin de Gnberuatis, Riv. di Fil. 38 (a. 1910) p. 201 sgg. 
Vedo dalla Beri. Phil. Wocli. a. 1911 p. 1397 che dell'opinione del Voll- 
mer è anche P. Sommer, Do P. Verg. Maronis Catalepton carmiuibus 
capita tria, Halle 1910 : troppo tardi perchè me ne possa valere. 

(3) Schanz p. 85 sg. ; p. 10(ì. 

(4) V. Mras, Die Copa spraclilich u. niotrisch nntersnclit, Wiener 
Stndicu 23 (a. 1901) p. 252 sgg. ; Curcio, Poeti latini minori II fase. 1 
p. 119 sgg. Non ha j»erò torto il Vollmer quando sconsiglia dal portare 
(p. 351) ' subiektives Erapfinden, Statistikeu iiber metrische Einzelheiten 
ohno geniigend grosso Unterlage ' : così mentre per il Mras il poeta della 
Copa sente gì' influssi della teoria metrica di Properzio, per il Ciircio 
'la uictrica dell'idillio ci attesta che l'autore non vive fra gli elegiaci 
del periodo augnstoo Tibullo Properzio Ovidio '. Il Vollmer veramente 
dice * metrische u. sprachliche Einzelheiten ': ma sul valore di quest'ul- 
timo mi i>crmetto di dissentire da lui. 



NOTE SULLA ' COPA ' 229 

certa (lucertola) per lacertus, avrebbe adoperato qui soltanto 
questi vocaboli ? Abbondano, come in tutta l'Appendix, le 
concordanze con Virgilio (1) ; il che non basterebbe di per 
sé a escludere che Virgilio sia stato l' autore, o che abbia 
magari anche imitato la Copa (2) : ma l'esame di tali con- 
cordanze, che si riferiscono in special modo alla 2* Ecloga 
di Virgilio, dà l' impressione che chi scrisse la Copa abbia 
voluto creare come un parallelo a quella. Ecco le somi- 
glianze verbali : 

Ecl. V. 9 mine virides etiam occultant spiueta lacertos 
Co. 28 uiiiic varia in gelida sede lacerta latet 

casfcaneaeque nuces.... 
Addala cerea prima 

sunt autumnali cerea pruua die 
castaneaeque nuces 

Huc ades, o formose puer : tibi lilia plenis 
ecce fenint nymphae calathis 

et quae yirgineo libata Aclielois ab amne 
lilla vimineis attulit in calathis. 

Fermiamoci suU' ultimo esempio. Dal confronto con 
Virgilio risulta evidente che l'Achelois della Copa è una 
ninfa (3) : ora, come mai una ninfa in questa osteria di 
campagna che, fornita sì d'ogni ben di Dio, è pur sempre 
una ' fumosa taberna ' in cui la padrona alletta gli avven- 
tori con danze lascive ? Come, operante, un essere divino, sia 
pure di quelli di cui si faceva più uso e abuso nel parlare 
e nello scrivere, in una descrizione dal vero, dove è deter- 
minata fin la patria dell' ostessa : ' Copa Syrisca ' ? Par 
quasi che il poeta abbia fatto assegnamento sulla cono- 
scenza che i lettori dovevano avere della 2^ ecloga virgi- 

(1) Vedile diligentemente raccolte da Mras }). 264 ; Curcio p. 121. 

(2) A es. il Keppler, Ueber Copa, Leipzig 1908, pp. 44-45 vorrebbe 
che l' espressione ' cineri ingrato ' del v. 35 ' Quid cineri ingrato servas 
bene olcntia serta ' sia stata modello a Virg. Aeu. VI 213 ' flcbant et 
cineri ingrato suprema ferebant '. 

(3) Prosegue Virgilio ' tibi candida Nais Pallentes violas et summa 
papavera carpens Narcìssum et fioroni inngit bene olentis anethi '. 



Ecl. 


52 


Co. 


18 


Ecl. 


45 


Co. 


15 



230 e. MORELLI 

liana ; con la quale ha pure certa affinità di condotta. 
Analogo è l' invito ; ' Arde il sole ; tutti riposano : tu o 
Alexis (così Virgilio : la Copa ' tu o viandante ') vieni nel- 
r antro tra fiori e ninfe '. E come alle Naiadi virgiliane che 
colgono fiori risponde con uguale motivo nella Copa la 
ninfa Acheloide, così all'umile Thestylis di Virgilio, che 
prepara la cena per i contadini, sembra corrispondere, nel 
voluto contrapposto, la volgare ostessa che balla e non 
isdegna di far onore al buon vinello che tiene in serbo per 
gli avventori. 

Come per le particolarità metriche parve la Copa a 
molti (autorevolissimo il Buecheler) ricongiungersi alla 
scuola di Properzio, così anche il tono di essa pare risenta 
l'ambiente poetico properziano. Varie volte furono fatti i 
raffronti (vedili in Mras p. 264; Curcio pp. 121, 127), che 
io direi decisivi (1) ; né occorrerà ripeterli qui. C è, nello 
stile, qualche somiglianza di movenze : a es. per il prin- 
cipio di verso ' Ah pereat ' (v. 34 ' ah pereat cui sunt 
prisca supercilia ') Properzio ha una vera predilezione (I 11, 
30; 17, 13; Il 23, 12; 24, 15; 33, 27; cfr. anche Tib. II 
4, 27 ; III 4, 63 ; IV 3, 6 ; Ovid. Ars II 272 ; III 494 ; Fast. 
IV 240) ; r espressione di carattere famigliare ' si sapis ' 
(v. 29 ' si sapis, aestivo recubans nunc prolue vitro ') è 
usata varie volte da Properzio (II 16, 7 ; 17, 10 ; IV 6, 83): 
come principio di verso compare la prima volta in Ovidio 
(Am. Ili 4, 43 ; Rem. 372 : cfr. Tib. IV 2, 2 * si sapis ' in 
principio della 2* parte del pentametro). Più notevole aiuto 
per la delimitazione del tempo in cui fu scritta la Copa mi 
pare off'ra il v. 6 

qiiam potius bibulo deeuhuisse toro ; 

la finale di pentametro ' secubuisse toro ' si legge in Ti- 
bullo 13, 26 : ' puro secubuisse toro ', e come di per- 

(1) Notevole che le somigliauze siano, per così dire, localizzate in 
dne elegie, IV 2 e 8. Che nella valutazione di esso possa entrare un 
po' di quel ' subiektives Euipfindeu ' che il Vollmor energicamente scon- 
siglia, può darsi. A es. il Keppler p. 47 vuol provare che Properzio IV 
2 imita dalla Copa. Ma il Keppler abusa drlji* sue eccellenti doti di 
fantasia. 



NOTE SULLA * COPA ' 231 

fetto stampo tibulliano è riconosciuta da Ovidio, che la 
cita neir elegia in morte di Tibullo (Am. Ili 9) insieme con 
altri versi e frasi tibulliane, ch'egli riporta con artificiosa 
intenzione (1). La pubblicazione del I libro di Tibullo, ri- 
cordiamo, non può esser riportata più addietro del 28 av. Cr., 
qualsiasi criterio cronologico si segua. 

Sul carattere della Copa e' è da osservare qualcosa che 
mi pare non sia stato ancora messo bene in evidenza. Il 
titolo elegia è, in fondo, improprio: manca un pensiero 
che tutto domini il poeta, e che, nella narrazione o nella 
descrizione o nell' espressione dei sentimenti, si sviluppi ap- 
passionato : la Copa sarebbe nell' elegia romana una vera 
eccezione. Altrove sì devono ricercare i precedenti. La Copa 
è per me un epigramma dimostrativo, più ampiamente svolto 
a ostentazione di bravura descrittiva, ma sempre stretto 
parente degli epigrammi dimostrativi ellenistici di cui gran 
copia ci ha tramandato l'Antologia Palatina. La stessa ab- 
bondanza di parole greche risulta un po' strana nella de- 
scrizione di un'osteria, se anche la padrona è oriunda della 
grecizzante Siria ; le scene e i pensieri sono, nella Copa e 
in tali epigrammi, affini. E in molti di essi un invito che 
il poeta rivolge al viandante, stanco dal caldo e dalla pol- 
vere, a riposare in un fresco antro o in un boschetto ; e 
di questo si lodano, in una minuta pittura, le bellezze. Così 
nella Copa il poeta, che siede nell' osteria di campagna, ne 
canta il gaio fascino (2). Veramente non con l'invito s'apre 
la poesia, ma con una descrizione d'effetto: 

Copa Syrisca, caput graeca redimita mitella 
crispum sub crotalo docta movere latus, 

ebria fumosa saltat lasciva taberna 
ad cubitum raucos cxcutiens calamos. 

(1) V. Atene e Roma XIII (a. 1910) p. 363. 

(2) Così intende il Leo, ' Cnlex... Accedit Copa Elogia, Berlin 1891 ' 
nota al v. 38, con pochi altri : i più immaginano che dopo il v. 4 co- 
minci l'ostessa a parlare, e sua sia la descrizione del luogo con l'invito 
a entrarvi. Ma contro tale interpretazione valgono sempre le ragioni del 
Leo 1. cir., e se vedo bene, le affinità con gli epigrammi che vado lu- 
meggiando. 



'232 e. MORELLI 

Ma che pitture di tal genere non dovessero mancare negli 
epigrammi dimostrativi ellenistici o che continuano la tra- 
dizione ellenistica può mostrare, come fu notato (1), il prin- 
cipio di un epigramma di Claudiano (Aiith. Pai. IX 139), nel 
quale è da escludere — i vv. seguenti, di tutt' altra into- 
nazione da quella della Copa, lo attestano — qualsiasi imi- 
tazione dalla Copa : 

MuyJ.àg è'vy.nordloiaiv àvevdCovaa yogeiai? 
òiCvya ::ta?J.oi.iévoioi Tirdy/iao( yaly.òv àoàooEt • 

Ecco poi r invito : v. 5 

Quid iiivat aesfcivo defessmn pnlvere abesse 
quam i)otiii8 bibulo (2) decubuisse toro ? 

ripreso nel v. 25 ' Huc Calybita (8) veni ' e nel v. 31 * Hic 
age Pampinea fessus requiesce sub umbra '. Cosi nell'epigr. 
di Mariano scolastico Anth. Pai, IX 669 si apostrofa di- 
rettamente il viandante : 

Aevq' l'Oi, paiór, óòlra, tieomv vjiò òàaxiov a.).O05, 
aixjiavaov xaixàrov yvTa :io?.V7i?.avéog ; 

c'è anche (v. 3), come nella Copa (v. 12), un rivo che sgorga 
spontaneo (oh la predilezione di tutta la poesia ellenistica 
e romana per descrizioni di tal genere !) ; e' è molta profu- 
sione di fiori : v. 5 

ÓTtJió&i noQ(pvQét]g v:n[8Q av).axog elagi dà}.).Èi 
vygòv l'ov qoSsjj xiQvd/iievov xdXvy.i 

(1) D;il Salmasio, citato dall' Hgcu, Aiiimadrcrsiones iu Copam, 
Halae a. 1820 p. 28. 

(2) Bibiilus s^iiega il Leo ' qui vino couspergi soleat ' ; spiegazioue 
ingegnosa, ma che non persnade. Il lorus h hibnlus perche formato da 
tenere erbe irrorate ; cfr. Apnl. Met. V 1 ' Psyche teuoris et herbosis 
locis in ipso toro roscidi grarainis Buave reculìans... '. 

(3) Calybita fu Ijoue spiegato dal Leo ' all' ombra delle calybac ' 
(lapanne). Strano che una volta s' intendesse = Gallo, sacerdote di Ci- 
bele. O come si poteva promettere a uno degli evirati Galli ' formosum 
tenerao docerpes ora pnellae ' (v. 33) ? 



NOTE SULLA ' COPA ' 233 

come nella Copa v. 13 

smit etiam croceo violae de tìore corollae 
sertaque purpurea lutea mixta rosa ; 

e la contemplazione della bellezza del luogo suscita in am- 
bedue i poeti un' uguale ammirazione : Mar. 1 1 Ovrog "Eocog 
Co. 20 Est hic blanda Ceres, est Amor, est Bromius. 

Ancora un esempio : epigr. Anth. Pai. XVI 227, ade- 
spoto, V. 1 

TàÒE Hata yXoEQoXo ^Kpels ksifiMvog, óòTra, 

afi:n:avaov (.loyeQov f^iaX&axà yvXa kÓjiov, 
fjyj oe xal ZsrpvQoio rivaaaofiéì'r} Jilrvg avgaig 

delusi, xexTiycov eloatovia /.lélog, 
yòì 7ioti(ì]v ir oQsaai /.ieaaf.t^Qiròv dyyóOi jtayàg 

avQiaòcoi'.... 

[cfr. Copa 9 en, et Maenalio quae garrit dulce sub antro 
Rustica pastoris fistula in ore sonat]. 

E gli esempi si potrebbero moltiplicare (1). E vero: gli 
elementi di siffatte descrizioni si trovano diffusissimi in tutta 
la poesia ellenistica e romana; e sarebbe facile sfoggio di 
dottrina enumerarli : ma non è così facile trovarli riuniti in 
una poesia di colore e movimento analogo, se non negli 
epigrammi. La stessa osservazione vale per i confronti che 
vado ora istituendo. 

Nella Copa non è' solo la descrizione dei doni di na- 
tura onde r osteria è adorna ; e' è anche uno scopo pratico. 
Tali doni devono servire ad aggiunger fascino all' osteria ; 
e il poeta deve invogliare il passeggiero con le considera- 
zioni, che un tale luogo suscita. Sono i concetti soliti a 
trovarsi negli epigrammi conviviali ; che leggi tipicamente 
riassunti nell' Anacreontea 7 : v, 5 'Ejlwì juéket jLivgotoiv Ku- 
rajÌQéxeiv vTirjvrjv " 'Ejuol juéXei góòoioiv Karaorécpeiv xàgìp'a. Tò 
OìjjiieQov fxéXei ^loi, Tò ò' avgiov tIq ólòev ; 'Qg ovv h' evòla 
"or IV, Kaì Ulive y.al xv/^eve Kal ojiévòe reo Avaicp. Godi la gioia 

(1) V. a es. Anth. Pai. IX 374; 668; X 13; XYI 228; 230; cfr. 
Theocr. ep. 17. 



234 0. MORELLI 

quando t' è presente ! Cosi raccomanda il poeta della Copa : 
V. 37 

pone merum et talos. Pereat qui crastiua cnrat ! (1) 

Non è difficile che quanti amano le facili gioie della vita 
diano alla loro gaia filosofìa analoga espressione : Anacreont. 
30 V. 2 Ini Xcùxivaig re TioiaiQ ^roQtoag d^élco tiqotiìveiv : Co. v. 5 
* quam potius bibulo decubuisse toro '. — Anacr. v. 11 Ti oe 
òeì X'idov fÀVQi^Eiv ; Ti òè yfj xéeiv jiidraia ; 'Ejuè jiià?2ov, cbg hi ì^ò), 
MvQioov, QÓòoig òè xoàra Uvy.aoov, xàXei ò" ÌTaÌQì]v. Co. v. 31 

Hic age pampiuea fessxis reqiiiesce sub umbra 

et gravidum roseo necte caput stropbio, 
forniosum teueiae decerpeus ora puellae. 

Ah pereat cui suut ijrisca supercilia ! 
Quid cinei'i ingrato servas beue olentia serta ? 

Anne coronato vis lapide ista tegi ? 

Il pensiero espresso nell'ultimo distico è uno di quelli 
che più crucciano i poeti degli epigrammi conviviali. V. a 
es, Anth. Pai. XI 8, di anonimo, v, 1 

Mt) jLivoa, I.IÌ] GTScfui'ovg /.lùivaig azij/.aiai y^agi^ov, 

uijòk tÒ :!ivQ (p?J^i]g' ig xevòv rj òajidvtj' 
Zwrii fioi, et TI d-é'/.Eig, yuoiaai. 

XI 19, di Stratone, v. 3 

Kul aTEfpdvotg xs(pa?.àg jivxaocó/iE&a, xal /nvQiaoifiey 
avxovg, tiqIv zv/n^oig zavra [2) (pégeiv hsQovg. 

(1) Il raffronto fu già fatto dall' Ilgeu p. 61. Scelgo uno tra i mol- 
tissimi passi d'Orazio di uguale concetto : Carni. IT 3, 18 ' Huc vina et 
unguenta et nimium breves Flores ainoenae ferre iube rosae, Dum res 
et aetas et sororum Fila triinn patiuntur atra '. 

(2) Il rama di questo v. può forse giovare a spiegar 1" ista del v. 34 
(Anne coronato vis lapide ista tegi ?). L'audacissima congettura del Voll- 
mer (Rli. Mus. .55 (a. 1900) p. 527) : l'ostessa, alla fine della sua parlata, 
avrebbe denudato il seno, mostrando * ista qualia nolit lapido tegi co- 
ronato ', non ha solida base. Il Buecheler (Rb, Mus. 45 (a. 1890) p. 324) 
interpretava ' an vis lapide tegi eumqne lapidem coronari sertis iatis ' ; 
che è pure interpretazione non facile. Io penso che ista siano le gioie 
enumerate prima: lìori, frutta, piaceri del vino e dell'amore, corno il 
rarru si riferisce agli atti dell' inghirlandarsi e profumarsi. 



NOTE SUi^LA 'COPA.' 235 

Per questo suo carattere di stretta parentela con gli 
epigrammi greci di cui ho fatto parola, la Copa può esser 
paragonata ai Priapea, che cosi chiaramente mostrano l'ori- 
gine ellenistica, quando non sono vera e propria traduzione. 
E il paragone ha ragion d'essere anche per certe notevoli 
somiglianze verbali. Già nell'osteria non manca l'emblema 
del dio spauracchio dei ladri : v. 23 ' Est tuguri custos, ar- 
matus falce saligna Sed non et vasto est inguine terribi- 
lis '. E a Priapo fa corona la stessa dovizia di fiori solita 
a lodarsi nei Priapei. Copiosissima ne è l'enumerazione nel 
Priapeo 3° attribuito a Virgilio, che ha con la Copa qual- 
che concordanza : v. a es. 

Co. 19 .... suave rubentia mala 

Pria. 13 .... suare olentia mala. 

Co. 31 Hic age pampinea fessus requiesce sub umbra 
Pria. 14 uva pampinea rubens educata sub umbra (1) 

Le due concordanze citate dimostrano che l'uno dei 
due poeti ha conosciuto l' altro : chi fosse l' imitatore è 
difficile stabilire. Non così è nell'esempio che segue. Ricor- 
diamo r esordio della Copa : 

Copa Syrisca caput graeca redimita mitella 

crispum sub crotalo docta movere latus 
ebria fumosa saltat lasciva taberua 

ad e libitum raucos excutiens calamos ; 

or ecco il principio del Priapeo 21° : 

Deliciae populi, magno notissima circo 

Quintia, vibratas docta movtre nates, 
cjTubala cum crotalis, pruriginis arma, Priapo 

ponit et adducta tympana pulsa manu. 

È evidente : l'autore del Priapeo (2) ha voluto nel se- 
condo verso parodiare il secondo verso della Copa (3), ren- 

(1) Già notata da altri : v. Curcio ad v. 31. 

(2) Ci fu chi pensò a Ovidio : v. Cali, Studi sui Priapea, Catania 
1894 p. 63. 

(3) Il poeta del Priapeo ha, mi pare, di queste abitudini. Già la 
seconda parte del 4" verso ò levata di peso da Oridio Ars I 538 ; e il 



236 e. MORELLI, NOTE SULLA ' COPA 

dendo leggermente pornografica la descrizione, già abba- 
stanza realistica, di questa. Il fatto è notevole: anche perchè 
dimostra come la graziosa poesia ottenesse subito pronta e 
facile diffusione, se è vero che la parodia di un' opera è per 
essa la migliore attestazione di popolarità (1). 

Camillo Morelli. 

V. 5 ' Pro qnibiis, ut semper placeat 8i)ectantibus orat ' è ricalcato sopra 
un V. pure di Ovidio, ex Ponto IV 5, 39 ' Pro qnibus, ut meritia refc- 
ratnr gratia, inrat... '. 

(1) Qiialclio altro esempio d'imitazione puoi trovare nelle note del 
Curcio e <lel Vollmer, Appendix verj^iliana pp. 78-80. Non so se la tinaie 
d'esametro di Petronio 135, v. 14 ' iiassis uva racemis ' sia reminiscenza 
della Copa v. 21 ' Icntis uva racemis '. Tali clausole non dovevano es- 
sere infrequenti in descrizioni simili : cfr. Ovid. Trist. IV Ci, 9 extentis... 



L'OPERA RETORICA 



DI 



DIONIGI D'ALIGARNASSO 



I. 
Lo scritto Della collocazione delle parole. 

Noi prendiamo in esame lo scritto di Dionigi sulla col- 
locazione delle parole {IJeqI awééoEcag xwv òvojiidTcoì') prima 
degli altri e da solo, perchè, pur non essendo il primo in 
ordine cronologico, contiene tuttavia 1' esposizione di alcuni 
principi fondamentali che egli applicherà poi sempre nella 
sua critica degli scrittóri. 

Questo, per sommi capi, il contenuto. L' umano lin- 
guaggio risulta di due elementi, il pensiero e la forma. Il 
primo è frutto degli anni maturi, e si ottiene coli' esercizio 
e colla lettura ; il secondo è oggetto di cura anche da 
parte dei giovani, per i quali quindi occorrono precetti 
che li guidino. 

Importanza della ovv&eoig. — Quanto alla forma, la scelta 
delle parole ha la precedenza, come la scelta del materiale 
per una costruzione ; ma la ovv&eoig è di somma importanza, 
come per V artista il plasmare la materia. Che la disposi- 
zione delle parole costituisce quel complesso armonioso, 
necessario perchè il parlare sia bello ; e anche le parole 
umili, se ben disposte, formano espressioni garbate. 

Se, per esempio, esaminiamo il luogo dell' Odissea 
(tc 1-16) che descrive il ritorno di Telemaco, e l'aneddoto 
di Mirsilo in Erodoto (l. I, § 8-10), vediamo che la grazia, 
l'elegante spigliatezza del dire non dipendono già dalle 
parole, tutte umili e familiari, ma dalla loro disposizione. 



238 U. GALLI 

Gli antichi ebbero della ovvdeoig, coefficiente essenziale 
della U^ig (1), una cura grandissima che scemò poco a poco, 
finché siamo giunti a tal segno che le opere di Polibio, di 
Egesia e di altri, sono insopportabili appunto per la tra- 
scuratezza nella disposizione delle parole. 

Vi sono delle norme fisse che guidino lo scrittore in 
un fatto di tale importanza ? No, perchè infiniti sono i 
modi di disporre le parole. Lo scrittore, proprio come un 
muratore che ritaglia e adatta i pezzi secondo l'occorrenza, 
deve cercare con quale altra una data parola si può unire 
perchè dia buon senso ; poi disporle nelle figure {oy/],uaTa) 
più convenienti ; e, in terzo luogo, por mente alle peculia- 
rità esornative : ripetizioni, ellissi, aggiunte enfatiche e si- 
mili (Capp. I-XI). 

La i)òovì] e il y.alóv. — Quali sono ora le proprietà es- 
senziali della lé^iq ? Ossia, le sue qualità principali deter- 
minate dalla oiyy&EGig ? Sono due : la soavità (); r)òovì'] o tò 
i]òv) e la bellezza (tò xalóv). Della prima sono caratteristi- 
che la grazia, la venustà, la dolcezza dei suoni (evorof^ta), 
r armonia : modello ne è Senofonte ; dell' altra sono proprie 
la gravità, la magnificenza, la solennità, la forza persua- 
siva : modelli Tucidide e Antifonte. 

Ma queste due differenti proprietà sono costituite dagli 
stessi quattro elementi : il suono (tò /.lé/.og), il ritmo (ò qvO- 
jiióg), la varietà (?; i^ieraftoh)) , la convenienza (tò ttoéttov). 

Il f.iiXog. — Anche il linguaggio, come la musica, ha 
il suo iJ.éXog, determinato dall'impressione sonora che ogni 
parola produce sul nostro udito. Possiamo vedere, ad esem- 
pio, in Omero, che è il poeta tra tutti più ricco di suoni 
{jioXvcpoìvóraxog unàvrcùv), quanto importi per la bellezza di 
un verso la varia successione delle vocali e delle conso- 
nanti. Del resto, appunto in questo risiede la ragione del- 
l' armonia imitativa. — In questa parte l' autore si diff'onde 
lungamente nell'esame delle varie specie di lettere e di 
sillabe (Capp. XII-XVI). 

(1) Dunque Xé^ig significa semplicemente dizione, dicitura. Si è :ui- 
cora lieu lontani, naturalmente, da qualunque concetto di stile. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 239 

Il Qvdjuóg. — Il secondo elemento è ritmo. E noto che 
r incontro delle sillabe di differente natura determina le 
varie specie di ritmi o piedi (per Dionigi è lo stesso), dal 
più semplice (fjyejucóv) che è il pirrichio (<-"j), ai più com- 
plessi, in quindici forme differenti. Non tutti, naturalmente, 
sono di uguale bellezza : ma il tribraco, per esempio, è un 
piede umilissimo come il pirrichio, il giambo, 1' anfibraco, 
che son detti àyeveTg, raTreiroi, àusyéd^eig, àoe^uvoi ; invece il 
molosso, il trocheo, il bacchio, lo spondeo sono yervaìoi, 
à^icojLiany.oi, juéye&og è'xovTeg. Il loro vario uso è decisivo per 
l' intonazione e l' efficacia della Uiig. Ad esempio, l'orazione 
di Pericle, in Tucidide, è solenne, maestosa, perchè risulta 
di un complesso di piedi tutti à^ico/uanKoL Così l'esordio del 
IleQi orerpàvov che non presenta né un giambo, né un pirri- 
chio, né un anfibraco. 

La f.iExa(io)Jj. — Il terzo elemento costitutivo della Xé^ig 
è la varietà, importantissima, in quanto anche il bello può 
generare stanchezza. Ma in poesia è poca la libertà : i poeti 
epici, ad esempio, non possono uscire dagli esametri ; i li- 
rici debbono attenersi ad una determinata successione di 
serie metriche. In questo senso, l'epodo segna un progresso; 
poi Stesicoro e Pindaro creeranno delle strofe ricchissime, 
solo lìer amore di varietà. Quanto alla prosa è ottima la 
Xé^ig più ricca di ritmi accenti schemi armonie. Ad es. la 
dizione di Erodoto, di Platone e di Demostene. 

Il TigéTTov. — Il quarto ed ultimo elemento è il ngénov 
che consiste nell'opportuno adai lento delle parole e delle 
frasi ai vari soggetti. Il luor oil' Odissea che descrive il 
supplizio di Sisifo [l 593 sgg.) è uno splendido esempio del 
nQÉJiov, che risulta di parole così bene scelte e disposte che 
convengono in modo mirabile alle idee e riproducono fedel- 
mente la realtà (Capp. XVII-XX). 

Esaminiamo, ora, le seguenti quistioni : Quali sono le 
diverse specie di armonia risultanti dal vario incontro dei 
suoni, e quali gli esempi di ciascuna ? Come può la prosa 
avvicinarsi alla poesia conservando la sua libertà ? Come, 
viceversa, la poesia rassomigliare alla prosa mantenendo 
il metro e l' intonazione poetica ? 



240 U. GALLI 

La ànuoriu avorìjod. — Ci sono, in fondo, tre specie 
di armonia, che denominiamo metaforicamente. La prima, 
quella austera, grave, si distingue per questo : separa le 
parole con pause determinate da suoni gravi o aspri ; usa 
paroloni, sceglie i ritmi più maestosi ; procede con lentezza ; 
non tornisce le frasi con arte ; ma si esprime, quanto ai 
suoni, in modo naturale e spontaneo. Così vediamo in Pin- 
daro e Tucidide. 

La ag. ylacpvqà ì) àv§i]Qà. — La seconda specie di ar- 
monia, fiorita, garbata, connette le parole fra loro in un 
insieme che scorre leggero per i suoni ben regolati, senza 
asprezze ; usa vocaboli semplici, delicati ; evita ogni ardi- 
tezza ; combina dei periodi di lunghezza moderata ; predi- 
lige i ritmi pacati. Ad esempio l'ode di Saffo noiy.ilódoov , 
àìiàvaT, 'Acpoóòna xxL e 1' esordio del Panegirico d' Isocrate. 

La àg. ^léoì] od evxgaTog. — La terza specie di armonia 
unisce in se i pregi delle altre due ; è, perciò, svariatissima 
ed Ila un grande numero di ottimi cultori : Omero, Stesi- 
coro, Alceo, Sofocle, Erodoto, Platone, Demostene ecc. 
(Capp. XVir-XXIV). 

Relazione fra la prosa e la poesia. — Esiste fra prosa 
e poesia una netta distinzione, in quanto la prima è vin- 
colata da leggi fisse e rigorose, ed è, come la musica, ea- 
jLieTgog xal eggvduog ; l'altra, libera nell'uso dei piedi e dei 
metri, è solo evgvù/nog ed evfiergog. Anche questo dipende 
dal modo di disporre le parole. Platone, infatti, usa nella 
prosa una dicitura poetica. (Cfr., qui, pag. 2(38). 

Si può, dunque, alla prosa dare una certa forma poe- 
tica, mediante l'uso di serie metriche disposte con un certo 
ordine. Per esempio, Demostene, in un luogo dell'orazione 
contro Aristocrate, inserisce, di proposito, dei veri e propri 
versi. Naturalmente, egli acquistò la pratica di scrivere 
così, senza fatica, mediante un lungo esercizio paziente. 

Si può, viceversa, ottenere che la poesia rassomigli 
del tutto alla prosa, in questo modo : che il poeta, pur ri- 
spettando le severe leggi della metrica, usi accortamente 
la maggior varietà nella lunghezza e nel numero dei mem- 
bri, come nella forma delle espressioni. Allora, avviene che, 

5. 3. "'.112. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 241 

se il lettore non bada alla regolarità delle successioni me- 
triche, ma segue attentamente il senso, perde l' impressione 
del ritmo e crede di leggere della prosa. 

Il trattato « Degli antichi oratori » 
e i principi retorici della critica di Dionigi. 

La prefazione dello scritto ITeQÌ tcTjv àoyakùv QrjTÓQcav 
è un vero programma di eloquenza attica, in opposizione 
all'eloquenza asiatica. L'autore, atticista fervente, condanna 
la nuova eloquenza in quanto abbia ridotta la Grecia come 
una casa di scioperati, in cui alla savia padrona di un tempo 
ne sia succeduta una stolta e viziosa. Questa nuova elo- 
quenza è addirittura insopportabile per la sua aria di decla- 
mazione teatrale, ingannevole della folla ignorante. 

Per altro egli nota, al suo tempo, un certo risveglio 
mercè la benefica influenza di Roma, e spera che si ritorni 
all' antica grandezza. I suoi contemporanei, intanto, scri- 
vono delle opere degne di lode. E perciò si crede chia- 
mato a bandire nuove idee e a suggerire i mezzi, secondo 
lui, migliori per rinnovare la bella eloquenza attica. « Io 
tenterò di mostrare con quali mezzi possa assicurarsi il pro- 
gresso già fatto, svolgendo un argomento d'interesse gene- 
rale ed umano, e della massima utilità. Questo: quali sono 
gli oratori e gli storici antichi più degni di stima, quale 
fu la loro vita, quale fu il loro ingegno e che cosa dob- 
biamo imitare da ciascuno ; infine, quali norme debbono 
seguire i cultori dell'arte oratoria » (1). 

Sappiamo già dal IIsol owdéoecog il concetto che Dio- 
nigi ha dicendo ?J^ig (dizione). 

(1) IIsqI X. àg/, Qrjx. Prefazione, cap. IV. Gli scrittori che preudo iu 
esame souo i sei più grandi oratori ; e, iu trattati speciali, Dinarco, Pla- 
tone e Tncidide. Di altri parla incidentalmente, o espressamente, come 
di Erodoto, Senofonte, Filisto e Teopom]io nel U. fufii^aecog e nella epi- 
stola a Pompeo Gemino. Suo precursore ed amico era stato Cecilio di 
Calacte. Per il quale retore e critico, r. F. Caccialanza, Cec. da Cai. 
e VelUììismo a Eoma nel secolo di Atignuto (Rivista di filol. ecc. 1889). 

studi ita!, di filol. classica XIX. l(ì 



242 U. GALLI 

Il noayimiiy.òq zótioq. — Una distinzione fondamentale, 
insiste il retore, è da farsi tra la materia e la forma. La 
prima, che i retori dicono TioayitaTiy.òg ró:xo?, corrisponde, 
per così dire, al primo momento di creazione dello scrit- 
tore, e, a sua volta, si suddivide in due diversi momenti : 
evQEoig èì'&vjut]iudTOJv y.al xoiaig. In quanto, prima si trovano 
le idee che convengono alle singole parti dell'orazione ; 
poi, il pensiero dello scrittore, quasi ritornando su se me- 
desimo, sceglie, fra le idee trovate, le più opportune. Dopo 
è necessario ordinarle in modo che appariscano in una suc- 
cessione logicamente pensata, chiara ed incalzante. Questo 
lavoro è detto oly.ovof.ua, distribuzione, uso delle idee, e ha 
luogo anch' esso in due momenti distinti : rà^ig, ordina- 
mento delle idee ; i^egyaoia, elaborazione di queste per ri- 
durle a ragionamento (1). 

Il XeHTixòg TÓJTog. — Rispetto alla materia, l'altro ele- 
mento costitutivo della ^J^ig, il Àey.Tixòg tó.tos o yaoay.Tì'jo, è 
come l'apparenza esteriore, la veste con cui il pensiero si 
manifesta. Difatti, lo scrittore che abbia, per così dire, schie- 
rate nella mente le idee, cerca le parole che servono ad 
esprimerle [èy.Xoyì'j tcov òvo/mTcor). Da questa scelta deriva 
un'altra distinzione fondamentale, tra ?J^ig y.vgia e A. looTxiy.ì), 
linguaggio proprio e figurato. Viene poi la ovvOeotg : e di 
questa tratta diffusamente nello scritto che conosciamo (2). 

Per il 7roayi.ia7iy.òg rÓTTog che dipende solo dall' ingegno 
dello scrittore, occorrono doti naturali ; l'altro, che è un 
portato dello studio, risiede tutto nell' arte. 

Delle tre specie di Xé^ig. — Dalla èy.loyì) e dalla avrdeoig 
hanno origine tre forme diverse di ?JÌig. Ma questa tripar- 
tizione è approssimativa come quella degli elementi del- 
l'universo (orot/jla). 

Aé^ig Xnì) e L l^ì]llayfiÉv^. — Vi sono, anzitutto, due 
specie di dizione sostanzialmente diverse : una ricercata, 
lontana dal modo famigliare, sostenuta, piena di ornamenti 
(A. t^ì]lXayfiévì] xal Tregirrìj xai èyxaxàoxevog xiX.) ; un'altra so- 
bria, semphce, che segue lo spirito e la struttura del par- 

(1) Cfr. De Tliiicyd. cip. 44 et piissim. 

(2) Cfr. De Thncyd. cap. 22 e siri:. 



LA RETORICA DI DIONIUH d' ALICARNASSO 243 

lar famigliare (L ?utì) xai àq^elrjg xal òoxovoa xaTaoy.evì]v te 
xaì loivv Tìji' JtQÒg lòiomp' k'/eiv lóyov y.rX. (1). Questa fu pro- 
pria degli antichi storici, dei filosofi ionici e socratici, tranne 
Platone, e fu condotta a vera perfezione da Lisia. L'altra 
fu coltivata da Gorgia, e specialmente da Tucidide. 

Dunque, Lisia e Tucidide sono agli estremi opposti : 
essi rappresentano un vero intervallo di ottava e distano 
fra loro quanto nella lira la vì]tì] dalla ujiarì]. La dizione 
di Tucidide scuote l'animo, quella di Lisia lo molce ; l'una 
avvolge la mente e la tiene tesa, l'altra l'ammollisce e ri- 
lassa ; l'una desta forti impressioni, Taltra leggeri moti 
d'animo. 

Aé^tg jLuxTì]. — Di mezzo a queste due opposte maniere 
sta quella di cui sembra essere stato inventore Trasimaco 
di Calcedone, e che fu continuata da Isocrate e da Pla- 
tone, finche Demostene la rese perfetta (2). 

Gli scrittori vissuti prima di Gorgia usarono più la di- 
zione propria che la figurata e una ovv&eoig semplice. In 
seguito. Gorgia, considerando che la poesia, mentre, in ge- 
nerale, dice le stesse cose e adopera gli stessi vocaboli che 
la prosa, è di questa tanto più bella ed efficace, in grazia 
sopratutto della avrdeoig, introdusse nella prosa la dicitura 
poetica, e bandì il principio che l'oratore non debba par- 
lare come l'uomo comune (3). 

Le doti ' necessarie ' e le '■ accessorie '. — La dizione 
semplice degli storici antichi ebbe solo le doti necessarie 
{àQexal àvayxdXaì) e fu priva di quelle accessorie (àq. èm&eroi). 
Le prime sono quelle per cui la dizione è pura, chiara, 
concisa (?J^ig y.adagà nal oaq)))g zaì ovvTOjuog) (4) ; le altre 
esornative sono l'elevatezza (vipog), la magnificenza del dire 

(1) De Demost., primi capitoli. Cicerone dice : genus tenue, medium, 
grande. 

(2) Questa tripartizione richiama quella delle tre specie di armonia 
vista nel 77. ovvOéascog (p. 2J0) ; la quale, però, si riferisco piìi al conte- 
nuto, per così dire, musicale, all'elemento fonetico del discorso. Perciò, 
Isocrate è cultore, ad un tempo, della A. /ncxrtj e della àg. àvOìigd, 

(3) TIetiI /iHfir'iaecog, cap. 34. 

(4) Cap. 23 dello scritto su Tucidide. Alle doti qui enumerate ne 
vedremo fra poco aggiunta qualcuna. 



244 U. UALLI 

{y.uAXiQQi]fxoovvtf), la solennità (oe/uvo/.oyiu), la magniloquenza 
{/.leyaXoTioéTiEia), che contribuiscono molto alla potenza del 
dire. La quale, se giunge ad un grado alto, è fornita anche 
della deivÓTìjg, vigorìa, determinata dal róvog (forza), dal 
/5aoog (gravità) e dal :jdOog, forte senso che scuote l'animo 
con veemenza e si ottiene mediante parole energiche e vi- 
gorose, che rispondano a concetti ugualmente forti e vigo- 
rosi: quindi la ?J^ig Tiadìjnx)]. Gli si oppone VJ'jOog, moto più 
leggero dell' anima, che caratterizza la X. ìjdiy./j, più atta a 
commuovere che a scuotere. 

Siccome è impossibile un'eloquenza perfetta che unisca 
in se tutti i pregi, e anche i più grandi scrittori emergono 
chi per l'uno chi per l'altro, enumeriamo quelli indispensa- 
bili con i loro rispettivi cultori. 

La xadaoà éQjiiì]V€ia. — La prima dote necessaria al- 
l'oratore è la purezza del linguaggio (1). Ossia, l'uso corretto 
della lingua attica pura e moderna, rispetto a quella anti- 
quata di Tucidide e di Platone. In questo senso la /. è detta 
anche àxQift/jg, corretta. 

La naturalezza o semplicità (2). — Viene, in secondo 
luogo, una dote che consiste nell'esprimersi con parole co- 
muni, vive e proprie, senza forme poetiche o metaforiche 
né ricercatezze. Quindi l'errore di Gorgia e dei suoi se- 
guaci (v. pag. prec). Così Tucidide, nelle orazioni, riesce 
pesante, per le frasi studiate e audaci. Lisia, invece, parla 
colla elegante spigliatezza di un popolano, e riesce efficace, 
sapendo, con parole semplici, dar forza e grandezza alle 
idee. Isocrate, poi, non rifugge da modi figurati, ma ne usa 
parcamente. 

(1) De lisocr., cap. XI : Uodnìjv [.lev sq)ì]v (De Lys. II) ciQezìjv elvat 
?.óy(ox' tìjv xadaoàv souìjveiai'. Cl'r. Do Isaoo, III ; e passim. 

(2) Questa dote non è ra.ii designata con un nome speciale, ma do- 
iinita (De Lys., cap. II). Consiste sopratntto nell'uso del linguaggio 
proprio, od ò come una particolarità di Lisia : che molti 1' imitarono, 
ma solo Isocrate vi si avvicinò (De Isocr. cap. III). Quindi non ligura 
insieme alle altre enumerate così di frequente, quasi sempre nello stesso 
ordine ; ma implicitamente il retoro vi si riferisce quando biasimi parole 
o frasi figurate poetiche disusate ecc., o lodi la dizione semplice e 
schietta. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 245 

La oacpì'p'Eia. — In terzo luogo la cliiarezza, {oacfrjveiu) (1). 
Su questa il retore insiste ripetutamente, e ne prende argo- 
mento di critica severa contro scrittori quali Tucidide e 
Platone. Loda, invece, Lisia che sa esprimersi brevemente 
e con chiarezza, perchè non sforza le vuote frasi a dare 
dei pensieri, ma sa trovare ogni volta l'espressione adatta 
all'idea. 

La [)oayvTì]q. — Un'altra dote necessaria allo stile ora- 
torio è la concisione {§Qayvxìig), che non sia, però, una tale 
scarsezza di parola che generi oscurità, come spesso in Tu- 
cidide; sibbene, deve consistere nell'abilità di dire le idee 
necessarie con le sole parole che bastano perchè siano in- 
tese. Così Lisia e Iseo : invece Isocrate è prolisso e mono- 
tono, perchè supplisce al pensiero con la parola, volendo 
sempre la simmetria fra i membri di uno stesso periodo. 

La U^ig oTQoyyvh]. — Pure indispensabile all'eloquenza 
forense è la rotondità, la A. Grooyyvh], che consiste nel con- 
densare le idee e presentarle in periodi ben arrotondati, ri- 
stretti e serrati in se stessi. Dopo Lisia, imitato da Iseo, fu 
perfezionata da Demostene. Isocrate ne è privo per la troppa 
prolissità; e la sua ?J^iq è fiacca e troppo rilassata {vjirto. 
y.al xeyvjuévì] 7i?,ovoicjog : De Isocr. 2). 

La èvdgyeia e la ì]do7ioua. — La èrd^yeia è una vivace 
evidenza per la quale l'oratore ritratta al vivo fatti e per- 
sonaggi in modo da darne una immediata e chiara perce- 
zione. La ^&o7ioua consiste nel riprodurre a foggiare i co- 
stumi, i fatti morali, i sentimenti, in maniera fedele e com- 
movente. In questo Lisia è maestro: che la maggior parte 
delle sue orazioni, secondo il retore, sono, come oggi si di- 
rebbe, vere analisi psicologiche finissime. 

Il 71QÉ710V. — Ma tutti questi pregi sarebbero vani se non 
fossero opportunamente regolati dal txqétiov, convenienza, 
opportunità : in quanto ogni parola, ogni frase deve avere il 
suo posto adattato. (Cfr. il 77. owOéoeoyg). A Lisia non manca 
questa dote ; e Demostene la possiede al massimo grado. 

La ydgig di Lisia. — Lisia, inoltre, ha una sua dote spe- 

(1) De Lys. IV : Toi'tìjv àofTÌ/v à.-roqnairofuu rìjr oaq)i'jVEiav. 



246 U. GALLI 

ciale, degna di imitazione. E una certa grazia esornativa 
del dire, che, come la bellezza, si percepisce senza poterla 
definire. Si giunge a gustarla mediante una aloyog aì'od)]aig 
ben disciplinata (1). 

Difetti degli oratori. Lisia e Isocrate. — Ma nemmeno 
Lisia né Isocrate sono perfetti. Lisia, per esempio, è privo 
della forza oratoria di Demostene, e spesso desideriamo da 
lui maggior vita ed energia. Isocrate è molto più elevato, 
splendido, dignitoso ; ma pecca di un grave difetto. Perchè, 
sommo egli riesce nell'eloquenza epidittica, ma nel yévog 
òtxavixóv è molto deficiente. Infatti, il suo dire accurato e 
monotono può piacere a un uditorio raccolto per un di- 
scorso di apparato ; ma nei tribunali, dove si discute di 
vita e di morte, occorre più forza di parola. A Isocrate 
mancano la concisione e la densità, perchè svolge e acca- 
rezza troppo le idee (2), laddove la Xéitg èvaycóviog dev'es- 
sere condensata, rotonda, non sinuosa. 

Iseo. — Molta è l'importanza di questo oratore che 
serve come di congiunzione tra Lisia e Demostene. Egli ha 
molti dei pregi di Lisia : ma, d'altronde, è più artificioso, 
più compassato e più adorno di lui ; sicché, pur cedendogli 
nell'eleganza, lo supera nell'abilità della struttura, che pre- 
para l'arte di Demostene, ma nuoce alla spontaneità e alla 
sincerità, come vedremo meglio. 

La invenzione delle idee. — Non si possono dare norme 
per l'invenzione delle idee {jTQayfianxòv fiéoog, cfr. pag. 242). 
Si può solo consigliare la lettura dei grandi scrittori come 
cosa utilissima. 

Lisia, intanto, è un esemplare splendido i)er l'inven- 
zione e la scelta delle idee. Egli sa desumere dai fatti stessi 
tutte le possibili argomentazioni, quasi sviscerandoli, e non 
trascura nessun elemento di pensiero. Meno, invece, sa svi- 

(1) Cicerone, De or. Ili ^ 28, ci foruisce così riassunto il giudizio 
sui principali oratori greci : Suavitatcm Isocrates, subtilitatam Lysias, 
acuincn Ilypcrides, sonituiu Aescliines, vini Demostbcnes liabnit. 

(2) Ci fa notare, fra l'altro, l'uso eccessivo delle .-ragiaióosig e :^a- 
Qo/iioitóaeig : paria iiaribu» adiuncta et similiter definita itemque contra- 
riis relata contraria (Gic. Or. * 175). 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 247 

luppare e coordinare fra loro gli argomenti. Per contrario, 
Isocrate e Iseo sono davvero maestri nell'arte di argomen- 
tare, indispensabile alla forza oratoria. Lisia è spontaneo e 
semplice nel modo di presentare le idee, come nella di- 
zione ; Isocrate e Iseo svolgono i loro pensieri con larghezza 
e varietà, ricorrendo a certi artifici {navovQyim, astuzie) che 
egli non conosce : prenunciazioni, inserzioni, mutamenti di 
tempo, di fatti, partizioni ecc. 

Un altro modo di dar vita al discorso è il procedere, 
incalzando, per interrogazioni seguite subito dalla relativa 
risposta. Ancora : Iseo, nelle argomentazioni, procede con 
ricercatezza, per epicheremi ed amplificazioni ; gli altri, in 
breve e semplicemente. Isocrate, però, rispetto a Lisia, uti- 
lizza meglio i propri pensieri, e lo supera anche nella scelta 
degli argomenti molto seri e moralmente utili. 

In conclusione, è necessario fare un uso ben accorto e 
ricco dei pensieri trovati, nel senso che non si dicano le idee 
così come sono, semplicemente, ma si elaborino per modo 
che ne risulti un' argomentazione ampia e diffusa più che 
le idee per se prese non darebbero. In questo è mirabile 
Demostene. 

Come si deve sempre aver presente la distinzione fra i 
tre generi di eloquenza {òiKavixóv, èmòeixny.ór, ov/nfiovhvny.óv), 
così è necessario tener conto delle varie parti di una stessa 
orazione. 

Il proemio. — Il proemio è oggetto di molta attenzione 
da parte dei retori. In quanto, coll'esordio si preparano gli 
animi, si destano le impressioni prime e più forti che pos- 
sono esser decisive per la causa. Secondo Dionigi, il proe- 
mio esige una speciale attenzione, non essendo punto facile 
incominciare bene, se si ha di mira la maggiore opportunità. 
Perchè, l'esordio non consiste già nelle prime parole del- 
l'orazione, ma in quello che non può stare bene se non in 
principio. Lisia, al solito, è un modello, per la varietà ed 
efficacia grande dei proemi. Ad es., quello dell'orazione 
contro Diogitone (1). Ma la tecnica di Iseo è, anche qui, 

(1) Esaminato in De Lys. oap. XXI V. 



248 U. GALLI 

maggiore. Però, con quale conseguenza? Dionigi avverte (1) 
che un tempo Iseo era tacciato d'impostura e di falsità, 
per una certa diffidenza che desta l'artificiosa composizione 
dei suoi scritti : e che un antico retore, Pitea, rinfaccia a 
Demostene di essersi impinguato (otoinoTai) di Iseo e dei 
suoi artifici. In verità, soggiunge Dionigi, a Lisia crederemmo 
anche se mentisse, di Iseo invece diffidiamo ancorché dica 
il vero. 

Tucidide poi non ha nemmeno conosciuti i precetti re- 
torici sul proemio. Tanto vero che al principio della sua 
storia, si dilunga in un proemio di ben 500 righe, che egli 
stesso, alla fine, riassume in sole 25. 

La òiì]yi]oig. — La seconda parte dell' orazione è la 
òiì]yi]otg che richiede, essa pure, senno e attenzione (q oovrìg 
xal (pv)Myj)). Deve essere concisa, elegante ed efficace. Lisia, 
al solito, narra come vogliono la natura e la verità, ben 
sapendo che l'arte sta molto nell' imitare la natura. Si con- 
fronti la òi)'jy)]oig della sua orazione Karà Tiaiòog con quella 
KuTà Kórcovog di Demostene : sono due splendidi esemplari 
del genere. 

Quanto, però, alla oìy.ovoida in questa parte dell'ora- 
zione, Iseo è ben superiore a Lisia. Egli segue due criteri dif- 
ferenti : riferisce direttamente la narrazione, in modo con- 
ciso, senza elaborarla; oppure la distingue in parti che il- 
lustra diffusamente con testimonianze e prove. Qualche 
volta anche premette alle narrazioni i fatti che le devono 
rendere più attendibili, come conferma anticipata. 

Tò Tiioxovo&at za jiQdyjiiara. — Anche in questa parte 
dell'orazione, Lisia è molto degno d'imitazione per l'uso 
ottimo delle prove: moreig svreyvoi e rr. are/voi. (2). Lisia sa 
interpretrare con acume i fatti e scoprirne le attinenze col 
soggetto. Efficacissime sono anche le prove che deduce dai 
costumi, rappresentando al vivo l'indole del suo patrocinato. 

Dell'ultima parte dell'orazione, V epilogo, il retore non 

(1) De Isaeo, cap. IX. 

(2) "EvTE/j'oi, fittizie, souo quelle immagiuate dall' oratore che le 
deduco dai fatti stessi, costumi, seutimeuti, di cui parla. "Atf/voi sono 
i dati di fatto, le testimonianze, le ]>rove certe. V. Aristot. Retor. I 2, 2. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 249 

parla mai espressamente ; vi accenna qualche volta per 
dire che deve essere breve ed energico. 

Critica di Tucidide, di Platone e di Demostene. 

Critica di Tucidide. — Dionigi dedica al grande storico 
un apposito scritto che è una vera diatriba, non sempre 
assennata ne giusta, per quello, almeno, che concerne il 
contenuto della grande opera tucididea. La critica formale, 
invece, pur così minuziosa e severa ha, per lo più, una sua 
ragione di essere (1). 

Incomincia, dopo l'introduzione, con qualche cenno sugli 
antichi logografi. I quali fecero uso di una Xé^ig che ha sol- 
tanto le doti necessarie {àvayxaìai) e di più una certa ma- 
gniloquenza e solennità; ma è priva della forza, della gra- 
vità e del Tidéog che sono il nerbo dell'eloquenza. Essi, poi, 
tennero conto delle favole, delle leggende, e le riferirono. 
Possiamo, per allora, scusarli ; ma la storia deve essere 
« sacerdotessa della verità » (2), quindi ammiriamo l'amore 
che Tucidide ebbe per la verità ed imitiamolo. Quanto alla 
?J^ig, egli affetta una maniera di dire quasi sempre astrusa 
ed intricata. Il primo suo grave difetto, comune anche a 
Platone, è l'uso di una lingua arcaica, fuori d'uso, e di tali 
forme che nuocciono alla semplicità del dire. Le caratteri- 
stiche della sua U^ig, che sono anche le ragioni della sua 
oscurità, si riducono a quattro : uso di parole poetiche ; 
uso di modi figurati ; asprezza di suoni ; celerità di signi- 
ficati, ossia la eccessiva concisione per la quale esprime le 
idee con troppo poche parole (3). 

(1) Anche prima, Dionigi aveva scritto di Tucidide nei TleQi /«,«>;- 
aeojg ; e noi possediamo del II libro, il parallelo, inserito dall' autore 
nell' epistola a Pompeo Gemino, tra lui ed Ei-odoto, che egli antepone 
in tutto a Tucidide. 

(2) De Thnc, cap. Vili. 

(3) De Thnc, cap. 24 : ....tÒ ^oa^Tiy.òv xòJv òroiidzcor, zò :io/.vsiÒèg 
xòìv a/ì]iidz(ov, zò zQayv z^g agfioriag, rò zàyog z6>v aijfiaaiwv. Similmente, 
Cicerone (Of. e. 39) dichiara Tucidide praefractior, assai spezzato ed 
aspro ; e poi iti De or. II 13 : Thucydides omnes dicendi artificio facile 
vicit. 



250 U. GALLI 

Al cap. 25 dello scritto, Dionigi fa vedere come vor- 
rebbe che fosse la U^ig di Tucidide, rifacendo a suo modo 
un periodo. Mantiene le stesse parole e frasi, ma ne muta 
la costruzione per rendere il periodo più chiaro, fluido e 
rotondo, la dizione più àyy.v?j] e più Òetv)]. 

La ótì]yt]oig in Tucidide. — Molta lode tributa, invece, 
alla descrizione della battaglia navale tra Siracusani e Ate- 
niesi (I. Ili, cap. 71 sgg.), tale, secondo lui, che gli incolti 
non vi troverebbero parola o struttura difficile, gli istruiti 
nessuna bassezza. 

Ai capitoli 28 e sgg. riporta la descrizione dei grandi 
disordini corciresi (1. Ili, cap. 18 sg.) e poi la commenta, 
lodandone la prima parte che è piana ed efficace. Ma poi, 
come la M^iq diviene più intricata e pesante, egli protesta 
in nome della chiarezza e della semplicità. Quante frasi 
ridondanti, poetiche ed artificiose! Eppure sarebbe stato fa- 
cile dire con maggiore spontaneità e spigliatezza ! E così 
esamina e corregge a lungo, sostituendo forme più fami- 
gliari e semplici. 

Le òìjjLii]yoQiat. — Le orazioni, secondo Dionigi, sono 
davvero la parte più deficiente dell'opera di Tucidide (1): 
si può dire, quindi, che egli è privo dell' abilità di svol- 
gere le idee, pur avendo una ricchezza mirabile di pen- 
siero. Per la quale, appunto, avviene che i suoi ammiratori, 
sopraffatti e abbagliati dalle idee, non scorgono, o non vo- 
gliono, i difetti della forma. 

Il lungo brano del secondo libro che riferisce l'avve- 
nimento di Potidea, è come una scena dialogica tra Archi- 
damo e i Plateesi. Merita lode per la concisione, la pu- 
rezza, la vivacità. Ma non si può dire lo stesso di un luogo 
del libro quinto (cap. 85 sgg.), il dialogo fra gli Ateniesi 
e i Melii. Nel quale, anzi tutto, le idee non convengono ai 
personaggi che le esprimono ; poi, quanto alla forma, si no- 
tano subito costruzioni poco chiare e irregolari, come in 
questo periodo : 77 juèv tmeixeia rov òiòdoneiv xaO' yov/Jav 
àkX)]?Mvg ov ipéyerai' tù òk zod noXéi^iov Jiagórra Sjdì] y.aì ov 

(Il Di" Thnc, cnp. 31. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 251 

fxéklovxa òiaq^éoovra avrov cpaivere. Dove bisognava che, in 
ultimo, ci fosse : avriig (faivExm. 

L'orazione di Pericle nel primo libro (capp. 140-144) è 
divinamente concepita per le idee, non gravosa all' udito 
per la disposizione degli incisi né per la stranezza dei modi 
figurati. Così quella di Nicla (1. VI, 9 sgg.ì e, più di tutte, 
quella dei Plateesi (1. Ili, 53 sgg.). 

Ma l'orazione di Pericle nel libro secondo (cap. 60) è 
mal concepita per le idee ; come questa : che Pericle, do- 
vendo render conto agli Ateniesi del suo operato e scagio- 
narsi di certe accuse, più che parlare con mitezza, muove 
lui dei rimproveri. Poi fa molte lodi di sé, quasi non sa- 
pesse, lui, il più grande oratore del tempo, l'odiosità che 
destano le lodi di se stesso, specialmente se uno debba cat- 
tivarsi l'animo degli uditori. Quanto alla forma si incon- 
trano espressioni o puerili o poetiche o oscure alla ma- 
niera di Eraclito. Per esempio, à^uvveo&at [xt] <pQovìjjiiazi jbtóvov 
akXà xul y.aTa(poov)luaTi, è una espressione figurata (o/jiua), 
così fredda che si addirebbe a Gorgia. 

Da questa critica minuziosa e lunghissima si conclude 
che ottima è la M^ig di Tucidide quando si allontana poco 
dall'uso comune ed ha solo le doti essenziali; difettosa, 
invece, quando si discosta dalle parole e dalle strutture fa- 
migliari per seguire quelle strane ricercate incomprensibili. 

Particolarità della lé^iq Tucididea. — Oltre questo trat- 
tato diffusissimo, Dionigi ha scritto anche un opuscolo, in 
forma di lettera ad Ammeo, Ileol tcov Sovkvòìòov lóuQ/Lidrov. 
Dove espone le particolarità linguistiche grammaticali e sin- 
tattiche di cui fa uso Tucidide. Enumera, ad esempio, le 
forme dialettali, le parole antiquate, i modi figurati e poe- 
tici, per cui la dicitura dello storico ha un andamento so- 
lenne, grave e difficile. Fa notare l'uso dei sostantivi neutri 
invece dei verbi, del singolare per il plurale, degli astratti 
pei concreti, l'inversione dei tempi e delle persone, e si- 
mili. Altri fatti speciali, caratteristici della ?J^ig di Tuci- 
dide, sono: l'espressione di un concetto singolo con più so- 
stantivi o verbi; le frasi ellittiche; i concetti verbali espressi 
con sostantivi: :rcaQah'eoig, à^iojoig ^ier Traoaiveh; ù^ioì'v ; e vi- 



252 U. GALLI 

ceversa : 7zo?.e/nETv per 7ió?.£jiiog, àrayy.doai per àvuyxì] ; lo scam- 
bio dei generi, o dei numeri, o dei tempi, o dei casi, cioè 
i solecismi ; e via dicendo. 

Critica di Platone. — Alla stessa stregua è giudicato 
Platone che, pur essendo, dice il retore, uno scrittore gran- 
dissimo e degno d'imitazione, cade spesso nel difetto di 
troppa sostenutezza. 

Come giustificazione della critica un po' severa contro 
Platone, Dionigi indirizza una lettera a Pompeo Gemino che 
se ne era stupito. Confessa subito di essere un caldo ammira- 
tore del filosofo, e dichiara che se lo ha censurato fu solo per 
dar rilievo maggiore ai meriti di Demostene. Nel che non 
ha fatto che applicare il sistema utilissimo dei confronti, 
seguito a volte dallo stesso Platone. D'altronde, la critica 
contro il sommo filosofo non è nuova. La sua, poi, non è 
diretta contro le idee, ma contro certi difetti della U^ig, 
quando imiti Gorgia e Tucidide nella struttura magnilo- 
quente e poetica. 

La sua òid?.ey.Tog vuol essere una miscela dei due generi 
opposti di ?JÌ(g, di quella semplice {?utì']) e di quella ricer- 
cata {^.^ì]Uay fièri]) (pag. 242) (1). Perciò, qualche volta è puro 
e trasparente come una fonte limpidissima, corretto e scor- 
revole ; in quanto, evitando artifìci ed arcaismi, adopera le 
parole più semplici e usate, e allora è adorno come di un 
verde fiorente, e dal suo dire esala quasi il profumo soave 
di prati odorosissimi. Quando, invece, come spesso, si ab- 
bandona alla ridondanza e all'affettazione, riesce pesante, 
oscuro, sgradito : e le sue perifrasi ridondanti sono spesso 
vuote di pensiero. Troppo s'indugia nella USig figurata, e 
giunge al colmo della ineleganza nelle figure poetiche (2). 
Egli stesso, nel Fedro (3), chiama il suo modo òi&vgatifiog. 

Se esaminiamo, ad esempio, l'epitadio del Menesseno, 
che è il migliore dei suoi discorsi politici, troviamo una 
grande prolissità che raffredda l'espressione; e, malgrado 

(1) Questo giudizio clic troviiinio al oap. V dello scritto su Dc- 
niost. è poi ripetuto quasi testualmcutc nella epistola a Pompeo (ìimiuo. 
cap. II. 

(2) Do Demost. cap. V. 

(.3) Plat. Fedro p. 238, efr. 211. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 253 

la cura eccessiva della forma, tutto il discorso ridonda di 
frasi affettate, puerili, fredde, fiacche, ineleganti (1). 

La sua dizione differisce da quella di Demostene come 
le armi da guerra da quelle di apparato, come le visioni 
reali dalle immagini, come i corpi avvezzi alla fatica e al 
sole, da quelli cresciuti al coperto e mollemente. La dizione 
platonica si può paragonare ad un luogo con ameni sog- 
giorni e sollazzi piacevoli ; quella di Demostene ad un ter- 
reno fecondo e generoso, non punto parco del necessario e 
neanche del superfluo per la vita e il benessere. 

Demostene. — Demostene I Ecco il vero ideale dell'ora- 
tore. Sembra che da lui muova ed a lui giunga, come 
punto ideale di partenza e di arrivo, l'opera tutta di Dio- 
nigi, che lo ebbe, quasi, come criterio costante di giudizio 
e termine assoluto di confronto. 

Egli fu superiore a tutti i precursori, perchè ne colmò 
le deficienze e riunì in sé solo i pregi di tutti, contempe- 
randoli mirabilmente. Conferì, per esempio, lucidità e vi- 
vezza alla dizione sublime e ricercata ; a quella semplice 
e leggera, vigorìa ed acutezza ; a quella mista, sentimento, 
varietà, convenienza. E si formò, così, una propria dicitura 
ricca, mutevole come il mitico Proteo. 

Demostene e Tucidide. — Da prima, negli scritti giova- 
nili, si accostò alla dizione elaborata e sostenuta di Tuci- 
dide. Valga come esempio un luogo della III Filippica (§ 110), 
dove si trovano dei periodi così studiati che sforzano l'in- 
telligenza. Se non che, mentre Tucidide adopera senza mi- 
sura ne opportunità la dizione ricercata, Demostene sa co- 
gliere la convenienza e moderarsi, non danneggiando la 
chiarezza. 

Demostene e Lisia. — D'altra parte, egli conosce anche 
una dizione facile, sottile, veramente lisiana. E a propo- 
sito della òiì]yì]oig (p. 248) già stabilimmo un confronto tra 
i due oratori che, a volte, si somigliano tanto che difficil- 
mente li distingueremmo (2). 

(1) Cfr. Gif. Or. 151 : In ea est orebra ista vocalium concursio, 
(luam magna ex parte ut A-itiosam fiigit Demostbencs. 

(2) Molto giudiziosi e ben detti sono tutti questi confronti di De- 
mostene con Tucidide, Lisia, Isocrate, Platone. 



254 U. GALLI 

Demostene e la ?.. /Luy.T)'j.. — Ma siccome ne Tucidide ne 
Lisia, che sono agli estremi opposti, avevano raggiunta la 
perfezione, cosi Trasimaco introdusse il yérog /.léoov nel quale 
fu seguito da Isocrate e da Platone che lo passarono a De- 
mostene, e da questi fu reso perfetto quanto era umana- 
mente possibile. (Cfr. p. 243). 

Per qual ragione fu necessaria questa nuova forma di 
dire ? Perchè il pubblico dei tribunali, delle assemblee è 
composto, per una parte, di ignoranti, come i lavoratori ; 
per l'altra parte, di uomini colti. Quindi è necessario che 
l'eloquenza si adatti agli uni e agli altri ; e tale, appunto, 
è la dizione mista di Demostene che risulta dal contempe- 
ramento delle altre due specie (1). 

Demostene e la avy&eoig. — Demostene ebbe moltissima 
cura anche nella ovviìeoig, e anche in questa superò gli altri 
oratori. Ma egli non predilesse una forma speciale di armo- 
nia, perchè le usò tutte allo stesso modo, adattandole bene 
ai singoli casi. Perfino l'invidioso Eschine lo ha, in questo, 
lodato e imitato. 

Se prendiamo, ad apertura di libro, una qualunque delle 
sue orazioni, troviamo, nella prima Olintiaca (2), che nei 
primi tre periodi prevale l'armonia fiorita, nei seguenti quella 
austera, poi l'altra di nuovo ; ma non esclusivamente, sib- 
bene l'una combinata con qualche elemento dell' altra. Così 
che Demostene coltivò, in fondo, l'armonia mista (3), ma 
con la maggiore libertà e varietà : quindi i suoni ora pro- 
lungati e distinti, ora connessi e aderenti, ora aspri, ora 
dolci, ora pieni di Tcudog, ora di ridog. Non fu, dunque, esclu- 
sivo, ma seppe adattare il discorso ai vari argomenti e alle 
singole parti dell'orazione. Perciò è molto vario anche nella 

(1) De Deni., cap. XV. 

(2) Glint. P, ^ 22 sgg. Et òé ri; vfiòjr, co ci. 'AO.. rùy <Pi'/.i.-T.Tor sv- 
rv'/ovvra 6qù>v htI, 

(3) De Dem., cap. 42 : ....rl/r iiéojv y.aì iiixtÌjv agfiovìar ijTSTi'jòevaev ó 
AìjfioaOér}];. Aucho qui, come nel 77. avr&. r. òr., troviamo esposta dif- 
fusamente, con nuovi esempi, la tripai-tizione delle specie di armonia, 
dette anche : la prima, evoTadi'jg, (ìaona, rfi/.dn/atn;, oFfivi] xr).. ; la se- 
conda, ).iyvrtu, -^eargi/i/j, Jto?.ì' rò xoiiyòv y.al /lakaxò)' tnt<fairox'aa xxX. 
(Cap. 36 .sgg.). 



LA KETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 265 

estensione dei periodi, nella forma degli oyJiiiaja e anche, 
finalmente, nei ritmi. 

Ora, si può domandare : Perchè mai, pur avendo i re- 
tori stabilito e riconosciuto lui stesso che la l. j^ux-tì) è la 
più bella e compiuta, nella pratica Demostene non si at- 
tiene a questa con rigore, ma passa così spesso dall'una 
all' altra ? Appunto perchè, risponde Dionigi, egli comprese, 
accorto come era, che ai vari generi di eloquenza e alle 
diverse parti dell'orazione si addice una maniera speciale 
e, molto abilmente, seppe usare la più grande e opportuna 
varietà, 

Demostene e il xalóv e la fjSovì']. — Ritornando alla di- 
stinzione tra yM^óv e fjòovì] (o f]dv) dello scritto II. ovv§. t. 
òv., esaminiamo quale conto ne abbia fatto Demostene. In 
primo luogo, egli comprese che, se si usano separatamente, 
l'uno senza dell'altro, se ne diminuisce l'efficacia; e poi, 
che il xakóv e un resultato della àginovia avoTì]oà, come la 
ì]òov)'] della àg. yXacpvQa. Perciò, risalì ai quattro elementi 
costitutivi dell'uno e dell'altro [tà /nèh], ol qv&jìioi, al jue- 
raftolai, xò TiaQaxolovdovv ajzaoiv avróig noénov, cfr. pag. 239), 
e scelse e combinò le parole, i ritmi, le figure, le armonie, 
con molta varietà, in vista sempre della maggiore conve- 
nienza. 

La perfezione di Demostene. — In conseguenza di quanto 
precede, concludiamo che Demostene manca di un carat- 
tere suo particolare, come sarebbe la semplicità per Lisia, 
la ricercatezza e la solennità per Isocrate: egli è perfetto. 
La sua lé'^ig è come la fisionomia di un uomo, che se la 
decomponiamo nei tratti costitutivi, si perde, e non pos- 
siamo ravvisarla da uno solo, perchè ci sfugge l'insieme. 
Ma anche Demostene ha certe sue doti particolari, come 
l'accordo di varie qualità {owòoofxì']) e la sovrabbondanza 
(nhovaojLióg). E, per giudicare la sua arte, bisogna tener 
conto sopratutto della èjnjuékeia, della evgvi^/uta e, in terzo 
luogo, dell'attitudine a mutare in tutti i modi possibili e 
a foggiare svariatissimamente frasi e periodi. Per gustare la 
i/.ijué/.Ei.a occorre Và?,oyog aì'adìjoig (cfr. pag. 246), che è frutto 
di una lunga pratica, quale occorre agli artisti per ricono- 



256 U. GALLI 

scere l'autore di un'opera. La evQv&pia è necessaria a che 
la /J^ig abbia una certa bellezza poetica, di cui Demostene 
è sempre fornito (1). Quanto alla sua terza caratteristica, 
diciamo che non vi è un solo luogo in Dernostene che non 
sia adorno di varietà {t^aXlayai) e di figure (oyjjiiaTinuot). 

Tutto questo non ci desti meraviglia, come parendoci 
strano che Demostene abbia passato il suo tempo rivolgendo 
in su e in giù le parole. Si pensi, invece, che egli voleva 
lasciare un ricordo imperituro del suo pensiero e che, come 
ebbe cura della oixovoi.ua delle idee, così, non meno, della 
ag^uovia delle parole, stimolato anche dall'esempio di grandi, 
come Isocrate e Platone, slmili a intagliatori e cesellatori del 
discorso. 

Demostene e il gesto. — Rimane da dire del gesto (cnó- 
xoioig), che è certo una àvayy.aia ùoerrj, chi pensi solo quanto 
differiscano, per questo, la tragedia e la commedia. Asso- 
lutamente necessario è alla eloquenza forense. Demostene, 
come dicono i biografi, ebbe ogni cura della voce e del- 
l'atteggiamento del corpo (2). La sua ?J^ig, poi, è così viva 
che suggerisce essa stessa il gesto. Dionigi conferma que- 
sto concetto con un esempio, inteso a mostrare come sia 
evidente il modo di recitarlo. 

Difetti di Demostene. — Ha difetti la U^ig di Demostene? 
Dionigi risponde che, sebbene la dicitura di questo sommo 
oratore abbia accolti in sé i più grandi pregi, le manca, 
però, la Emoanelia (3) : perchè non ha se non la eleganza, 
la fine urbanità {àoxeì'ojnóg). 

(1) Cfr. 77. OVV&.: pag. 2, pag. 119 sgg., nel testo: dove »' ine- 
trìcameute analizzato l'esordio del 77. OTstpàvov. 

(2) Cic, Or. 56 : « Ut iam non siue causa Deniosthencs tribnerit et 
primas et secnadas et teitias actioui ». Cfr. De or., Ili 213. 

(3) Molti, aggiunge Dionigi (De Dem., 54), la dicono xagig. Aristo- 
tele (Rliotor. II, 12, 16) la definisce ^emuòevfdv)) i'^Qig, garbata offesa, 
in opposizione a jicofio?.oyia e ad àyooixia. - Anche Cicerone esprime que- 
sto giudizio su Demostene : « quo quidem mihi nihil vidctur urbanius, 
sed non tam dicax fuit qaaui facetus ». Lo stesso anche (Juintiliano 
(VI 3, 17 sgg.). - Sembra, dunque, che svzoaneXia corrisponda a dicaci- 
im che Quintiliano (Ibid.) definisce: « ....scrmonem cum risu aliquos in- 
cessantom ». 

tì. 3. ''.112, 



LA KETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 257 

Attacchi di Eschine contro Demostene. — L'oratore Eschine 
rinfaccia al suo grande avversario l'uso di parole ora pun- 
genti e raffinate, ora sgradite e volgari. Ma la prima ac- 
cusa ridonda a vantaggio dello stesso Demostene. Perchè, 
ufficio del buon oratore è anche quello di spingere gli udi- 
tori ad essere custodi severi delle leggi, rigidi investiga- 
tori delle colpe, giudici inesorabili dei colpevoli. Il che non 
è possibile ottenere con un discorso adorno di parole molli 
e delicate. Demostene, quindi, sa molto bene a proposito 
ricorrere anche alla durezza del dire. Così, l'uso di termini 
ricercati ha la sua buona ragione in questo, che, siccome 
una lingua si arricchisce di forme col tempo, prima, na- 
turalmente, si avevano minori mezzi di espressione che ora. 
Perciò un oratore antico, Demostene ad esempio, era, a 
volte, costretto ad esprimersi in un modo ricercato. Non 
solo, ma egli poi lo faceva di rado e accortamente, solo 
nelle orazioni politiche di maggiore importanza ; mentre nei 
discorsi privati usava una Xé^ig semplice e viva. 

L'altra accusa che concerne l'uso di parole sgradite e 
volgari, è infondata. Perchè, a leggere tutto Demostene, non 
ho trovato, dice Dionigi, nessuno dei termini che Eschine gli 
attribuisce: « cjioxérmpai rn vevqa xov òìJjlwv», « (poQf.ioooa- 
(povjue&a », « ravra òé, ó xiradog, n lori »; ecc. ecc. 

Qualcuno anche ha rimproverato a Demostene la ri- 
dondanza di certe espressioni, come : ....y.oX jigàiTeiv xal Jioi- 
eTv ; ....y.óoì]g eri xal n:aidòg ovo)]g ; ....ovx eìdcog ooxig ttot' ìotiv, 
ovòè yiyvd)oxcov, ecc. Ma costoro non comprendono che al- 
l'oratore non basta la concisione : egli deve anche ricor- 
rere alla ridondanza per dare al discorso chiarezza, ener- 
gia, amplificazione, Tiddog ed euritmia, coefficienti impor- 
tantissimi della persuasione. 

L'autore termina questo lunghissimo scritto facendo 
voti di poter trattare un argomento di maggiore impor- 
tanza ed estensione : la jiQayjuariy.i] óeivóxìjg di Demostene. 

E forse lo scritto suU' oratore Iseo ci dà un' idea di 
che cosa sarebbe stata questa sua trattazione. (Cfr. pag. 246 
e sg.). 

StKiU Hai. <ìi filai, classica XIX. 17 



2^8 U. GALLI 

II. 

Carattere ed importanza dell'opera di Dionigi. 

Eloquenza e retorica. — L'eloquenza apparisce, nf^lla 
letteratura greca, come un' arte che nasca, per così dire, 
con la coscienza riflessa di sé. Ciiè se anche i primi ten- 
tativi, spontanei, si debbono ai bisogni della vita pubblica 
e risalgono a tempi antichissimi, l'eloquenza, come arte let- 
teraria della parola, raffinata e redatta in iscritto, nasce 
quasi ad un tempo con la retorica ; e le due arti, quasi 
gemelle, si sviluppano insieme, dandosi alimento a vicenda. 
Perciò, fin dalle origini, troviamo in una stessa persona 
l'oratore ed il retore. Gorgia, che è forse il primo oratore, 
fu anche retore, e contemporaneo dei primi retori, Corace 
e Tisia. Più tardi, anche quando l'eloquenza sarà giunta 
al suo fastigio, avrà sempre al suo fianco la fedele sorella. 
Demostene, infatti, ebbe un maestro di eloquenza e, a Roma, 
il massimo degli oratori fu anche il più geniale dei retori. 
Più tardi ancora, quando verranno meno il bisogno e la 
capacità di fare uso dell'eloquenza, continuerà a sopravvi- 
vere lungamente la retorica come studio dell'arte tramon- 
tata e tentativo di richiamarla in vita. 

Evoluzione dell'arte del dire. — Il progresso meravi- 
glioso compiutosi da Gorgia a Demostene, attraverso Tu- 
cidide, Isocrate, Lisia ed Iseo, per chi badi, come i retori 
antichi, a quello che, a prima vista, si plasma e trasforma, 
non è che una evoluzione lenta e laboriosa del modo di 
dire. Vediamo parole e frasi che cadono, via via, in disuso 
e cedono il posto alle nuove ; vediamo che i membri del 
periodo assumono, poco a poco, maggiore scioltezza, viva- 
cità e varietà di espressione, come le figure nelle arti del 
disegno ; vediamo, infine, che i periodi si fanno più sim- 
metrici, vari, compiuti e meglio concatenati. Gorgia imitò 
la dizione poetica ; Trasimaco di Calcedone foggiò il suo 
nuovo stile sul parlar famigliare ; Isocrate introdusse il 
ritmo nella sua prosa, del resto cosi artificiosamente tor- 
nita che nessuno, meglio di lui, ci dimostra quanto la re- 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 259 

torica abbia potuto informare di sé l'eloquenza : lo stesso 
Demostene ebbe da prima uno stile in cui riconosciamo 
Tucidide. L'eloquenza, insomma, è, nello stesso tempo, 
un' arte spontanea ed uno studio riflesso come vogliono i 
retori, E Demostene, certamente, non sarebbe stato così 
grande senza il suo ingegno, ma neanche senza l'opera dei 
suoi precursori. Nessuno, del resto, ignora quanta influenza 
esercitasse anche la sofistica sull'arte del dire. 

La retorica studio dell'eloquenza. — Perciò, quello che un 
retore c'insegna delle particolarità linguistiche e, diciamo 
con riserva, stilistiche dei singoli scrittori, del progressivo 
miglioramento formale dall'uno all'altro, corrisponde a una 
gran parte del vero. Specialmente trattandosi di lingue 
come le antiche, il greco in particolare, che, oltre ad una 
meravigliosa ricchezza di parole e di suoni, aveva anche 
tanta libertà di disporre le parole e le frasi. P. Augusto 
Blass, per dimostrarci, nella sua opera magistrale, il pro- 
gresso dell'eloquenza, molto desume dagli antichi, e sopra- 
tutto da Dionigi. 

Del resto, critica letteraria nell'antichità non esiste se 
non come analisi formale. Unica eccezione il trattato Del 
sublime che sta veramente a se, come un'opera geniale che 
precorre i tempi. Dionigi, invece, è un figlio non degenere 
del suo tempo e un cultore non infedele della retorica. 
Della quale anche Aristotele aveva scritto, come l'avevano 
coltivata i filosofi Stoici, poi Cicerone e Quintiliano, col 
quale, a distanza di tempo, saremo ancora, per molti lati, 
a Dionigi. 

Intenti polemici di Dionigi. — Le questioni allora dibat- 
tute lungamente a proposito della retorica, non si possono 
trascurare da chi si accinge con animo equo a giudicare 
l'opera di Dionigi. 

Aristotele aveva definito la retorica più che una Téyvì], 
una òvvaiug ; e, peggio, Platone la dichiarò addirittura una 
uTf/vog roiftì). Egli poi parodiò l'eloquenza di alcuni oratori 
e derise i retori che si affaticavano a dare dei minuziosi 
precetti. Cicerone discusse, anche lui, la definizione, l'im- 
portanza, i limiti e altre quistioni concernenti questa disci- 



260 U. GALLI 

plina ; d'altra parte, anche canzonò, a volte, l'affaticarsi dei 
retori graeculi otiosi (1). Anche in Quintiliano si sente l'eco 
di molte di queste dispute. Inoltre, filosofi quali gli Accade- 
mici e gli Epicurei, studiosi di ben altri problemi, deride- 
vano come vane le disquisizioni di lingua e di stile. Quindi 
lo scritto di Dionigi 'YjtÌìo rìjg :ioXmy.fjg cpiXooocpiag (la reto- 
rica) TiQÒg Tovg yMxaxQÉyovrag avrìjg aòtxog. E un altro suo 
scritto, la Prima epistola ad Ammeo, c'informa pure di que- 
sto stato di cose. Un filosofo peripatetico avea sostenuto, 
in omaggio al maestro Aristotele, che l'abilità di Demostene 
si dovesse ai precetti da Aristotele dati nelle léyvnt QijTOQixai 
L'affermazione parve a Dionigi paradossale e prese a com- 
batterla strenuamente in difesa dei retori, ai quali i filosofi 
contestavano, senza ragione, un diritto. Intanto corroborò 
la sua tesi con dati cronologici che, fortunatamente, ci rie- 
scono, in gran parte, preziosi (2). 

Una questione più speciale concerneva la ovvOeotg. Iso- 
crate, ad esempio, ne aveva avuta una cura cosi scrupo- 
losa da impiegare dieci anni a comporre il Panegirico. Ma 
gli avversari dei retori stimavano ridicolo occuparsene, come 
cosa di nessuna importanza. Così, nel Simposio platonico, 
Socrate punzecchia l'affettazione retorica del poeta, nonché 
ospite, Agatone, e dichiara che preferisce esprimersi òvóiiaat 
òè y.al {^éoei Qì]/.idjojv Toiavri], ójioia ó' av Tig rv/JÌ èTTeXdovoa. 
(p. 199 B), E, poco a poco, si reagì, tanto che gli storici 
dell'età alessandrina, come anche i filosofi Stoici, la trascu- 
rarono. Ecco perchè, secondo Dionigi, le loro opere non 
sono sopportabili. E volle reagire a sua volta, mettendo 
nello scritto IIeqì ow&éoecog ra>v òvoiÀÓron' una diligenza me- 
ticolosa. 

Sentimento di nazionalità in Dionigi. — Nel giudicare 
l'opera di Dionigi si deve anche pensare, io credo, che non 
gli fosse estraneo un certo sentimento di nazionalità; che 
questo, anzi, contribuisse non poco ad incitarlo al lavoro, 
creduto anche, in certo modo, opera di redenzione. 

(1) Contro il loro sussiego, vedi, ad cs., De or. II 28. 

(2) Dagli errori in cui egli stesso è caduto, ci mette in guardia 
K. Weil nella Introduzione alle orazioBi di Demostene. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 261 

Per un popolo che ha perduto patria e Hbertà, ed è 
oppresso da dominatori di altra lingua, la letteratura na- 
zionale tiene le veci di patria ideale, la lìngua è come un 
vessillo intorno a cui, per così dire, si raccoglie la fede 
delle sue aspirazioni. In Italia, appunto in queste condizioni, 
si amò, con nuovo fervore, la lingua di Dante e del Ma- 
chiavelli, ricordo glorioso di una maggiore grandezza na- 
zionale. 

La Grecia, è vero, non fu mai una nazione compatta, 
ma ebbe una lingua e una letteratura proprie che, mal- 
grado la multiforme varietà, si dissero, e dicono, greche a 
titolo di gloria. Caduta poi sotto le armi straniere, perdette, 
colla indipendenza politica, anche, poco a poco, l'indipen- 
denza del pensiero. A Dionigi, intanto, sembrava che la 
lingua stessa minacciasse, al suo tempo, di diventare un 
brutto ibridismo. E lui retore affliggevano sommamente le 
condizioni tristi dell'eloquenza. Quella dell'età classica do- 
veva apparirgli, oltre che una mirabile forma letteraria di 
pretto atticismo, anche la potente espressione della indi- 
vidualità d'un popolo grande. Per l'eloquenza, allora, si 
manifestò, diciamo col Carducci : « quel bisogno di riposo 
in un ideale artistico deterrninato che ogni nazione sente 
dopo le grandi creazioni prime ». 

Ma ricondurre l'eloquenza all'antica grandezza era dav- 
vero un' impresa disperata. Dove la lingua attica si sarebbe 
di nuovo largamente sviluppata ? Dionigi stesso scriveva 
in Roma e invano si rivolgeva alla Grecia. Dove l'elo- 
quenza avrebbe attinto le nuove ispirazioni ? Senza argo- 
menti di vivo e forte interesse, non sussiste o è vuota. In 
Roma, alla veemente eloquenza repubblicana di Cicerone 
successe l'arte declamatoria; e Quintiliano che tentò di rea- 
gire, tornando all' antico, è, al pari di Dionigi, « una nave 
senza vento », come disse lo Herder. 

Ad ogni modo, come credette Dionigi che si potesse 
riuscire ? Vediamo prima, qual concetto egli abbia dell'arte 
dello scrittore. 

Lo scritto Uegì ovrOtaecag tojv ovof.iu.rcov. — Enrico Weil, 
nella introduzione alla prima lettera ad Ammeo, dice che 



262 U. GALLI 

si deve allo scritto di Dionigi ' Della collocazione delle pa- 
role ', di essere, in qualche modo, iniziati a percepire la 
musicalità del linguaggio greco. 

Dionigi vi afferma che la scienza dell'eloquio è una 
scienza musicale, che differisce dal canto e dalla musica 
strumentale, solo di quantità, non di qualità. E cita, qualche 
volta, il musico Aristosseno. Poi, altrove, c'insegna, su tre 
versi di Euripide, a fare un' analisi del contenuto, per così 
dire, musicale delle parole. 

Anche Aristotele e, molto diffusamente, Cicerone e 
Quintiliano discorrono dell' importanza della ovrOeoig. Non 
la dimentica nemmeno Orazio nell'Arte poetica, ne l'autore 
geniale del Uegl vijtovg. 

In realtà, se la disposizione delle parole ha una certa 
importanza anche nelle lingue moderne, doveva essere ad- 
dirittura necessaria alla bellezza del greco e del latino. 

Dionigi, però, spinto anche dall' intento polemico, è fin 
troppo ligio ai canoni della retorica e troppo lìiinuzioso. Per 
lui l'arte dello scrivere è come un ben studiato artifizio, un 
lavoro simile a quello del muratore o del costruttore di 
navi; e la ovv&eoig è, per lui, anche più importante della 
èxXoyìj, che pure la precede. Perciò, badando solo alle pa- 
role, dimentica troppo il contenuto. Ma, a prescindere da 
questo, è, per noi, degno di molta attenzione tutto quello 
che ci dice in ordine alla lé^ig. Ad esempio, l'esame che 
egli fa dei due luoghi di Omero e di Erodoto è detto dal 
Racine un' analisi « molto bella ed espressa meravigliosa- 
mente ». E anche quando tratta diff'usamente dell'armonia 
imitativa, piace e riesce istruttivo. Egli trova che Omero 
sa scegliere e combinare le parole in versi imitativi che 
riproducono il fremere ininterrotto delle onde : 'Htóreg (ìoócd- 
oiv ègevyo/iÉvì^g àXòg t'^co ; il dolore immenso del Ciclope e 
il suo lento brancolare per la spelonca: KvxXcoy) òs orevaxcov 
TE yal ioòivcov òòvv]]oi Xeool iin]la(pócov. Se il poeta vuol ri- 
trarre la lotta di un uomo armato, contro la corrente di un 
fiume, raggruppa le sillabe, accorcia i tempi e con l' uso 
delle parole dà l'idea della resistenza: Aeivòv ó' àf-iq)' 'AyùSja 
y.i'HO)f.uì'ov l'oraTO y.ì</ia, "Qdei (Y h> ouxeì' ttititoì' ^)óog xr)^ 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 263 

(0 240 sg.). Altrove, con suoni meno armoniosi e più aspri, 
ben riproduce lo strazio miserando dei compagni di Ulisse, 
sbattuti dal Ciclope contro la roccia : I^vv re òvco f^dgipag 
ójoje oKvXaxag jiqotI yait] Kójit ' in ó' èyy.écpalog yafxaòig gée, 
òsì'e Ò€ yaiav (i 289). 

A proposito di questo commento di Dionigi, dice il 
Pope : Guardate con che finezza Dionigi commenta i pen- 
sieri di Omero e fa risaltare da ogni verso nuove bel- 
lezze (1). 

La distinzione recisa tra pensiero e forma, il concetto 
retorico di Àégig, la tripartizione in tre generi possono, oggi, 
sembrare principi troppo primitivi e scolastici. Ma sono anche 
teorie classiche rimaste fondamentali da Aristotele fino ai 
tempi moderni. Quanti secoli dovettero passare prima che 
il Bonghi ci desse una definizione geniale dello stile ! Il 
Manzoni si accosta addirittura agli antichi quando dice che 
lo stile è « la maniera di mettere insieme i materiali di 
una lingua ». Anche il Leopardi, fondandosi sulla solita 
distinzione, scrisse al Giordani: « La facoltà della parola 
aiuta incredibilmente la facoltà del pensiero e le spiana ed 
accorcia la strada » . 

Il Bonghi che ho ricordato, loda, come una cosa bella, 
questo scritto e dice : « Dionigi dà un concetto, se non ab- 
bastanza speculativo, certo distinto e netto degli stili, os- 
sia.... di quelle differenze specifiche nella collocazione delle 
parole, che chiama caratteri ». Poi riconosce che il criterio 
che il retore ha dello stile è il vero, in quanto egli av- 
verte che la disposizione delle parole è un fatto naturale, 
non artificioso, perchè dipende dal nostro stato d'animo. 
« Ma c'era bisogno di sviluppare, spiegare meglio ed ele- 
vare fino alle ragioni loro quei concetti che, del resto, per 
allora, furono qualcosa e giusti. Il male fu nelle conse- 
guenze, che si abusò di denominazioni vuote, insipide ». 

E anche importante e degno di lode il fatto che Dio- 
nigi, pur essendo spesso minuzioso e pedante, si è molto 
emancipato dalle troppe e grette disquisizioni scolastiche 

(1) Pope, « Au Essay oii C'riticisni ». v. 665-6. Citato da Max E^- 
ger in Denijs d' Halicar nasse, img. 8.5. 



264 U. GALLI 

di Ermagora e dei suoi seguaci, e di quegli altri moltis- 
simi retori, specialmente contemporanei, ai quali non rispar- 
mia pungenti sferzate Cicerone. Egli invece, Dionigi, attinge 
di preferenza ai grandi dell'antichità : Isocrate, Aristotele, 
Teofrasto. 

Non si può, d'altra parte, dimenticare, per debito di 
gratitudine, che in quest'opera di Dionigi ci sono stati con- 
servati dei frammenti importantissimi di grandi poeti; un'in- 
tiera ode di Saffo {Iloiy.dódoov àdàvax' 'ArpQÓòna xt/.), un 
frammento di Pindaro (Aem h yoQÒv ''Oàvjutiioi xxL), uno di 
Simonide ('Ore Xàovay.i èv òaiòaUa xrk.), siano pure analiz- 
zati solo nella combinazione delle parole e nell' incontro 
dei suoni. Non molto dopo il suo tempo, un'altra ode di Saffo, 
quella che descrive, con meravigliosa efficacia, l'impeto di 
un violento amore, troverà, nello scritto Del sublime, questo 
più degno commento. Perchè, si domanda l'autore, la poe- 
tessa ottiene cosi mirabile effetto ? Perchè ha saputo cogliere 
i momenti più espressivi, le manifestazioni più salienti del- 
l'amore e unirle in un insieme perfetto. La poetessa ri- 
chiama dolente il suo corpo e la sua anima che da lei si 
dipartono ; che, forse, ne ha la paura o è davvero per mo- 
rire. Sicché, non una sola passione di lei si manifesta, ma 
come un complesso. Gli effetti che essa descrive, nascono 
in tutti gli amanti, ma è la scelta dei più forti e l'accordo 
in un tutto che determina la sublime eccellenza. 

Ad ogni modo, lo scritto di Dionigi è, per noi, di ine- 
stimabile valore : gli insegnamenti preziosi e le buone pa- 
gine di analisi compensano ad usura la mancanza di idee 
geniali e la eccessiva prolissità di molte parti. 

La retorica e la imitazione. — A questo concetto svolto 
nel ThQÌ ovvdéaecog r. òr., che l'arte dello scrittore consista 
nel foggiare variamente la parola, come cosa concreta, si 
associò spontaneamente quest'altro, che si possa, imitando, 
riprodurre l'originale. Lo dice espressamente Dionigi: L'imi- 
tazione è la facoltà di riprodurre l'esemplare mediante l'os- 
servazione (1). E altrove : Noi dobbiamo studiare gli antichi 

(1) Ihol luiu'infcog, fr. III. Di »[iie.st'()i)or.i. <iiigiii;niiiiiiciit(' in tre 
lilvri. ]nissf(liiiino ))(ichi fniniiiii'iiti. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 265 

per desumere da loro non soltanto la materia, ma anche 
l'ispirazione a riprodurre le qualità particolari: perchè l'animo 
del lettore viene indotto, dall'assidua pratica, a contrarre 
qualche somiglianza ». Poi riferisce l'aneddoto di un con- 
tadino che temeva, essendo brutto, di avere dei figli che 
lo somigliassero ; e che, perciò, fece fare delle belle im- 
magini, procurando che sua moglie le vedesse di conti- 
nuo (lì. 

Allora, imitazione fu come la parola d'ordine fra gli 
studiosi, e il culto della bella forma divenne un ideale let- 
terario. Ecco, tornando a quanto dicevamo, come credette 
Dionigi che si potessero rinnovare la lingua e l'eloquenza. 

Anche Cicerone aveva toccato dell' imitazione nella sto- 
ria dell'eloquenza (De orat. II, cap. 32). Quintiliano, però, 
più severamente, scriverà : « Nihil autem crescit sola imi- 
tatione », e la dichiarerà una vergognosa pigrizia (x. 2). 

Per Dionigi, ogni scrittore vuole, deliberatamente, il 
suo particolare modo di dire, e potrebbe mutarlo a volontà, 
imitando altri modelli e usando altrimenti le parole. Cosi 
che i caratteri speciali di ognuno sono come qualità este- 
riori, avventizie, non già elementi connaturati, essenziali 
dell'arte sua. E per questo, l'evoluzione mirabile dell'elo- 
quenza, da Gorgia a Demostene, gli sembra come avvenuta 
per un processo d'imitazione cosciente, per cui gli oratori, 
nel passarsi via via la dicitura, vi hanno importato cia- 
scuno qualche miglioramento, fino a Demostene che ha rac- 
colto i pregi di tutti. Ci dimostra chiaramente questo suo 
concetto anche l'espressione Xa/ufidreir che egli adopera spesso 
per dire imitare, l'uno o l'altro pregio. 

A questo modo, naturalmente, sarebbe stato possibile 
ripercorrere il cammino glorioso dell'eloquenza. Dionigi, per- 
tanto, si accinge al lavoro nell'intento di far vedere che 
cosa e come imitare ; e la sua critica, in fondo, è l'esposi- 
zione dogmatica ordinata di pregi e difetti. Egli ha già 
prestabilito, come in astratto, sia pure desumendole dallo 
studio degli scrittori, quali siano le doti necessarie del dire, 

fi) 77. filli )')oeo)i, fr. \l. 



266 U. GALLI 

quali le accessorie, quali i pregi, quali i difetti. Si enu- 
mera tutti, più volte, quasi sempre nello stesso ordine e, 
uno ad uno, ne controlla per i singoli scrittori che esa- 
mina, la presenza o la mancanza. 

Critica degli oratori. — Alla fine di un suo scritto noi 
associamo al nome dell' autore esaminato un elenco di qua- 
lità, buone o cattive, come se di un quadro avessimo de- 
composti, idealmente, i colori. Ma, in fondo, i suoi giudizi 
sugli oratori, ancorché aridi e incompiuti, sono sempre 
esatti e conformi al concetto che ne abbiamo ancor oggi, 
fondato, anzi, in gran parte, suU' autorità dello stesso Dio- 
nigi. Quanto alla forma, per esempio, non c'è dubbio che 
egli valuta giustamente il merito di ogni oratore e ne mette 
bene in rilievo le doti speciali. 

Lisia. — Egli ritrae fedelmente le doti particolari di 
Lisia, sopratutto la elegante naturalezza che consiglia ripe- 
tutamente di imitare. Guidato poi da un senso squisito della 
lingua e sorretto dal buon gusto, egli sente, in Lisia, una 
grazia particolare, soavissima, e la riconosce come sicuro 
contrassegno della sua eloquenza. 

Isocrate. — Invece, il carattere sostenuto, monotono 
della U^ig di Isocrate si deve alla cura eccessiva di tornire 
le frasi e i periodi. Certo, ha dei pregi che gli sono co- 
muni con Lisia, ma la sua eloquenza non è adatta ai tri- 
bunali. E troppo ligio al ritmo oratorio e sacrifica la pa- 
rola al pensiero, la naturalezza agli ornamenti che Dionigi 
chiama oyìiuaia /(eioayucóòì]. Cosi li deriderà, più tardi, anche 
Plutarco (De gì. Athen., Vili). A questo proposito, Dionigi 
ha un'espressione che si direbbe moderna e fa onore ad un 
retore : Bovlerai de fj cpvaig xoTq vorjaaoiv eneodai tÌ]v Xé^iv, ov 
zfi Xé^ei xà voìji^iaxa. Le corrispondono, del resto, nella stessa 
antichità, il verso di Orazio : * Verbaque provisam rem non 
invisa sequentur ', e il precetto catoniano : « Rem tene, 
verba sequentur ». 

Come Platone, nel 'Fedro ', e Cicerone, nell' ' Orator ' (1), 

(1) Ciò. Orat. XIII, ^ 41 s<r. Dove, anzi, ò riferito il giiulizio stosso 
(li Platone. Del resto, " Cicerone è fervido ammiratore di Isocrate, il 
quale meglio risponde, ])er lui, all'oratole ideale, clie non Lisia, seb- 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 267 

anche Dionigi loda il contenuto morale delle orazioni di Iso- 
crate : «Quale dignità in un'orazione come il Panegirico! 
E chi non vorrebbe farsi moralmente migliore leggendo 
l'Areopagitico ? E chi persuaderebbe uomini e città meglio 
che con l'Archidamo ? ». 

Air autore del 77. vyjovg, Isocrate non doveva troppo 
piacere. Ne parla solo incidentalmente, come al cap. 38, 
dove, a proposito delle perifrasi, dice che Isocrate ebbe una 
voglia puerile di esprimere tutto per amplificazione. 

Su questo interessante autore anche i moderni hanno 
espresso pareri diversi. Il Niebhur sentenziò che egli è uno 
scrittore senza pensiero, vuoto e artificioso. Lo Havet, per 
contrario, lo giudicò un pensatore, in quanto l'elemento 
della parola, essendo quello stesso del pensiero, non possa 
esser tenuto in onore se l'altro vien trascurato. Ottofredo 
Miiller opinò che, se Isocrate non si può dire un grande 
artista ne un filosofo, fu certo un gran parlatore ed ebbe 
davvero genio per l'eloquenza. 

Dionigi, nel giudicare di uno che pur dimostra tanto 
amore dell'arte oratoria e della retorica, è quanto mai se- 
reno ; e il suo giudizio temperato è ben conforme al vero. 
Sicché, il suo scritto ci dà una buona idea del carattere e 
del valore di Isocrate, la cui maniera, interessante nel suo 
genere e nella storia dell'eloquenza, è sempre assai lontana 
dall'ideale del perfetto oratore. 

Consimile agli altri è lo scritto su Iseo, ma vi si dà 
maggiore sviluppo all'esame delle idee. 

Censura di Platone. — Ma Dionigi, per seguire cieca- 
mente l'ideale del perfetto oratore, cade, a volte, in errori 
gravi di giudizio, sacrificando all'entusiasmo del retore la 
serenità del critico, dimenticando, per l'oratore, il filosofo 

lo storico. 

Sa Platone esprime un giudizio in modo chiaro e gar- 
bato, nello scritto su Demostene, che poi riprende nell' ap- 
posita epistola a Pompeo. Contro chi voleva giudicare questo 

beue lodi anche questo come esemplare ilei gcnus tenue o snbtile. Però, 

1 atìettazione stilistica di Isocrate è contratt'atta da Platone nel discorso 
di Pausania Siiiip. 180 G sgg.). 



268 U. GALLI 

filosofo dalle idee, si dichiara convinto che egli ebbe delia 
forma una cura anche più scrupolosa che del pensiero, che 
tornì la sua dizione e la impinzò di ornamenti. Allora avrebbe 
ragione di essere la sua critica severa. Ma non comprende 
gli intenti segreti dell'arte di Platone che talora si sbiz- 
zarrisce a contraffare l'eloquenza dei sofisti e dei retori, e 
allora, scherzando, chiama egli stesso òidvQau/ìog la sua ma- 
niera, come dicemmo. E poi non pensa che Platone non si 
è già rivolto a giudici o ad assemblee, ma, famigliarmente, 
ad amici. 

Il Taine, dei balzi improvvisi dalla conversazione piana 
all'entusiasmo ditirambico in Platone, dice : « E il volo si- 
nuoso ed agile di un'ape che un colpo di vento leva d'un 
tratto sino al cielo ». Al confronto di questa bella imma- 
gine, non sfigura quella di Dionigi nel suo giudizio rias- 
suntivo su Platone (1). 

La severità di Dionigi fu forse ispirata da risentimento 
contro il filosofo denigratore di Lisia? Può essere. Ad ogni 
modo, è vero che molte pagine di Platone non si sapreb- 
bero punto adattare all'eloquenza, come Dionigi vorrebbe, 
sia pure a torto, che fosse. E, dunque, in accordo con le 
sue idee. E poi, come non è avaro di lodi a Platone, cosi 
conclude la sua censura in questi termini che sembrano 
conciliativi : Tutte queste espressioni (quelle prima censu- 
rate) le stimo nobili e degne di lode, perchè è Platone che 
le scrive, il quale, se non è il primo degli scrittori, è certo 
il primo tra i secondi ». 

Censura di Tucidide. — Ben più severa e diffusa è la 
censura di Tucidide. Al quale dedica, come sappiamo, due 
scritti e un lungo parallelo con Erodoto, cui dà in tutto 
la preferenza. 

Qui Dionigi spinge davvero fino all'esagerazione il prin- 

(1) De Dem. ;")-(). \, riassunto, paj,'. 2.")2. Fu trailutto auclic dal 
Toniinaseo. — Già Aristotele, v. Dio»:. Laer. Ili, 37, aveva dichiarato che 
lo stilo platonico è /lera^r .Tony/<aro,-... y.aì STtuOÙ ?.óyoi'; e Cii-orone, Orat. 
20: ...Platouis... locutiononi ctsi absit a versn, tanieii qiiod incitatins 
feratnr et clarissirais verbornni luminil)us ntatnr, potiiis poema pnl.iiuliim 
(jiiaMi coniicoiimi ])o<'t;irniii ; (;tc. 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARXAS.SO 269 

cipio di Cicerone, che la storia sia opus oratorium maxime. Per 
lui la storia è come un' ancella della retorica, ed egli sem- 
bra davvero nella stessa condizione di un teologo intran- 
sigente rispetto alia filosofia. Per lui, infatti, la storia è 
una suddivisione del genere dimostrativo ; le introduzioni 
devono essere come l'esordio di un'orazione ; la dicitura 
deve essere quella data. Anzi, egli enumera perfino certi 
doveri che lo storico ha da compiere : scegliere un bel sog- 
getto ; stabilire bene dove incominciare e dove finire la 
propria opera ; distinguere i fatti degni di esser riferiti e 
quelli da tacersi ; distribuirli secondo l'ordine e al punto che 
deve ; manifestare la propria opinione sulle cose narrate. 

Applicando dei dogmi cosi ristretti alla critica di un'opera 
vasta e geniale, e giudicandone l'arte, così spesso mirabile, 
ad una misera stregua, cade necessariamente in gravi er- 
rori di giudizio. Avremmo troppo buon giuoco in mano per 
iscagionare Tucidide da molti attacchi, diciamo pure, in- 
giusti e ridicoli ; tanto più che Dionigi, trascinato dal suo 
assunto, ricorre a volte a dei veri sofismi e anche frain- 
tende il pensiero tucidideo. 

Ma Alfredo Croiset dice giustamente : « Siccome Dio- 
nigi è anzi tutto un maestro di stile, un critico dogmatico 
che vuol formare degli oratori di un gusto puro, non è 
senza ragione che vuol mettere i suoi scolari in guardia con- 
tro l'imitazione servile di uno scrittore quale Tucidide » (1). 
E già Cicerone aveva disapprovato gli oratori che imita- 
vano Tucidide (2). L'esempio di Demostene conferma que- 
sta opinione dei retori. In quanto, egli, finché imitò Tuci- 
dide, fu più contorto ed oscuro ; quando se ne fu liberato, 
migliorò notevolmente, come dimostra lo stesso Dionigi. 

Non è concepibile un oratore che non si faccia inten- 

(1) A. Croiset, Notizia su 'Tucidide, pag. 124. Citato da Max Eggcr, 
<)}). cit., pag. 215. 

(2) Cic. Orat. $ 30 : « Niliil ab eo tiansferri potest ad loiensein 
listini et pnblicuiu ». Cf'r. Bnitns, ^ 287: « Oratioues autem (Tliucydi- 
dis) .... ego laudalo soleo ; imitar! ncque po.ssiiu, si velini, vcc velim for- 
tasse, si possim». In modo consimile, Quintiliano (IV 2, 15), lodando la 
brevità di Sallustio, la dichiara non adatta alla eloquenza. (Cfr. X, 
1, 102). 



270 U. GALLI 

dere o che parli in modo cosi diffìcile da sforzare l'atten- 
zione dell'uditorio. Ecco perchè Dionigi enumera, anche 
per Tucidide, le doti indispensabili del dire : purezza, chia- 
rezza, concisione ecc., e rileva giustamente i difetti della 
sua Xé^ig. Ma dimentica che egli è uno storico, come ha 
dimenticato che Platone è un filosofo. Perciò, se corregge 
o rifa un periodo di Tucidide lo rende, sì, più facile e 
chiaro, ma gli toglie la robustezza, la solennità, la concate- 
nazione laboriosa dell' idee che sono indizio della mente 
poderosa e dell' abilità di uno scrittore che pensa profonda- 
mente e si toglie d'impaccio con una materia ancor sorda (1). 

In conclusione : per il contenuto, il retore non com- 
prese come l'opera tucididea sia il frutto di una specula- 
zione filosofica e un'opera geniale, non già il resultato di 
un tirocinio retorico; per la forma, si appose al vero nel 
ritrarne i caratteri speciali, ma non a[)plicò a proposito i 
suoi principi. Valgano a scusarlo il lungo studio e l'amore 
per l'arte, e quei meriti che, del resto, non mancano nem- 
meno a questo suo scritto pur sempre interessante ed istrut- 
tivo. 

Critica di Demostene. — Possiamo dire che la critica 
di tutti gli altri scrittori è ispirata e dipende da quella di 
Demostene, la cui arte, per il retore, è l'espressione del pro- 
prio ideale e la stregua, perciò, quasi costante dei suoi 
giudizi. Tanto vero che la dissertazione speciale sul suo 
stile è preceduta, anzi costituita, in gran parte, dal con- 
fronto di Tucidide, Lisia, Isocrate e Platone con Demo- 
stene. Il retore, compreso giustamente di ammirazione in- 
finita per lui, lo addita come l'esemplare più bello. E anche 
in questo è d'accordo con Cicerone che lo credette, anche 
lui, l'oratore ideale : « Quem velim accommodare ad eam 
quam sentiam eloquentiam, non ad eam quam in aliquo ipse 
cognoverim ». (Or. § 43) (2). 

(1) Perciò, M. Egger (op. cit., pag. 216 sgg.) fa vedere quanto il 
retore s' inganni in questo lavoro di rifariraento. esaminando vari esempi 
e tliscutendoli. 

(2) Cfr. Quintil.. X 1, 76 : « Oratoruni longe priuceps ae paeue 
lex orandi fiiit ». 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 271 

Per esporre le ragioni della grandezza di Demostene, 
Dionigi ricerca, secondo il suo metodo, in che differisca e 
s'innalzi sugli altri, e col confronto fa vedere come in lui 
si trovino accolte le migliori qualità dei suoi precursori. 

Se dicessimo, con criteri moderni, che in questo modo 
abbiamo la decomposizione più che la ricostruzione del- 
l'opera di un artista, e che questo sistema di critica è im- 
pari alla grandezza di un Demostene, saremmo troppo esi- 
genti. E vero che nella stessa antichità, Cicerone, parlando 
di Demostene, come anche di altri, e' interessa e trascina 
di più col fascino dell'arte; ma dei suoi giudizi eleganti e 
concisi, anche se li leggiamo con maggiore diletto, non 
possiamo fare lo stesso conto che di quelli di Dionigi. Il 
quale, come è l'unico per noi che dedica al sommo oratore 
della Grecia, un apposito scritto lunghissimo, così penetra 
meglio di ogni altro le finezze dell'eloquenza attica e me- 
glio e' insegna a percepirle. Conforme al vero, in ultima 
analisi, è anche il concetto di far vedere come si giunga, 
per gradi, all'arte di Demostene, che è, in realtà, la sintesi 
di una lunga evoluzione. Concetto che corrisponde a questo 
breve giudizio di Cicerone : « Nihil Lysiae subtilitate cedit 
(Demosthenes), nihil argutiis et acumine Hyperidi, nihil le- 
vitate Aeschini et splendore verborum ». (Or. § 110). 

La diffusione di questo scritto che corrisponde da solo 
a quelli sui tre oratori Lisia, Isocrate e Iseo, è un giusto 
tributo al merito incontrastato dell'oratore. Anche le lunghe 
ripetizioni di cose già dette, le citazioni copiose, le analisi 
prolisse ci dimostrano la diligenza, lo scrupolo e l'entu- 
siasmo del retore. In ordine alla U^ig, poi, è stato capace, 
anche qui, di osservazioni esatte e acute. Particolarmente 
istruttivi e ben condotti sono i molti paralleli, cui ricorre 
sempre volentieri secondo l'uso seguito nella critica d'al- 
lora. Fra gli altri è degno di esser ricordato quello tra Iso- 
crate e Demostene : Quando io leggo una delle orazioni di 
Isocrate, o per i tribunali, o per le assemblee, o per [le cir- 
costanze solenni], mi faccio serio ed ho grande calma di 
mente, come chi ascolti le arie di un flauto durante le li- 
bagioni o la musica armoniosa dei Dori. Quando, invece. 



272 U. GALLI 

prendo un' orazione di Demostene, sono come invasato da 
un furore divino, mi agito variamente, provo ora un senti- 
mento ora un altro, diffidenza, ansietà, timore, disprezzo, odio, 
pietà, benevolenza, sdegno, malevolenza, tutte insomma le 
passioni che regnano nell'animo umano » (1). 

Tenendo anche conto delle molte e interessanti notizie 
che vi sono contenute, possiamo concludere con Max Egger 
che questo scritto su Demostene sia uno dei testi più pre- 
ziosi della critica antica. 

(Concludendo anche su tutta l' opera sua, dobbiamo 
dire che egli ha bene adempiuto il suo compito di retore. 
Non possiamo ammirare in lui un altissimo ingegno, né as- 
sociare al suo nome un senso di viva simpatia, ma gli dob- 
biamo lode e gratitudine dei molti insegnamenti e delle 
buone pagine che ci ha lasciate. 

L'arte dei singoli oratori gli era, senza dubbio, oltre- 
modo famigliare ; e noi possiamo rimetterci ben volentieri 
alla sua competenza, sia quando, per esempio, afferma di 
percepire in modo sicuro la xaQig di Lisia, sia quando ci 
avverte che il discorso per i morti a Cheronea è puerile, 
che l'Encomio di Pausania è una ciancia sofistica, e che, 
quindi, non sono autentici. 

I suoi scritti non sono scevri di deficienze e, magari, 
di difetti ; ma questi sono ben compensati dai pregi. Se è, 
per lo più, freddo monotono compassato, nelle idee e nello 
stile, il calore della polemica o dell' ammirazione gli sug- 
gerisce, a volte, delle pagine piene di senno e di garbo. La 
fede calda, cieca, che egli ha nella propria arte, può dive- 
nire una passione che l'irretisce in principi dogmatici e lo 
travia dal retto discernimento delle cose ; ma sempre egli 
ha la coscienza onesta di un erudito paziente e amico della 
verità, per la quale, come è fermo nei suoi principi e dice 
apertamente il parer suo, così è curioso dell' altrui opinione 
e si dichiara pronto, se occorra, a ceder la propria con animo 
grato. 

Senza dubbio, egli deve moltissimo a quanti lo hanno 

(1) De Doni., cap. 22. 

0. 3. ''J12, 



LA RETORICA DI DIONIGI d' ALICARNASSO 273 

preceduto, grammatici, retori e filosofi ; ma, come dicemmo, 
egli sa sollevarsi molto al di sopra dei gretti tecnografi di 
allora e in molte parti si sente la sua originalità ; sicché, 
non e' è dubbio che la sua opera abbia un carattere per- 
sonale. Lo si può anche arguire dalla sua notevole fecon- 
dità, sia come critico, sia come storico. Non solo, ma la 
sua vena facile si rivela anche nello stile ; che, se egli è 
ben lungi dall'avere, sempre, l'arte dello scrittore, è però 
sempre fluido e copioso. 

Purtroppo, la sua opera di storico fu una solenne smen- 
tita dei principi da lui banditi con tanta fede di apostolo ; 
e dimostrò, anche una volta, coll'esempio, quanto le teorie 
siano impotenti a creare l'opera d'arte. Ma i suoi scritti re- 
torici rimangono per noi documenti preziosissimi di notizie 
e di critica. 

Carrara. 

Umberto Galli. 



Studi ital. (ìi filai, cìassica XIX. 18 



NOTE PLAUTINE E TERENZIANE 



Il ' Miles ' di Plauto. 

I criteri della composizione letteraria sono per lo più 
indeterminabili : e però chi volesse farne l' esame senza il 
maggiore riguardo verso l'autore e la massima cautela nel 
concludere, correrebbe il rischio di costringere nell' angustia 
e nell'artificio di un proprio schema mentale gli elementi, 
invisibili e innumerabili, che concorsero a formare l'opera 
dello scrittore. Perciò la pretesa di stabilire sicuramente il 
vario processo di composizione non può esser che ufficio 
di una critica divinatoria senza utilità e molte volte senza 
rispetto. 

L'armonia dell'opera d'arte non sempre, e non so se 
mai, è l'effetto di una spontanea e ininterrotta concezione; 
e la disarmonia e la contraddizione, quando non apparisca 
insanabile, non sempre risulta da un distacco di concepi- 
mento ; che spesso è la conseguenza di una viziosa e di- 
sordinata continuità ideale. 

Tuttavia non può questo campo essere disertato, spe- 
cialmente nello studio di quei poeti latini che alla libertà 
del concepire aveano impedimento e freno nella consueta 
imposizione dei modelli greci. Esiste d' altro canto nelle 
opere letterarie più complesse, come l'epopea e il dramma, 
un criterio ordinatore e conduttore che rende necessarie, o 
almeno utili, tutte le parti di minore importanza. Nell'opera 
d' arte, anche mediocre, quando sia originale o derivata da 
una medesima fonte, nessun fatto può essere indipendente 
dall'altro. Può bensì esserci qualche discordanza, qualche 
eccesso o difetto di sviluppo, ma ciascuna parte finisce poi 



NOTE PLAUTINE E TKRENZIANE 275 

col ritornare e riconnettersi all'azione centrale dominante. 
Quando questo non avviene, sorge spontaneo e legittimo il 
sospetto che manchi nell'opera l'unità di concezione o di 
origine. Quest' ultimo è il caso di Plauto nel 3Iiles gloriosus. 

È Plauto, fra gli scrittori latini, quegli che ci rende 
più dolorosa la mancanza dei modelli greci; perchè noi non 
riusciremo forse mai a soddisfare quel grato sospetto sulla 
potente personalità del poeta che, se confermato, risolve- 
rebbe uno dei più larghi e più capitali problemi riguardanti 
la letteratura arcaica di Roma. 

Lo studio del teatro di Plauto, per la varietà e la vi- 
vacità della produzione, è dei più suggestivi ; e sugli ele- 
menti anche personali che lo costituiscono non sono man- 
cate ricerche e congetture di dotti, i quali con l'esame della 
composizione cercarono di stabilire la paternità plautina 
di alcune scene (1). Per ciò che riguarda il Miles, dei ri- 
sultati da noi ottenuti, alcuni ci paiono sicuri ; altri, quelli 
che provengono da più minuti raffronti, potranno per certo 
essere ancora discussi e variamente considerati. Per amore 
di brevità ci limiteremo ad esporre nel modo più succinto 
le, considerazioni fatte e le conclusioni a cui siamo perve- 
nuti. 

* 
* * 

Il Niles gloriosus (2) di Plauto comprende due azioni : 
la prima diretta contro Sceledro. Forata la parete che di- 
vide r abitazione di Pirgopolinice, dove abita Filocomasio 
sua concubina, da quella del vicino Periplecomeno, di cui 
è ospite Pleusicle, l'amante di Filocomasio, questa ha libero 
accesso ai convegni d' amore con Pleusicle. Ma Sceledro, 

(1) Per il sogno del ' Mercator " vedasi F. Marx ' Eiu Stiicli uuab- 
liiingiger Poesie dea Plautiis, Wien, 1899 ; per lo ' Pseudolua ' il Karsteu 
(iu • Mnemosyne XXXI, p. 156), il quale escludendo la contaminazione 
vorrebbe attribuire a Plauto nel primo atto V epistola della scena I, e 
le parti di Pseudolo nella IV e V. 

(2) Sui precedenti lavori cfr. Fr. Leo ' Phiuliuischo Forschungeu ', 
Berlin 1895, p. 161. Per la storia della questione vedi Schanz ' Geschichtt) 
der ròm. Litter. ' I, 3* ediz. 1907 lì". 32, 12. 



276 t;. MARCHESI 

da Pirgopolinice inesso a custodia di Filocomasio, li scorge 
dal tetto in intimo colloquio ; onde tutti gli sforzi sono ri- 
volti a convincere Sceledro di abbaglio, primieramente fa- 
cendogli vedere che Filocomasio, anzi che dalla casa di 
Periplecomeno, dov'egli la crede, esce dalla casa di Pirgo- 
polinice ; quindi presentandogli una supposta gemella di Fi- 
locomasio, giunta il giorno avanti col suo amante, in modo 
che Sceledro sappia di avere scorto dal tetto questa cop- 
pia e non la sua padrona in colloquio con un altro uomo. 
L' astuzia architettata da Palestrione col concorso di Peri- 
plecomeno, riesce all' intento. 

La seconda azione è diretta contro Pirgopolinice e ha 
lo scopo di sottrargli Filocomasio, la quale vuol tornare col 
suo amante Pleusicle, venuto perciò da Atene ed ospitato 
da Periplecomeno (v. 937). Palestrione, col concorso di Pe- 
riplecomeno, finge che quest' ultimo abbia moglie, la quale, 
stanca del marito e innamorata di Pirgopolinice, desideri 
sposarlo. Pirgopolinice abbocca all' amo e lusingato dalla 
nuova avventura, si dispone a mandar via la concubina, la 
quale non può coabitare con la ragguardevole signora. E 
siccome gli hanno detto essere giunta la sorella gemellale 
la madre di Filocomasio con l' intenzione di prender seco 
la loro congiunta, egli non solo la licenzia, ma anzi le la- 
scia tutte le gioie che le aveva donate. 

Le due azioni sono indipendenti. La prima mira a man- 
tenere indisturbati i convegni amorosi di Filocomasio e 
Pleusicle, senza che noi possiamo nò dire né indovinare a 
quale scioglimento mettesse capo. Essa è la commedia de- 
gli amori furtivi e costituisce un assai grazioso e gustoso 
tessuto di ingannevoli astuzie che dovrebbero finire con 
r inganno e con la furberia : la liberazione di Filocomasio 
doveva avvenire per un' ultima astuzia rapida e violenta e 
non per spontaneo licenziamento di Pirgopolinice. La se- 
conda azione invece mira alla liberazione della donna col 
consenso, anzi per volere del soldato. Non è dunque ammis- 
sibile che entrambe le azioni siano state riunite in una sola 
commedia dal poeta greco, donde Plauto traduceva. Oltre- 
ché indipendenti, le due azioni sono contradditorie. Nella 



NOTE PLAUTINE E TERENZIANE 277 

prima infatti la casa del miles è a sinistra degli spettatori, 
quella di Periplecomeno a destra (361); nella seconda a de- 
stra la casa del miles, a sinistra l'altra (1216); di più, con- 
frontando la scena III 2 della seconda azione coi v. 576-584 
della prima, si nota subito che liell' una Sceledro è un guar- 
diano della donna, nell'altra è cantiniere; che nell'una ab- 
bandona la casa per alcuni giorni allo scopo di sottrarsi al 
castigo, neir altra invece è in cantina ubbriaco. In terzo 
luogo le due azioni mostrano la medesima finzione della 
gemella (1) ; ora se la presenza di questa è necessaria alla 
prima, è affatto inutile alla seconda. Nessuno vorrà certo 
addebitare al poeta greco del Miles né quelle due grossolane 
contraddizioni ne questo motivo della gemella adoperato due 
volte a scopi diversi nella stessa commedia; dove, oltre alla 
sconvenienza artistica, si nota anche una incongruenza non 
lieve : che nella prima azione la gemella viene accompa- 
gnata dall' amante, è accompagnata dalla madre nella se- 
conda. 

Ma chi ben guardi nella finzione della gemella vedrà 
che la sua presenza nella seconda azione è stentata e come 
posticcia, poiché ai cinque luoghi che l' attestano se ne con- 
trappongono quattro (2) che la escludono ; ed è singolare 
che nei v. 974-976 mentre Palestrione annunzia al tniles la 
venuta della gemella e della madre, nella immediata rispo- 
sta di Pirgopolinice sia parola soltanto della madre. 

Pensiamo pertanto che la seconda azione non cono- 
scesse la gemella : e questa nostra convinzione ci dimostra 
maggiormente l' indipendenza delle due azioni, le quali non 
erano congiunte nell' esemplare greco, ma furono congiunte 
per processo di contaminazione da Plauto, che trasse la se- 
conda àsdV'AÀaCojv di non sappiamo quale poeta e la prima 
da un'ignota commedia di autore parimenti ignoto, la quale 
sviluppava un fatto sullo stesso motivo deW'AÀaCojv. 

L' introduzione della gemella nella seconda azione è un 
espediente trovato da Plauto per collegare le due azioni ; 

(1) Per la prima aziono cfr. i v. 237-257. 383-385 e tutta la scena 
II 6 ; per la secouda i v. 974-975. 1102-1110. 1146. 1313. 1315. 

(2) V. 976. 1185. 1190. 1299. 



278 e. MARCHESI 

e a tale commettitura egli diede molto peso e lavorò con 
grande amore, consacrandovi, oltre ai brevi cenni già no- 
tati, un'intera scena, la IV 3, tutta di sua fattura. Esami- 
nando questa scena, noi vedremo primieramente che essa 
ripete la scena IV, 1, in parte con le stesse parole; e che 
Plauto avesse la coscienza di ripetere dimostrano i due ri- 
chiami : dixi equidem Uhi (1097), illaec qtiae dixi (1126j, ai 
quali è aggiunto un terzo dixi (1131) di richiamo al pro- 
logo (89-91) ; cosi maggiore si fa il rinsaldo tra le due 
azioni (1). In secondo luogo sentiamo che la preoccupazione 
maggiore di Plauto, nel comporre questa scena, era la ge- 
mella, della quale Palestrione aveva prima detto pochissimo, 
appagando la curiosità di Pirgopolinice con un secco uiunt 
qui sciunt (974-976), mentre ora aggiunge talune particola- 
rità che stuzzicano la vana galanteria del soldato, e può 
perfino dichiarare d' averla veduta andare a far visita alla 
sorella Filocomasio (1102-1110). Palestrione ha parlato anche 
col nocchiero che la condusse : ciò è capitale, perchè qui si 
tratta di un finto nocchiero, ossia dello stesso Pleusicle, che 
alla fine della commedia sotto le spoglie di nauderus verrà 
a prendere Filocomasio per condurla ad Atene. Così alla 
seconda azione, del pari che alla prima, è bene o male as- 
sicurata la presenza della gemella con l'amante ; vero è che 
abbiamo in più la madre, ma in un caso simile è quanto 
di meglio si potesse ottenere e desiderare. 

Per un' altra commettitura aveva Plauto adoperati la 
gemella e Pleusicle, nei versi 805-812, Ivi Pleusicle viene 
ammonito, davanti al miles, di chiamare Filocomasio col nome 
finto di Dicea: ' Nempe eandem qiiae dudum constifutast' (808) 
risponde egli, mostrando di aver capito che si allude alla 
scena li 5 (v. 436), alla quale la sua risposta è un vero ri- 
chiamo. Regolata la faccenda di Dicea, resta ad avvertir 
Pleusicle di tenersi pronto per un' altra parte (2), che gli 
vien taciuta, ma che saprà a tempo opportuno (810) : quando 
usus poscef. Sentiamo in queste oscure parole un preannun- 
zio di quanto si udirà più tardi ai v. 1175-1195. 

(1) 1 versi llH-lll'i) sono lo svihipi)o dei v. 1145-1146. 

(2) Nel V. 8051 bisognerà leggere : ' Meiiiinevo ; sed «juid niciuinisso 
<al>id refert ' o «jualcosa di simile. 



NOTE TLAUTINR R TERKNZTANE 279 

Il motivo della parete traforata non serve più a nulla 
nella seconda azione ; ma Plauto lo ha ivi richiamato due 
volte, ottenendo un terzo legame: una volta, nei v. 1089-1091, 
dove Filocomasio è fatta trovare in casa di Periplecomeno, 
e prima, nei v. 863-869, dove Filocomasio, approfittando 
che il dispensiere Sceledro dorme briaco, manda fuori, con 
un pretesto il garzone Lurcio, per passare inosservata nella 
casa del vicino a un convegno amoroso con Pleusicle. 

Un quarto legame troviamo nei v. 586-595. Qui Peri- 
plecomeno dichiara che Sceledro è ridotto all' impotenza, e 
perciò la prima parte dell'intreccio è compiuta: usqiie adhuc 
actumst probe (590) ; ora si passa alla seconda con redeo in 
senatum ritsum (592) che accenna al concilhim del v. 598, pre- 
ludiante alla seconda azione. 






Stabilita la duplicità dell' azione, stabilita la contami- 
nazione dell'una e dell'altra in un intreccio unico, e indi- 
cate le commettiture operate da Plauto per ottenere la fu- 
sione, resta a vedere quali mutamenti abbia egli per avven- 
tura introdotti nei due testi greci. L' atto I, il III 2 (meno 
i V. 863-869), il IV (meno la scena 3*) e il V riteniamo che 
rappresentino fedelmente il testo della seconda azione ; le 
quattro ultime scene (3-6) dell' atto II quello della prima. 
Il prologo (II 1) va distribuito fra tutt' e due : i v. 79-137 
si riferiscono, approssimativamente, alla seconda, ed alla 
prima i v. 138-153; i due versi 154-155 d'attacco con la 
scena seguente sono di fattura plautina. 

Come il prologo, così è contaminata la scena III 1. I 
versi 596-611 ; 765-804 rappresentano un concilium (598), nel 
quale gì' interessati non discutono, ma vengono a udire il 
disegno ideato da uno di loro, Palestrione, e le corrispon- 
denti istruzioni; essi sono oboedientes all' imper/?<m (611) che 
sarà loro impartito (765 ss.) ; e poiché le istruzioni mirano 
alla liberazione di Filocomasio, siamo certi che i suddetti 
versi appartengono alla seconda azione. Non è lecito affer- 
mare altrettanto dei v. 615-764 che vi sono intercalati. Que- 



280 e. MARCHESI 

sti 150 versi non ci trasportano nell' ambito della seconda 
azione, perchè sarebbe assurdo che proprio nel momento in 
cui Periplecomeno deve andare in cerca della meretrice 
Acrot ^euzio e dell'ancella Milfidippa per istruirle del nuovo 
disegno, si recasse invece tranquillo al mercato a far la spesa 
per trattare lautamente il suo ospite Pleusicle (738 ; 749). 
Questi versi ci richiamano bensì alla prima azione ; e più 
propriamente agli inizii di essa, quando Periplecomeno ospi- 
tava benignamente l'amico paterno (135) Pleusicle, a cui ora 
leva ogni scrupolo sulla spesa che ne potesse derivare (672, 
740), invitandolo a mangiare e bere e a darsi bel tempo 
con lui (677) e promettendogli sempre più larghe prove di 
liberalità (635, 651, 662, 676). Stupenda, impareggiabile 
scena di mondanità, che doveva aprire con grandissimo ef- 
fetto il testo della prima azione e che presuppone in Pleu- 
sicle non r innamorato il quale sia venuto a portarsi via 
Filocomasio per isposarla, ma il giovane mondano il quale 
è giunto colà e vi ha preso domicilio per godersi l'amante 
lungamente. 

Il tipo del vecchio è di una incomparabile giocondità. 
Tutto ciò eh' egli dice, che esce gaio e vivace dalla sua 
bocca, è inatteso e stupefacente : e stupefatti sono davvero 
i due interlocutori, l' amante appassionato e 1' astutissimo 
schiavo, che interrompono a lunghi intervalli, ammirando e 
sentenziando, come usava il coro tragico al racconto del 
nunzio. Ed il vecchio annunzia in verità come la rara e 
interminabile storia dì una lieta esistenza. 

Periplecomeno è un uomo a cui V età ha increspato di 
rughe la fronte e la bocca di sorrisi. La sua giovialità non 
ha gli artifici e gli scatti dell'ostentazione o dell'avventura : 
è fresca, spontanea, senza intemperanze né arresti : è la si- 
gnificazione naturale e piacevole di ogni suo modo di ve- 
dere le cose del mondo. Egli è uno di quegli uomini, rari e 
preziosi, che sentono e fanno lieta la vita. Non è il vecchio 
libertino, insulso e sfacciato, né il buffone dispettoso e mal- 
dicente, ne il facilone ottimista a cui la scempiaggine del 
cervello e la grossolanità dell' osservazione infonda la gioia 
di ogni cosa. E un uomo a cui la Provvidenza ha dato 



NOTE PLAUTINE E TERENZIANE 281 

buona salute, buon gusto e buone sostanze : tre cose che 
potrebbero assicurare la felicità, se la felicità esistesse. Co- 
nosce il male, e se ne guarda ; conosce il bene, e ne ap- 
profitta. Non ha scrupoli morali, ma ha tanto di umana 
considerazione da essere un brav' uomo, socievole e soccor- 
ritore : quale nessuno fu mai per professione di virtù. Egli 
gode del comodo proprio e dell'altrui, giacché ha visto che 
il sorriso degli altri è spesso la vera ragione del benessere 
nostro. 

Ciò che Periplecomeno dice sul modo di riparare gì' in- 
fortuni! del mondo e sulle proprie maniere di godere e di 
far godere, è di una finezza e squisitezza tutta greca; ed 
è questa indubbiamente una scena di greca umanità. Tut- 
tavia neppure da essa seppe astenersi il prepotente spirito 
inventivo del traduttore che ha quivi, qua e là, lasciata una 
certa innegabile ruvidezza di buona stoffa latina, anzi plau- 
tina. Nei V. 682-683 il discorso di Periplecomeno si inter- 
rompe per dar luogo a un gioco di parole su procreare li- 
beros e liberum esse, che non potea trovarsi nell'originale 
greco ; a cui eran pure certamente estranei i v. 647-648 e 
691, dov'è indizio di contrade e di costumanze italiche. 

Al grandissimo effetto di questa scena non ha saputo 
resistere nemmeno Plauto, che la ha trasportata dalla prima 
nella seconda azione, innestandola al concilium (598) con 
i tre infelicissimi versi 612-614 e sopprimendo, per darle 
posto, qualche altra scena. L' ipotesi di tale soppressione 
non è certo arrischiata se si pensa che Periplecomeno, il 
quale nel v. 793 {erro qiiam insistas viam) ci appare incerto e 
disorientato, passa alla franca sicurezza dei v. 937-938 per 
vie a noi ignote ; com' è ignoto per noi il nesso della scena 
III 2 col rimanente. 

Anche nell' atto II Plauto ha forse messo le mani. Le 
scene 3-6 procedono con regolare sviluppo e gradatamente; 
non così la 2' per le ragioni che esporremo. Facendo at- 
tenzione ai V. 195-258 osserviamo primieramente che l' in- 
carico di informare Filocomasio della finzione della gemella 
viene qui assunto da Periplecomeno (258), mentre più tardi 
viene assunto da Palestrione (354). In secondo luogo, lo 



282 (J. MARCHESI 

stratagemma pare diretto contro il miles (1), il quale invece 
non ne saprà mai nulla ; nel fatto la preoccupazione è con- 
centrata sul servo (2), contro cui Palestrione moverà vineam 
pluieosque (266). E questa una frase molto generica, che pro- 
babilmente va riferita non tanto all' intrigo della gemella 
quanto al perforamento della parete, sul quale s' impernia 
tutta la seguente scena terza e metà della quarta. Conside- 
riamo inoltre che lo stratagemma della gemella cosi labo- 
riosamente architettato e solennemente manifestato non ha 
nessun immediato effetto, ma comincia ad avere efficacia 
soltanto dopo un centinaio e più di versi (dal v. 380 in poi). 
La triplice considerazione ci induce a congetturare che tutto 
questo passo (195-258) sia fattura di Plauto ; e la conget- 
tura è avvalorata dal fatto che vi si trovano i quattro versi 
famosi (209-212) allusivi a Nevio, di invenzione indubbia- 
mente plautina. 

Ma non basta. In quella medesima scena i v. 181. 195. 
255 lasciano sospettare che Pilocomasio sia ancora in casa 
di Periplecomeno, mentre costui nel v. 185 a afferma di 
averle ordinato di uscire e ^tornare in casa di Pirgopolinice. 
L' incongruenza si toglie sopprimendo per un momento i 
versi 18b*-194, i quali crediamo doversi parimenti attribuire 
a Plauto che colse l'occasione di sviluppare un luogo co- 
mune intorno all'astuzia delle donne. Tolto pertanto il lungo 
passo 185*-258, da noi attribuito a Plauto, la scena li 2 ci 
pare riacquisti la sua struttura originaria; e, se non vediamo 
male, il punto d' attacco è nisi quid aliud vis del v. 185*. 

Or qui ci sia lecito concludere. Secondo il nostro giu- 
dizio, al poeta greco della prima azione appartengono i se- 
guenti luoghi: 138-153i 615-764; 156-184; 259-271; e l'atto 
II 3-6. Appartengono al poeta greco della seconda azione 
l'atto I, i V. 79-137; 596-611; 765-804; l'atto III 2-3, 
l'atto IV 1-2,4-9, l'atto V. A Plauto assegniamo i v. 154- 
155; 185'-258; 586-595; 612-614; 647-648; 682-683; 691; 
805-812; 863-869; 1089-1091 e la scena terza dell'atto 
quarto. 

(1) Cfr. V. 235. 246. 248-249. 
2) Cfr. V. 1S7. 198. 259-269. 



XOTE PLAUTINK E TKKEXZIAXK 283 



* 

* * 



Il risultato non manca d' importanza. Molto e ragione- 
volmente s' industriano i critici a discernere nelle comme- 
die di Plauto le parti tradotte o ridotte dalle parti originali, 
perchè è vivo in tutti, se non il convincimento, il presenti- 
mento ch'egli fosse poeta di ricca inventiva. La dimostrazione 
delle parti originali ci riesce di rado e deve essere sempre rac- 
comandata a indizii infallibili, come giochi di parole, conia- 
zione di nuovi vocaboli, termini tecnici, allusioni a costumi, 
leggi, divinità, luoghi prettamente romani : indizii che nel 
Miles sono abbastanza numerosi (1). Ma con tali mezzi noi 
non giungiamo a rivendicare a Plauto se non singole frasi, 
singoli versi o modestissimi gruppetti di versi. Di ben mag- 
gior messe andiamo debitori alla contaminazione ; la quale 
se da un lato rivela, nonostante la buona volontà e gli 
sforzi adoperati, l' imperizia tecnica dell' autore e 1' impo- 
tenza a fondere con armonia elementi eterogenei, ci ha pur 
dato il modo di assicurare alla paternità plautina 152 versi, 
tra cui due gruppi cospicui : uno di 43 versi (IV 3), che in 
verità non manifesta grandi pregi ; e uno di 76 (185*-268), 
dove ammiriamo la vivace rappresentazione delle astuzie 
femminili condita di assonanze, di anafore, di neologismi ; 
la malinconica e coraggiosa allusione a Nevio carcerato (209- 
212), e la doppia parodia del capitano che medita un piano 
di guerra (201-208) e che poi dà gli ordini per eseguirlo 
(218-225). Per conoscere il veleno della doppia parodia si 
rammenti che siamo nel tempo della più tremenda guerra 
romana, che il Miles fu scritto poco dopo la gloriosa vitto- 
ria al Metauro (207 a. C.) e forse nel 205, 1' anno in cui 
P. Cornelio Scipione preparava la spedizione che dovea por- 
tare alla battaglia ancor più gloriosa di Zama. 

È innegabile la intenzione parodica di questa parte 
che, per essere una caricatura di Palestrione, riuscirebbe af- 
fatto sproporzionata e prolissa. I versi 218-225 furono con- 
ci) Cfr. l'ediz. Brix-Nieuieyer, Leipzig, 1901, p. 15. 



284 e. MARCHESI 

cepiti e composti sotto l' impressione di grandi avvenimenti 
militari, in un periodo di intensa preparazione guerresca, tra 
la morte di Asdrubale e la sconfitta di Annibale, quando 
le comuni speranze erano riposte nel nuovo generale che 
tornava dalle vittorie di Spagna. E questo tipo di condot- 
tiero audace che già si disponeva alla rischiosissima impresa 
africana potò facilmente suscitare la pronta arguzia e la 
scherzosa immaginazione del poeta, che nei v. 229-231 ci fa 
sentire parole degne di quella storia. 
Dice il vecchio Periplecomeno : 

Tu nniis si recipere hoc ad te dicis, coufidentiast 
Nos iuimicos profligare posse. 

E Palestrione risponde : 

Dico et reeii)i() 
Ad me. 

Qui permane chiaramente la parodia: giacché una tanta 
solenne e drammatica brevità di linguaggio mal si conver- 
rebbe allo schiavo senza un intendimento burlesco ; ed è 
pur lecito, e sarà sempre lecito domandarci se la frase di 
Palestrione : dico et recipio ad me, non sia stata veramente 
profferita da P. Cornelio Scipione allorché, contro la oppo- 
sizione ostinata dei più vecchi, collegava il proprio destino 
alla fortuna di Roma. 

II. 
Una contaminazione Terenziana. 

{Adelphoe li, 1). 

Le questioni sulla composizione degli Adelphoe sono state 
recentemente riassunte, esaminate e arricchite di nuove e 
sagaci considerazioni da Giovanni Cupaiuolo (1) ; ma il buon 
volere del nuovo studioso di Terenzio non ha disciolto l' ar- 
duo problema che, sebbene tentato con argomenti dotti e 
ingegnosi, non è tale da potersi risolvere senza difficoltà, 

(1) 1*. Tercuti Afri, Adelphoe, revisione, iutroduz., ooium. di 
G. Cnpaiolo, Roma-Milano. 1901. 



NOTE PLAUTINE E TERENZIANE 285 

per la mancanza degli originali greci e per i criteri non 
sempre determinabili della composizione letteraria. 

Il poeta ci dice espressamente nel Prologo che la sua 
commedia, condotta sugli 'Aòekcpoi di Monandro, ha un solo 
locus tolto verhum de verbo dai Zvvanoih'fiaxovreg di Difilo. Que- 
sto locus, per concorde giudizio dei critici, pare sia da sco- 
prire nella prima scena dell' atto secondo. La discordia co- 
mincia neir assegnazione dei limiti che per alcuni compren- 
dono i V. 155-196 (l), per altri si estendono al monologo di 
Sannione (197-208) e a tutta la scena seguente tra Sannione 
e Siro (2) ; ne manca finalmente chi ritiene che il locus di- 
fileo abbracci tutto il secondo atto della commedia (3). Ve- 
dremo come la opinione di quei critici che assegnano il luogo 
difileo alla sola prima scena dell'atto secondo sia la più fon- 
data. Ma intanto diciam subito che la contaminazione teren- 
ziana presenta gravissimi difetti di struttura e di arte. 

Al principio del secondo atto Eschino e lo schiavo Par- 
menone conducono seco Bacchide sonatrice di cetra, incal- 
zati dal lenone Sannione che vorrebbe loro ritogliere la 
giovane rapita, ma invece ne ottiene percosse e schiaffi. Fi- 
nalmente è proposto un accordo : il giovane rimborserà le 
venti mine che la schiava è costata. La proposta non è ac- 
cettabile per Sannione che non guadagnerebbe nulla, spe- 
cialmente dopo quella scarica di percosse. Del resto egli è li- 
bero di non vendere, e nessuno potrebbe costringerlo. L'argo- 
mento è forte : ma Eschino ne trova uno più forte ancora : 
la fanciulla non è una schiava, essa è di libera condizione. 

Qui la stonatura è grave, ed è più grave la stupefa- 
zione del lettore che dalle scene precedenti e dalle seguenti 
conosce invece ch'ella è una schiava. E tutte le sottigliezze 
degli interpreti e degli studiosi non potranno mai togliere 
il dissidio di questa scena con tutto il resto della commedia. 

(1) G. Ihne, ' Quaestiones Tereutianae ', Bonuae, 1843, p. 26 sg. 

(2) Cfr. W. S. Teuftel, ' Studieu iiu»l cliarakteristiken zur griech. 
und lom. Litteraturgeschichtf, Leipzig, 1889, p. 357 ; FI. Nencini ' De 
Terentio eiiisqiie fontibiis ', Liburni, 1891, i). 120. 

(3) C. Hermann, ' Dispiitatio de P. Terentii Adelpbis ', Marburgi, 
1838 [= Jahns Arebiv, 6 (1840), p. 65 sg.]. 



286 e. MARCHESI 

Già Terenzio stesso nel Prologo dice « In Graeca adu- 
lescens est, qui lenoni eripit Meretricem in prima fabula ». 

Molti si sono adoperati a rimuovere questa difficoltà. 
Il Nencini osservava che nella commedia di solito lo stato 
libero di tali fanciulle viene riconosciuto alla fine non al 
principio dell'azione; Terenzio dichiara di aver tolto da Di- 
filo un luogo in prima fabula, quindi neanche in Difilo la 
fanciulla dovea esser libera (1). La ragione è sottile, ma non 
certo definitiva, perchè della commedia di Difilo non sap- 
piamo nulla, e in ogni modo qualsivoglia congettura sul- 
l'originale difileo non rimuove la incongruenza della scena 
terenziana. 

Il Cupaiuolo cerca di sciogliere l'enigma. Egli dice: la 
fanciulla non può esser libera ; altrimenti, perchè Eschino 
indugia a dichiararlo ? E perchè egli, che sa la condizione 
libera della fanciulla, è deciso a scendere a patti con San- 
nione ? (2). Questa ragione può apparire efficace. Ma si badi 
che Eschino, dopo le molte contumelie, offre a Sannione 
venti mine, cioè il prezzo che la fanciulla è costata. Ora 
non è questa davvero una contrattazione, ma è un semplice 
rimborso di danni per un semplice riguardo di equità; così 
che allorquando Sannione, colpito dalla irrisoria offerta, 
obietta che nessuno può costringerlo a vendere, Eschino pro- 
rompe svelando lo stato libero della fanciulla (v. 193) : 

Neque vemlundam censeo 
Qiiae liberast : nani e<io lilicrali illaiu adsero causa manu. 
Nudo vide utriini vis: argentum accipere an cnnsaiii meditali tnaiu. 
Delibera hoc, diiin ego redeo, leno. 

E va via : senza risposta, lasciando solo Sannione. 

Le parole di Eschino debbono essere spiegate. La ra- 
gione addotta dal Cupaiuolo ci pare in verità assai debole. 
Egli dice : ' è una trovata spiritosa di Eschino ' (3). Sì, ma 
in questo caso, il primo a riderne avrebbe dovuto esserne 
Sannione, il quale invece rimane turbatissimo da quelle pa- 
li) Op. cit. p. 122. 

(2) Op. cit. Introd. p. xxxi sg. 

(3) Op. cit. p, XXXII 8g. 



NOTE PLAUTINE E TERENZIANE 287 

role, al punto da ammettere ch'egli non abbia diritto a esser 
pagato. E, del resto, il Cupaiuolo adduce a sostegno della 
sua argomentazione motivi di opportunità e di convenienza 
che non possiamo affatto accettare ; giacche non è una 
buona ragione dire che Terenzio, poeta cosi fine e così com- 
battuto dai poeti contemporanei, non avrebbe compiuto una 
sconvenienza così grossa. 11 merito dell' autore non può da 
solo escludere il difetto della composizione : e noi pensiamo 
appunto che la scena II, 1 costituisca un difetto non lieve 
della commedia terenziana. 

Il Cupaiuolo stesso giunge alla sua conclusione con un 
certo malessere, il quale dimostra quanto apparisca evidente 
la inopportunità di quelle inattese e ingiustificate parole di 
Eschino, e quindi la inabilità della sutura terenziana (1). 
Ripetiamo : è difficile sostenere che la frase di Eschino sia 
soltanto un motto di spirito : e tutte le conclusioni che pos- 
sano ricavarsi da una simile premessa derivano da una fonte 
impura. 

* 
* * 

A un' altra grave questione dà motivo il monologo di 
Sannione (196-208) che taluni, per il legame con i prece- 
denti versi difilei, attribuiscono a Difilo, ed altri invece re- 
stituiscono a Monandro. Osservano questi ultimi che Donato 
al v. 199 {Homini misero) cita un verso greco di Menandro, 
che si ritiene sia il verso greco corrispondente a quello la- 
tino ; perchè Donato non avrebbe avuto ragione di citare 
il verso di altra commedia di Menandro che contenesse 
quello stesso concetto generale o che dichiarasse il facilis- 
simo luogo latino. Il v. 199 appartiene quindi all' originale 
principale e di conseguenza il monologo di Sannione non 
può far parte del luogo difileo (2). 

A coloro che ritengono difileo il monologo di Sannione 
si contrappone giustamente dagli avversari, oltre la citazione 
di Donato, il fatto che il monologo è intimamente collegato 

(1) Ivi, p. XXXIV 8g. ; XXXVII. 

(2) Cfr. lime, op. <;it., p. 27. 



288 e. MARCHESI 

con le scene II 2, 4, sì che bisognerebbe ammettere che 
fossero di Difilo anche le scene seguenti dove agisce il mez- 
zano. 

Dunque, il monologo è di Menandro. Ma come spiegare 
le parole di Sannione Domo me eripuit (v. 198)? Esse hanno 
stretta colleganza con la scena precedente in cui Eschino 
minacciava di trascinare il mezzano davanti ai tribunali, a 
causa dello stato libero della fanciulla rapita. Ora, giacché 
tale circostanza è solo nella scena di Difilo, un verso di Di- 
filo sarebbe stato con uno strano procedimento introdotto da 
Terenzio fra versi di Menandro. 

E realmente una difficoltà. II Cupaiuolo, che non crede 
allo stato libero della fanciulla neppure in Difilo, abbandona 
ogni sospetto di corruzione ed ogni ricerca di emendamenti 
e propone una sua interpretazione (1). Egli ritiene, col Nen- 
cini (2), che durante il ratto il mezzano fu cacciato fuori di 
casa, perchè i rapitori fossero più liberi ; e, in un senso più 
largo, vorrebbe anche intendere che Eschino « oltre ad aver 
« violato il domicilio di Sannione e ad averlo maltrattato 
« nella stessa casa e cacciato durante il ratto fuori, in cerio 
« qual modo lo strappò alla casa di lui per averlo (mal suo 
« grado !) costretto a inseguirlo fuori sulla strada e a buscarsi 
« quelle percosse e quei pugni sulla pubblica via, con grande 
« scapito della reputazione del mezzano ». 

La spiegazione è certamente stentata, ma potrebbe es- 
sere accolta se dovesse scartarsi la interpretazione di coloro 
che prestan fede alle parole della scena precedente, sullo 
stato libero della giovane. 

Nelle parole di Sannione : 

Domo me eripuit, vcrheravit, me invito abduxit meam, 

mi par di notare una gradazione discendente. Sono i tre 
fatti culminanti della scena che precede : il ratto della fan- 
ciulla, le busse toccate da Sannione che vuol riprendersi 
Bacchide, e in fine la minaccia di Eschino che, svelato lo 

(1) Pag. XLV 8g. 

(2) Op. cit., p. 123. 

3. 4. '912. 



NOTE PLAUTINE E TEUKNZIAXE 289 

stato libero della fanciulla, si licenzia bruscamente con le 
severe parole: « prendi le venti mine o preparati alla causa ». 
Ed è naturale che Sannione, sotto la fresca impressione di 
tali parole, dica di sé con profonda amarezza : ' Eccomi 
qua, processato, picchiato e derubato '. 

D'altra parte osserviamo che le parole di Sannione: 
Domo me eriptiit, contengono la circostanza nuova del se- 
condo atto. Nell'atto primo Demea, narrando la violenza 
di Eschino, avea detto che questi sfasciata la porta e vio- 
lato il domicilio di Sannione, avea percosso il padrone e 
gli altri della casa che si opponevano al ratto. Demea non 
dice che Sannione abbia dovuto inseguire i rapitori e che 
per via sia stato di nuovo picchiato. E le parole di De- 
mea (91-92) : clamant omnes indignissiime factum esse, non 
devono per forza significare, come vorrebbe il Cupaiuolo, 
che Sannione sia stato maltrattato per parecchio tempo in 
istrada (1) ; giacche la notizia di un ratto violento, come 
quello di Bacchide, può bene diffondersi in poco tempo e 
commuovere tutta la città. 

Riepilogando : il monologo di Sannione non può appar- 
tenere al luogo difileo per i legami intimi che ha col resto 
dell'azione menandrea ; non è facile d'altra parte attri- 
buirlo all'originale di Menandro perchè contiene una circo- 
stanza difilea. Si consideri inoltre che, rispetto alla scena 
precedente, i v. 196-208 presentano alcuni difetti sfuggiti 
fin ora agli studiosi della commedia terenziana. 

Nella scena II 1 Eschino minaccia Sannione di inten- 
targli causa per possesso di fanciulla libera, e Sannione su 
questo non ha alcun cenno determinato. Dice inoltre che 
Eschino lo battè (v. 198 sg.), mentre fu battuto da Par- 
menone. Tali sconcordanze con II 1 distruggono l'opinione 
di coloro che vorrebbero attribuire il monologo di Sannione 
al luogo difileo ; né del resto è possibile attribuirlo, per la 
ragione suddetta, a Menandro. 

E nostra ferma convinzione che il monologo sia stato 
inserito da Terenzio per legare la scena prima dell' atto 

(1) Pa<j. xi.viii. 

stinti Hai. di filol. clasisicn XIX. l!l 



290 e. MAUCHESl 

secondo alle seguenti. In tal modo si spiegherebbe altresì 
la ripetizione dei v. 198-199 con 213, 245. 
Nei V. 198-199 dice Sannione: 

Domo me eripuit, verberavit, lue invito abduxit moam : 
llomiui misero plus fuiingeutos colaphos infregit mihi ; 

e nel v. 213 ripete : 

Ego vapnlanUo, ille verberanclo, iisqiie ambo defessi sumus ; 

e nel v. 245 torna inutilmente a dire : 

Piaeterea colaphis tnber est totum caput. 

Ne faccia ostacolo la testimonianza di Donato che con- 
fronta il V. 199 con Menandro. La citazione di Donato può 
escludere che il monologo sia stato nel testo difileo, ma 
non ci costringe ad ammettere che esso scaturisca da Me- 
nandro : perchè Donato potè facilmente aver fuso o con- 
fuso il V. 199 del monologo con il v. 245 della scena II 2. 

Il monologo è dunque un innesto di Terenzio. 

Questa libertà di aggiunta era naturalmente ben con- 
cessa ai poeti latini ; e se non ce lo attestasse buon nu- 
mero di confronti che abbiamo il modo di fare con gli ori- 
ginali greci, potremmo senza ingiuria sospettarlo, semplice- 
mente, per le imperiose necessità di adattamento dell'opera 
greca al teatro latino. 

Ed anche negli Adelphoe Terenzio sentì il bisogno di 
modificare scene e caratteri e di introdurre passi originali. 
Le aggiunte sono state riconosciute tutte di poca entità, 
tali da potere essere staccate dalla scena senza turbare la 
continuità dell'azione. Si tratterebbe di qualche emistichio 
di versi isolati o di esigui gruppi di quattro o cinque versi 
al più (1). L'unica aggiunta sostanziale e sicura di Terenzio 
negli Adelphoe è, pertanto, il monologo di Sannione. 

(1) Cfr. Cupaiuolo, op. cit., p. 



NOTE PLAUTINE E TERENZIANE 291 



* 



Che la scena difilea sia la prima dell'atto secondo con- 
sentiamo dunque con il maggior numero dei critici. Ma che 
la contaminazione sia stata ben condotta, non ci pare le- 
cito affermare per le numerose incongruenze e slegature 
che la scena II 1 presenta rispetto alle scene seguenti. 

Notiamo le principali : 

1) Nella scena difilea, Sannione è un ìeno puro e 
semplice, e così viene chiamato da se e dagli altri ; in II 2-4 
non è chiamato Uno, ma Sannio, ed è un mercante di donne 
e di altro (cfr. 224; 229-230; 278). 

2) In II 1 Bacchide è libera, mentre in tutto il resto 
della commedia è schiava. 

3) In II 1 piglia parte al ratto lo schiavo Parme- 
none, mentre in II 2, 8, 4 lo schiavo che tratta con San- 
nione è Siro. 

4) In II 1 Eschino è pronto a sborsare le venti mine 
o a intentar causa (1); in II 2 invece Siro tratta il prezzo, 
che vorrebbe fosse abbonato o almeno ridotto alla metà. 

5) In II 1 noi ci aspettiamo che esca di nuovo Eschino 
a regolare i conti con Sannione (2); e invece in II 2 ci si 
presenta a quest'ufficio Siro e con intendimenti diversi, 
perchè vorrebbe una riduzione della somma. In II 4 esce 
di nuovo Eschino, ma non tanto per regolare i conti quanto 
a sentire come li ha regolati Siro (v. 276 Quid ait tandem 
nohis Sannio ?). 

Tutta questa somma di incoerenze tra II 1 e II 2, 8, 4 
mostra che II 1 è la scena presa da Difilo, letteralmente, 

(1) V. 195 Nunc vide uirum via : argentxim accipere an causam medi- 
tari tuam. La interjiretazione del Nenciui « vide utruni vis argentuni ;ic- 
cipere au utrumque, argenium et puellam, amittere », è stata con linone 
ragioni dimostrata insostenibile dal Cupaiuolo (p. xxxiii, nota). Infatti, 
se la fanciulla fosse effettivamente una schiava, di cui Sannione potesse 
giustamente reclamare il possesso, non si capirebbe per quale motivo do- 
vesse temere di perdere le venti mine e la fanciulla. 

(2) V. 196 Delibera hoc, dum ego rcdeo, Uno. 



292 e. MARCHESI 

verbum de verbo. Ed è questa l'unica, la vera giustificazione 
di Terenzio : il quale, se in siffatta contaminazione avesse 
rivendicato a sé la consueta libertà di adattamento, non 
potrebbe più in nessuna maniera scusare quell' accenno allo 
stato libero di Bacchide, che è la più deplorevole incon- 
gruenza degli Adelphoe. 

In alcuni studiosi è certamente prevalso un criterio 
benevolo ed arbitrario nel risolvere le questioni del teatro 
terenziano. Secondo costoro i difetti delle commedie teren- 
ziane o non esistono affatto o rappresentano il minor male 
che Terenzio abbia potuto commettere nell' affrontare e nel 
ridurre i suoi modelli greci. La ragione di questo singo- 
lare giudizio riposa sulla convinzione del grande valore ar- 
tistico del poeta e sulla considerazione ch'egli, combattuto 
dai poeti avversari, in una implacabile guerra letteraria, 
doveva naturalmente evitare ogni ragione di giusto attacco. 

Ora, quest' ultima opinione, se è adattissima a conte- 
nere un desiderio, non può costituire una buona premessa 
nell'analisi di un'opera d'arte; perla ragione che l'artista, 
mentre compone, sente, per fortuna, più il bisogno di si- 
gnificare ciò ch'egli vuole che il timore di esprimere ciò 
che non deve ; e bada a soddisfare più sé stesso che gli 
avversari suoi ; perchè l'opera d'arte, anzi che la dimostra- 
zione polemica del proprio valore, è la espressione elaborata 
e spontanea del giudizio individuale. E se riesce qualche 
volta difettosa, ciò é perchè l'artista, anche elettissimo, non 
sem[)re corrisponde a quella compiuta convenienza che sol- 
tanto assicura la perfezione di ogni umano lavoro. 

Nella commedia terenziana esistono innegabili sconve- 
nienze, delle quali parecchie sono riconosciute dagli stessi 
più valorosi difensori di Terenzio. La scena del ratto, già 
fatto conoscere agli spettatori dal racconto di Demea, viene 
di nuovo rappresentata al principio del secondo atto, con 
la inserzione del luogo difileo : ed è questo un errore che 
anche il Gupaiuolo è costretto ad ammettere (1). Per quali 
ragioni abbia fatto questo il poeta latino, non possiamo 

(1) l'i.-. I.XIN. 



NOTE PLAUTINE E TEREXZIANE 293 

dire: che dal far supposizioni e congetture ci sconsiglia la 
mancanza dell' originale greco. Conveniamo volentieri col 
Cupaiuolo in una osservazione : che non tutto quanto of- 
fenderebbe ora il nostro sentimento artistico riusciva ugual- 
mente increscioso agli antichi, i quali non richiedevano nel 
teatro quella verisimiglianza che noi pretendiamo (1). E 
finalmente, si osserva, nessuno ci assicura che queste inve- 
risiraiglianze del teatro latino non fossero da deplorare pur 
nelle commedie greche. 

E un sospetto : e come tale possiamo accettarlo anche 
noi. 

Co:xcETTO Marchesi. 

(1) Pag. Lxx. 



PER, IL TESTO DEL 'DE MAGIA" DI APULEIO 



11 testo di Apuleio non è stato certamente tra i più 
fortunati, non tanto per la scarsezza e la oscurità del ma- 
teriale diplomatico quanto per la incuria degli editori che 
dai migliori manoscritti esistenti, e da gran tempo cono- 
sciuti, non seppero trarre il giusto profitto. 

Dalla edizione principe del 1469, promossa dal cardinale 
Bessarione, a quella di Beroaldo (Bononiae 1500), alle Giun- 
tine (1512; 1522), fino alle numerose che precedono la edi- 
zione dell' Oudendorp, mancò sempre un esame critico e 
comparato dei codici apuleiani ; e il testo rimase fluttuante 
ed incerto anche nella successiva edizione dell' Ouden- 
dorp (1786) il quale, pur non ignorando il grande valore 
dell'archetipo fiorentino, si affidò quasi interamente a un 
codice lacunoso di scarsissima autorità, il d'Orvillianus (1), 
sotto la cui guida egli corruppe più volte la lezione. Lo 
stesso G. F. Hildebrand, nella edizione lipsiense del 1842, 
benché deplorasse la debolezza critica delle stampe prece- 
denti, mostrò una conoscenza oltremodo confusa ed imper- 
fetta dei codici fiorentini che non riuscì, non che a classi- 
ficare, a identificare. 

Il merito di avere ricondotto il testo apuleiano sulla 
buona base diplomatica spetta al van der Vliet e special- 
mente a R. Helm (2), il quale pose a fondamento della sua 
eccellente edizione il codice famoso, il Mediceo 68. 2 (/''), 
e la copia tramandata dal Laurenz. 29. 2 (9?). 

(1) Cosi detto dal suo possessore lac, Phil. D' Orville, da cai lo 
ricevette 1' Oudendoi'i». È uu cod. luenib. del ser. XIII ; conticMie le Me- 
tamorfosi e r Apologia. 

(2) Ai)ulei IMatonici Madanrensis, ' Pro se De Magia Liber ', Lipsiae, 
Teulm., 11105. 



PER IL TESTO DEL ' DE MAGIA ' DI APULEJO 2i.)5 



* 
* * 



Lo Helm non fece nessun conto dell'autografo boccac- 
cesco (1), il Laurenz. 54, 32 (B), che contiene le tre opere, 
De Magia, Metani., Fiorici.,^ neWo stesso ordine del Mediceo II, 
più in fine, quasi in disparte, il De Beo Socratls. 

Il Boccaccio potrebbe apparire in questo codice un 
pessimo trascrittore che deformi, alteri e scomponga spesso 
le parole in modo da alterarne talora prodigiosamente il 
significato. E potrebbe sembrare questa sua una trascrizione 
meccanica fatta più volte senza nessuna intesa fra il copista 
e l'autore. 

Ma dal giudicare così severamente il Boccaccio copista 
ci distolgono le molte testimonianze che noi abbiamo della 
sua ottima erudizione classica. Il Boccaccio conosceva as- 
sai bene il latino e non è da credere ch'egli abbia potuto 
fare inconsapevolmente così grave scempio del testo apu- 
1 ciano. 

Egli è un copista coscenzioso che trascrive i codici con 
la più scrupolosa fedeltà ; ed è questa in un amanuense 
dotto una rara qualità che ebbero il Niccoli e il Poliziano, 
ma non ebbe il Poggio autore di molte arbitrarie e palesi 
mutazioni ed alterazioni dei testi. 

Una singolarissima importanza all'autografo boccacce- 
sco conferisce la sua certa indipendenza dal Mediceo II e 
l'assenza di valévoli rapporti con il Mediceo 29. 2. Ne è 
da sospettare che le innumerevoli storpiature di B possano 
scaturire da difficile lettura di F, sia per le molte ben de- 
finite e sostanziali differenze di lezione, sia perchè parole 
di limpidissima e agevolissima lettura, trascritte in F senza 
abbreviature e segni speciali, appariscono stranamente per- 
mutate in B. 

Innegabile è invece la somiglianza di B col codice Pi- 

(1) Cfr. Oskar Hecker, • Boccaccio-Fuiule ', Braunscbweig, 1902, 
p. Hl-35 ; R. Sabbadini, ' Le scoperte dei codici latini e iìtccì nei se- 
coli XIV-XV '. Firenze, 1905, p. 29. 



296 e. MARCHESI 

thoeanus {p) (1). Tra B e p sono numerosi ed evidenti 
legami dì parentela, come attestano le moltissime lezioni 
comuni, delle quali molte veramente tipiche devono per 
necessità risalire ad unico individuo. Sono pur tra B e p 
singolari differenze che ci vietano di stabilire fra i due co- 
dici rapporti, non che di identità, di reciproca dipendenza 
immediata. Ma possiamo affermare senza sospetto che B e p 
derivano dalla medesima fonte e forse dal medesimo esem- 
plare (2). 

Bisognerà dunque ammettere che il Boccaccio prima 
di asportare da Montecassino il Medie. 68. 2, ebbe un altro 
esemplare di Apuleio da cui trasse la sua copia. 

E questo un risultato di eccezionale importanza, giac- 
che B potrebbe rappresentare il perduto esemplare di una 
ignota trascurata famiglia di codici apuleiani. D'altra 
parte la fedelissima trascrizione boccaccesca non è priva 
di utilità, perchè non ci fa deplorare nessuna corruzione 
dovuta air influenza di altri testi o ad un operoso e peri- 
coloso criterio emendativo del copista. 

Tale risultato viene a turbare un giudizio critico ormai 
costituito. 

È generale opinione che il Mediceo II sia, per quelle 
opere che contiene, la fonte unica del testo apuleiano (3). 

(1) Di esso ci dà confnsn e imperfetta notizia 1' Hildebraiul (pa- 
gina Lxxrv) « Ms. Pitlioeauus, cuius varias lectiones Aldino exeuiplari 
« adscripsit V. Pitliocns. Ad Apolog. biiiiis Cod. variantes in margine 
« Edit. Casauli. descripsit Ondend. ex exemplaii Colvii Ed. e Bibl. Keg. 
« Gali, l'inra de lice codice indagare non potui. Citatnr de co ab Onden- 
« dorpio, Salmas. Ep. f<7. cnins libri inspiciendi facnltatem frnstra qnae- 
« sivi ». Noi abbiamo esaminato le vallanti di /) nell'apparato critico 
dell' Hildebrand. 

(2) Omettiamo i rapporti cbc si potrebbero moltiplicare a sostegno 
del nostro gindizio. Citeremo un s<do esempio di omissione. Nel capi- 
tolo 103 B omette le parole <juam poientatem i-creri, e la stessa omissione 
•è in p. Evidentemente la dnplice lacuna si deve alla omissione di cpielle 
parole nell'esemplare comune, dove fu provocata dal precedente revereri. 

(S) La medesima idea avevano espresso anelie il Keil e I. van 
der Miet nell'edizione delle « Motam. », Lipsiae, 1897, i>. V. Ma se tale 
alìermazione può per taluni codici avere un decisiva conferma, ci lascia 
])er altii gravemente peri)lessi, in nmlti casi. — Citiamone uno. Nel ca- 



PER IL TESTO DEL ' DE MAGIA ' DI APULEIO 297 

È certamente il Mediceo II l'esemplare più autorevole, anzi 
fondamentale per il testo di Apuleio; ma che esso sia l'unica 
fonte dei codici apuleiani è affermazione arrischiata ed im- 
prudente che il confronto con copie antiche che presentino, 
come B, gravi differenze, è destinato ad infirmare. 

R. Helm (1) per rinforzare la conclusione che tutti i 
codici di Apuleio derivano da Ij, cita quest'esempio. Nel- 
VApoìofj. 56 F legge non indiicat aninnim, in modo che pare 
ci sia fra inducat e animum traccia di una lettera, Vn di 
facundia dell'altra pagina, che trasparisce per la tenuità 
della pergamena. Ora tutti gli apografi veduti dall' Helm, 
di quel problematico inducat.'. hanno fatto chi inducafu, chi 
inducat in (2). L'esempio è calzante e definitivo per decidere 
quali codici siano copie di F; ma non serve affatto all'ipo- 
tesi dell' Helm, perchè tanto B (f. 10". col. 2} quanto ^j hanno 
inducat animum. 

pitolo III, dove tutti i codici hauno proximo oimhie, che uon dà senso, 
/'' ha prò ;^ ximo crimiiìo, con due lettere erase, che occnpavano lo spazio 
preciso di un ma. La lezione originale è prò marimo crimine. Ma non 
è facile ammettere che la lezione proximo crimine derivi in tutti i codici 
dalla rasnra delle due lettere in F, poiché non si spiegherebbe come 
nessuno dei copisti (salvo quello del Laur. 54, 13 che ha prò maximo) 
si fosse accorto della lacuna, né si comprenderebbe la causa stessa della 
rasura, la quale fu opera di nna mano posteriore che raschiò le dne let- 
tere sulla scorta della lezione impura proximo crimine. E mi par giusto 
ammettere che la lezione corrotta sia anteriore al Mediceo II. — Molte 
altre correzioni e corruzioni dell'originale sono in F, apportate da mano 
posteriore, sulla traccia di un esemplare impuro, poiché il solo criterio 
emendativo non jtotrebbe giustificare certi arbitrari mutamenti di faci- 
lissime lezioni. 

(1) R. Helm, « Quaestioues Apnleianae » in « Philologus » Supplem. 
IX 1904, p. 515-588. 

(2) Eftettivamente la e. 116 di F, ha, soprattutto nella colonna b 
del recto ed a del verso, piìi punti in cui la pei'gameua è trasparentis- 
-sima. Quasi nessuno dei punti trasparenti coincide con le righe della 
scrittura ; ma alla linea 23, col. a, della e. 116' cade uno di tali jìunti 
fra le parole inducat e animum, per modo che vi si distingue netto la u 
della parola facundia che leggesi nella sottostante riga della col. h della 
e. IW, della quale parola la u coincide proprio nello spazio vuoto fra 
inducat e animum. Il cod. cp ha inducatu animum. Due copie umanistiche 
di F sono i codici Laurenz. 54, 12 (a. 1425) e 54, 13 fin ora inesplo- 
rati. Di essi il primo ha inducatu animum, il secondo inducat in animum. 



298 e. MARCHESI 



* 
* * 



Il Laur. 54. 32 offre una chiara indipendenza dagli altri 
due codici fiorentini Fé cp (1). Tolti i numerosi ed evidenti 
errori di lettura, restano in B molte varianti ohe in più 
luoghi reintegrano sicuramente il testo e in altri potreb- 
bero indurre sostanziali medicazioni (2). 

Questo pertanto finalmente affermiamo : che B non de- 
riva da /'' né da un apografo di F, ma da un esemplare ben 
diverso, corrotto e viziato, che risale anch'esso a quell'unico 
archetipo da cui dipendono tutti i codici di Apuleio e di 
cui F è il massimo rappresentante. 

E se è veramente accertato, come sembra dopo le ri- 
gorose indagini dell' Helm, che quasi tutti i codici noti di 
Apuleio dipendono direttamente da F, noi dovremo rico- 
noscere in B il rappresentante di un'altra classe di codici, 
di cui non si può non tener conto in una nuova revisione 
del testo apuleiano. 



* 



Collaziono col testo di Rud. Helm (Lipsiae 1905) i capi- 
toli 1-17; 66-71; 101-103. 1. TmcìJ apidei phy platonici De magia 
liber primus incipit. Certus equidem | maxime èlis | emilianen \ 
confiso I quam mihi | obtigit purgandum | difensionis | proban- 
di un I aggressus sum | patronis | quam ego cum intellige- 
rem | quam oblectamenta | ultra corr. in ultro | alicuius mo- 
tum I querere incepit | diffidantia corr. in didìdentia. 2. igi- 
tur pomtiani fratris | qui paulo prius occisus a me clami- 
tarat priusquam ad subscribendum | illieo | subito tacere 

(1) Nei lir.aui da noi collazionati jtofhiasinie sonu lo lozioni conmni 
con (p : 5 dicauio ; 9 versus ; delicic stet ; 68 hivita ; 102 amplam. 

(2) Es. 2 (ini paulo prius ; cam solam ; cìnrissima rocc : H fricolis : 
13 doccas ; 15 hausisset ; cxuviae ; 17 serrosue ; sabiuis ; 68 cfficio ; uupsissct ; 
70 solitudini; Il facnìtaiibvs ; adversari ; lOl praeteream ; viag uà. — Doile 
varie lezioni di li davo ampio conto in una lìiossiiiia edizione del De 
magia. 



PER IL TKS TO DEL ' DE MAGIA ' DI APULEIO 299 

tanti I discriptionem tamen omnino | calumpnia | eam solam | 
privingni | Pudentis valde admodum pueri | ei adsistere | 
alium lacesceiidi . s . ut obtentum eius | Quod cum | et id- 
circo cum denuo | substinerè | ita factura nec sic quidem 
quintius est ut communis ageret per pellis etiam et adver- 
sum j absistendi j intellectu cuius | macchinator j autor j si- 
cuius emilianus | infamaret | pertinacia unde cum lollius ( 
veruni vinculi et ratum | pronuntiasset eccen clarissima voce 
iuravit I ut eger lollius. 3. innocentia fretus sub bis hoc quo- 
que I prefectum urbius | ita sibi ingenio et malo est confi- 
dentius | veluti velis quanto obsolentior j necessario | cum 
iam magnitudo | proximo crimine | et alia communionem 
in philosopho sueta | effucierunt. quam et si possunt | et 
autamento | deprehensa | quodam mìore fabulis id genus | 
ne bis qui | si quidem ex frivolis | falsas vituperationes | 
rudes et imperitas aures | assuetudine quantum contumelie | 
tanto ex | laborat ei sibi | vitio nosci | turpe est ista hec 
obiectasse | erit ita hec. 4. Audisti igitur | principio actionis | 
tbrmosum ] desertissimum j hiis verbis | est et canonius | ob- 
probasset | quod omeri cuius alexander hectori oyìs atioe 
et plet GnEE. o. tz. s. ei. kisE et dii yoy GGOO kenet ytoys. 
tis Em elui ADN. K. et pras e .a. oyio. Munera | ne quam- 
quam aspernunda | non obtingè hec ego j vultu | pictagora | 
esse se | nuncupavit | qui primus olim solertissimo artifi- 
cio ambifariam dissolverunt. Eum quoque ] gratia | ornave- 
runt I corpore detegit | errore implexus i stupes tormento 
adsimul et inequaliter | prorsus | non modo cremandi | ca- 
pitalis intendunt. 5. debet videri | imis studiis | ad hoc e! 
haut sciam ] omnes \ valitudinis | ego si quidem omnino j 
scripsisse dicanto | vero om. \ nemini hominum | me enim | 
qui umiiuam nicil cogitavi [ non audes eundem aio me j 
nephas habiti eundem discretissimum quod | est de quo dis- 
serere | quid me | cum risu subcessentem. 6. ludricis | epi- 
stolium de erifritio | calphurnianum | secum esse crimine, 
nam petisse a me | properis versibus nisi forte in eo re- 
prehendendus sum quod calfurniano (1) | ritu hebreorum | 

(1) Come in tutti gli altri, anche nel nostro codice le paiole viisi 
— noìit videre si leggono dopo gingivam. 



300 e. MAKCIIESI 

ait catulus | urina dentem atque de urina punicare gengi- 
vam. misi ut petisti munditias dentium in celas oris | te- 
nuere candificum nobilem pulvis dum cumplanatorem tu- 
mide gingivule conversitorem | quidem omnino | velit vi- 
dere. 7. Vidi ego dudum | quosdam tementis | crimen con- 
tempnundum \ sordidimi sentire j apertum mundum pari ac 
feculentum | usus hominis | sive illud cuipiam | cum quic- 
quam | auditorio deseret | dentium morsus profìciscitur | si- 
militer gratiam diloquiura diceret | cui ulla sit facti cura 
sit impensius | corpore obsculendum | cogitationum cernu- 
tium ego I nicil hominius quauì | visu procera | Nam quidem 
si supra et pecudibus. 8. respondeat inquamne | impartien- 
dam. Planum quidem | unquam ferme | ulla curat os per- 
tulat I dentes | quos carbone maculo derogo. Obteruerit | 
connimij aqua | premistam semper in fecuntinis | Namque 
malum | et lètam vocera \ rationem | iniocundam | prela- 
"bitur I Et quid ago de homine | corcodrillus ille qui in ilio 
gingiiitur I dentes | arundines | amplectuntur | fluminis aut 
una. 9. versus j malefitia? a ego pueros | magus poeta? | 
usquam sardo | tam similem | tam actam | versus | nec ta- 
men id | quidem accusas | ergo ista sunt | nomina erratis | 
teius quidem | et civis cum aliis | mulier vel sabia lasci- 
vum I ut uobis I dulcedinem | editius et portuvius (?) | etiam 
fallonem fuisse sive verum et philosophum negabis | versus 
est. M h p etc, et quid tam | versum. tantum si cum | con- 
tendatur | dyogenis cinici | stoyce | plurimum i delitie stet 
salva carine. Pax | dum potior patiar | sum vobis | serta 
meum nicil et | facta tuo genuo | certia lux | Grata autem 
leto tibi tempore | das | animum | dona nam et carmina | 
cederent | dulciloco. 10. commisatoris | hic illis etiam | ani- 
madvertisti quidam cum aliis | appellatari | Catulum quos 
liba prò cledia nominaret et tycidam similiter quisque me- 
talla erat. p. H. per illam scripserit et propertiam qui cun- 
thiam hostiam dissimulet et tybullum i sit pianta | delia 
visu I C. Lucullus I sit in auìbitus | inprobari | pueris direc- 
tis carmi nibus nominibus Carmine suo prostrevit j Quan- 
tum 1 buccolico ludrico | sese qua coridonem | alexim | bu- 
sequos | barbaris | putat franis (?) et croijs et fabricis ne- 



PER IL TESTO DEL ' UR MAGIA' DI APULEIO 301 

gat I etiamne emilianum | igni deus scit {superscr. deussit) 
I in pyrrurn astay sit non tantus natus poetes licteras di- 
cere ac IHPKA etc. Item eiusdem | phedromqiie | in coniimcto 
Carmine. HYHOK etc. Ne plures | syracosano | faciam HERO etc. 
11. Sed sum ne ego | quasi illum | Nara esse castura esse 
decet pium poetara in pretiura versiculos | tunuilum versi- 
bus morsibus venerantur ita scripsit | lepiditiora | Audcs 
hiis 1 Ceterum maxime quicquam putas de paturum | pudi- 
citius I haec et om. \ et occultare om. \ profitentis et pro- 
mulgare ludentis. 12. platonice | cuiquam | incognita gra- 
mina esse venerem clam proprio quanque timore | sit pa- 
rata ])Opulari I pecuniis | ut immodica | perclusorum ani- 
malium sua corpora | preditam | solis omnibus (?) | paucis 
carere | eius amorem I sed ecclia in coraitura et secundum 
pulcritudinera honestatis | commendet | in corpeum diligen- 
dum forma | inter oculos videro. Qua propter et semper | 
affranius | relinquatur i si hoc | numquam. | 13. eiusdem 
amore | neoptolemi nam pluribus vel philosophari vel | ac- 
cusatìoni r.eprehenduntur | attende corr. in attente | etiam 
hoc I ad hoc fecisti | de specula | negavero i non enim ex 
eo accipe | quos ad speculum | coragium timulicum | argu- 
mentare etiam minime consuesse gragidi suma te ystonis 
croco orta orgianum cetivolem. Non oppinor | et ecca | et 
possessu careor [ etiam doceas | inspexerim quin non res 
est I mundum prò thyno videro. 14. Credo non si inspe- 
xisse me fateor quod tamen crimen est ymaginem | uno 
loco creditam | tu ingnorans nicil est inaspectabilius | pu- 
blico simulacrum | tribui qui sibi | ymagines | effigiate vo- 
let I forte quidem artifitio | culpabile vindicandum est | yma- 
ginibus [ opera duratine j equa | comparet | visitur ymago | 
ad omnes nutum | pueritia ad hibentem senectara I partici- 
paret | Enimverum | lutu fictum | lapideum incussum vel 
cera iustum | pigmento illicitum vel alicupiam humano | si- 
mulatum | cadaveris vultum et immobilem | ymaginis | re- 
ferendum. 15. agessilaus j ncque fìngni numquam | in ista- 
tuis I ymaginibus | ymaginem | tempore corr. in marg. turpe | 
dingnitatem | et virtutis | laudem corr. post, in laude I ter- 
geret | adeo ui {post adeo superscr. uir) | Demostenem | dicendi 



302 e. MAKCHESI 

artificium I hausisset |- dyaletico | a speculo | Utrum sibi pu- 
tas I in assensanda oratione | rectori iurganli | omnes \ dis- 
serenti semper | Quid quod non ob hoc | veruni etiam simi- 
litudinem ipsius rationis considerare. Dum ut ait epycu- 
rus I ymagines i exuvie iugij | offendunt | contraversum | et 
limum extralio misti | ita muniti | seu in oculos {corr. ocu- 
lis) profecti | arcitas | intentu veris facti | stoiciretur | inci- 
deretur | ita que extra tangunt ac visant aditur specuKim 
iinagiutur. 16. nobis philosophia debere i specula luda suda 
soli videro quibus preteritis tu que | ob ptutus et ymagi- 
nes I ac eccà in cavis actio tera ubi et clena cum dixe- 
ritis permictuntur | ymago | tamen recondat primitus cum 
foras exeat | accendunt | plurima quam ] voluminum in- 
geiì archimedes syragusanus | admirabili | aut sciam | in 
librum emilianum si nosses an non j minime a thiesta tra- 
gica I mirare | non miror I ipso distortissimo | reticerc | est 
propter | usque alban ater esses ingnoravi adhuc hercle | 
dicendo | ingnobilitatis | abprobatore | venit quam qui forte 
I arbitraris cum tpr humilitant adita. 17. servosne an has 
ad agrum colendum an prime maturias ' operas cum vici- 
nis I eadem die terso esse manumisisse | celerà tue sibi 
edita abiecit | modo prius | comite ceam venisse, quicquid 
velim I tantam non esse | apuleius ceam | cee | singnum | 
nescis emilianum I famulum paucitatem obpro)>atis ] quidem 
longe patroni tui ] longe induto | itaque ille vir de Sabinis 
atque samnitibus | pauciores 1 nicil opertus | hyspania [ ute- 
retur iuxisse | hyspania | legisses. 

Gap. 66. Ego crispus salustius emendala rome felix luci] 
apulei platonici madaurensis prò se apud .C. maximum procon- 
sulem de magia. Explicit liber primiis Incipit liher seciindus (1). 

(1) Ho espresso la opinione che tutti 1 codici di Apuleio, sebbene 
alcuni presentino fra loro notevoli differenze, risalgano ad un archetipo 
unico, il quale i'n probabiiinonte costituito tra il 89.5 e il 397 d. C. — 
La data si rileva dalla notissiuui sottoscrizione del Mediceo II, posta 
alla fine delle Metam., ripetuta dal Laurenz. 54, 24 alla fine del lil>ro IX 
(f. eO') con ((ualcho storpiatura : « Ego salustius legi et emendavi rome 
« felix. Olibio et probino ne (l. v. e.) consule. In foro Marti» contro- 
« versiani declamans oratori ende leccio {l. Endelechio). Kursus oonstan- 
« tinopolifpie recoguovi Cesario et Attico coss. ». — Il consolato di Oli- 



PER IL TESTO DEL ' DE MAGIA ' DI APULEIO 303 

Nunc tempus est | lucrum gogitarem | raatrimonium ut ipsa 
mulier | repensaret in unicum | me magum conspexisset quo 
modo ullo facto tantolo {corr. in tantulo) sene quidem dicto 
meo I C. Carbonem et C. munius | Albutium | et C. curio { 
quippe omnes | subibunt | insingni | nosceretur. qui mox | 
affuisset I copular! | Ad hoc | buie affrico sed. 67. cuius vis 
dari dikicet | Quin igitur | coactam om. | libidinem nupsisse | 
et quod in villa at non in villa et non in oppido j nuptia- 
les I ad nexi | tam nicil | quod te abse intelligeretur. 68. et 
efìicio I ut ipse emilianus recognoscat | uti ad hoc feceritis 
vel I magis evam potestis j fundamentura mendaci,] huiusce | 
pupillos in potestate avi relictos paterni, nam | invita | stu- 
debat. Ceterum | asterrebat | nupsisset | quam conditionem | 
nuptiales ] vanis | dum pueros avus facto (corr. in marg. 
fato). 69. egritudine | situ visceris corr. iti viscerum | vitia- 
tis vicinu uteri sepe | egritudinem invalescere | supersit nup- 
tiis medicandum | asseverabat | niello | opportere | tibi emi- 
liano I ceam | scripsisse | qui tamen | rome aiebat | da illi ) 
seque revincat | tua hec epistula | subscriptio | intelligant | 
dissentio. 70. infestam raalingnitatem probe morat | etiam 
nunc I denupturam | autor assentiendi | nupturisse j coactum | 
teste j ut quem te levem | sclre maluit | plenas alligavit | 
deberet obdurare vita longa viduitate | quesisse eam de 

brio e Probiuo cade uel 395, 1' auuo fniuoso della morte di Teodosio, e 
Cesario ed Attico furono consoli nel 397. Con queste due date si stabi- 
lisce un limite cronologico preciso alla recensione sallustiana di Apuleio. 
— Chi sia stato il Sallustius recensore non è facile dire : che il nome 
Crispns ili B è nato evidentemente per confusione con lo storico famoso. 
Dalla sottoscrizione si può dedurre con certezza eh' egli era uno stu- 
dioso di retorica, passato, dopo la morte di Teodosio, da Roma a Co- 
stantinopoli. Il Sirmond mise innanzi la ipotesi, da altri contestata, che 
Sallustio fosse tutt' uno col poeta Severus Sanctus, di cui ci è arrivato 
il carme De mortibiis boum (cfr. O. Jahn Ueier die Sahscripfiouen hi der 
Handschriften romischcr Cìassiker in Berichte der Verhandl. der K. siichs - 
Gesellschaft der Wias. zu Leipzig, III, 1851, 331-332). — Noi sospettiamo 
invece che il recensore di Apuleio sia stato quel Secondo Promoto Sal- 
lustio, che fu amico dell' imperatore Giuliano, col (juale fn console nel- 
l'anno 363. Ad esso ò attribuito un Trattato degli Dei e del Mondo (Roma 
1638 ; Leyden 1639), ristampato altresì negli Opuscula Mythoìogica-Physica 
del Gale (Cambridge 1671 ; Amsterdam 1688). Cfr. ' Studi ital. ' III 1 sqq. 



304 e. MARdIESI - PEU IL TESTO DEL 'DE MAGIA' DI APULEIO 

sumnia industria | uxoris | solitudini sue [ summo iudicio nicil 
meruerunt. 71. istis j cuivis liquere posse | alienam quam | nec 
tamen miror | ad indici um | petierunt | domuni conferunt 
ea I in facultatibus matris sue erant | musitabat adversari. 
Gap. 101. repulisti | adicio | non reliquid | ut sui | deli- 
niat I substuli | Illud etiam nequid | preter eam | me magna | 
milibus numorum | corvius | cuius eraptionis auctore fue- 
rit I nomen ipsum hedioli. 102. quam amplam diceret | ante 
me illis I mihi quicquam inipartiret 1 ut testor quod | quam 
mecum deiuncta | substinui te accusatorem | condempnandi j 
ministrare | reminiscimini | respondeatis quos ita rogarit, et 
quam omnem | necesse est quempiam | adhortum qui ex ea 
petierit quid fecerit | saltem | ostenditur | quia obmutuistis J 
illud belli nostri atrox principium | formatum. 103. Sed quid 
demum | de iiianifestimis | obiecistis munera anbunis | dan- 
tes {con-, in dentes) splendidos | natu is est | refutavi sin 
omnibus non modo | ubique sin eum sectem | tuam existi- 
mationem revereri | quam potestatem vereri oìn. | arbitror 
a proceris dampnari | viro approber. dixi. | Ego salustius cri- 
spus emendavi rome felix lucij apidel phi/ platonici mtdauren- 
sis ])ro se apud claudium maximum proconsidem de magia expli- 
cit liher secundiis et ultimiis. 

Concetto Marchesi. 



3 i. *A2. 



VERDI E AZZURRI AI TEMPI DI FOCA 

E DUE ISCRIZIONI INEDITE DI OXYRHYNCHOS 



Circa un mese fa, il Professore Pistelli ed il Dr. Cam- 
melli, attualmente in Egitto alla ricerca di nuovi papiri, 
davano notizia di aver avuta l'occasione di vedere, leggere, 
e copiare due iscrizioncelle bizantine allora scoperte dai seb- 
bachim in uno scavo molto profondo, praticato in una delle 
alture più vicine ad Oxyrhynchos, già creduta uno degli 
akwdm arabi. 

« A sud di Behnesa (Oxyrhynchos) », scrive il Pistelli, 
« sono, subito dopo il paese, alcuni grandi akwdm, che ne- 
« gli strati superiori non danno che oggetti o scritti arabi, 
« e perciò sono stati trascurati dal Grenfell e da noi e la- 
« sciati ai sehbachim. In uno di questi, andando molto a fondo 
« con una gran conca circolare, hanno trovato avanzi d' an- 
« tichi monumenti. Di quello centrale sono allo scoperto i 
« fondamenti. Su questi posa una base alta 2 metri, larga 
« 1,53. Su questa un altro basamento quadrato in pietra, di 
« m. 1,90 di lato, alto m. 0,50, Sul basamento posa un ot- 
« tagono, che ha di lato m. 0,80, ed è alto m. 0,50. L'ot- 
« tagono è coronato da tre cornici circolari, alte tutte e tre 
« insieme m. 0,50. Infine un cilindro alto m. 1,20 (di rag- 
« gio poco minore all'ottagono), che termina con un labbro 
« sporgente' e che senza dubbio reggeva una colonna, che 
« sola manca al monumento. L'altezza totale di quanto re- 
« sta (esclusi i fondamenti) è dunque di m. 4,70. Tutto in 
« pietra. 

« Sul davanti (lato ovest) dell'ottagono è questa iscri- 
zione 

TOnOC Al^4)eP 

CON 

TOlCBeNeTOIC 

Studi ital. di fdlol. classica XIX. 20 



306 h. PARETI 

« e sul cilindro, dallo stesso lato 

pì* (^ (x) K k TOY 
CeB€CT^vTOY 

H|xol)n Aecno 
TOY noAA^T^ 
ei H 

« Del tutto simile è la scrittura delle due iscrizioni. 

« Un'altra base quadrangolare è a sinistra della colonna 
« e porta in basso una. cartouche geroglifica, e traccie d'al- 
« tro monumento sono anche a destra con resti di figure. 
« Interessante sarebbe vedere se la cartouche è d' un impe- 
« ratore e quale, ma... » ... l'identificazione non era ancor 
stata fatta al momento in cui fu scritta la lettera. 

Le due iscrizioni che, come vedremo, sono abbastanza 
interessanti, non presentano difficoltà di lettura o di inter- 
pretazione. Quella che nella lettera viene riferita come se- 
conda, ma che nel monumento occupa il posto più alto, si 
deve naturalmente leggere : 

^ <Pcoy.à, lov [eò]o£/Ì€OTàrov (1)| fjjiuov òeojiórov, JioXXà là eri]. 

L'altra iscrizione occupante una posizione più bassa, si 

legge : ^ ^ 

TÓTTog òiacpÉQCov róìg Bevéroig. 

Nella forma la prima iscrizione non ha nulla di ca- 
ratteristico : il solito titolo di deo:i:ÓTr]g (cfr. le osservazioni 
del Wilcken, Ardi. f. Pap., IV, 260), la solita invocazione 
di lunga vita. Ne conosciamo alcune simili dirette allo stesso 
Foca (2). Ne caratteristico è il ÒLwpéQcov della seconda iscri- 

(1) lu ima lettera posteriore alla riferita, scrive il prof. Pistelli ch« 
si legge aucora sulla pietra aucbe lo EY, uon so se iu liue della prima 
o in principio della seconda linea. 

(2) Cfr. V invocazione dei demi all' imperatore, quando voleva pu- 
nire i demarchi per la questione dell'immagine di Prisco : Teofane, A. M. 
6099 : qdavOow.Tov ÒEO.ióiov nou.à za hij. E Gregorio M.igno, Epist. I, 
XI, ind. VI : ' Exaudi, Christe : Phocae Augusto et Leoutiae Augustae 
vita ! ' 



VERDI E AZZURRI AI TEMPI DI FOCA 307 

zione, nel senso comune pei documenti della tarda grecità 
di « appartenente ». 

Non è chiaro Io scopo del monumento, e se facesse 
parte di qualche grande costruzione ; certo il veder parlare 
di una località appartenente ai Veneti, ossia alla fazione degli 
azzurri, può lasciar supporre che si tratti di parte di qualche 
grande area od edificio dedicato alle gare, specialmente ip- 
piche, gare che come vedremo dovevano svolgersi in quei 
tempi anche ad Oxyrhynchos (1). E noto che le fazioni so- 
levano nelle feste e nelle cerimonie occupare luoghi distinti, 
e che le fonti ci conservano spesso notizia di lotte sangui- 
nose, appunto per la occupazione di essi. 

Le due caratteristiche delle iscrizioncelle consistono 
nella dedica all' imperatore Foca, e nella menzione dei Ve- 
neti azzurri. Non sarà forse male ricordare l' importanza 
eh' ebbero i verdi e gli azzurri a Costantinopoli durante il 
regno di Poca, raccogliere le notizie sull' esistenza delle 
fazioni in Egitto, e specificamente ad Oxyrhynchos, e sulla 
loro azione durante il tempo che ci interessa. 

* 

* * 

Le fazioni ebbero a Costantinopoli molta importanza 
ai tempi di Foca (2). Quando Maurizio ebbe notizia della 
ribellione dell'esercito, della nomina ad imperatore del cen- 
turione, per occultare la sventura indisse, secondo Teofane 
(A. M. 6094), giochi ippici. Ci sono riferite a questo propo- 
sito le querele dei verdi, e le speranze degli azzurri ; en- 
trambe le fazioni però auguravano a Maurizio che gli ar- 
ridesse la vittoria, anzi d' accordo coli' imperatore, si occu- 
parono della difesa della città (3). 

(1) Sulle feste in Egitto vedi le notizie raccolte da U. Wilcken in 
Mitteis-Wilcken, ' Grundz. u. Chrest. der Papyrusk. ', 1912 voi. I, I, 
pag. 420. 

(2) Cfr. Giorgio Piside, ' Bell. Avar. ', 58 sgg. Non potei vedere la 
dis3ert. di R. Spintler, ' De Phoca imperat. ', Jena 1905. 

(3) Teofane, A. M. 6094 (= 601/(J02) ; Teofil. Simoc, Vili, 7, 9 
(De Boor), il quale ci dice (ibid. 10-11) elio i demarchi erano Sergio per 



308 L. PARETI 

1 dissensi tra le fazioni ricominciarono subito, o meglio 
la concordia di prima era solo apparente. Si era nel mo- 
mento in cui parte dei ribelli avrebbe preferito fosse eletto 
imperatore Germano, suocero del figlio di Maurizio Teodosio. 
Ma Germano era sempre stato favorevole agli azzurri ; 
quando cercò d' esser appoggiato anche dai verdi e mandò 
promesse di doni e di onori al loro demarco Sergio, essi 
riunitisi respinsero le offerte non credendo che Germano 
avrebbe rinunciato alla sua amicizia per gli azzurri (1). Fu- 
rono anzi i verdi che mandarono a Regio invitando Foca 
a giungere presto a Ebdomo (2), La posizione di Germano 
di fronte a Maurizio era insostenibile: riconoscendo d'al- 
tra parte ch'era impossibile ottenere per se l'impero, si 
diede a favorire Foca. Con Germano pare fossero d'accordo 
i suoi vecchi favoriti, i Veneti ; certo è che al sopraggiun- 
gere di Foca, gli si dimostrano devoti non solo i verdi 
ma anche gli azzurri (3). Non è dubbio però che più sin- 
ceri sembravano i verdi (4). 

Ma le cose non durarono. Sul principio del suo regno 
dopo il primo apparente accordo con entrambe le fazioni, 
noi vediamo che Foca propende verso quella dei verdi, il 
che è naturale dopo quanto abbiam detto. Durante le feste 
per r incoronazione, nacque una delle solite dispute tra le 
fazioni per il posto da occupare durante la processione. Ales- 
sandro mandato da Foca per porre fine alle dispute pare 
si schierasse dalla parte dei verdi ; ad ogni modo maltrattò 

i verdi, Cosma per gli azzurri, e che disponevano di 1500 Prasini e 900 
Veneti. Ai demi sarebbero state affidate da Maurizio lo mura di Teodo- 
8Ìo (Vili, 8, 2). 

(1) Teolilat. Siraoc., Vili, 9, 14-16; Teofane A. M. 6094 (=601-602). 

(2^ Teofil. Simoc., Vili, 10, 1; Teofane A. M. 6094 (=601-602); 
Zonara XIV, 14 (voi, HI, p. 299 Dind.). 

(3) Si badi che 1' aiuto dei Veneti doveva allora aver nieuo impor- 
tanza che quello dei Prasini, come risulta dai dati numerici addotti da 
Teof. Simoc. Vili, 7, 10-11 per gli aderenti delle due fazioni (v. ind.). 

(4) Cfr. Teofane A. M. 6094 (=601/602); Giovanni Antioch., ' F. 
H. Gr. ' V, 1, pag. 36, 218 d, 4. L'anonimo del Cranu-v, ' Anood. Graeca 
Paris. ', II p. 331 parla solo di accoglienza da parte dei Prasini. 



VERDI E AZZURRI AI TEMPI DI FOCA 309 

Cosma demarco degli azzurri (1). La minaccia di costoro al 
nuovo imperatore : « Bada eh' è ancor vivo Maurizio ! », ebbe 
com'è noto per effetto la strage del vecchio imperatore e dei 
suoi cinque figli, per opera dell' adombrato usurpatore (2). 

Questo primo atteggiamento di Foca rispetto ai demi, 
contribuì alla sedizione che scoppiò nel 603. Germano ri- 
prese le sue mire ambiziose, e appoggiato dai Veneti spinse 
l'eunuco Scolastico a preparare la rivolta. La vedova di 
Maurizio, Costantina, e le sue figlie erano state rinchiuse in 
una casa privata : i faziosi le trassero ora nella chiesa di 
Santa Sofia. Il popolo si suddivise immediatamente ; una 
parte e con essi gli azzurri, presero le difese di Costantina, 
colle armi alla mano, e appiccarono fuoco ad edifici del 
centro della città. I verdi invece restarono fedeli a Foca, 
e la lotta fu così accanita, che essendo caduto il demarco 
dei Prasini, Giovanni Crucis, nelle mani degli avversari, fu 
arso vivo. La vittoria però fu naturalmente dei verdi, per 
l'intervento dell'esercito contro i ribelli. Si intende quali 
sieno state le vendette di Foca, e come non possiamo sup- 
porre che i Veneti se ne scordassero presto (3). 

Tra il periodo in cui Foca favorisce i verdi, e quello 
di cui diremo, in cui favorisce gli azzurri, ve n'è un terzo, 
di cui conosciamo un particolare riferentesi al 607. In esso 
pare che Foca perdesse le sue simpatie anche pei verdi, 
maltrattando all'occasione entrambe le fazioni. Nel 607 si 
celebravano le nozze tra Domenzia figlia di Foca e Prisco, 

(1) Teofil. Siiiioc, Vili, 10, 10-13, cLe ci informa anche dei nomi 
delle località disputate; TeofaneA.M. 6094 (=601/602). Giovanni Autioch., 
' F. H. Gr. ', V, I, p. 37, 218 d, 8 non specifica il colore del demo ; e 
neiipnre Giorgio Monaco 560 M (ed. Teubii. II p. 662). E così anche l'ano- 
nimo del Cramer, II 332, dice : sy.oa'^av oi òijiiioi. Zouara invece, XIV, 14, 
(III p. 300, Diud.) parla specitìcaraente dei Veneti. 

(2) Secondo Teofil. Sim., la frase dei Veneti snonava : vjiays, iid&s 
rìjr HaTuoraoiV u MavQifciog ovu àjiédavEV. 

(3) Le due fonti su questo avvenimento sono, • Chron. Pascli. ', p. 695 
(a. 603), e TeofaneA.M. 6098 (=605/606). Sulla questione cronologica 
si veda A. Pernice, ' L' imperai. Eraclio ', Firenze 1905, pag. 9 e ap- 
peud. I (p. 305 sgg.). 



310 L. PARETI 

e per l'occasione si tenevano grandi giuochi ippici. I demar- 
chi delle due fazioni, secondo la consuetudine, avevano po- 
ste nel circo accanto alle immagini laureate dei regnanti, 
anche quelle degli sposi. Se ne adombrò Foca, e voleva 
far mutilare e decapitare entrambi i demarchi, Teofane e 
Panfilo. Solo le preghiere del popolo e dei demi, che pote- 
vano cambiarsi in imposizioni, fecero abbandonare all'im- 
peratore il suo proposito (1). 

Dopo il 607 assistiamo all'ultimo mutamento: i verdi 
assumono contegno di rivolta, mentre Foca prende a favorire 
gli azzurri. Certo questi favori non paiono anteriori al 607. 
Non sappiamo se fossero gli azzurri che cercarono di avvi- 
cinare il tiranno, vedendo cessati i suoi buoni rapporti coi 
verdi, o se Foca stesso agisse in tal senso trovando troppo 
pericoloso il contrasto con entrambe le fazioni. Prisco dai 
fatti del 607 aveva ritratto una profonda avversione contro 
Foca, e s' era dato a preparare la sua caduta d' accordo 
coir esarca d'Africa Eraclio. Fu appunto Prisco che man- 
tenne Eraclio in relazione col senato e coi verdi di Costan- 
tinopoli. Questi ultimi, com'è naturale, seguirono sempre più 
risolutamente il sistema di opposizione, da quando comin- 
ciarono a giungere le notizie della ribellione in Africa ed in 
Asia; essi si dimostrarono subito favorevoli al futuro impera- 
tore, come già avevano fatto per Foca di contro a Maurizio. 

Un giorno ch'erano banditi giuochi ippici, poiché l' im- 
peratore tardava a comparire, il popolo rumoreggiava, e i 
verdi incominciarono a lanciare frasi sarcastiche ed epi- 
grammi contro Foca. Quando costui comparve insolentirono 
gridando : ^d?dv tÒv xavxov sTTieg, nàliv ròv voì'v d.TOjAfaa^ ? E 
facile immaginare l'effetto dell'ingiuria; Foca ordinò a Co- 
stante di iniziare la vendetta a base di mutilazioni e decapi- 
tazioni, e i verdi, incominciando anch'essi le violenze, incen- 
diarono il pretorio del Prefetto e liberarono quelli ch'erano 
stati fatti prigionieri da Costante. L' irritazione dell' impe- 

(1) Giov. Antioch., ' F. II. Gv. ' V, I, p:ig. ST. 218 o 1 ; Tcofano 
A. M. 6099 (=606/607 ; Zoiiaia, XIV, U (voi. Ili, p. 802-303 Dind.). 
— Si vedano anche aleune notizie di Niceforo ' Br. hist. '. in • Patr. 
Gr. ', voi. 100, pag. 877 B. 



VERDI E AZZURRI AI TEMPI DI FOCA 311 

ratore fu tale che condannò tutti i verdi a non poter rice- 
vere cariche pubbhche (1). 

Invece gh azzurri diventarono i favoriti di Foca, con 
cui fecero causa comune negli ultimi tumultuosi tempi del 
suo impero. E così quando il 4 ottobre GIO, la flotta di Eraclio 
comparve dinanzi al porto Sofiano in cui erano concentrate 
le forze di Foca, mentre gli azzurri ch'erano alla difesa della 
parte di Ormisda furono fedeli, i verdi e Prisco passarono 
subito ai ribelli : i verdi anzi bruciarono il Caesarion che 
dovevano difendere, e aprirono il passaggio, che conduceva 
nel porto Sofiano, alle navi di Eraclio (2). 

La vittoria di Eraclio ebbe per conseguenza, secondo 
alcune fonti, una vera caccia da parte della fazione dei verdi 
contro quella degli azzurri, cui si rimproveravano le relazioni 
amichevoli col tiranno caduto (3). Da quanto dicemmo ri- 
sulta però, che i verdi non eran stati per minor tempo amici 
di Foca, dal 602 al 607 all' incirca ; e che gli azzurri non lo 
divennero che dopo il 607. 

* 

Alle notizie sulla politica dei verdi e degli azzurri in 
Egitto durante il regno di Foca, dobbiamo premettere al- 
ci) Giov. Antioch., ' F. H. Gr. ' V, I, pag. 37, 218 e ; Teofane, 
A. M. 6101 {= 608/609) ; Giorgio Monaco 562 M (= ' Patr. Gr. ', 110 
p. 824=ediz. Teubn. voi. II p. 664); Anonimo del Cramer, II p. 333, 
20 9gg. 

(2) Giov. Antioch., • F. H. Gr. ' V, I, p. 38, 218 f, 5 ; Clir. Pascli., 
p. 699 (a. 610) ; Niceforo, ' Patr. Gr. ', 100, 877 B-878 A. Quanto a Teo- 
fane dice a dirittura che le fazioni si impadronirono di Foca, lo ucci- 
sero, e ne arsero il corpo (A. M. 6102 = 609/610). 

(3) Giovanni di Nikiu, « Not. et extr. de mss. de la Bibl. A"at. » 
XXIV, 1, trad. Zotenberg, pag. 552. Giunto Eraclio « les partisans de 
« la factiou verte et les gens de Costantinople qui se trouvaient eu mer 
« assomblèrent leur bateanx et donuèrent la chasse aux partisans de la 
« factiou bleu, qui fort inquiets à cause des charges qui pesaient sur eux, 
« so réfugièrent dans l'église de Ilagia Sophia ». Il ' Chr. Pasch. ' p. 699 
(a. 610) racconta che tre giorni dopo l' incoronazione di Eraclio, mentre 
v' era festa nell' ippodromo, vi si porti) il capo di Leonzio Siro, che fu 
arso ; ed insieme fu bruciata una figura di Foca, che mentre costui era 
vivo solevano portare oi fidtacoi twv dv&Qcójtcov in ]>rocessione al circo. 
Exav&r] òk xaz' avrov y.aì rò Béveiov jìàvòov. 



312 I.. PARETI 

cune osservazioni. Si sapeva da tempo che i demi non esi- 
stettero solo in Roma, e poi a Bisanzio, ma clie, almeno 
in epoca tarda, si diffusero in tutto l'oriente (1). Anche per 
r Egitto si conosceva la presenza delle fazioni da alcune 
notizie e documenti. Nel codice Teodosiano un paragrafo si 
intitola : de Alexandrinae plebis j;;7'w«//6«s (2). Anche in un 
passo di Evagrio si parla del demo di Alessandria (3). In 
un papiro si allude a denaro messo insieme (forse per scopo 
connesso coi giuochi) dai Prasini, e, a quanto pare, anche dai 
Veneti (4). 

Per la località specifica di Oxyrhynchos già conosce- 
vamo l'esistenza dei Prasini da un [)apiro del 552 {Oxyrh. 
Pap. I, 145) ; e (luella dei Veneti da un altro papiro del G18 
{Oxt/rh. Pap. I, 152) ; mentre infine un terzo ci dimostrava 
che sul finire del VI secolo o sul principio del VII quella 
popolazione si interessava molto di cavalli da corsa {Oxìjrli. 
Pap., VI, 922). Non può dunque sorprenderci l' iscrizione 
nostra, ricordante i Veneti ai tempi di Foca. Ma poiché ab- 
biamo veduto il vario contegno dei verdi e degli azzurri 

(1) Vi è connesso il problema delle origini delle fazioni, in cui non 
intendo ora di entrare. Si vedano : Wilken, ' Ueber die Parth. der Renn- 
bahn ', Beri. Ak. 1827 (Beri- 1830), p. 217-243 ; A. Rambaud, ' Do by- 
zantino hipjiodromo, etc. ', Parigi 1870 e ' Le sport et l'bippodronie à 
Costautinople ' Kev. d. Ueux-Moudes 1 agosto 1871; Th. Uspeuskij, Viz. 
Vremenuik 1894, p. 1-16 in russo), cfv. Byz. Zeitschr. 1895 p. 208 sgg. ; 
Lampros, 01 yv/nvaaztxol ayòìvss naQÙ toìq BvCaviiroìg in ^0).vi.imaxol àywveg 
Ev 'AOrjvai?, Atene 1896, pag. 58-63 ; Gelzer, ' Genesis der byz. Themen- 
verf.', Abh. Siicb. Gesell. d. Wiss., phil.-bist. Kl. 18, (1899) pag. 13 sgg. 
Sulla dillusiono delle fazioni nell'oriente in genere si Teda Bnry, 'A 
History of tbe lat. Rom. Empire', voi. I pag. 338 n. 2. Cfr. Procop. 
' St. segr. ', 29 ; ' guerra Pers. ', I, 24. Anebe nell'Algeria si ebbero le 
fazioni come risulta da un mosaico trovato a Cbercbell. Cfr. G. Bois- 
sicr, ' L'Afrique Romaine ', 4-' ediz. 1909, p. 243. Un cavallo vi « detto 
praHÌnianus. 

(2) ' Cod. Tbeod. ' XIV, 27, 1 (5 febbr. 396) ; 2 (4 giugno 436). 

(3) Evagrio II, 9 : <ìv o re xijg ' A?.s^avògé(or òf}inog y.al ù^iwftariy.oi 
y.uì. TioXiTSVóftFroi y.al vuvy.h]ooi ènlay.ojior kavToXg ahorniv. Cfr. Liberato, 
' Brev. ' 19 (' Patr. Lat. ' 68 p. 1033). Questi passi furono raccolti da 
M. Gelzer, ' Studien zur byzautin. Verwaltung ^gyptens ' Leipz. bist. 
Abbandb. bgb. von Brandenburg, Seeliger, Wilcken, 13. 1909 p. 25 u. 

(4) • Lond. Pap. ' III, p. 277. 1. 18, col commento dell' edit. 



VERDI K AZZURRI AI TEMPI DI FOCA 813 

sotto quell'imperatore in Costantinopoli, cerchiamo di inqua- 
drare la nostra iscrizione laudativa per Foca — ne è facile 
trovar documenti simili riguardanti quell' imperatore (1), — 
eretta dai Veneti, nelle notizie forniteci dagli storici intorno 
al contegno dei demi egiziani in quel tempo. Se per le lotte 
tra le fazioni delle città dell'Asia, che pure furono allora 
assai violente, come si scorge dai Miracoli di 8. Demetrio 
martire (2), non abbiamo notizie specifiche; per l'Egitto in- 
vece ci pervennero, per quanto sformate attraverso le tra- 
duzioni, quelle di Giovanni di Nikiu (3). 

Questo storico ci informa dapprima sulle relazioni de- 
gli azzurri con Maurizio. Quattro individui di Aykelàh che 
avevano ricevuto dal prefetto di Alessandria il comando 
di alcune città, si diedero ad aggredire quelli della fazione 
azzurra, e saccheggiarono due città. Maurizio ordinò al pre- 
fetto Giovanni di destituire quei quattro (p. 529-530). Se- 
nonchè costoro procurarono una carestia ad Alessandria, e 
il popolo se la prese con Giovanni. Maurizio lo destituì, ma 
poco dopo gli ridiede il potere. Sembra però che tanto i 
verdi quanto gli azzurri cercassero di aver un altro prefetto 
al posto di Giovanni (p. 530). Ad ogni modo è certo che in 
Egitto non meno che a Costantinopoli la fazione degli az- 
zurri era preferita da Maurizio. 

Quanto al regno di Poca, le prime notizie sulle fazioni 
in Giovanni di Nikiu concernono 1' azione in Egitto di Bo- 
nàkìs generale di Eraclio nel 609 (4). Mentre 1' altro gene- 
rale di Eraclio, Niceta, riusciva ad impadronirsi di Alessan- 

(1) Molte statue di Foca fiirouo abbattute al tempo della rivolta di 
Eraclio. Le fonti sono concordi nell' infamare il tiranno. Solo la famosa 
lettera di Gregorio Magno (v. r.), e 1' iscrizione della colonna nel foro 
romano (' C. I. L. ' VI, 1200) in parte abrasa, ci conservano lodi a Ini 
dirette dai suoi contemporanei. 

(2) ' AA. SS. ' Oct. tom. IV, pag. 132-133. Allude a tutto l'Oriente, 
la Cilicia, l'Asia, la Palestina. Vedi intorno a ciò Pernice, o. e. pag. 10 sgg., 
e Gelzer, ' Dio Genesis etc. ' pag. 36 sgg. 

(3) Cito questo scrittore secondi) la traduzione fnincese dello Zo- 
tenberg in ' Not. et extr. ' cit. 

(4) Per la cronologia Pernice, o. e, p. 28 n. 1. Vedi auclie ' Chron. 
Pascli. ' a. 609, e Diehl, ' L'Afrique Byzantiue ', Paris, 1896 pag. 518. 



314 L. l'ARETI 

dria « jusqu'à ce que Bonose (il generale di Foca) arri vài 
« en Egypte, Bonàkìs ne cessa de faire de progrès et par- 
« vint à soumettre tous les préfets d'Egypte à son autorité. 
« Les gens de la faction bleu confisquèrent les biens d'Ari- 
« stomaque, l'ami de l'empereur, et les biens des principaux 
« habitants de Menouf, et les mirent ainsi dans l'impossi- 
« bilité de payer l'impòt » (p. 544), Ci troviamo qui sem- 
plicemente di fronte ad una scorreria degli azzurri che non 
ha significato politico ? o erano essi nel 609 contrari a 
Poca ? 

Procediamo. Dopo che Bonàkìs fu vinto e ucciso da 
Bonoso, e costui restato padrone del Delta mosse contro 
Alessandria, per resistere al suo assalto « Nicétas rassem- 
« bla une nombreuse armée, composée de soldats réguliers, 
« de barbares, de citoyens d'Alexandrie de la faction des 
« verts, de matelots et d'archers » (p. 546). Dunque solo i 
verdi di Alessandria facevano causa comune coi ribelli. E 
vero che poco dopo Giovanni (p. 548), aggiunge : « les gens 
« de la faction bleu, grands et petits, ainsi que les officiers 
« défendaient et assistaient Nicétas à Alexandrie », da cui 
parrebbe risultare proprio l' opposto, vale a dire che solo 
gli azzurri s'erano schierati tra gli Eracliani, ma come am- 
mette r editore stesso, il testo in questo punto è di lettura 
dubbia (1). E che sia giusta la prima, e non questa seconda 
deduzione si vede da un terzo luogo, corcernente la rior- 
ganizzazione dell' Egitto per parte di Niceta dopo la sua 
piena vittoria: « la lutte entre Bonose et Nicétas avait fourni 
« un prétexte aux partisans de la faction verte d'Egypte 
« pour maltraiter ceux de la faction bleu, et ils se livraient 
« ouvertement au pillage et au meurtre. Nicétas informe de 
« ces faits, les fit arréter, les admonesta et leur défendit de 
« commettre désormais envers personne des actes d'hosti- 
« lite. Il retablit ainsi la paix entre les partis (2) » (p. 550). 
Se da questo passo risulta che in Egitto Niceta non per- 
ei) Cfr. ' Journal ARiat.,' Sér. VII. voi. Vi p. 343 n. 1; Pomice, o. e, 
p. 32 n. 1. 

(2) Altre lotte tra verdi o azzurri in Ejjitto nei terai>i posteriori 
sono ricordate da Giovanni di Xikin. Vedi p. 568, 570, 571. 



VERDI E AZZUURI AI TEMPI DI FOCA 316 

mise si continuasse, come a Costantinopoli, a perseguitare 
gli azzurri dopo la prima vittoria degli Eracliani, se risulta 
pure che i Veneti dovettero infine accettare forzatamente 
il nuovo imperatore ; è chiaro però che queste persecuzioni 
dei verdi contro gli azzurri provano che prima, come nella 
capitale, mentre i Prasini avevano preso le parti della ribel- 
lione, i Veneti s' eran mantenuti fedeli a Poca. 

Se reggono queste osservazioni, vediamo che il conte- 
gno dei demi in Egitto, sul finire del regno di Maurizio e 
durante il regno di Poca, corrisponde esattamente a quello 
delle fazioni di Costantinopoli. Ne uscirebbe convalidata la 
teoria che crede ad un accordo tra i deraoti dello stesso 
colore delle varie città e regioni (1). Se ne può trarre anche 
qualche conseguenza per le nostre epigrafi. Esse furono 
composte nel periodo posteriore al cambiamento di sistema 
di Poca di fronte agli azzurri, vale a dire dopo il 607 al 
più presto. Ne d'altra parte si può credere si incidessero 
dopo che l'Egitto fu tutto in mano degli Eracliani: siamo 
quindi precisamente nei tempi in cui vi si combàttevano i 
generali di Eraclio e quelli dì Poca, i demoti della fazione 
verde, e quelli dell' azzurra. 

Le norme eque di Niceta per pacificare il paese, il suo 
divieto di perseguitare i Veneti, spiegano d'altra parte come 
dopo la sconfitta degli amici di Poca non fosse abbattuto 
il monumento, o abrasa la dedica onorante il tiranno tanto 
bestemmiato e maledetto; dedica che ora il caso fa ricom- 
parire inattesa, e non senza qualche meraviglia per lo stu- 
dioso, sui limiti del deserto Ubico. 

Firenze, febbraio 1912. 

Luigi Pareti, 

(1) Bury, o. e, I p. 338 n. 2. 



MARTIRIO DI SANTA CRISTINA 

nel cod. Messin. 29 



Un papiro di quelli trovati, nell* inverno del 1910, a 
Oxyrhynchos dal prof. Pistelli, contiene un frammento del 
Martirio di S. Cristina (v. ora Pap. Soc. Ital. n. 27), del 
quale il Dr. Lorenzo Cammelli diede una prima edizione 
nella primavera del 1911 (v. ' Omaggio al IV Convegno 
dei Classicisti ' etc.)- Non pareva senza interesse confron- 
tare questo testo antico con le redazioni conservate in co- 
dici medievali. Messi, perciò, sull'avviso dal Padre Delehaye 
{Anal. Bolland. 30 p. 458 sq.), abbiamo voluto esaminare il 
codice Messinese 29: e l'attuale Ministro della pubblica 
Istruzione, prof. Luigi Credaro, ce lo ha fatto trasmettere 
a Firenze, di che gli siamo gratissimi. Il confronto, del resto, 
non ha dato molto per la restituzione del frannnento su 
papiro ; ma poiché avevamo il codice a disposizione, ci è 
sembrato non inutile trascriverne qui tutto il Martirio, per- 
chè possa servirsene chi abbia in mente di farne una * edi- 
zione '. Noi abbiamo soltanto ' copiato ' il codice messinese 
(se ne vegga la descrizione nel Catalogo del Mancini p. 54- 
67) ; ma, naturalmente, abbiamo tacitamente corretti gli 
infiniti errori di grafìa e di itacismo, e qua e là (quando 
ci è parso di poterlo fare senza danno) abbiamo anche in- 
dicata la probabile correzione di luoghi corrotti. 

Firenze, febbraio 1912. ]\IeDEA NoRSA. 

MaQTVQiov Ti]g àyiag èvóógov jnàgrugog rov XgtoroD 
XQiorivag. EvÀòyìpov òéojrora. 

1. ^Hv ng arìjQ èv tìj tcÓXei t// xalovi-iévì] Tvooc:, "EXhp' 
VTKXQycov ri] 'dgì^oxeia, ex yévovg vyjì]XoT(lTOv y.al ciXovoiov vtkjlq- 
Xovros' y.ai f] yvvì] avrov "Elhp'. el/ov òè dvyaxÉQa fiovoyev^ 
Tidroocpov jiàvv y.aì t(7) y.dklei coQuiav rò òrojiia avTrjg XgiaTÌya. 



MARTIRIO DI SANTA CRISTJNA NEL COD. MESSIN. '29 317 

6 òè 7icxTì]o ai'Tj)s àia tÒ y.u/J.og avrrjg è'&rjxev avri]v Ecg Tcvgyov 5 
viprjXòv Uav, òià tò juì] ógàodai avTì]v imo rcòv àv&QCÓjroJv. el/ev 
ÒÈ just' avrrjg '&EQanaiviòag, dì ònyy.óvovv avrrj. nvèg òè rcor tie- 
ytordvcov ìj^iovvto tÒv Traréga avrrjg òovvai. uvtìjv elg yàjiior. ó 
òè 7iaxì]Q avrrjg ovrcool àjrexgivaro' h'òexa èrcov imàg/ei i] d^v- 
ya.rì]g {.lov xal ày.^u))v ovh emorarai r)~]g Tigòg yd/.iov\g) ovvacpeiag. 10 

2. 'H òe àyia xal Ha?Mvixog Xgiorìva rrj òvì'djiiei rov àyiov 
jTvevjuarog XeXaujrgiajiiévrj f]v ijievxo/iiévr] reo XgiOTcb, òià rcòv 
ógarcòv oroixelojv ròv àógarov y.rioxyjv xal òìjjLuovgyòv Jidaì]g àg- 
yrjg xal i^ovoiag xa&' éxdorìjv ijjLiégav Xargevovoa, ovx èjiLrelel 
rìjv -^voiav ròjv '&ec~)v, ovg ely^ey 6 Tiarì^g avrrjg iv rq) Jivgyq) ' 5 
à/2à xade^Qfxévì] vvxróg re xal fj/xàgag rov yXiov xò xdllog xal 
rrjg OEh)vì]g xal rolg aorgoig Tigooéyovoa xal éavjiidCovoa rìp' 
rovrojv cbgaiórìjra, òo^d'Qovoa ròv rcòv oXoiv deòv xad^' fjfxégav. 

3. Kal jne&' fjjiiégag ènrà XJyovotv avrrj al 'degajiaiviòeg' 
xvgia òéoTTOiva i)juò)v, lòov, é/ìòojudg èoriv à(p ov ol deol d^voiav 
ovx eXa/^ov /liì) ovv ògyio&cooiv fjjiitbv xal à::roX?MjLi£&a. fj òè àyia 
Xgiorlra XJyei avrdìg' f.iej.uaoiJ.Évai òià r&v àipvycov elócó/>.a>v xal 
xoi(pà)v xal rvq^XMv, ovx àgvovjLiai ròv &£Òi> ròv Tioujoavra ròv ^ 
ovgavòv xal rr]v yfjv xal rìp' ddXaooav xal ndvra rà èv avroTg. 
fj,ì] ovv ànaràode xal TiXavàode vjtÒ rov òia^óX.ov " emyvcore ovv 

139 "■ tÒj' deòv ròv £\novgdviov xal ròv rovrov vlòv 'Ir]OOvv Xgioròv xal 
ÙTxaXXdyiire ànò rrjg Ti/Avi-jg vjuójv. 

4. Al òè degajraiviòeg XJyovotv avrfj' xvgia òéojioiva fjficbv, 
yagaxrfjga eyeig (iaoùuxòv xal u^ióv ooi ioriv rò fiaodeveiv. xal 
rig èoriv 6 JiXavrjoag oe oéfieiv deca àXXorgiq), ov fj^ueìg ovx ol- 
òa/uev ; eàv àxovoì] rovro 6 Jiarìjg oov, ov ovficpégei oof àXXà 
ànoXéoei xal f]/.iàg XJyojv ori ' vf.ieìg avrip' èòiòd^are oéjìeiv deqj 5 
àXXorgici)\ fj òè àyia XJyei avrdìg ' jui] TiXMvàode' àvafìXéij^'are rig 

6 Tioiìjoag rò vy'og rov ovgavov xal ròv fjXiov xal rì]v oeXjp'ìjv 
{xaiy rà àorga' rig 6 xaraxoojuì]oag ri]v yrjv xal r))v ddXaooav 
xal Jiàvra rà èv avroZg. ovrog ydg èoriv deòg xal òiaf^iévov dei. 

5. Kdi rama X.aXovoa Jigòg avrdìg eloijldev xal 6 Ttarìjg 
Ovg/iavòg juerà jueydXrjg yagàg xal 7igooexvvì]oev roTg deoìg Jigoo- 
evéyxag avrdìg rìp dvoiav, è^eòéyero òè rìp dvyarégav avrov 
(bg e&og avrìjv rov Jigooxvveìv roTg deoìg. rj òè àyia ov Txgoo- 

2, 4. f. £7iéz£}.ei ? 6. f. y.a&eCofiévr} (f/v) e poi T(j5 xdXXei f 4. 3 e 5. Si 
aspetterebbe ^eòv à/./.ÓTQior. 5, 1. Intendi ).aXovar}s avrrjg jtqÒs avzàs. 



318 M. NORSA 

6 ì]X&e loìg dòdjkoiq, àìJJ ènl rrjg àvaTohySji; dvoidog ijnoraué- 
vt][g] 7iQOOì]vyexo kéyovoa reo '&ea). al òè àjuvàóeg jrooorjÀdov 
reo òeoJiÓTì] avxcòv Xéyoi'oai ' òéoTiOTa, è^ovoiav è'yeig eig rò Jioi- 
ijoai TiQÒg ì]i.iò.g, òri i) òéojioiva fj/uàìv i) ■dvyàx)]Q oov i^òóu)]v 
fjjiiéoay eyei o/jusqov àcp^ ov dvolav rdig éeoTg ov TTOoorjveyxev. 

6. Kal ixukeosv avrrjv 6 narìjo avxfjg Xéycov Téy.vov yXv- 
xvxaxóv jiiov, Xgioxìva, xi ioxiv rò òó^av ooi òri dvolav róìg 
tìeolg ov JiQOO)]veyxag ; noia ti/Avì] oe lTiXàvì]aev oéfieiv ■&eÒv ròv 
èm rioì'rlov Uilàrov oravQCD^évra ; ovx olòag ori ol xyg avrrjg 

5 ■&Qì]ox£iag Tiioxevovxeg y.axwg reAevrcóoiv ; ì) óè àyia XoioxTva 
eljiev reo nargì avrìjg' lu) fie y.aÀjjg d^vyuréoav oov, àXX' ixeivov 
jiiE xàXei dvyaréga rov tjrovQariov deov, fp Jigoocpégo) dvoiav 
óixaioovv)]g. ivójuioev de 6 JiaxSjg avxfjg òxi 7cegl r&v &f,ò)v Xéyei, 
xai è'ògajUEv rov xaraqiXiioai avr/jv. i) oh ày'ia è^ó)]oe Xéyovoa ' 
10 ,«>) juiuvi]g juov rò orójna' xadagàv yàg d-voiav dèXu) Txgood^ai 
xq> ovgavio) dew. 

7. 'O òk Tiarrjg avxfjg èjiXavàxo òià ròv Xóyov aifrfjc, vo- 
f^dQiov ori Tiegl rcov i^ecòv Xéyei àjifjX&er àji' avxfjg. i) òè àyiu 
Xgioxlva àjiéoreiXev jigòg avròv rag ■ÙEgoTiaiviòag Xéyovoa' eìjiare 
reo òeoTiór'i) i)jucòy ojicog ànooxeiXji jiioi yixcova à/iióXvvxoi', ó'jore 

5 ÙTfoòvoa/xévì] rìjv àoéXyetav rfjg Jigcòìp' uTiàrìjg, ovreog jrgooevèyxo) 
•dvoiav reo &ecp /uov. ó òè Jiarìjo avrfjg àxovoag àjiooréXXei yiròìva 
aoJiiXov. xai Xajìovaa xai èvòvoajuévì] ngooexvvìjoev f avrìjv xal 
TTgooéepege rà d^vfiiàfxaxa xai xàg ngooevyàg xco ovgavio) deeb Xé- 
yovoa ovrcog' xvgie, ó éeòg ó ovgàviog, ó jiartjg rov xvgiov ì)fwyv 

10 'h]Oov Xgioxov, ó ànooxeiXag xòv vlóv oov ròv juovoyerf] eìg rò 
ocòoai ròv xóofxov xai hòvoàjxevog ocojua àv&gójiov xai xara- 
òeidjiievog d^àvarov vnò àvójuojv àvògcòv, gvoai i]juàg ex oxórovg 
xal jigoodyaye eig epcòg. òeojuai oov xal Ixerevoj rrjv oì]v àya^ó- 
X7]xa, EJxàxovoóv ixov xal /<>) èyxaraXinijg jiie, aX?A népifov tn' 

15 è/né, "Itjoov Xgioré, rò 7ivev/ud oov rò àyiov ori noXXà fjiiagrov 
èv àyvoia xal Jigoo}~]Xì'}ov eiòo'jXoig òaijuovioig' dXXà Ueojg yevov 
rdìg a^uagriaig fxov (ìg ijigaid/.i)]v ix veórtjróg /uov dgriwg tm 
ool iXniCoj, iva òià xì/v or/v òó^av vixì'/oo) Tidvrag rovg tydgovg 
fiov Olà xò òvo/ud oov xò ayiov. 

5, 6. [Xéyovoa]^ 6. àuràòsg : v. Hesych. àiivàòag' jraQdévovzl Cfr. 
Herwerden s. v. 8 f. (ò'n ^ovXei). ori. <>, 9. /Jycor cod. 7. 3. laTi 
OsQuiteviòais cod. 4. 1. vi-iwv. 



MARTIRIO DI SANTA CRISTINA NRL COD. MKSSIN. 'iJ^ 319 

8. Taìna òè amfjg tiqooevxojusvì]?, ìjiéotì] ayyelog tiqÒ 
TiQOOiónov avrfjg Uycov Xqiotìvo. uotiiXe xal àjucojue, iji/jHovoev 
xvQcog 6 d^eóg rfjg òeijoeojg oov. àvÒQi'Qéodco xal xQarmovodo) ì) 
xagòia oov, Enel xqlg aQyoviag Òel oe Jiagaoxfjvai, iva òo^ao&fj 

ó &EÓg. i) ÒÈ àyia Uyei avrcp- xvqie, òóg juoi tì]v ev Xqiotm 5 
ocpQayìòa xal ovòéva gyo^ì]^ì']OOjuai. ó òè nyyElog xvQiot) (ìaXòv 
rrjv XEÌQa ijil xfjg xeipah'jg avxìjg ì^v^axo èn avxr]v xal h'òcoxev 
139" auxf] xìjv ev Xgioxcò oq^gayìòa. oxQa(peìoa òè fj àyia \ eig xà òe^tà 
fiégì] ^XÉJiEi aQxov xeIjuevov kevxòv cboel yióiv. lafìovoa Xéyei xcd 
àyyéXcp' xvQie, evXióyrjoov avxM xal òóg /.loi cpayeXv àgxov à&a- 10 
vaoiag eig a(pEOiv ujiiaQxicdv. lòov ydg eIoiv fjjUÉQai òvoxaiòexa à(p' 
ov àgxov ovx èyevoajuì^v. ó òè àyyeXog XajScbv xòv àgxov xal evXo- 
yìjoag eÒojxev avxf] àgxov (payEÌv oa)Xì]giag. xal Xaftovoa èyevoaxo. 

9. 'EoTiÉgag xaxa?ia^ovo7]g y àyia xovg ^eovg x9v<^ovg xal 
àgyvgovg, xóv xe Aia xal xòv 'AnóXXova xal (xrjv) 'A<pgoòixi]v 
xal xìjv "AgxEjUiv ovvxgiyjao(ay juexà à^ivrjg xal òià òmjg xuxeX- 
dovoa eÒojxe xòv ygvoòv xal xòv àgyvgov xolg nxm^oìg xal nàXiv 
òifjX&e olà xXijuaxog. Jtgwtag yevofiévYjg, i]Xdev 6 naxìjg avxfjg 5 
jigooxvv)~]oai xoìg deoTg. xal àjteXéàtv ovx Evgsv ovòéva. xal xa- 
XÉoag xàg dEganaiviòag àvéxa^ev avxaXg Xéycov xi èylvovxo oi 
&eoi ; al òè TiEoovoai Jigòg xovg nóòag avxov eItiov avxcò' f] dv- 
ydxìjg oov, »/ xvgia rjjucov ovyxXuoaoa avxovg eggi^ev avxovg elg 
eòacpog. ó òè Jiaxì)g avxijg &vjuov jiXì]o&elg èfxdoxi^ev avxijv Xe- 10 
ycov 710V exgvyag xovg deovg, eiJié fxoi. el òè juf] ye, xàg oàgxag 
oov xoìg ògvÉoig Jiagaòcòooj. xàg (òè) dEganaiviòag TigooÉxa^ev 
ànoxEq'aXiodìjvai. 

10. 'H òè àyi(a} XgioxTva Xéyei ngòg xòv jiaxéga avxfjg' 
xvov àoe^éoxaxe, xi àòixcog (póvovg EnixeXeìg ; ó òè Jiaxìjg avxrjg 
ETigóoxa^ev &eivai avx)]v xal jixegviCEO'dai avxì^v ev xExgaòioig 
àvògòyv, eco? ov fjxóv)]oav oi paoavioxai. ì) òè yvvì) avxov ovx 
èyivcooxEv xi avxòg Jioiel. y òè àyia èveòvvajuovxo xfj xàgixi xov 5 
Xgioxov, Xéyovoa xq5 naxgi avxrjg' àxijue xal àvaioxwxE, ol (ia- 
aavi'Qovxég jue èvExgcódì]oav. 6 òè .-iax>]g avxrjg èxjiXrjxxó/uevog òia 
xovg Xóyovg avxrjg xal xovg v^gio/novg avxfjg Jigooéxaiev xì.oiòv 

8, 4. f. èjTEÌ zoTg uQ/ovnt (nel cod. ijisi dopo la rasura è Lioi). 
9, 6. cuiekUùjv = ' avviciuatosi ', v. più giù e. 31 fin. e cfr. Usoner, ' Acta 
S. Marinae et Christophori ' p. 76. ih. ov\ y.evgev cod. 7. àveta^ag {sic) 
cod. 10, 3. i?>yvat cod. 



320 M. NOKSA 

ljnf}a?.eìv h kò ToayJ]Xù) at'T//? y.aì 'ày^.voeig eig tàg xecoag y.aì 
10 elg rovg Txóòag avTÌ]g xal àjievEyd ìivai h rfj cfvlaySj. y.aì aroa- 
cpelg elg ròv oJy.ov aìnov aoirog òiéfieivev òià riy? dìdxpemg TÌ]g 
'dvyaiQÒg avxov. 

11. 'H òk yvvì] aviov, d)g ejuaéev rà Jiegl Tijg {}vyaTQÒg 
avrrjg, ròv yixòn>a oyioao(a) Tigòg rrjv (pvÀayJjv sloì~]?.&ev Tigòg 
Tìjv dvyaxÉQav avTfjg. xrA y.vhojuévt] Jigòg rovg :7róóa? avxrjg eXe- 
yev jUExà xX.avd/uov' dvydxi]g fiov f.iovoyevì], èXéì]OÓv jus xì]v jui]- 
5 réga oov oxi à/^ycó xal dXifiouai. ovx olòag oxi xàyo) oe tyévvrjoa 
xal xovg jiiaoOovg juov idi'jÀaoag ; xi ioxiv rò òó^av ooi, xéxrov, 
oéfìeiv deòv àXXóxgiov, bv ovy eojgdxajuey ; fj òè àyia XgiGxTva 
Xéyei xfj f.iì]xgi aux^g' xi fie xaXeìg d^vyaxégav oov; xig tx xou 
yévovg oov xaX^elxai XgioxTva ; xal Ì7TEfi(pi)é^axo xfj juì]xgl avxrjg 
10 f) Xgioxlva eÌTiovoa' ovx ólòag oxt xò 6voj.ia èyco xov ènovgaviov 
juov '&eov, xal òià avxov XgioxTva xaX.ov^uai ; ai'TÓ? èoxiv Jiaxrjg 
fwv xal jurjxijg jnov, avxòg è^eXeTxal /le xov xaxafiaX^eìv vfxòn' xà 
(iòeXvy fiata. 

12. Tavxa àxovoaoa fj fiì)xì]g avxrjg xuì oxgacpeìoa XJyei 
x(5 àvògl avxrjg cijieg ìjxovoev. xal dvjiiov nXtjO&elg Jigóoòov dé- 
da>xev xaxù xrjg Xgioxiyag. oi dk oxgaxicoxai ix/^aXióvxeg xì)v àyiav 
jigooÉcpEgov avxìfv èv xcò jrgaixogiq). nàoai de al yvvaìxeg xXaiov- 

5 oai 'éXeyov ó -ùeòg xov naiòiov xovxov, /ioi]&ì]Oov avxcò òxt jxgòg 
oh xaxécpvyev. èxéXevosv ó naxì]g avxrjg èm xov ^r]f.taxog ày&)~]vai 
xal Xéyei jigòg avxrjV Xgioxlva, lixovoóv juov xal dvoov xoTg {)eoìg' 
el òè juì] (ye), ovx Ixcpev^i^ Cióoa xàg ysìgdg juov, ovòè xéxrov 
juov àxovoEig. y òè àyia àjroxgidEÌoa XéyEi x(5 ixaxgl avxrjg ' jue- 
10 yaXt]v yàgiv fioi Jiagéysig oxi ^vyaxégav oov ov jigooxaXEÌg' ah 
yàg vlòg òiafióXov xal òaifiói'ojv ovvrjyogog. 

13. "O ÒÈ Tiaxìjg avxrjg dvfiov jxXjjo&elg Èngóoxa^EV xgefivà- 
adai avxìjv xal ^Esodai, avxìj òk TcgooìjvyExo' | Evyagiaxw ooi, xv- 
Qie ó '&EÓg fiov, 6 xaxa^icóoag jue òià xcov fiaodvoìv xovxmv xa- 
dagi^EO&ai juov xò owjua òtto xfjg •&voiag xow eÌòcóIcov. xal jidXiv 

5 èngóoxa^EV OJta&iCEodai avxrp'. xojixofiÉvr] òk xàg odgxag, eggiJixsv 
avxàg slg xò jrgóocojiov xov Jiaxgòg avxrjg Xéyovaa ' xax6yì]gE, èjiEd-v- 
/irjoag cpayelv xgéag àv&gcójiMv ' (pdye xal xovxo xijg dvyaxgóg oov. 

11, 1. /lofoyev// : V. Crociiert, ' Meni. Hcrciil. ' p. 17'J u. 5. Cfr. d^Xa- 
/?>}? e. 22, 1. 9. 1. £3TE(f&Éy^axo. 12. f. xaxalafìsXv 12, ><. ovài: ,:,**ov- 
òév, prim;i della rasura, eod. f). à;ioii«»f cod. 13, 6. xaxoytQS cod. 

22. 4. '91J. 



MARTIRIO DI SANTA CRISTINA NEL COD. MESSIN. 29 321 

11. Kal kéyei avTfj 6 7iarì]Q avrrjg' X^iorìva, ovx è^eXéixai 

05 ex xà)v /eiQwv juov 6 ànodavàìv vnò 'lovòaicov. Myei aureo 
ij àyia ■ t/ /]?,aoq)rjfj,eTg, àvojLie xaX XQioxaruQaxe ; 6 òè JiarijQ av- 
xfjg juì] q)éQ(tìv x)]v v^Qiv èngóoxa^EV àveldeìv avxì]v èv xm rgo^cò 
Hai àipai TtvQàv vnoxàxco 7Ta/.iineyé&r] xal eXaiov èjir/Jeo&ai eìg 5 
tò 71VQ coore xavoai avxrjv. t] óè àyia Txgooijvxei-o' xvQie 6 &eóg, 

6 /.tìj àjioh^iJiayójLievog tùìv (pofiovf.iév(X)v oe, òeì^ov xal vvv xà 
davf-iàouì oov èjxl xrjv òovh]v oov xal juìj èyxaxakemtjg jae' /xt)- 
TTCog imyaofi 6 rvQavvog OvQJiavòg èn' è/ué. xal ovv xc5 Xóyop 
è^fjXde xò TivQ xal è'xavoev JiXfj&og jioXv ex xòjv eiòooXoXaxQixìV y 10 
òè àyia È^rjXaJs jluj è'/^ovoa jluojliov. 

15. Kal Xéyei 6 jiaxtjQ avxf]g' xlg oe èòiòa^ei^ xàg yoi]xeiag 
xavxag ; ófioXóyijoóv jlioi. i) òè àyia eiJiev ' (xeyxvcpXwjuéve vnò xov 
òiaj^óXov, ovx eijióv ooi, àvdQCOTiocpdys, oxi 6 Jiax/jg jiiov ioxiv ó 
Xoioxòg xal ov q^ofiovfxai xàg ^aoàvovg oov ; 6 òè àos/ì))g tcqoo- 
éxa^ev ÒEdrjvai Xidov eìg xòv rQà)rì]Xov aòrT/g xal Qicpdrjvai avxìfv 5 
èv xfj d'aXuooìj. xal tòé^avxo avxì]v ol ayysXoi xal neQiendxei èv 
xoTg vòaoi òo^d^ovoa xòv ì%ov xal Xéyovoa' xvgie 'hjoov Xgioré, 

6 xara^iwoag uè èv xfj '&aXàoor] xavxì] àvaòé^aodai fxe xò Xov- 
xqÒv xrjg à(p&aQoiag, xal àvayévvì^oiv Xa(ieXv, cpdyxioóv fie xfj ocpga- 
ylòi xov àyiov oov Jivev/xarog Jtgòg àcpeoiv xcov à/uaQxiMv jiiov. 10 
rama avxìjg JtQOoev/ojuévi'jg fjXd'sv q^ojvì] ex tòjv vxpioxatv Xéyovoa " 
elorjxovoev xvQiog xrjg òerjoecóg oov. xal evdvg vecpéXij xvxXoj av- 
xìjg cpaxeivì). 

16. Kal eìòev Xgioxìva xaxafiévvovxa in' avxijv oxécpavov 
inavo) xTjg xeq)aXìjg avxrjg, xal Txogcpvgav àXjjdìj neoie^éfiX^rixo. 
xal iòov xvQiog juexà oxgaxiàg uyyéXatv xal juex' evoùòiag jtoX-Xrjg 
'dvjuiajudxcov xal juvqov ònioo) avxov, jiXfjdóg xe àyyéXoìv òo^o- 
X.oyovvxojv avxóv. lòovoa òè fj àyia xòv xvQiov eneoev ini ngó- 5 
oojnov (pó/ico jLieydXo) ovo/^e&eloa. xal xgar/joag avxijv ò oojxtjq 
rjyeiQsv avxìjì' Xéycov iydì elicli Xgioxòg ov oh noi%ìg, xal fjX&ov 
cponioai oe xal Qvoeodai oe ix xrjg nXdvrjg xcov eiòcóXoJv. xal /5a- 
Xmv avrìjì' iv xoìg uòaoi xrjg daXdoo)]g Xéyei' (ìanxi'Qexai XgioxTva 

eig xò òvojiia xov naxoòg xal elg ijiiè xòv viòv avxov xal eig nvevfxa 10 
(lyiov. xal naoéòcoxev avxìjv Mr/aì/X xoj àgyayyéXiO XJycov ovxcug • 
àgag xì]v Xgioxh'a(v} [xal] òòg avxfj xìjv oqjgaylòd /xov xal noh]- 

14, 8. èynataXeiJi]]; : cfr. Pap. Soc. ital. '21, 18 (Add.). IG, 1. xut<i- 
(ìirrnvoa end. ; cfr. Sopliokles Lexic. s. v. òinjìhTco. G. y.oaTì'joaoa cod. 

Sinai Hai. (ti filo! cìnasica XIX. -Jl 



322 M. NORSA. 

Goy aùrì]v XaunoorpÓQOv y.al i^uyays avT)]v sm xì]v yìjr. y.al l^eX- 
Oovoa elòev rovi; ovgavovg àvecpyjiiévovg xal tÒv viòv xov ■&eov 
15 àvEoyÓLiEvov Èv avTOÌg juexà organàg àyyéXojv. 

17. 'EoTCÒTog óè rov Ovgfiavov iv reo Jigancogio), elòev av- 
rijv EQyo[.iévrjV, vo/uoag ori fjjidrìjoav avròv xal ov òiégQìj^av av- 
r)]V èv xf} '&aXdoo)j. xal jroooéra^ev xaruoyedeìoav ayeodai aviìjv 
tv reo Ttgaircogicp. xal Xéyei Jigòg avrì]v Ovo(ìavóg' Xéye fto(, Xoc- 

5 ozìva, Tioiag nayeiag Tioieìg òri xal rrjv dàXaooav èjiiàyevoag ; f] 
òè àyia XQiorìva eijzev rtrv(pX(oljnéve rì]v xaQÒiav, vie òiafióXov, 140* 
(iXéjieig òri oiiuegov iv rfj iìaXàooì] ànéXa^ov rrjv èv Xgiorcb ocpga- 
ylòa. oì'jjLiegov àveyevy)]di]v vjiò rov xvgiov fj/Licóv 'Ii]COv Xgiorov 
ÒJiojg xara,3aXì] oov rìjv òvvajuiv xal oe juerà rov jrargòg oov rov 
10 òia^óXov. xal nhiodelg dvjuov Trgooéra^ev èm rì]v avgiov àjioxe- 
ffa}aoiJi]vai, xal xaraxXeìodai avrìp' èv rfj (pvX.axfj. 

18. 'Ayojiiév)] òè f] àyia Xgiorlva ngòg ri]v (pgovgàv ìjvyero 
Xéyovoa' avagye, uxriore, dogare, 6 Oìjjnegov xareX&òv ùjiò ròjv 
vifiof-idrcov rov ovgavov èjil rà l'òara rrjg daXdooìjg juerà TioXJSjg 
òó^ijg xal òvvdjiiecog xal orgariàg àyyéXcov, xal (pcorioag jue èv reo 

5 Xovrgéò rfjg àcp&agolag xal diìavaoiag, djióòog O-vg/ìavoj èv rfj 
vvxrl ravrji xa&à ènoXirevoaro rov 7Toii]oai etg èjuè rìjv òovX^ìjv 
nov. àjreiXeì yàg tov djioxrelrai jiie rìjv avgiov. jui] ovv èdoì]g av- 
ròv àveoiv Xafìelv èv rfj vvxrl ravrì]. xal rama etnovoa 1) àyia 
rjXdev èv rfj epvXaxf] xal èxd&)]ro xpdXXovoa xal aivovoa ròv éeóv' 
10 xal òiì]xóvovv avrf] ai àyyeXoi. 

19. 'O òè Jiarìjg avrijg Ovgfiavòg èv rfj avrf vvxrl jiierà 
jioXXcov òaxgvoìv xal d?Jy.>eojv xal ^aodvcov àxiéòoìxev rìjv yvyjjv 
avxov (bg àd^Xiog. fj òè àyia fiu&ovaa rì]v àjreóXeiav rov jrargòg 
avrrjg àvaoràoa ìjvyero Xéyovoa' evyagiorcT) 001, xvgie ó deòg rcòv 

5 Ttarégoìv fjjiuov, rov 'A^gaàjii xal 'Ioaàx xal 'Iaxoj(Ì, òri èrr/jxovodg 
jiiov rijg òovXìjg oov xal xaréggìj^ag elg rò oxórog Ovgfìavòv ròv 
dXXórgiov rfg àhjdeiag, ròv onevòovra djiaXdorgiwoai jiie ànò oov 
rov Oeov fiov, rov d&avdrov Jtargóg. d/JA xal ndvrag rovg d&e- 
Tovvrag rò ovovia rò ayióv oov avrovg è^ovòévojoov, (òg xal ròv 
10 :;TajLi^uiagov Ovg^avóv. 

20. Kaigov òè rivog nageXdóvrog èjTavijXiJev eregog agy/ov 
nvr' avrov rov Ovgfiavov xal avròg eìòioXoXdrgijg xal òituxrìjg 
TO)v XgioTiavcTìV xal rò òvojua avrov Aiojv. JTgooexójiuoev òè avrò) 

17, 2. òiéggi^ar lod. 15), (i. y.arÉQQa^ug fod. 7. tÒj' ìj'evòovTa 
n.Tij?J.o)TOi'o}aé c<id. 8. ù * Oeroviras (pr. iìn&.) coti. 



MARTIRIO DI SANTA CRISTINA NEL COD. MESSIN. 29 323 

)) rd^ig rà vjTojuvij/iiaTa tfjg àyiag XQiaxivag. y.al (h>ayvovg avrà 
eJnev tv r/y xoiavrì] tijucoqiu ovy. èTidia^ev avTì)v ri TioiYjofo èyò> 5 
iva jTQoodyco avrì]v elg jtqooxvvì^oiv rwv decbv ; naì èxé?.evosì' av- 
rìjv ày&Pjvai Im xov fi/j/Liarog. tòòv òs 6 àae^éorarog xò tiqÓ- 
<j(jò(jió)v avxfjg wQaTov, JXQOoéxa^ev eyyioxa aìnov i?.de7ì'. y.al ?J.yei 
aì'xfj' XgioxTra, xàllei ex (ìaodixov yévovg xvyyàveig y.al Ttokkàg 
xQioeig vTiéoxìjg, mg e^a^ov. noia ovv 7iXàvì'i\g\ eloìjX&év ooi iva 10 
àovì]0)][g] rovg iXeìjjiiovag ■&EOvg, xal oé/ieiv cìv&qcotiov òiojxÓilievov 
ciJiò nólEwg Eig nóXiv juì] òvvdfxevóv ooi PoìiìJfJGai. àkXà àxoi'oóv 
jLiov, XqioxTva, xal jioóoeXde xoìg àdardxoig '&£o7g' xàyco òè ovy- 
yQdxpo) xcp (iaoilel oxi ex yévovg (ìaotXixov vjiaQyeig, xal exòiòojxai 
OS àvògl vipì]Xà) ex xov naXaxiov fiov sìg ydjiiov, xal l'at] èv òó^ì] 15 
juéoov xòjv evyeviòaìv yvvaixcov. el Se jluj ye, fiagéa ooi xoXaoxì]Oia 
jiQoodico, xal ovx è^eXeixal oe 6 ^eóg oov ov XaxQEveig. 

21. XQioTÌva eJjiev x'iva 7iaQafxv&ìi[g\ /.uagé ; ov òvvaoai 
/te Tieìoai ovxe oh ovxe 6 ^aoiXevg oov. 6 àoxojv slnev' XQioxlra, 
òéojuai oov, * xàg vfÌQeig, /.lóvov èmoxQExiJov Jigòg rovg jneyd?,ovg 
'deovg. XQioxIra eìjtev xl xò òvojud oov, àg/Oir ; 6 Trajujuiaoog 
EÌnev xò òvojLid fwv Aicov xaXEÌxai. XgioxTva eIttev òixaiwg èx/jj- 5 
■&)]g Aicov iòov yàg àxjwyov xal xexv(pXooj.iévov òvojua Exeig. xal 
'dvfxov JT?j]o&Elg ó Jia/.iiiuaQog eÌtiev déo&e xvjyavov aiòì]OOvv xal 
vjioxdxM aipaxE nvgàv f^iexà m'ooìjg xal oì'jxivi]g xal x)]oov xal 
èXaiov. xal ijnfidXexE avxìjv èv avxco xal jliexù oov(jXòn' oiÒì]qÒ)v 
àvaXojoaxE avxrjv. fj Se dyia àva^Xéymoa elg xòv ovqavòv eijxev 10 

liV vjnvcb xal òo^dCco oé, "Ljoov Xoioxé, 6 xaxa^uó\oag fie xal cóg 
TTaiòiov àvayEvvào&ai vnò x&v Ò0Qvq?ÓQ0)v. òéo^uai oov xal eo)g 
xÉXovg Tiaodoyov jiioi xì]v xuqiv, ojiog xaxaioyvvdoìoiv ol jloj yi- 
vcóaxovxEg xò òvojud oov. 

22. Kal E^EX&ovoìig xrjg àyiag àpXa^fjg ex xTjg xaiuvov eIttev 
ó TiaiiuiaQog' £^ì]0)~jaxe avxfjg x)]v XEcpaXì]v xal yvf.iv)]v tiojlitievexe 
avxi]v òì]/.iooia. jiàoai al yvvaixEg Exga^ov Xéyovoai' avojitog xoi- 
oig ETiixEXEÌxai EÌg xò jiaidiov xovxo. xal èxéXevoev avx)]v ó àoE(iì]g 
ày&ì~jvai ejÙ xov fiyjiiaxog. xal XéyEi avxrj' Òevqo eìoéX&co^uev EÌg 5 

20, 9. f. xa/.ìj SI y.al ly.. ih, }y. fìaaihy.òv yérog Tvyydvtj; (sic) cod. 
11. ycul aé^etgì 12. àjiò nóXewg : àrzcoXéaai cod. : ' cxpulsiira de ci vitato 
in civitatem' Acta Mombr. 12. aol fioìjOrjaai : ' scmetipsuiu adiuvare ' 
Acta Mombr. 14. iy.òiócò as 1 21, .3. Abbiamo indicata una lacuna : 
f. (rféooì) {' snflero ' ovv. ' snstineo ' Acta lat.). 22, 1. «/?/«/)'//,- cod. 
2. F^ìjQìioTE (sic) cod.: ^vQi'joaxEÌ 



324 M. NORSA 

tÒv raór, xw Tioóotk&e rù fxeyàXco deòj 'AtiÓXXoìvi, y.al §vo{^/jO)j 
ano rcòv rijucoQuov xcòv yevo/iiévojì' ooi. Xqionva éiTiev legóavle 
y.al rQLoàdXie, ov cfo^ov/uai rag (iaoàvovg oov. 6 àg/cov Xéyei' òià 
TI /uè ovTOjg ÙTijudCeig ; òión djrór noi ' TioóoeXMe ico ovQurko 

10 \4jTÓXXa)vi ' ; Xoionra emev y.aXCog emag. toj ovQariM ^ew ttoo- 
oÉXd^co y.al avrei) « « àyj)^i]00fiai * «. 6 ào^on' vofiioag ori ixooatX- 
déiv '&éXei rqj jueyàXcp decò 'AnóXXojvi. Treoavoa <3t vy àyia Xoi- 
orTva, èjidoaoa Tigòg ovQavòv rò òjiifia eircev xvQie ó deòg o 
ovQdviog, ó Jidoì]g y.rioecog ò)]jitiovQyóg, ó Jiegimar/joag IjtI ràìv 

15 vòdroìv rrjg daXdoo)]g y.al cpcorioag /ne òiù rov Xovroov n'jg (h')a- 
vaoiag, xaì vvv tjidy.ovoóv juov, xvqis, rrjg óov?j]g oov, y.al y.éXev- 
oov jiieraorrjvai rò hÒoìX.ov ty. rov rójiov avrov i'^codev rad raov 
reooagdy.ovra Tióòug. y.al evdkog ovv rqj X.óycp rrjg àyiag èirjX.iJe 
rò el'òa)/,ov sy. rov vaov y.al l'ari] iv reo rÓJioì ev&a ehrev f] aylu. 
5Ì3. Ival lòiov 6 uoyojv y.al (popi/delg ejreoFr tjrl tzqÓomttov 
avrov y.al TxdXuv jnerà txoX.Xov qófìov draaràg X.éyei' XoiorTra, ai 
juayeìai oov ì'oyvoav rò eì'òcoX.ov y.irrjoui. àXXù fuj vojuiojjg rovro, 
à/JA (pÙMv&Qoneverai tig oh y.al i^rj/.&e Osdoandai oe. f/ ót dyia 
5 XvTTì/deìoa /Jyei rò) àoyovrr rvgavve iydgè rò) ròtv oXon> Oeov 
ròv noXXÀg ywyàg àTxóXJ.Oìvra. y.àyto jTQOordooo) avrò), ['va Tteoìov 
ovvrQiPfj. y.al ovv rò) X.óyo) avrijg Jieoòìv ró fTòmX.oì' ovyerQtjjij. 
idóvreg ah TxdXdv rò)v 'EXXì'jvoìv (rò 7i?.)~j{)og} rìjv nròjaiv (rov eì- 
óojXov) ty.Qa^av (po)vfj jitsydX.ìj' 6 {)eòg 6 ovgdyiog, ó deòg ror 

10 cporóg, 6 d^eòg rov Ttaiòiov Xoiori'yìjg, (ìoì)dì]Oov y.al ey.7isjiHj>oy rò 
eXeog oov ècp' yjLiàg ore sojg rov vvv èjiXMyo'jfieda elòcóX.oig ttooo- 
Hvvovvreg. avvi] de rfj toga èTxiorevoav cboel yi/udòeg rgeìg. y.al 
ó ugyojy ex rov Jirojfiarog rov dòo'ìXov y.al ry. rijg y.gavyì]g rov 
X.aov Txeoòn' àTzéòoy.e rtjv yvyjjv cbg udXiog. fj de dyia Xgiorìva 

15 evyagior)']oaoa rò) deò) emey ' òo^d^o) oe, ó &eóg fiov, elg rohg 
aìòìvag, ori vTregaojnoryg /lov èyéyov y.al poìjdòg ex Tidyrcov ròjy 
l'^X.i^óyrcoy jLie. xal èxéXevoey 6 ovvxddeògog rov èy&gov rov x/.ei- 
od)~jvai èv rfj cpvX.axfj rijv uyiay. 

2-4. Xgóvov òé rivog òieX.dóyrog tnayìj/.dev eregog ngyo)v elg 
ròv rójtoy avrov, òyóf.ian 'lovoriavòg xal avròg "EXX.ìjv Cóv. txó- 
fii^ev òè avrò) fj rd^ig rà v.-rojuv/jjLiara rTjg nyiag Xgiorivìjg, rà 
vjtÒ Ovg^avov rov ntargòg avrijg xal rà rov .-raiòiov ngayOérra. 

23, 5 sqq. Luogo coi rotto. Ci", dsòi {Or coti.), ma cfr. 24. 10 8. rù .y/.ij- 
Oo; e Tov ìòo'Aov iadd. m*. 24, 2. 'lovoriavòg così cod. (e. 26, 1 e 6 or iu rjis. 
in-'; in seguito seiiipn- 'fot?., senza correa.}. 4. toc .-rmòiov : v:rò Auoro; i 



MARTIRIO DI SANTA CRISTINA NEL COD. MESSIN. 29 325 

xal xadioag èjil rov /ìi'jfiaiog TTQooéxa^ev àydTjvai rtp' àyiav y.al 5 
kéyet avrfj' XQionva, noìJA ó.&)m èjioirjoag xaig yoì]X€taig oov, èjuè 
óè ovx Eycig viKì~]oai raìg jLiayeiaig oov. jliÓvov ttqóosX^e noi tiooo- 
y.vvìjoov roTg deoTg. el òè (dj ày.ovoeig tÒ xeXevójLievov nag' ijtiov 
ooi, cpofìegaìg Ti/iioioiatg xadvnofìuko) oe. XqioxIvu eJjiEV xoiavxa 
/Mhìg, EX&os xov ovQuviOv d'Eoo y.al cfikE xov òiafiólov ' ov (pò- 10 
(joì\iiai xàg àTXEiXag oov. tto'iel ò fiovXi]. 

25. 'ExéIevoev oh 'louoxiavòg y.àf.uvov y.afjvai Èm ì]juÉQag 
xgeTg y.al (^h]&fjvai rìjv àyiav ev aòxfj. xal E^ojd'EV ào<pa?uodfjvai 
nr TÌjv y.ajLuvov èm ì]jLiéoag tiÉvxe. \ fj òÈ ày'ia ev xPj yMjuivq) ttqooev- 
yofiÉvì] xw d'Eco ìjv. xal uyioi ìjoav uyyEÀoi jliex' avxrjg xal q)a)Vì) 
fjy.ovExo EX xrjg xafuvov vjlivovvxcov xòv dEÓv. xal ol oxQaxicòxai 5 
àxovovxEg xì]v cfCùvì]v xal ÒEihaoavxEg àviqyyEiXav ""lovoxiavcò Xé- 
yovxeg' jLiéyag (pó[iog owéyEi fjjLiàg, ori. jHEyà?>.ai (pojval Oì)f.iEQOv 
f/uÉoag xQEig E^Éqyovxai ex xrjg xajuivov. 6 òÈ 'lovXuavòg àxovoag 
È.yoóoxa^Ev dvoiy&rjvat xìp' xà^uvov. àvoiyEtOì]g òÈ xrjg xa/xivov 
ijvoÉà)] fj àyia Evy.ojnÉrì] xal òo^àì^ovoa xòv SeÓv. xal E^EXMovoa 10 
EX xTjg xauivov ìjVQÉdi] fj àyla XoioxTva cbg àjxò Xmvxqov Ègyo- 
jiiÉvij xal vjiivovoa xòv ^eÓv. 

20. Kal èX^dovoa im xov (ìì'juaxog xov xvgdvvov XéyEi avxfj 6 
Tranidaoog' eÌtié /noi, Xgtoxìra, xal ó/.ioXi.óy)joóv /tot rag yoìjXEiag 
oov Tidaag. eI Òe àovì'joij[g] xal ovx ó/ioX^oy/jOEig jiioi, xàyiov àva- 
Xuóoo) CE. XoiorTva e1:tev Xvxe, vie òiafióXov, ov cpo/iovjiiat xàg 
àn^Ei/Mg oov, è'yovoa ròv vviiq:iov jiiov Xgioxóv. eì xl òvva/uv Eysig 5 
èttiÓei^e. xÓxe 'lovXuavòg èxé/^evoev àydìjvai dìjgia xal ftXiij&fjvai 
ETidvo) avxìjg avo domòag xal òvo èyjòvag xal avo òcpEig. fj àyia 
Xgioxiva eJjte xm 'lovXiaviò " amoxE xrjg dEÌxijg òvvdjLiEOjg, ÈXm- 
CEig 6x1 ó ÒEOTtórìjg jlwv 'lìjoovg Xgioxóg, 6 Tiagaoxdg juoi Eig jxdoag 
rag rijiwjgiag oov, xal ini xoTg dìjgioig xovxoig im^XéipEi. xal exxe- 10 
'Oévxcov xxbv dìjgiMv otié/mev avxd. 

37. Agajuovoai óè ai òvo àomÒEg Eig xovg nóòag avxrjg, al 
ÒÈ Eyiòvui djTExgEjiidoì'^ìjoav slg xovg fiaodovg avxrjg cbg Tiaiòia 
'drj/ACovoai, oì óè òcpEig TiEgiEJx/Axìjoav h xio xcgayfjXco avxijg xal 
Ey}<.vcpov xòv lògòìxa avxTjg, oxi eìSov (xvxcÌ xc\ dìjgia oxi òicx xòv 
XqioxÒv àycjoviCExat. xal fj dyìa rjvyExo XÉyovoa' Evyo.gioxco oe, 5 
'Ljoov XgiGxÉ, xò (fcog xrjg àXìjdEiag, 6x1 xaxìj^icoadg jue vjiÒ xmv 

2G, 1. f. è/.dova>]. 6 sqq. Cf. Acta Barbari, Jnal. Boll. 29 p. 297, 
It) scji|. 8. f. iXsit'^co. 10. ÈxxidévTOìv c<»d. 27. 1. òonfiovaai : sic cod. 
4. ty/.vfpov : sic cod. 5. hf : sic cod. 



32G M. NORSA 

fQjiercov TOCTOJV xòv iòoona rov àycbvóg juov * # xara/iaoaodar 
"lovXiavòv tÒv dìiQioTQÓcpov « # kéye juoi xal av, yvvai, TToyg òià 
rà)v Liayeiow rovrcov ^Jiayoeveig rà &)]oia rov juì] àvaXcooai oe ; 

10 ó òè '&ì]Qtóyvo)jiiog ìjo^aro àyQiuiveiv rà àì]oia iva àvalióoì] avTìjy 
là Oì-joia (ìyoiaivójiieva. èxeìva óè xòv d)]Qióyvco/iiov àjréxreivav y.al 
ovòetg Iró/.fia doai i<\ dì^Qia àn^ avrov. òaxQvoaoa òe ij àyki. 
Xéyet TÓlg dtjgiotg ' ànÉAdare èv reo òvóuaxi xov xx^olov yjucoì' 
'Irjoov Xqioxov ' fit]òÉva àòixì'jOì^xe. xai ànì'jldov xudòjg eLiev y 

15 àyia urjòéva cpojiovi^iévì]. xal Tiàhv ènàoaoa xò òjufia elg ovoavòv 
nnev ' òéojiora ^cooòóxa, 6 deóg /lov xal xvQie 'Irjoov XgiOTé, 6 
tyeloag Ad^agoì' tx roìv vexocov, èjtàxovoóv juoi> X)~]g òovkrjg oov, 
xal xfj òvféiiei xov dyiov oov jivev/uaxog eyeiQov xòv xedvecoxa, 
"va :x(h'xeg òo^d^ojoi xò òvojiid oov xal rrtoxevoojoiv oxi oh n d 

20 deòg ó jioiójv ■davf.idoia jLióvog. xal rjX&ev cpcovt] ex zcov ovQavòìv 
Xéyovoa' XgioxTra, evXoyi]/iévì] òov?ììj juov, iyò 6 deóg oov juexd 
oov èyyÌL,eiv exoifxóg eìjni, xal et xi òdv alxì'joeig nao' èjiiov, eoxai 
ooi. xal ovv xò) ?-óycp dvaoxdg ò davcov jxQooeTxeoev xfj dyi'a ev- 
Xagioxo)v xò) &ecp, xco eyeigavri avxóv. 

28. 'O òè doyojv Xéyer dgxel ooi, Xgioxìva. xal jrgooéxa^ev 
xoTrìjvai xovg jnaodovg xTjg dy'tag. fj òè dyla eÌJiev co àjiioxe xal 
dv6)]X€, xovg /.laodovg jiiov xOTTfjvai èxélevoag' P'/Jttexìjv òvrajuw 
xov Xgioxov jiiov, oxi dvxl aijiiaxog ydka e^égyexai. drafi/Jy'aoa 

5 òè eJjxev evyagioxò) ooi, 'Ljoov Xgioxé, xò q^còg xTjg d/jjdeiag, òxi 
xaxì]^uoodg jue mlvxa qvjiov xov ocójiiaxog xal xPjg ywxfjg aTiodé- 
odai. olòa ydg òxi ey(ojy elg xòv dycòvd /tiov xal xòv uq.&agxov 
oxéq^avov Tiagd oov, xov ddavdxov deov, àvalafieXv. xal fiexd xavra 
exéXevoev 'Iov?uavòg fi/jj&ìjvai xi]v àyiav h> xfj cpvXaxfj. dxovoaoat 
10 de ai dyiai yvraìxeg èlevdegai xì^v' udh]oiv xijg dyiag, \ IjXOor er 142'" 
xfj (pvX.axfj old vvxxòg jzgòg avxìjv xal ì]oav rragajLtvdov/iierai av- 
xrjv xal davfid'Qovoai xì)v ud?j]oìv amT/g. èòlòaoxev òè fj dyla òi^ 
dXrig xijg vvxxòg' xal èmoxevoav è^ avxcov éiixd xip Xgioxu). 

29. Ugonag òè yevo/Liévijg jrgooéxa^ev ò Jiagdvojiiog avxdg 
djioxecpaXioOijvai, xal xìjr dyiav Xgioxlvav èldTirai ènl xov fìt]/ua- 
xog. xal XJyei. avxfj ■ ò xaigóg oov èjrlìjgujOi]. t:iioxgey'ov X.oiTiòv 
Im xovg deovg. ei òè or (}é?.eig, ò &eòg ov oéfteig ovx è^eXeìxai oe 

27, 7 s<|((. Luogo coiTotto e lacunoso. 14. »od. pr. ajTE/.dcò, ni- 
aggiunge t (== rrov). 22. <^(/»' (== òìj nr). 28, 7. ori ?yeig zòv cod. Ma 
Ibrwe è da correggoro altrimenti (cfr. Acta Urbev.). 8. àva/.afieh- ni , 
à.iofìa/.nr pr. Cod. 29, 2. ikOr/vai : sic cod. 



MARTIRIO DI SANTA CRISTINA NEL COI). MESSIN. 29 327 

Ix Tc7)v 'leiQcóv jiiov. fj óè àyia Myei avrà)' ftMrte, rakamcoQe'Iov- » 
Xiavé, ori ano rov vvv f] 'ipvxì'j oov àTxmXero. 6 de àvojuog 'Iod- 
havòg juìj cpégcùv rijv vfÌQiv èxéXevoev txy.oTxi'ivai Ti)y yXwooav 
xrjg (iyiag. ij òè àyia XoiarTva àvafiXéymoa etg ròf ovQavòv eiJiev 
evxaQiOTCÒ ooi, xvgie, 6 ihóg /xov, ó jliÌj èyxaraXiTTCÒv /<£ cìjiò xoi- 
kiag jH)]toóg juov, vie rov d^eov, 6 dtjoavQÒg rfjg à?.)]deiag, èm^Xe- 10 
yjov èjT^ ejiiè ri]v òovh]v oov. èxéXevoev òk 6 "lovhavòg rìjv uyiav 
òedijvai iv reo oraòko. xal (pMvij ex rcov ovQavchv i)h%v Xfyovoa' 
XQiorIva àjuwjue uoniXe, f] nolXà vxcojueivaoa òi' èjué, Rugosi' lòov 
yÙQ y]ve<i>x&ì]odv ooi oi ovqavoì xal fj èfiè ^aaiXeia èroif.iàod'rj ooi. 
xal èv fjrivi nóXei Ì7iixXt]dfj rò òvof.ià oov xal èjureXsaOfj y /m'tjjuij 15 
oov, ixeT àXXó<pvXot ì^OqoI ovx ig'/^voovgiv èX&eTy. xal jiàXuv (pcovì] 
ex òevrégov fjX'&ev' òevQO à&XocpÓQE àjro?<.diifiare ròv orécpavov icp^ 
(ò ó 7iari]Q àydXXerai. 

30. Mera oh rò yXojoooxoTTìjdrjvai rì]v àyiav, ijzaQaoa fj judg- 
Tt'ì rò xójitjiia rfjg yXdùxrijg avrìjg eoQupev ng rò tiqógcotiov rov 
lovXiavov • xal ev&éoK hvcpXo'ìdìj. xal (pojvrj 'e^vjXdev ex rfjg y?Mr- 
rìjg ÌÀyovoa' 'lovXiavè àrijLie, Enedvfirjoag qmyeìv nàvxag rovg jita- 
odovg jiiov xal àjiéxoyjag rrjv yXònràv fxov evXoyovoav ròv d'EÓv 5 
òixaUog xal rò q)ò}g oov àncóXeoag. ò òè rvgavvog 'lovXiaròg ngoo- 
éra^ev òvo xevàrogag TrXfj^ai avrìjv xal xevTìjdfjvai èv éxàorco 
rcov jiieXidv avrfjg xal xarà rfjg jrXevgàg avrfjg èyxevrrjOfjvai vnò 
oiòfjoov. xal ovrojg èreXeioj&ìj fj nyia XgiorTva rìjv òià ^icpovg 
òeiajiiévìj àjióq^aon' rfj sixoorfj xal rerdgrtj fjuégq rov 'lovXJov 10 
jiitjvóg. ìÒòjv òè ""lovXiavòg ori fjrrfj&ij xal ovòejuta fiàoavog rìjv 
àyiav ènxijoev, àjifjX&ev èv reo óixco avrov xal ujiéÒcoxsv 6 adXiog 

iv TToXXfj raXaiTiojgia xal xaxu'ìoei rìjv ad /Jay avrov ipvxyv. 

31. Kal jiierà jovro yX&ev Ix rov yévovg rfjg àyiag Xgiori- 
v)jg ygioriavòg ògdóòo^og morevcov elg ròv xvgiov fjjucov ^hjoovv 
Xgioròv xal èxojLiioaro rò rij.uov avrfjg Xeiy.>avov xal è'day'ev avrò 
Iv rà> vaco rov deov. iv co jnerù rìjV reXeiOìoiv rfjg àyiag noXXcì 
davjuara xal idoeig ijiereXiotììjoav, xal ix rov oogov rcbv Xenj^d- 5 
vcov avrfjg ojuf^gog àyiaojuov i^fjXdev, cidev ol àjtegxójiievoi xal 
àgvójiievoi vtt^ avrfjg ano rG)v vóocov avrcov iiìeganevovro, elg 
òcì^cjty rcjv xvgiov fj/tcoy "Ljoov Xginrov xcxl aonfjgog fj/icòv, co fj 
òó^a xal rò xgdrog dg rovg uìòn'ag. ajLifjv. 

29, 6. à.Tcó//le^ cod. 9. èyxuTaì.Eirtióv ood. .'{0, 1. y.fvàroQag sic 
cod. : • spicnlatores ' Act. Moiiiln'. 



AD PANEGYRIC08 LATINOS 



Gallicorum rhetorum orationes, quae una ciim Plini 
panegyrico in unum idemque corpus redactae quasi Roma- 
nae eloquentiae vocis imagines verissimam illam sententiani 
eloquentiam libertatis alumnani esse in mentem revocare 
videntur, nova eaque certiore ratione usus nuper digessit 
et in pristinam formam, quantum fieri potuit, restituit Gui- 
lielmus Baehrens {XII panegìjrici Latini, Lipsiae, in aedibus 
B. G. Teuhneri, MCMXI). Cuius librum evolvens atque per- 
legens cum locos permultos recte declaratos, permultos com- 
mode apteque sanatos inveni, tum praecipue novissimum 
editorera codicum lectionem saepius iniuria neglectam re- 
stituisse vel leviore adhibita medicina emendasse laetatus 
sum. luvat igitur nunc librum nitidum et subtiliore doctrina 
praeditum pervolutare ; quamvis enim inflatum dicendi ge- 
nus, sententiarum et colorum studium atque, quod maxi- 
mum est, nimia illa in omnibus rebus libido adsentandi tae- 
dium saepe afferant nonnulla passim inveniuntur quae haud 
omnino inepte ad optimae aetatis exemplarium imitationera 
composita vel ab iis profecta facile dicas. Parvi quidem 
momenti, dixerit quispiam, paucas quae laudentur dignas 
sententias vel verborum comprehensiones, quasi aurum in 
lutulendo flumine, colligere et aucupari : sed tamen quo- 
dammodo necessarium neque ingratum si quis Romanorum 
eloquentiae vicissitudines persequi atque in universum ae- 
stimare velit, 

Quae cum mecum reputarem mihi in manus venorunt 
adnotatiunculae ad nonnullos locos (1) : quas et ad supe- 
riorum scriptorum imitationes, quae in panegyricis tam mul- 

(l) Singnlos locos ad lìdem novao editiouis attilli numeris adhibitis 
quibus pagiuae et lincac iiulicantiir. 



AD PANEGYIUCOS LATINOS 329 

tae sunt ut nonnusquam orationes musivi cuiusdam operis 
iraaginem reddant, et ad varias lectiones pertinentes nunc 
subicere liceat. Utinam ne videar melius buie rei consul- 
turus fuisse si scbedulas meas Vulcano tradidissem ! 

163, 18, ' Quid ego referara infebcium indignissimas 
caedes ? quid inexpletos bbidinum pastus ? quid niiseras 
patrimoniorum direptiones ? '. Componendus est Ciceronis 
orationis de provinciis consularibus locus (TU, 6) ' Omitto 
iuris dictionem in bbera civitate centra leges senatusque 
consulta, caedes relinquo, libidines praetereo ' ; cuius ora- 
tionis etiam alia verba (XII, 29) ad Mamertini locuni (278 
12 sqq.) declarandum praeter cetera Ciceronis saepius a 
viris doctis commemorata (cfr. Arntzen in ed. sua ad 1. ; 
A. Klotz, Studien zti den panegyrici Latini, Rhein. Mus. LXVI, 
p. 532) afferri possunt. 

189; 4 ' Nam cum omnes homines cura [non] indigen- 
tes iuvare boni sit principis, tum praecipue bene meritis et 
graviter adfectis subvenire sapientis est '. Codicis M lectio- 
nem ' corani non indigentes ' mendosam esse optime ani- 
madvertit Guil. Baehrens (Paneg. Lat. ed. novae praef. niaior 
eie. Groningae, Wolters, 1910 pp. 08-69), cum sententiae to- 
tius loci minime respondeat ; sed emendationem ' cura in- 
digentes ' quam Rittershusio adstipulatus defendit flagitari 
non puto. Rhetor optimi imperatoris maximum commemo- 
rans officium hic, nisi fallor, dicere voluit non omnibus 
miseris inopia pressis eodem modo esse succurrendum, sed 
homines virtutibus praeditos esse eligendos quos beneficiis 
cumulare maxime deceat (' etiam ' ante ' non indigentes ' 
quod W praebet, inepte, ne sensus omnino desideraretur, 
additum est). Quod ad sententiam pertinet alia eiusdem 
panegyrici verba (194, 9) conf'erenda sunt: ' Boni principis 
est libenter suos videre felices, sed melioris invisere etiam 
laborantes '. Cum autem Guil. Baehrens (op. laud. p. 69) 
probabili sane ratione ostenderit ' non ' illud a syllaba ' in ' 
insequentis verbi imperiti cuiusdam librarioli errore exortum 
esse, vocula * non ' deleta nihil prorsus immutaverim. ' Co- 
ram ' adverbium saepe a panegyricorum scriptoribus (cfr. 187, 
24; 223, 26; 237, 29; U5, 31) usurpatur neque de verbo 



330 lOS. PROCACCI 

* indigentes ' absohite posito est quod loquar ciim id apud 
Latinos scriptores passim legi satis constet. 

196, 25 ' diu fruges hiemps cohibet, ver elicit, aestas 
rore solidat, calore raaturat '. Ut ostendat iraperatorem ' in- 
dulgentiae celeritate ' ' ipsa elementa ' vicisse orator sen- 
tentiolas contrarie relatas opponens cum alia exempla tum 
hoc profert quo inelius demonstretur in rerum natura omnia 
paulalim crescere et augeri. Quo de loco a viris doctis sae- 
pius soUicitato — neque iniuria cum in codd. (cfr. ed. Aem. 
Baehrens ad 1.) aliqua ex parte sensu careat — Guil. Bae- 
Iirens accurate disseruit (op. laud, pp. 56 et 66) qui Maur. 
Haupt coniecturam leniter emendans scripsit ' aestas rore 
solidat, calore maturat *. Aliam omnino viam novissime in- 
gressus A. Klotz (op. laud. p. 571) verbum intercidisse ar- 
bitratus est atque locura ita restituit ut legeret ' aestas flore 
solidat, <autumnus> calore maturat '. Sed sententiam per- 
pendenti, quam enucleare certa quadam ratione conabor^ 
verba illa ' flore solidat ' non solum inconcinna et obscu- 
riora sed re ipsa minime convenientia visura confido. Prae- 
terea quae sequuntur ' de autumni calore ' cum nullo modo 
ferenda mira quadam totius enuntiati novitate videntur tum 
sententiae repugnant si voci * fruges ' veram eamque fìni- 
tam et circumscriptam significationem tribuere volunuis (1). 
Extrema illa ' calore maturat ' recte se habere clausula ipsa 
docet sed de librorum lectione ' flore ' C flores ') longe aliter 
cogitandum esse senserim. Cum de frugibus tantum orator 
hoc loco loquatur et qua ratione ad maturitatem perveniant 
prò temporibus anni doceat, florum mentio ab re omnino 
aliena videatur necesse est, quo.d iam non nulli veterum in- 
terpretum animadverterant (cfr. Arntzen in ed. sua ad 1.): 
neque neglegenduni est in nonnullis codd. hoc verbum 
deesse. Rhetorem cuius intererat estendere non impera- 
toris beneficia alia aliis temporibus fuisse sed, ut ipsius 
verbis utar, ' fructus meritorum ' illius uno fero eodemque 

(1) N<* alio (|iii(loin KiuiHiii loco (24}t. 12) conieotura (Klotz, op. 
laud. )). 570) ' triuraplii pouiiia ' prò ' triimiphi scaeiia '. «luod Guil. 
liaelirens tuetur, recii)i potest. Hìh enim verbis orator ad aliquod spe- 
ctaculi genus, xit opinor, rospcxit (cfr. Ilor. Epist. II, 1, 189-193). 



AD PANEGYRICOS LATINOS 331 

puncto teraporis satos esse atque crevisse, verbis ad frugum 
incrementa proprie pertinentibiis usum esse Ciceronis locus 
notissimus admonet (De senectute XV, 51 * (terra) semen... 
cohibet... deinde tepefactum vapore eliciL..). Verba ' ver elicit 
aestas ' perperara scripta et corrupta (vere elicita, vere li- 
cita) vel potius nomen ipsum veris in mentem lectoris vel 
scribae cuiusdam ' flores ' revocavisse non erit cur mire- 
mur (1). Qua voce deleta atque vocula ' et ' addita quae 
post ' solidat ' ut aliis locis permultis facillime intercidere 
potuit (Guil. Baelirens, Paneg. Lat. ed. novae praef. maior etc. 
p. 57 et passim), verbum ipsum ' solidat ' (ut cetera * co- 
hibet '... ' elicit ') qua ratione fruges crescant signifìcat, cuin 
extrema totius enuntiati parte quid caloris vis efficiat de- 
claretur. 

225, 28 ' Ut enim ille qui omnes aquas caelo et terris 
praebet oceanus seniper tamen in motibus suis totus est, 
ita tu potes imperium, Maximiane, donare, non potes non 
habere '. His verbis orator qui, ut ceteri, omnia omnibus 
modis ad laudes imperatoris referre atque accommodare co- 
natur, comparationem in medium affert quam perspicuam 
et convenientem nemo, ut puto, dicere ausit. Eandem fere 
rem melius significavit Pacatus (113, 6 : cfr. Arntzen in ed. 
sua ad 1.). Cum autem verborura, quae supra attuli, incertus 
scriptor illud praecipue intelligi velit, ut in comparatione 
sibi constet, oceanum unum manere, cum aquae dividantur 
et elTundantur, nec unquam minui, vox desideratur qua non 
solum maris fluctus significentur sed etiam illos quasi va- 
riis et diversis viis manare et effluì appareat. Illa igitur 
* in motibus suis ' languidiora videntur, ne dicam inutilia, 
atque sententiae non omnino respondentia. Oceani enim 
' motus ' ncque unam eandemque eius naturam esse neque 
ad eum redire quae ex eo initium ceperint ex oratoris opi- 
nione confirmare possunt. Quam etiam alii scriptores Latini 
secuti opinionum commenta congerentes fusius explicare 
voluerunt ; commemorandus praesertim Plini maioris locus 

(1) Ei fortasse obversatiis est lociis fere comuiuuis de iis qnae terra 
alia aliis tenij)oribns gigimntm (cfv. ex. gr. Lucr. I. 174-17"»; Ovid. 
Kfetaiu. li. 27 sqq.). 



332 lOS. PROCACCI 

(Nat. Hist. II, 66 § 166) ' ...ut, cum terra arida et sicca 
constare per se ac sine umore non posset, nec rursus stare 
aqua nisi sustinente terra mutuo implexu iungerentur hac 
sinus pandente, illa vero permeante totam, intra extra supra, 
venis ut vinculis discurrentibus etc... ". Conferantur prae- 
terea Senecae verba (Nat. quaest. ITI, 14) quibus ' mare 
unum esse ' efficere vult et illa Pomponi Melae (1) (De situ 
orbis III, 1) de mari in se ipsum redeunte ' an sint depressi 
aliqui specus, quo reciprocata maria residant, atque inde se 
rursus exuberantia attollant : an luna causas tantis meatihns 
praebeat ', Quibus collatis atque perspectis haud scio an 
melius * sit in meatibus suis ' logere : quae vox cum a pa- 
negyricorum scriptoribus saepius usurpata sit (119, 17 ; 211, 
1 ; 237, 12-13) et ad Oceani aquas etiam sine propria qua- 
dam significatione interdum referatur (Plini Nat. Hist. Ili, 
1 ; cfr. Forcellini-De Vit s. v.) ea (juae praecedunt non 
inepte renovat sed prò sententiae opportunitate, ut adiectivo 
illi * totus ' sua omnis insit vis, in brevius cogit. 

227, 1 1 sqq. Quae sunt de Constantino aetatem excu- 
sante ut sibi liceat ' receptui canere ' et reipublicae negotia 
atque imperium relinquere Ciceronis in oratione prò Mar- 
cello (Vili, 25 sqq.) longiorem amplificationem de Caesaris 
eodem fere Consilio in mentem revocant. 

238, 11 'et ille vagus, ille praedator exercitio squa- 
Wdo ruris operatur et frequentat nundinas meas pecore ve- 
nali et cultor barbarus laxat annonam ' C. Schenkl ( Wien. 
Sfud. Ili, 1 (1881) p. 121) ' squalido ' scripsit ; quam ad 
lectionem fìrmandam adtributum quo ' exercitium ' illustre- 
tur requiri contendit idque ' aperta quadam irrisione ' po- 
situm esse cum plerumque ad armorum usum referatur. 
Irrisionem vero minime apertam esse adfirmaverim : quin 
etiam eam me omnino latere ingenue fateor. Vox * exerci- 
tium ' commodius declarari videtur veterum editorum emen- 
datione (* squalidi ruris ') servata quae et cod. M lectioni 

(1) Huiiis scriptoris de oceani uiotn opinioiioa in suam reni con- 
Tcrtisse efiani pan. V rlietor videtnr (236, 6 et 1^ : cfr. Klotz, op. laud. 
p. .''•■I7). Qiiod ad voibuni ' motibns ' pertinet Iiaud magni momenti vi- 
dentnr quae contulit A. Klotz (op. laud. p. 558). 



AD PANEGYRICOS LATINOS 333 

(' squali rudis ': iam W cod. ' squalidi ' habet) propior est 
et concinniorem aut certe clariorem sententiam efficit. Ora- 
toreni sua ipsum rura vix * squalida ' appellare potuisse 
Guil. Baehrens in panegyricorum editione (ad 1.) animad- 
vertit : sed loca vastationibus vel neglegentia incolarum 
horrida atque inculia facta esse eum intellexisse arbitror 
(cfr. 237, 26-27 ; 238, 7 ' ad destinatos sibi cultus solitudi- 
num '; 262, 7 ' ...Britanniamque squalidum caput silvis et 
fluctibus exerentem '; Tac. Ann. XV, 42 ' squalenti litore '). 
238, 21 ' Cuius magnitudo, Caesar invicte, hactenus 
explicabitur ut prius dicam quam necessarium illud et dif- 
ficile bellum fuerit, deinde quo modo a te confectum sit ' 
Quae cod. M praebet extrema huius verborum comprelien- 
sionis parte ' quo magis confectum sit ' Guil. Baehrens ita 
restituit vel potius refinxit Eumeni verbis (250, 3 sqq.) col- 
latis. Locum corruptela laborare omnes Inter se consentiunt 
sed varias recensere emendationes longum est. Postremus 
A. Klotz (op. laud. p. 544) a coniectura Aem. Baehrens 
(qui scripserat ' quam quo magistro confectum sit ') paulum 
aberrans et nonnihil addens enuntiatum ita sanari posse 
arbitratus est: 'deinde quo magistro atque imperatore con- 
fectum sit ' vel etiam supplementum maioris lacunae desi- 
derari putans : ' quo magis (eluceat a quali imperatore) 
confectum sit '. Sed, si verum fateri volumus, loci cetero- 
rum panegyricorum a viris doctis aliati nihil aliud nisi enun- 
tiatorum membra eodem fere modo disposita et particulas 
(prius-deinde, ante-quam) Inter se relatas ad rerum ordinem 
significandum praebent. Non satis fìrmum, ut opinor, argu- 
mentum cur ' deinde ' etiam hoc loco reponatur. Nonnulla 
Ciceronis orationis de imperio Cn. Pompei verba (II, 6; X, 
27) oratorem imitatum esse iam veteres editores, neque pro- 
fecto iniuria, senserunt : quibus comparatis ipsa imitationis 
vi vox * imperator ' vel alia eiusdem significationis hic fla- 
gitari videtur. Praeterea ut Cicero in oratione sua (II, 6- 
IX, 2(ì) de genere et de magnitudine belli fusius loquitur 
quo facilius viam sibi muniat ad laudes Pompei ducis ad 
tantum bellum deligendi, ita huius panegyrici scriptor, ora- 
tionis suae extremae partis argumento proposito (in fine 



334 lOS. PROCACCI 

cap. IX) primum de belli difficultate et necessitate per ara- 
plificationes (capp. X-XII) agit, in quibus nonnulla Cicero- 
nis orationem redolentia iam multi deprehenderunt (vide 
ex gr. initium cap. XI et Ciceronis orationis cap. VI, 14), 
tum laudibus Constanti Caesaris eius celeritatem in bello 
conficiendo ad caelum extollit. Qua de causa initium cap. 
XIII et verbum ' imperator ' vel aliud huiusmodi optime 
inter se convenire ncque ulla ratione repugnare, ut non- 
nulli voluerunt (1), videntur : considerandum est enim rhe- 
torem nostrum non vestigia Ciceronis omnino pressisse sed 
amplificationis formam in usum suum convertisse. Itaque 
cum ea quae A. Klotz supplevit audaciora sint emendatio 
ab Aem. Baehrens prolata longe optima, mea quidem sen- 
tenza, huius loci medela est utpote quae et traditae lectioni 
proxima sit et sententiae apte respondeat. Vocula * quam ' 
ante ' quo ' facile intercidere potuit, ut vidit Acidalius 
(cfr. Mnemosyne, XXXVIIT, 4 p. 401) : verbum autem * ma- 
gistro ' cum eiusdem scriptoris voce ' magisterio ' quam 
paido infra legimus (240, 20) conferri potest. Clausularum 
rationem obstare Ren. Pichon et A. Klotz putaverunt, sed 
rem ita perpendenti ut severiores leges adhibere vel, paene 
dixi, fingere nolit, nihil occurrere posse in quo haereat per- 
suasum habeo (Guil. Baehrens, Panegi/r. Lat. ed. novae praef. 
maior etc. pp. 51-52), 

246, 4 * Nec mirum si tanto gaudio ferebantur post tot 
annorum miserrimam captivitatem, post violatas coniuges, 
post liberorum turpe servitium tandem liberi tandemque 
Romani, tandem vera imperii luce recreati ' Quae de Bri- 
tannorum infelici! ate hoc loco sunt adfinitatem quandam 
habere videntur cum Taciti verbis (De vita et moribus 
Agr. XXXI, 1) quibus illius populi gravis condicio ante 
Agricolae adventum describitur. Occasione data animad- 
vertam alia Tacitiani illius libelli verba (XXXI, 12) ad le- 
ctionem ' exercendis metallis ' quodam Pacati loco (113, 16) 
confirmandam afferri posse. (cfr. Guil. Baehrens in ed. sua 
ad l.). 

(1) R. Picliou, ' Les derniers ccrivains profaiics '. l'ariH, Leroiix, 
190(1 ]»p. 'J!tr>-20fì ; Guil. Baolireiis in etl. i>anep;yricoi uni ad 1. 



AD PANEGYRICO.S LATINOS 335 

268, 1 ' et rursus ex acie ciim triuinpho redisti totam- 
que hanc urbem repentina tua in hostes eruptione soUici- 
tam laetitia et exsultatione et auris flagrantibus et sacrifi- 
ci[i]s odoribus [et] accensis numini tuo implesti '. Locum 
quem editcres alii alio modo emendaverunt Guil. Baehrens 
ita restituit, ' flagrantibus ' prò ' fragrantibus ' recte ponens 
quo melius aetatis illius scribendi ratio servaretur : buius 
tamen verborum ordinis nonnullas partes inter se et cum 
voce ' implere ' optime cohaerere nemo dixerit. Quae apud 
Mamertinum in pan. XI cap. 10 (283, 26 * ...nuntiare totis 
visa, arae incendi, tura poni, vina libari, victimae caedi ') 
scripta videmus interpretes saepius contulerunt (cfr. Arnt- 
zen in comm. ad 1.) sed illa diligentius considerare, ni fal- 
lor, iuvabit cura de eadem re iisdem fere verbis eademque 
ratione inter se conexis orator utatur, Utroque enim loco 
unam rem per noXvovvòeiov, ut Graecorum vocabulo utar, 
significat cum sacrificia commemorans eorum quasi partes 
enumerat. Animadvertendura est etiam nonnuUos codices 
(cfr. editionem Aera. Baehrens ad 1.) lectiones ' aras ' et 

* aris ' servare (alii ' auris ' habent) atque illud * sacrificis ' 
Livineium primura prò ' sacrificiis ' posuisse ; coniunctionem 
^ et ' denique faciilime immutari et omitti potuisse vix est 
quod moneam. '■ Auras " prò ' aris ' scriba doctus, ipsa vo- 
cis ' flagrantibus ' vi suadente, scripsisse videtur, quera loci 
vera significatio lateret. Quibus perspectis emendationes 
lectionesque, quas H. I. Arntzen recepit, tueri probabilius 
et verisirailius forsitan sit. Ad singula declaranda nihil ad- 
dara cum id multi doetissime fecerint (Arntzen ad 1. ; Klotz, 
op. laud. p. 533 ; Alb. Forbiger ad Verg. Aen. Ili, 279) : 
locum tantum exscribam : ' et aris flagrantibus (quae verbis 

* arae incendi ' nuper allatis quodammodo respondere pos- 
sunt) et sacrificiis (* victimae caedi ') et odoribus accensis 
e tura poni '). Sed illa ' aris flagrantibus ' non eadem signi- 
ficatione atque * aris incensis ' quasi ad Ovidi exemplar 
(Metam. VII, 258) poetico quodam colore composita dixe- 
rim ; obstant enim, si quid video, quorainus id contenda- 
mus, ea quae sequuntur * odoribus incensis ' ; inepta sane 
renovatio cum rhetor de ' turicremis aris ' loquatur. De co- 



336 lOS. PROCACCI, AD PANEGYRICOS LATINOS 

ronis, quibus arae in bellorura triumphis ut in sacris (Plini 
Nat. Hist. XXI, 2) ornari solebant, hic raentionem fieri puto : 
qua in re unum liceat Vergili (Aen. I, 417) versum : 

ture caleut arae sertisque recentibus halaut 

ad interpretationem confirmandam commemorare, neque 
sine causa cum quam multos panegyricorum scriptores ex 
uberrimo ilio fonte rivulos deduxerint satis constet. 

290, 28 ' Transacto enim motu adversi hominis et of- 
fensione revocata utar libertate erga te nostri amoris, quem 
tunc inter metus et reipublicae vota suspendimus ' Ita Guil. 
Baehrens rectissime locum restituit prò ' offensio revocati " 
codicis M (ex quo Aem. Baehrens ' ofTensione vacanti ' co- 
niecerat) scribens ' offensione revocata ' atque hanc enun- 
tiati partem ab antecedentibus seiungens. Nonnulla Pliniani 
panegyrici verba (73, 26), quae orator profecto in mente 
habuit, et novissimi editoris coniecturae favere (cfr. Pan. 
Lat. ed. novae praef. maior p. 80) et huius loci fontem in- 
dicare mihi videntur : ' Haec nempe intentio tua ut liber- 
tatem revoces ac reducas '. 

Florentiae, Id. Dee. a. MCMXI. 

TosEPnvs Procacci. 



3 6 'VI 2. 



GLI EROI ARGIVI iNELLA BOIOTIA 

E L'INTRECCIO DEL CICLO TROIANO COL TEBANO 



B 55^) o? ò' "Aoyo^ t' eì'/oì' Tiovvdà te rer/ióenoav, 

'Egiiiórtp' 'Ao(v)]ì' Tf, ^mVvv y.aià y.ó'/siov èyovoa;;, 
Tooi^iiv' ""Hcórag ih y.aì àjucre/.óeiT' 'Enidavgor. 
oX T tyov Juyivav MdorjTà re xovgoi 'A/aicor, 
rò)v avd' f/ye/t-cóveve (jot]v àya&òg ìiouì'iótj^, 
y.aì Zì'^évekog, Ka.-iavfjO'; àyay.Àenov (piÀog vló:;- 
Toìoi ó' àu Evova/.og xoiraiog y.iev, loódeoq (pcóg, 
Mr/yiaTéos vlòg Takaioviòao avcyTog. 
oi'/y.-ratTWJ' <3' fjyeÌTO ^oì]v àya&òg Jtouì]óì]g- 
róìoi ò' ria òyòdry.ovra ué/.aivai vrieg e.-rovro. 

Nella menzione del contingente di Argos la Boiotia 
non è in pieno accordo con le altre parti dell' Iliade. Eu- 
ryalos non è mai congiunto a Diomedes e Sthenelos, lo 
troviamo sul campo di battaglia che abbatte valorosamente 
alcuni eroi nemici (Z 20 e segg.) e prende parte agli athla 
per il funerale di Patroklos vincendo una coppa, ma egli 
è sempre disgiunto dagli altri eroi (li. 

Diomedes e Sthenelos com[>aiono insieme a capo del- 
l' esercito argivo durante V epipolesis di Agamennone, ma 
non si fa menzione di Euryalos, anzi il modo con cui i 
due primi eroi ci vengono presentati ci fa escludere che 
il poeta dell' epipolesis conosca Euryalos come partecipe 
del comando suU' esercito degli argivi (2). 

Una seconda osservazione si può aggiungere sulla po- 
sizione di Sthenelos nell' Iliade e nel Catalogo : 1' eroe ci 

(1) La premura che per lui mostra Diomedes in questa occasione 
{'F 682 e sgg.^ può farci peusare ad un rapporto «li amicizia fra i «Ine 
eroi, ma nulla ci lascia supporre >hf f-^^ì ■asiani) ilufi di un nifdesimo 
esercito. 

(2) J 365 e sgg. L' esercito t- schierato per la battaj^lia coi rispet- 
tivi duci : Euryalos dovrebbe comparire presso Diomedes e Sthenelos. 

fitiidi ital. di fiUul. elaixica XIX. 22 



338 e. CORBELLINI 

appare ora come un compagno di Diomedes, ora come suo 
scudiero o dipendente (1). 

Diomedes è una figura che, studiata dal punto di vista 
storico, si presenta assai misteriosa. Durante i giuochi fu- 
nebri di Patroklos è chiamato ahcoXóg (2) e si dice che egU 
imperava sugli argivi, senza nessun speciale significato di 
questa parola che si riferisce agli abitanti della terra greca 
combattenti contro Ilio ed ha uguale valore di Achaioi e 
Danaoi (3j. Parecchie volte nell' Iliade vengono ricordati 
gli antenati di lui : Portheus abitante in Kalydon e Pleuron 
ebbe tre figli : Agrios, Melas, Oineus ; il figlio di quest'ul- 
timo Tydeus, costretto a fuggire dalla patria, si recò in 
Argos ove sposò una figlia del re Adrastbs. Oineus è ri- 
cordato anche nel racconto della guerra calidonia come 
eroe etolo (/ 535 e sgg.)- 

Dall' Iliade traspare questo fatto : la saga di Diomedes 
dall' Etolia trasmigrò in Argos, ed il poema presenta visi- 
bili traccie di questo spostamento. Argos non ha mai il 
significato preciso di città come nel Catalogo: infatti Ty- 
deus emigra dalle patrie terre e 

£"121 'Adorioroio (Y è'y)]/ie dvyaroàn', vale oh ò(o/ia. 

La casa di Adrastos è in Sikyon quindi la frase: 

.TUO — JiarìjQ (5' èjuòg "AQye'i vdodì] — 

vuol significare che Tydeus emigrando si rifugiò nel Pelo- 
ponneso. 

(1) Egli regge i cavalli di Diomedes E 107 ; premle i pieiiii che 
Diomedes ha giiadagnaH negli Athla *I^ 511 : gli è unito molte volte sul 
canijio di battaglia ed a lui spesso Diomedes rivolge attettuosamente la 
parola I iH - E 273. 

(2) !^ 471 AhcoXòg ysrfìjv, fiera ò' 'AQyei'oiaty àraaasi. 

(3) W. E. Gladstone (A. 8cbuster) Homerische Studien Leipzig 18(>3 
])p. 85-86 crede che Dauaoi indichi tutto l'esercito, Argeioi il popolo in 
generale, Achaioi i cotulottieri. Ciò non risulta in nessun modo dai 
l)assi ove le tre denominazioni sono usate. Vedi A. Della iSeta Achaioi 
Argeioi Dauaoi nei poemi omerici. l?end. dei Lincei Voi. XVI (1907) 
pp. 133-210. 1'. t'aner, Grnndfragen dei Homerkritik' pp. 220 e sgg. 



GLI EROI ARGIVI NELLA BOIOTIA ETC. 339 

L'innovazione del Catalogo consiste nella collocazione 
di Diomedes nella città di Argos e nel territorio ad essa 
circostante {B 559 e sgg.). 

Vi sono quindi tre fatti sui quali dobbiamo fermare la 
nostra attenzione : 

I. La collocazione di Diomedes in Argos, concepita 
per la prima volta come città nel Catalogo. 

IL Sthenelos, che nel poema ha l'ufficio di compagno 
e scudiero come Patroklos e Teukros, nel Catalogo e nel- 
V epipolesis è innalzato alla dignità di duce dell'esercito in- 
sieme con gli altri due eroi argivi. 

in. L'unione di Eur3'alos agli altri due eroi argivi. 

Un' indagine su questi tre fatti potrà chiarirci da qual 
fonte il Catalogo dipende nella menzione del contingente 
di Argos. 

Ci sarà utile vedere in che rapporti stanno i nostri tre 
eroi nella tradizione genealogica. Omero ci dà la genealogia 
di Diomedes (£" 112 e sgg.). 

Portheus 



I I 1 

Agrios Melas Oiueui- 



Tydeus 

I 
Diomedes 

Per gli altri eroi troviamo nell' Iliade il patronimico 
soltanto, sicché siamo costretti a ricorrere ad altre fonti (1). 

Abas ("12" re <li Argos) 



I I 

Akrisios Proitos 



I 
Danae 

I 
Perseus 



Megapeuthes Amythaon 

I I 

Anaxagoras i i 



Bias ìlclavipos 

I discendenti di Abas sono i Perseidi e gli Anaxago- 
ridi. Pausania ci narra (II 16) che Anaxagoras fu costretto 

(1) Sono citate nel Lerilon del Hosclier sotto i singi)li nomi. 



340 e. CORBELLINI 

a cedere due terzi del suo regno ai figli di Amythaon : Bias 
e Melampos. Il Peloponneso quindi fu diviso in due parti, 
l'una dei Perseidi, l'altra degli Anaxagoridi : quest'ultima 
fu frazionata in tre suddivisioni fra Anaxagoridi, Biantidi, 
Melampodidi : ciascuna delle quali era un sesto della peni- 
sola peloponnesiaca. 

Neir Iliade compare Sthenelos come discendente degli 
Anaxagoridi ed Euryalos dei Biantidi : la posizione di Dio- 
medes nella genealogia argiva è del tutto secondaria come 
si può vedere dai seguenti schemi : 



Anaxag< 

1 


aras 




1 
Alektor 

1 




1 
Hipponus 


1 
Ipliis 

1 




Kapanens 

1 


1 
Eteoklos -j- a Tebe 


Bias 

1 
Talaos 

" 1 


1 
Sthenelos (Paus. II 18, 5)(1) 


1 
AdrastoH 

1 




Mekisteiis 
1 


1 ( 


Euryalos 


1 I 

Aigialeus Deipyle (o Aigialea) 
f a Tebe | ' 

sposata a Tydeiis 


DiOMKDKS 







Morto Eteokles a Tebe, Sthenelos divenne l'erede degli 
Anaxagoridi, Euryalos dei Biantidi essendosi spento il ramo 
di Adrastos. Diomedes discende da Adrastos per via fem- 
minile. In Omero non Tydeus, ma Diomedes è sposo di 
Aigialea Adrestine (£"412-415) (juindi l'unione di lui con 
la dinastia argiva è più debole ancora. 1 discendenti dei 

il) Pansania (II 18, 5) dice di Sthenelos dòe/.r/où di Eteokles, invece 
dal contesto risulta che essi non sono fratelli. Non vedo però la neces- 
sità di sostituire àveynov come vollero alcuni : i)ossiarao perdonare a Pan- 
sania una lieve inesattezza riguardo alla parentela che lega i nostri 
due eroi. 



GLI EROI ARGIVI NELLA BOIOTIA ETC. 



341 



Melarapodidi, cioè Alkmaion e Amphilochos figli di Am- 
phiaraos, non compaiono dinanzi a Troia. 

Diomedes entra nella saga troiana come eroe etolo, viene 
dipoi collocato nel Peloponneso, Sthenelos ed Euryalos vi 
entrano senza dubbio come eroi argivi : ci resta da spiegare 
come avvenne che Sthenelos ed Euryalos siano stati con- 
giunti a Diomedes. 

Sthenelos e Diomedes sono già uniti nell' Iliade e par- 
ticolarmente nell'epipolesis. E possiamo risalire anche più 
indietro: ambedue avevano partecipato all'impresa contro 
Tebe (A 400). Per Euryalos la questione è più complicata. 
Osserviamo i nomi dei tre eroi negli elenchi degli Epigonoi. 
Sono degni per noi di particolare osservazione : 

(A) L'elenco tramandato dallo Schol. II. A 404 

(B) » degli Epigonoi in Delphi Paus. X 10, 4 

(C) » dello Ps. Apollodoro ITI 82 (1). 



(Serie A) 
tìchol. II. J 404 



(Serie B) (Serie Ci 

ili Delphi Paus. X 10, i nello Ps. Apil. Ili 82 



Melaiiipodidi 



Aigialeus f. di Adrastos Sthenelos - Anaxagoride 

Thersandfos f. di Polv- Alkmaion i 

" f 

iieikes Amphilochos) 
Diomedes f. di Tydeus 

Sthenelos f. di Kapa- Promachos 

news Thersandros j 



Alkmaion f. di Amphia- Aigialeus 



raos 
Amphiloehoii f. di Aiii- 

phiaraos 
Stratolaos f. di Parthe- 

nopaios 
Poli/doros f. di Hip^Ki- 

iiiedon 
Medon f. di Eteokles 



Enryalos 
Diomedes 



Biantidi 



Alkmaiou 

Amphilochos 

Aigialeus 

Diomedes 

Piomachos 

Sthenelos 

Thersandros 

Eurvalos 



(1) A <iuesti elenchi se uè può aggiungere un quarto tramandato 
da Pansania nella menzione degli Epigonoi <li Avgos (li 20, 5) meno im- 
portante per noi come vedremo (v. la nota a pag. 844). Il Pomtow Klio 
8 — l'à-g- '^22 e 8gg. — pone cinque elenchi : il quinto viene ad essere 
uguale a (luello dello Schol. a A 404 (serie A). 



La lista dello Schol. all' II. J 404, risale con ogni pro- 
babilità indirettamente a qualche fonte epico : la difficoltà 
sta nello stal)ilire quale valore possiamo attribuirle. Osser- 
vando i nomi degli Epigonoi secondo lo Schol. a à 404, 
notiamo che essi corrispondono esattamente ai figli degli eroi 
che assalirono Tebe secondo Eschilo negli 'E^Trà lit Oi'ifla^. 
Sono ricordati infatti nella tragedia : Tydeus (327), Kapa- 
neiis (428), Eteokles (458), Hippomedon (337), Partheno- 
paios (547), Amphiaraos (569), Polyneikes (641), i quali 
assalirono le sette porte della città. Ad essi si deve ag- 
giung(!re Adrastos, che Eschilo nomina (v. 53) e che fu il 
promotore dell'impresa. I loro figli sono (Schol. ad 11. 
.1 404): 

Ai}i:ialeus f. di Adrastos 

Thersandros f. di Polyneikes 

Diomedes f. di Tydeus 

Sthenelos f. di Kapaneus 

Alkmeon f. di Amphiaraos 

Ami)hilochos f. di » 

Stratolaos f. di Parthenopaios 

Polydoros f. di Hippomedon 

Eteokles f. di Medon. 

La dipendenza di Eschilo dalla Thebais è ammissi- 
bile (1); nel poema si narravano le gesta dei sette eroi, che 
guidati da Adrastos, assalirono le sette porte della città 
ricordate anche nell' Iliade ( J 406). Il solo Adrastos si salvò, 
gli altri perirono vittime del loro ardimento. In contrap- 
posto a questo racconto ne sorse un altro che celebrava 
la rivendicazione degli eroi per opera dei figli- Dato che i 
nomi tramandati dallo Schol. a .1 404 corrispondono ai figli 
degli eroi che Eschilo prese dalla Thebais, io non esito a 
far risalire l'elenco che lo scoliasta tramanda, al poema in- 
timamente congiunto con la Thebais e che nella tradizione 
va sotto il nome di Epigonoi. 

In (juesto elenco troviamo Diomedes e Sthenelos come 
nt'ir cpipolesis, manca Euryalos. Egli compare fra le sta- 
li) Wecklein, Die K.vklÌHclie Thebais. Sitz. Ber. d. 15. Ak. (1901) 
(pi». •in-fi!t2). l'.miti.w Klio 8 p. :^25. KetliP Thebaii. Heldenlieder p. IL'7. 



GLI EROI ARGIVI NKLLA BOIOTIA ETC. 343 

tue delfiche (Paus. X 10, 4 Serie B) e nell'elenco dello Ps. 
Apd. Ili 82 (Sèrie C). 

Le due serie (B) e (C) sono perfettamente uguali. Non 
si può pensare che il racconto dello Ps. Apd. abbia una 
dipendenza dalla lista delle statue delfiche, quindi dobbiamo 
ammettere che ambedue presuppongano un medesimo fonte 
epico : ci resta da vedere quale sia. 

Gli Argivi avevano dedicato a Delphi le statue dei 
primi assalitori di Tebe i cui nomi ci vengono tramandati 
da Pausania (II 20, 5) e corrispondono a quelli della tra- 
gedia eschilea (1), quindi 'gli Argivi nel loro primo ex voto 
si attennero alla versione della Thebais ; nel secondo ex voto, 
cioè in quello degli Epigonoi, non posero le statue dei figli 
in corrispondenza con quelle dei padri (2). Nell'epopea cer- 
tamente ogni eroe perito nell'assalto contro le mura della 
città, aveva avuto un rivendicatore nel proprio figlio. Gli 
eroi della Thebais ebbero senza dubbio i loro Epigonoi : 
esisteva quindi un poema che, separato o congiunto dalla 
Thebais, ne doveva essere la continuazione ed in esso erano 
celebrati con ogni probabilità gli eroi ricordati nello Schol. 
a A 404 (3). La versione di questo poema non fu seguita 
dagli Argivi ed allora essi si attennero ad un fonte diverso. 
La tradizione ci tramanda, oltre che il nome del poema 
Epigonoi (4), anche quello di Alkmaionis (5), ove ugual- 

(1) Per la menzione di Halitherses e la mancanza di Parthenopaios 
T. Pomtow, Studieu zu den Weihgescheukeii nud der Topographie vou 
Deliìhi, Klio, 8, pag. 323 e sgg. Gli argivi nel loro ex voto posero sette 
eroi e nou volendo tralasciare Adrasto» capo dell' impresa e che, non es- 
sendo uno degli assalitori delle ])()rte di Tebe, è ricordato solo inciden- 
talmente da Eschilo, lo sostituirono a Parthenopaios, il quale non è nn 
eroe puramente argivo. Roscher Lex. Ili 1051. Euri]). Phoen. 11.").3. 
Bethe Theb. Held. pag. 4S. 

(2) PomtoM- Klio, 8 1. e. 

(3) Abbiamo v(>dnto che sono prccisumcutc i tigli dei sette delhi 
Thebais. 

(4) Cert. Houieri et Hesiodi pag. 323 e sgg. tioetti. Il» Nietzsche. 
Aristo]di. Pac. 1270 e Schol. ; Suid. (Voi. 112 pag. 1093 Bernh.); Phot. 
Lex. \. Tsvit}]aiu. Herod. IV 32. Schol. Lanr. ad Ap. Rhod. I 308. Altre 
fonti vedi citate nel Kinkel E. G. Fr. I pag. 13. 

(5) Schol. ad Eurip. Andr. 687 e Schol. Vat. Ateneo. XI 4t>0 B. 
Etym. Gad. (pp. 227-37) v. ZayoFvg. Crani. An. Oxon. 11 jìag. 113. 



341 (. . CiiKHKl.I.lNl 

mente .<i narrava la vittoria degli eroi rivendicatori dei pro- 
pri padri periti a Tebe (1) : questo secondo poema potè 
essere il fonte epico degli Argivi nel loro ex voto degli Epi- 
gonoi ed indirettamente anche dello Ps. Apollodoro attra- 
verso alla tradizioiK^ mitografica (2j. È importante per noi 

Ape. 11. I s. ■), 2. Stial.. X pag. 452. Schol. Eurip. Or. 997 (Voi. Il 
|). 251 piiid.). V. auclie Kinkel E. G. Fr. I ]iaf?. 76. 

(1) Sui poemi «lei ciclo tebano la critica non ha detto ancora l'ul- 
tiiiia parola. Si è esagerato nel voler di.stingiiere una duplicità di ver- 
HJone nella .saga e le ragioni del Griippe (Bursian.s Jahresbericht 81 (1894) 
p. 95) contri» il Hetlie (Theb. Heldenlieder) che volle diatingnere la The- 
hain da Mii altro poema che avrebbe cantato V 'A^Kfiaqàov è^éXaatg, sono 
giuHte. Il fatto che la tradizione ci dà due titoli non basta per farci 
ricostruirò due jtoemi, poiché la presunta duplicità di versione attestata 
dal Hetho in ciuesto caso potrebbe essere null'altro che lo sviluppo della 
8Uga : non abbiamo inoltre nessun frammento di ([uesto poema ove si 
sarebbeui celebrate le gesta di Antìarao ed una ricostruzione 1>asata 
tutta sulla tradizione mitogralica, può esser un tentativo ingegnoso, ma 
senza fondamento <li realtà storica. Il Welcker (Der Epi.sche Cyklus) in- 
voce attribuisce i due titoli ad un solo poema, non escludendo che l'uno 
dei titoli i)ossa riferirsi ad una parte. Non altrettanto possiamo dire per 
r impresa degli Epigonoi. Anche il Gruppe, avversario delle idee del 
IJethe, non ha trovato ragioni sutlicienti i»er distruggere 1' ipotesi del- 
l' esistenza d' un poema diverso dagli Epigouoi e tramandato col nome 
di Alkmaionis. Il Gruppe dimostra che non poteva esistere un solo poema 
Thebuis-Epigonoi : ciò non vuol dire che non vi fosse l' Alkmaionis : in- 
fatti anche in altri casi troviamo due poemi clie avevano per soggetto 
uno stesso avvenimento. Monro The poenis of the epic cyclus Journal of 
H. S., V (1884) p]>. 18-27. Qui abbiamo realmente una duplicità di ver- 

8Ìoiu< : 

1. - Kiice della sjx-dizione è Aigiai<'iis Euri]>. '/y.gr. 1224 ; Schol. li 

a J 404. 

2. - Duce della spedizione è Alkmeon Ps. Apd. Ili 80; Diod. IV 44(>. 
1. Laodamas, ucciso Aigialens, vion vinto e fugge Hell. Schol. 

l'ind. P. VII! 68; Paus. IX 5, IS ; 9, 5. Herod. IV 6. 
:.'. - Laodamas e inciso da Alkmeon e una i>arte del suo esercito 
l'ugge Apd. ^'II 73. 
Questi fatti sono riconosciuti dal Gruppe stesso, Griech. Mytiiologie, 
jiag. 'l'Mi, Inoltre abbiamo frammenti attribuiti all' uno ed all' altro di 
<|uesti poemi (Kinkel E. G. Er. I pp. 13-76). 

(2) Lo statue degli Epigonoi di Argos comprendevano i seguenti 
eroi \I'aus. II 20, .">i ; Aigialens, Promachos, Polydoros, Thersandros, Alk- 
nuiion, Ampbiloelios, Diomedes, Stheuelos - jrap»/)' òè hi xal èm xovtcov - 
Kuryalos, Alastor, Timeas. Come si vede facilmente in «luosto elenco non 



GLI EROI ARGIVI NRLLA BOIOTIA ETC. 645 

osservare che nelle liste (B) e (C) che risalgono con ogni 
verosimiglianza all'Alkmaionis, compaiono tutti e tre i no- 
stri eroi Diomedes, Sthenelos, Euryalos. 
Possiamo quindi concludere : 

1° Nella lista dello Schol. a A 404, che proviene dal 
poema Epigonoi troviamo soltanto Diomedes e Sthenelos. 

2° Nella lista tramandata da Pausania (X 10, 4) e 
dallo Ps. Apoilodoro (III 82), la quale risale all'Alkmaionis 
troviamo Diomedes, Sthenelos, Euryalos. 

Riannodando le file sparse di queste osservazioni pos- 
siamo spiegare i tre fatti che abbiamo notati al principio 
della nostra ricerca. 

I. La collocazione di Diomedes nella città di Argos 
è dovuta air intreccio del ciclo tebano con quello troiano. 
L' Iliade lascia trasparire l' origine etola dì Diomedes, la 
quale ci si rivela chiaramente nella tradizione genealogica: 

si vispeeclaia iina sola versione della saga, ma sono contaminate le due 
versioni con l'aggiunta di eroi locali (Timeas, Alastor, Pomtow Klio 8 
p. 321' e fu tralasciato Stratolaos figlio di Partlienopaios, per la stessa 
ragione forse per cui era stato omesso il padre nelP ex voto di Delphi, 
perchè cioè non era un eroe puramente argivo. Per ^li Epigonoi di Del- 
phi fu scelta la versione del poema ove si celebrava la gloria d'Argos 
con la partecipazione di tutte e tre le dinastie argive : i Melampolidi, i 
Biantidi, gli Anaxagoridi e cioè PAlkmaiouis : questo fatto è confermato 
dalla disposizione delle statue. Pausania (X 10, 4) dice che le statue 
stavano in quest' ordine : Sthenelos, Alkmaion ttoò 'Ai^t<fiXóyov, Proma- 
chos, Thersandros, Aigialeus, Diomedes. Il hqó si deve intendere dinanzi 
non invece, come vollero alcuui (Frazer Paus. V pag. 268, contro il quale 
Pomtow Klio 8 pag. 319 ed Homolle Bull, de Corr. Hell. XXI (1897) 
pag. 298). Ed in tal caso abbiamo nua disposizione che diede molto da 
pensare agli archeologi. Il Pomtow (1. e. pag. 320) crede che « die bciden 
eimiyen Epigonen, die vor Troia gekiimpft hatten. Diomedes und Sthe- 
nelos, die Ehrenpliitze an den Ecken erhielteu ». Perchè « wird sich sonst 
kein Gruììd finden lasseu, weswegen Sthenelos hier vor dem anerkannten 
Fiihrer des Epigoneuznges Alkmiion, postiert wiire ». La spiegazione del 
Pomtow è erronea, perchè Diomedes e Sthenelos non sono i soli Epigoni 
che combatterono dinanzi a Troia, ma vi è anche Euryalos. Io spiego 
invece la disposizioue dello statue pensando che esse fossero state poste 
nell' ordine delle antiche dinastie di Argos : Anaxagoridi (Sthenelos), Me- 
lampodidi (.\lkmaion, Araphilochos), Biantidi (Promachos, Thersandros, 
Aigialeus, Euryalos, Diomedesi. 



346 *• COUBKLLINI 

le parti del poema ove l'eroe compare aiiito a Sthenelos 
ci danno il primo indizio dello spostamento della saga di 
Diomedes duH" Etolia verso Argos (1). 

II. La i)osizione di Sthenelos nell'Iliade risente l'in- 
flusso della tradizione tebana. Egli viene congiunto a Dio- 
medes, uno degli eroi più importanti del ciclo troiano e 
(juindi viene dapprima a lui subordinato, d'altra parte Sthe- 
nelos è un eroe che nel mito argivo e quindi nel ciclo te- 
bano ove gli (toì argivi erano ricordati, aveva importanza 
maggiore di Diomedes, poiché era il discendente degli Ana- 
xagoridi, perciò col diffondersi dei canti epici che si rife- 
rivano alle leggende tebane, anche nel ciclo troiano la 
figura di Sthenelos acquistò maggior rilievo : ne fanno fede 
l'epipolesis, ove egli compare a fianco di Diomedes come 
duce dell'esercito e molte altre parti dell'Iliade, ove i due 
eroi sono congiunti. 

ili. L'influsso delle leggende tebane si risente quindi 
suir Iliade : Agamemione ricorda che Tydeus andò insieme 
con Polyneikes quando si compiva l' im^ìresa contro le sacre 
mura di Tebe (.1 378) e a lui Sthenelos risponde che i 
figli vendicarono i padri morti nella prima impresa ; Dio- 
medes ricorda che era ancor piccino quando il padre in- 
traprese la spedizione contro la città {Z 222-223). Possiamo 
pensare che neppure al poeta della Boiotia fossero ignoti 
i canti riferentisi al ciclo tebano e quest' ipotesi è confer- 
mata da due passi : la menzione di 'YTiodìjliai B 505 (2) e 
di Sikyon B 572, ove regnava Adrastos (3). 

il) In tal iiuxlii si pili» <l;ni' iiii.i risposta al ])roblema las<Mato iu- 
NoliUo dal Cauer, GrumliVageu- pag. 558, dopo la sua ricerca su Argos. 

(2) Qiu'sta (Iciioiiiinazione h sostituita a Tliebai, città tht' era stata 
distrutta dagli Kpigdui. K. F. Aiueis o C. Heutze, Honiers Ilias pag. 79. 

<Hi Nella 'l'iieltais, lil Betlie secondo la sna teoria erede nell' 'A/i- 
(fin(Juoi' Kif/.aai?, — Tliel). Ileld. jiag. 13 e in Panly-Wiss. R. E. I 412) si 
narrava che .\itiphiaraoH e gli Aii.ixagoridi re di Argoa, avendo ucciso 
Pronax 1". di Talaos <• eaeeiato il fratello Adrastos, questi si recò a Si- 
kyon. ove il veeeliio Polylios, prive» di tigli, gli lasciò il trono. Adrastos 
poi rieoneiliatoBi con Ainpliiaraos. al (|uale diede in isposa la sorella Eri- 
pliyl.), torno in Argos. V. .Seliol. 11. />' :>TJ : l'ind. N. IX .SO e Schol. 
Ai.d. Ili »;. L>. Dio.i. IV »;.->, .-). 



GLI EKOl ARGIVI NELLA BOIOTIA ETC 347 

Il poeta del Catalogo conosceva dall' Iliade Diomedes, 
Sthenelos, Euryalos, questi stessi eroi erano riuniti nelle 
leggende tebane ove venivano collocati in Argos, trattan- 
dosi appunto delle spedizioni argive contro Tebe ed è 
probabile che I' unione dei tre duci a capo d' un medesimo 
esercito sia dovuto all' influsso del ciclo tebano. 

Così, come le leggende di questo ciclo avevano pro- 
dotto r unione di Sthenelos con Diomedes, unione che si 
era effettuata nel poema Epigonoi, come possiamo appren- 
dere dall'elenco dello Schol. a J 404, queste medesime leg- 
gende indussero il poeta del Catalogo a congiungere ad essi 
anche Euryalos che prese parte alla seconda spedizione ar- 
giva nella versione data dal poema Alkmaionis, come ci 
appare dai due elenchi (B) (Paus. X 10, 4) e (C) (Ps. Apd. 
Ili 82). Il nostro poeta dominato dall' importanza di Sthe- 
nelos, figlio di Kapaneus, nella seconda spedizione vitto- 
riosa contro Tebe, non bada che nell'Iliade quest'eroe è 
poco più che uno scudiero, e mentre tralascia nel suo elenco 
alcuni eroi come Patroklos e Teukros, allinea Sthenelos 
presso Diomedes ed Euryalos a capo dell' esercito. 

Ma r Iliade doveva esser sempre presente alla sua 
mente, e se le leggende tebane lo inducono a porre tre 
capi sull'esercito degli argivi, egli non può fare a meno di 
notare la maggior importanza di Diomedes, ed aggiunge : 

B 567 oriijrdvTWv ò' f/yetto ^oì]v àyadòg JiOjiir]ò}]g, 

con cui mette il suo elenco in relazione più stretta con ciò 
che viene rappresentato nell' Iliade, 

Possiamo quindi concludere che le leggende del ciclo 
tebano in generale influirono sullo spostamento della saga 
di Diomedes e sulla sua collocazione in Argos, la versione 
del poema Epigonoi, in quanto si riferisce all' unione di 
Diomedes con Sthenelos, traspare nell' Iliade e particolar- 
mente neir epipolesis, la versione dell' Alkmaionis può aver 
avuto un' influenza sul Catalogo (1). 

(1) Io palio (li un incusso deH'Alkinaioni.s sul Catalogo, non posso 
«ìeterniiniiro se i! jiuefa del Catalogo abbia conosciuto l'Alkniaionis stessa 



Con ciò possiamo stabilire che i tre poemi Thebais, 
Epit^onoi, Alkmaionis, devono ritenersi anteriori alla com- 
posizione del Catalogo omerico (1) ; troviamo inoltre una 
conferma che i duci dei singoli contingenti nella Boiotia 
sono raggruppati non solo seguendo la collocazione propria 
deli' epopea, ma con la cognizione d' un vasto materiale 
epico, nel quale venivano svolgendosi ed intrecciandosi i 
miti che si riferivano ai diversi eroi. 

Si era infatti compiuto l' intreccio del ciclo troiano col 
tebano, affermandosi l'antecedenza dell'impresa di Tebe a 
(|uella di Troia e ciò era avvenuto sopratutto in causa di 
Diomedes, il quale, famoso nelle leggende troiane, altrettanto 
lo era in (luelle tebane, e presso all'eroe combattente ad 
Ilio sorgeva viva nella mente dei poeti e degli uditori la 
figura di lui noli' assalto alla città dalle sette porte. 

o se l:i loializzazioue dei nostri tre eroi sia stata da lui trovata in ([iial- 
che poeiiia del ciclo troiano : non escludo che Diomedes, Stbenelos, Eu- 
lyalos poti'sseii) (•<»ni))aiire in rinalciino di cs>;i come duci dell' esercito 
ardivo. 

(1) Che la Tliebais sia anteriore agli altri due poemi è cosa iudi- 
scntibile, che l 'Alkmaionis sia posteriore agli Epigonoi fu dimostrato dal 
Betbc (Tiiebanisciic Heldenlieder) e dal Légras (Les legendes thebaines, 
Paris li)04). Nella Tbc1)aÌ8 non erano ricordati tutti i nomi degli eroi 
clie il mito argivo ollViva, ma soltanto sette, in rapporto con le sette 
porto di Tebe (ciò credo contro l'opinione del Wilaniowitz Die Beden- 
tnng der Sielten Tbore Tbebeu, Hermes li pag. 258), più il dnce dell'im- 
presa Adrastos. Neil' Alkmaionis comparivano alcuni eroi eiiigoni nel mito 
ardivo, Mui il cui j>a<lr(' non era nominato nella Thebais ; cito il caso di 
Eurvalos e Mckisteus. 

Tratterò in altra occasione il problema cronologico del Catalogo 
omerico, la datazione del quale può costituire un ienninus ante qnem per 
i iKu-mi del rido tclìauo. ì/ ipotesi del Wilamowitz (11. U. pag. 73 o 214), 
seguila dal Bel he (Th. Ilei. pag. l.")7), non è basata sopra un criterio 
sicuro : nell'Alkmaionis era ricordato Leukadios che Ephoros (Strab. X 
1.52) dice «'sser 1' eponimo della città. Siccome (picsta i- una colonia co- 
rinzia della line del settimo secolo (Heloch G. G. I pag. 182 n. 3) il W. 
ne deduce un IrnnhiuK poni qnem per l'Alkmaionis : ma la città di Leukas 
.•issai i>rob»l(iliiicntc preesisteva alla colonizzazione, t)nindi 1' ipotesi del 
W. non e accettabile. Ed inoltre perchè il Leukadios dell'Alkmaiouis deve 
esHere l'e])()nimo della città e non un eroe qualsiasi? La radice Leuk- è 
oonoNciutn ali 'e]>opea basta citare la Arvxàg jiszqìj o 11 Afvy.oDéi} f 334. 



GLI EROI ARGIVI NKLLA HOIOTIA ETC. 'Òid 

E poiché Diomedes compare tra gli Epigoni ed è collo- 
cato in Argos, il compositore della Boiotia risolve il pro- 
blema di trovare un regno per questo eroe etolo di origine, 
ma la cui dinastia non regnava più in Etolia (1). Così, pur 
non essendo trascurati i veri rappresentanti delle dinastie 
argive, i quali vengon posti a fianco di Diomedes, a lui è 
concessa la supremazia sul contingente venuto da Argos 
alla guerra troiana (2). 

Roma, maggio 1912, 

Caterina Corbellini. 

(1) Neil' Iliade re degli Ktoli è Thoas che imperava su Pleiiroii e 
Kal.v<lou N 215 e sgg. V. anche A 527-529, H 168, O 281, N 92, 222, 
228. La tradizione genealogica unisce Thoas con la dinastia di Oineus : 
infatti Gorge madre di Thoas e sposa di Andrairaon fu considerata so- 
rella di Tydens : ma chiaramente si comprende che questa è una com- 
binazione tarda. 

(2) Riguardo al raijporto del Catalogo coi poemi del cichj tebano 
voglio notare tin d'ora un fatto sul quale mi propongo di tornare piìi 
ampiamente. Trenta sono le città beotiche del Catalogo : questa ricchezza 
di conoscenze geografiche si può spiegare pensando che nella regione dei 
Boiotoi si svolsero gli avvenimenti narrati nei poemi del ciclo tebano, 
o\e molti nomi di località beotiche dovevano essere ricordati : l'epopea 
aveva quindi per questa parte della Grecia una maggior precisione di 
notizie oeogratìche. 



(ìli eroi del ciclo eracleo 

NKL CATALOGO OMERICO DELLE NATI 



I. Tlepolemos. 

L'uso, sia pure indiretto, di una Eraclea nei versi del 
Catalogo che si riferiscono a Tlepolemos {B 653-670) è stato 
già affermato (1). Infatti l'assalto di Herakles contro Ephyra, 
r infanzia di Tlepolemos, il suo delitto, le sofferenze sul 
maro e finalmente 1' approdo alla terra ospitale, sono ele- 
menti che ci fanno pensare ad un canto epico, nel quale 
il mito fosse ampiamente narrato. E nel Catalogo si accenna 
ad esso in modo assai vago, presupponendo negli uditori 
una conoscenza ampia della storia che a noi rimane oscura. 

Dove avvenne 1' uccisione di Likymnios ? Pindaro (01. 
VII 29 sqq. e Schol.) in un'ode in onore di un rodiese, 
intessendo la preistoria dell' isola, cerca di scusare il fallo 
di Tlepolemos e ci dà una notizia di qualche valore, di- 
cendo che il delitto fu compiuto a Tirinto (2). Likymnios 
infatti è r eponimo della rocca di questa città, o di un'altra 
vicina. Neil' Argolide quindi avvenne la morte di lui per 
mano di Tlepolemos. 

In Tirinto si svolse 1' infanzia del nostro eroe ivi /le- 
ynooì tì'.Ti'jy.TO) {B 661). Nel Catalogo troviamo che Likym- 
nios era zio di Herakles per parte di madre presupponen- 
dosi la conoscenza della nascita di lui da Elektryon fratello 
di Alkmena ; ìjòij yijodoxwv {B 663), infatti era coetaneo di 
llorakles, cioè vissuto una generazione prima di Tlepolemos. 

(1) Tra i primi cito il Boij;k Grioeli. Litt.-Gesdi. 1 p. d'iU. 

(2) Tlepolemos uccide 1«> zio in Argo secondo Diodorp IV 58, •"' e 
ili Tclie secondo Stral». XIV Góo. 



GLI EROI DEL CICLO ERACLEO NEL CATALOGO OMERICO ETC. 351 

Cerchiamo di rappresentare nelle sue linee generali il 
fonte del Catalogo. 

Herakles distrugge la città di Eph3^ra, devasta il paese, 
ne rapisce una fanciulla Astyoche, la trasporta a Tirinto 
ove nasce Tlepolemos. Costui trascorre in questa città la 
sua infanzia, e divenuto adulto, uccide, non possiamo de- 
terminare in qual modo (1), lo zio Likymnios, raccoglie i 
compagni e fugge per evitare la vendetta dei figli e nipoti 
di Herakles, va errando per il mare e giunge a Rodi, ove 
con le sue genti si stanzia in tre città Lindos, Jalysos, 
Kameiros. 

Dal fonte epico del Catalogo ricaviamo due elementi. 

1) Tlepolemos collocato in Grecia. 

2) » » in Rodi. 

Infatti vediamo che l'eroe è collocato in Argos (Paus. 
Il 22, 8, sqq.) e in Rodi (Schol. Pind. 01. VII 36 e. IO). 

La riunione avvenne con un espediente assai comune 
all'epopea: la fuga dal paese nativo, in causa di un de- 
litto commesso : così Tydeus lascia la casa paterna in 
Etolia e si stabilisce in Argos (£" 121), Medon di Oileus 
fugge dalla patria terra e si reca a Phylake {N 696 e sgg.), 
Phoinix emigra dal regno di Amyntor d' Ormenos e si rico- 
vera presso Peleo (I 448, 478). Ed ora ci domandiamo : 
dove avvenne l'unione di Tlepolemos con Herakles? La 
tradizione ci risponde in Grecia : infatti la madre di lui 
Astyoche è figlia di Phylas re di Ephyra (Ps. Apd. Il 7, 6) 
o di Astydameia (Pind. 01. VII 24 (42) e Schol.) figlia del re 
dei Dolopes ; egli è congiunto con Likymnios la cui saga 
puramente argiva non si può disgiungere da quella di He- 
rakles (2). 

(1) Le fonti discordauo su questo punto, cercando di giustiHcare 
il delitto di Tlepolemos ed attenuarne la «olpa. 

(2) La saga di Likymnios è intrecciata con quella di Herakles : i 
ligli Argeios e Melas partccii)ano all' impresa contro Euryto.'* di Oiclialia 
(Apd. Il 7, 1, 6'. un altro tiglio Oionos è vincitore nei giochi celebrati 
da Herakles (Pind. 01. X 6.")). Argeios prende parte all' impresa ct>ntro 
Laomedou e Likymnios stesso ajìpartiene alla leggenda dei ritorno degli 
Eraclidi (Apd. II 7. S : Diod. IV .".7. 58). 



y52 0. CUKBKI.LINI 

11 Tlepolemos eraclide unito al Likymnios collocato in 
Argos (Paus. II 22, 8) (1), è un eroe della terra greca. 

Dato che l' Iliade non conosce gli abitanti delle colonie 
dell'Asia minore come partecipi della guerra d' Ilios, io 
credo che il Tlepolemos eraclide del ciclo troiano (2), sia 
originariamente un eroe argivo (3). 

Ma poiché egli era collocato anche a Rodi e si aveva 
una saga rodiese di Herakles (4), facilmente si può com- 
jìrendere come il Tlepolemos eraclide dell' Eliade fu iden- 
tificato con quello di Rodi, e ciò si era già compiuto nel 
fonte epico del Catalogo. 

Nella Boiotia troviamo quindi la forma più tarda del 
mito di Tlepolemos, e poiché l' influsso delle leggende del 
ciclo eracleo cominciava a determinarsi sul ciclo troiano, 
il poeta del Catalogo attingendo ad una Eraclea, fece un 
anacrouismo, rendendo partecipe della guerra d' Ilios un con- 
tingente venuto da Rodi. 

Il Catalogo sorse in un tempo nel quale si cercava di 
porre un ordine nelle differenti collocazioni degli eroi, nel 
suo fonte si trovavano combinate le due versioni : del Tle- 



(1) Il suo culto e\ idcutt'iiKMite è iu(U])en(lt'iite dall' epopea. 

(2) E <i2S. Cì-i'J, t)48, U5(ì, 6(50, 068, 77 1U5. 

(S) 1/ opinione secondo la <|uale Tlepolemos sarebbe entrato nella 
saga troiana conic eroe di Rodi, è basata sul Catalogo omerico, ma noi 
vediamo elie si può risalire piìi indietro. Non sappiamo se il poeta del- 
l' episodio di Tlepolemos e Sarpedon (£'627-69Si abbia considerato il 
nostro eroe come rodiene o come tirgico, poiché nulla risulta dai loutesto. 
Io i)ropendo jier la seooinla ipotesi per le ra<>:ioni che espongo nella pre- 
sente ricerca. 1/ o])ini<>uc dell'antica critica secondo la (piale l'episodio 
si riferire\)be alla lotta dei Ilodiesi contro i loro vicini di terraferma 
(fìiseki-. (/naeritnr num qnas belli Troiani partea Homerus non ad veri- 
tatcni narrasse videatnr, l'ro^r. di Rosslcben 18.")4, \). ó e sgg.), sopra 
nnll'altro i- fondata che sui versi del Catalogo. L'episodio di Tlepolemos 
e Harpedon, <|nalora gli ai voglia dare nn signiiicato storico, può rispec- 
cliiure la lotta dei Cievi c(nitro gli abitanti dell'Asia minore, come nu- 
merosi episodi dell'Iliade. Così, per dare <inalclie esempio, possiamo in- 
terpretare la lotta di Agamennone contro llodios duce degli Halìzones 
{E :<fl o sgg.); di Menelao e di -Vntilochos rispettivamente contro Pylai- 
inenes »> .Mvdon duci dei Pajihlagones E .576-.")80 ; ecc. 

1^ l'ricdl-inder, ll.rakles. Hcrliu HiìO") ]>. 81 e sgg. 

■S.i. 7. 912. 



«LI EROI DEL CICLO EUACLEO NEL CATALOGO OMERICO ETC. 353 

polemos argivo e di quello rodiese ; esso va ancora più 
avanti e riunisce due leggende diverse dell'eroe: T occu- 
pazione di Rodi e la partecipazione alla guerra troiana. 



II. I duci degli Epeioi e Meges. 

Quattro duci conducono alla guerra di Troia gli Epeioi : 

B 620 rcóv juÈv olq' 'AjLKpijiiaxog Kaì SàXjiiog fjyì]ododt]v, 
visg o /.lèv Kxeàxov, o ò' àg' Evovrov, 'AxroQicove' 
Tojv fV 'A/iaoryxetóìjg ìiQ'//^' y-garegòg /ìicÓQt]g. 
Tc~n' dk Terugrcov fjQX^ IloXv^eivog ì^eoeiÒijg, 
viòg "Ayaodéveog Avyfjidòao avaxrog. 

Diores è conosciuto nell' epipolesis come duce epeo 
(zi 537), Amphimachos è nominato nella /lay}] em zaTg vav- 
aiv senza che venga ricordata la patria (1), gli altri, Thal- 
pios e Polyxeinos, sono del tutto estranei all' Iliade. 

Dopo questi eroi viene ricordato Meges proveniente da 
Doulichion : 

B 625 oì ò ex Jovh/Joio 'E)^tvà(ov iT leqàcov 

vvjaoiv, dì vaiouoi négip' à/Mg, "Hhòog avrà, 
Tcov avd-' ijysjLióvEve Méyrjg àrd?iavTog 'Agi-ff, 
fpvkeiòìjg, ov erixre òdcpiXog ijijióra ^vÀevg, 
og JiOTS AovU'/ióvò' àjievàooaro, Ttarol yoXioddg ■ 

In contraddizione col Catalogo, Meges due volte nel 
poema h chiamato duce degli Epeioi [N 691, O 519). 
Abbiamo quindi : 

Amphimachos, Thalpios, Diores, Polyxeinos, duci de- 
gli Epeioi nel Catalogo. 

Meges re di Doulichion nel Catalogo. 

Diores duce degli Epeioi nell' epipolesis. 

Meges duce degli Epeioi nella liu-/)] im raìg vavoiv. 

Questo stato di cose fa sorgere alcune questioni : per- 
chè il poeta del Catalogo invece di porre Meges a capo 

(1) N 185, 189, 195, 203. 
Studi ital. di jilol. classica XIX. 23 



y54 ^' CORBELLINI 

de^li Epeioi, corno avviene nell' Iliade, gli sostituisce duci 
sconosciuti al poema, perchè Meges nella Boiotia proviene 
da Doulichion, in contraddizione coli' Iliade, ove egli è un 

eroe epeo ? 

Diodoro narra (IV 69) che Alektor, re dell'Elide, chiamò 
Phorbas in aiuto dalla Tesmlia e lo tenne presso di se come 
partecipe del regno : da Phorbas nacquero Aigeus (Augeias) 
e Aktor. Alektor, re d'Elide, è il padre di Araarynkeus, 
Aktor di Eurytos e Kteatos, Aigeus di Phyleus e Agasthe- 
nes (l). Da queste notizie possiamo ricostruire le seguenti 
genealogie : 

Phorbas 
Alektor I 



Aiiiaryiikous Aktor Aigeus 

I J 

I I I I 

Hnrvtos Kteatos J'hylens Agastheiies 



1)I<>1<K- 



Pausania (V 1, 3) a differenza di Diodoro, narra quanto 
segue : primo re d' Elide fu Aethlion figlio di Zeus, da lui 
nacque Endymion da cui Epeios. Morto questi senza prole 
maschile, ed essendo emigrati dal regno i fratelli Paionos 
e Aitolos, ebbe V impero il figlio di Eurykydas di Endy- 
mion, (il cui nome era Eleios od Eleos, l'eponimo degli 
Elei secondo Pausania) : da costui nacque Augeias. Questi 
in in lotta con Herakles e durante la guerra Phyleus, figlio 
di Augeias, avendo parteggiato per il nemico di suo padre, 
fu cacciato dalla terra nativa ed emigrò a Doulichion (2). 

Durante la guerra Augeias si alleò coi figli di Aktor, 
Eurytos e Kteatos, e con Amarynkeus oriundo dalla Tes- 
salia e venuto nell' Elide. Da questo racconto ricaviamo il 
seguente albero genealogico : 

(1) V. Roseher, Lexikon sotto i singoli ikhiiì. Bethe, Quaest., Diod. 
Mytii., p. 53 e sgg. 

(2) Così pure lo Ps. Apd, II ">. ,">. Pausania (V 1, 3) diee. clie 
lIcrakU'H vincitore di Augeias, diede il regno doli' Elide a Pkvleus, il 
i|unlii vi rinunciò e tornò a Douliehiou. Questo motivo della rivendica- 
r.iono di Phyleus per opera di Herakles è certo un elemento tardo, in- 
fatti il regno d' Elide, seeomlo Pausania, torna ad Ainphimachos, Thal- 
piirn. Polyxeiiuis. 



GLI EROI DEL CICLO ERACLEO NEL CATALOGO OMERICO ETC. 355 

Zeus 

I 
Aethlion 

Endymlou 



Epeios 

! 

Hyruiine 
sposata a Phorbas 

Aktor 



Pniou Aitolos Eurykvdas 

1 
Eleos (o Eleios) 

I 

I 

Augeias 



Pliyleus Agasthenes 

'l I 

Meges Polyxeinos 



Kteatos Eurvtos 

I I 

Amphimachos Thalpios 

Indipendenti da questi eroi sono : 

Amaryakeiis 

ì 
Diores 

Nella narrazione di Pausania, che si riferisce agli av- 
venimenti del ciclo eracleo, vediamo che il primo posto tra 
i re dell' Elide è dato ad Augeias, mentre Amarynkeus, a 
differenza di Diodoro, è estraneo alla dinastia degli Epeioi, 
viene dalla Tessalia, ed è soltanto un alleato innalzato alla 
dignità di partecipe del regno. 

Diodoro ci presenta Amarynkeus come legittimo re 
dell' Elide e Augeias, figlio di Phorbas, oriundo dalla Tes- 
salia (1), Pausania inverte i termini facendo di Augeias il 
vero re e di Amarynkeus un alleato (2). 

Facilmente possiamo riconoscere che tanto nell' uno, 
quanto nell' altro autore, abbiamo due combinazioni diverse 
di (lue versioni sulla dinastia degli Epeioi con prevalenza 
dell' una o dell' altra : nella tradizione di Diodoro, Augeias 
doveva essere un eroe locale che poi, per influsso dell'altra 
saga, fu unito ad Amarynkeus come re (3), nella tradizione 
di Pausania avviene l' inverso. 

(1) Phorbas è un centauro t-niitjrato dalla Tessalia nell' Elide. Ro- 
scher, Lex. II, 1085 ; Friedliinder, Herakles (1907) p. V.V2 n. 3. 

(2) Diod. IV 69 ; Paus. V 1. 

(3) La riunione fu facile in ambedue i casi con 1' espediente del- 
l' eiuigrazione. 



;{56 *-'• COUBKLLINI 

Possiamo quindi stabilire due versioni sui re epei, le 
ijuali in oriji^ine dovevano sussistere indipendenti : 

1) Amarynkeus re dell'Elide (DiODORO). 

2) Au^eias re dell'Elide (Pausania). 

La prima di queste tradizioni è indipendente dal ciclo 
eracleo, al quale invece la seconda è intimamente congiunta: 
ne abbiamo un'ulteriore prova nel fatto che ad Augeias si 
uniscono genealogicamente Eurytos e Kteatos, i due 'Ay.ro- 
ouorf Mn'/Jon'E, che sono ricordati come eroi epei anche nel 
racconto di Nestore (A 750), e già presso Pindaro (01. X 
28) stanno in unione con le avventure di Herakles e Au- 
geias (1). 

Confrontiamo le due versioni sulla dinastia degli Epeioi 
con ciò che risulta dall' Iliade. 

Nel poema re dell'Elide è Amarynkeus (^^630) e di- 
nanzi a Troia compare come duce degli Epeioi il figlio di 
lui {/^ 537) : ciò concorda pienamente con la tradizione di 
Diodoro, ove Alektor è il padre di Amarynkeus (2) ; Pau- 
sania ci tramanda una versione che si riflette nel Catalogo, 
infatti i tre duci epei e Meges, sono rispettivamente i di- 
scendenti di Aktor e Augeias (3) : ad essi viene unito il 
figlio di Amarynkeus : Diores. 

Ma nel racconto di Pausania l'unione di quest'ultimo 
eroe agli altri è frutto di una combinazione e Pausania si 
trova imbrogliato quando deve spiegare come Amarynkeus 
divenne re d' Elide : egli non può far altro che appoggiarsi 
sull'autorità del Catalogo omerico (4). 

il) l-'ricdliiiuler, Herakles (1907), p. 129. Nel ciclo eracleo accautu 
iti n- Augeias eomparivaiin i due eroi epei Eurytos e KteatoB, che pre- 
sero parte alla lotta contro Herakles, la tradizione genealogica li ha poi 
congiunti con la dinastia di Augeias per via femminile (Hyriuiue). 

[2} Il jiofta dell' epipolcsis ](rol)aliilniente non i-onosceva i discen- 
denti di Augeias conn> re degli Epeioi. 

(.H) Cfr. la genealogia a pag. SóS. 

(4) Pausania (V i-i, 3) non trovò nelle sue fonti una si)iegazioue di 
<|uesl«i fatto, conio appare dalla sua narrazione : <I>v'f.kos ài log rà h ti} 
llt.u\t xattnitjouTO, avOtg is AovXi'ytor tL-roxiOQt'/narto^ , Avyéav /ùv rò /gecov 
rrtiì-afit .iQo/jxoìTa ig yjyga?, fiuat/.Fi'ur 8è tÌjv 'lihuov 'Ayna&értjg t'aver ó 
Aifytof xai \4f4(fiitaxó? rr y.nì SdL-rioe;- "Axzoooc; yào roìg .Tamn' àSeXtpùg 
tnnyayoftivoig Aiòr/iag fg rùy otxov, àe^aftfvov dvyudégag èr Q/Jvo) jiaaùevor- 



GLI KROI DRL CICLO KRACLEo NRL CATALOGO OMERICO BTC. 357 

La tradizione mitografica non era riuscita a riunire in 
un complesso organico le due versioni sulla dinastia degli 
Epeioi, e Pausania, trovando nel suo fonte la versione che 
possiamo chiamare eraclea, con l' aggiunta di Diores, cerca 
di giustificare la menzione di questo eroe, che gli sembra 
un intruso nell' elenco dei re epei. 

Al Catalogo omerico io faccio risalire 1' unione di Diores 
ai duci epei appartenenti alla saga di Herakles : cioè Am- 
phimachos, Thalpios, Polyxeinos. Questi erano entrati dal 
ciclo eracleo nel troiano, e ne abbiamo una prova nel fatto 
ohe Polyxeinos, compare nella Telegonia (1), ed Ainphima- 
chos neir Iliade {N 185, 189, 195, 203): il poeta del Cata- 
logo li conobbe come combattenti dinanzi ad llios (2), e 
poiché neir Iliade il duce degli Epeioi è Diores, furono riu- 
niti con quest' ultimo in un medesimo contingente. 

Le due versioni 1' una propria del ciclo eracleo, l'altra 
del ciclo troiano, furono congiunte nella Boiotia, ma l'unione 
in questo caso fu del tutto meccanica (3), e facilmente si 

xog, T(p (J.SV ifi 0tjQoviHì]g 'Aii(fifia/og, EvQvro) èè }y. (-))]qai(i'óvr]g èyeyóvei 
QàXjiiog. Ov f.i>p' ovòs 'A/naQvy>cevg ovie aviòg Òtéf.iEiy£y lòuoxevcov, ovrs 
Atwoi]g 6 'AuaQvyxécag, a òìj xai "Ofitjgog jiaoEÒì'jlcoaer èr y.caukóyfo rxbv 
'HkeÌoìv ut'/.. 

(1) Poiché Polyxeinos compare uella Telegonia (Kiukel E. G. F. 
p. 57) abbiamo nua prova che 1' eroe apparteneva ai poemi del ciclo 
troiano, ma non possiamo trarne un criterio per stabilire 1' antecedenza 
della Telegonia al Catalogo, come volle il Niese (Der hom. Schiffskatalog 
Kiel 1874 p. 25),- affermando che il poeta della Boiotia nella Telegonia 
apprese il nome di Polyxeinos. 

I 2) Questi eroi erano ricordati con ogni probabilità in (jualcuuo dei 
poemi perduti del ciclo troiano. In tal modo la versione eraclea sui re 
epei pervenne per via indiretta sino al Catalogo. 

(3) Faccio notare fra l'altro, che Diores appartiene ad una genera- 
zione anteriore a quella degli altri tre duci secondo la tradizione di 
Diodoro, nella quale essendo Amarynkens coetaneo di Aigeus, il figlio 
Diores viene ad essere coetaneo di Enrytos e Kteatos, che sono della me- 
desima generazione di Nestore {A 709 e 750 ; v. la genealogia a pag. 354). 
Ma Nestore è molto vecchio e costituisce una eccezione nella guerra di 
Troia. Secondo la tradizione di Pausania invece le due dinastie dei re 
epei sono congiunte con lo spostamento di una generazione : infatti 
Amarynkens può considerarsi, per quanto risulta dal contesto, coetaneo 
di Enrytos e Kteatos e quindi Diores è della stessa generazione dei loro 
tigli ; la (piai cosa viene a concordare con ciò che è espresso nel Cata- 



358 e. amBELLiNi 

poteva compiere in un elenco di eroi ; la tradizione mito- 
grafica si è poi ingegnata di porre un rimedio alla confu- 
sione che era sorta per questo stato di cose, non riuscendo 
tuttavia a distruggere le traccie della duplice versione (1). 

In tal modo possiamo spiegarci come nel Catalogo 
presso Diores siano ricordati altri duci estranei all' Iliade. 

Resta da rispondere al secondo quesito : perchè Meges 
che neir Iliade è un duce epeo, nel Catalogo invece pro- 
viene da Doulichion e dalle Echinai ? Quivi il padre di lui 
era emigrato TraTQi yoXay&eig {B 629). E questo un espediente 
epico, per giustificare la collocazione dell'eroe nelle isole? 
Si può pensarlo, ma ad ogni modo, il fatto che Meges pro- 
venga da Doulichion non può esser inventato dal poeta, ma 
deve avere un fondamento mitico. La tradizione intreccia 
le avventure di Phyleus con quelle di Augeias e Herakles 
(Paus. V 1, 3; Ps. Apd. II 5, 5. Diod. IV 13, 3), e se cre- 
diamo r influsso delle leggende eraclee si manifesti sulla 
menzione del contingente epeo, altrettanto possiamo pensare 
per Meges, che è congiunto miticamente agli eroi epei. Per- 
ciò anche la collocazione di lui a Doulichion, può risalire ad 
un canto del ciclo eracleo ed appunto al medesimo da cui 
derivano i nomi dei duci degli Epeioi. Nell'Iliade invece 
Meges è un eroe dell' Elide [N 693, O 519) e ciò si accorda 
con la tradizione di Diodoro in cui Augeias è un eroe lo- 
cale e così pure potevano esserlo i suoi discendenti (2), 

Quale sia il fonte presupposto dal Catalogo, non ci è 
possibile determinare, è però verosimile che si tratti d' un 
canto epico, nel quale veniva narrata la lotta di Herakles 
con Augeias. In esso era contenuta una delle due versioni 

I<';ìo. I,:i tra<lizi<)iK' niitogialìca giunta a l'aiisania aveva l'ormate le ge- 
nealogie in modo <'he corrispondessero a ciò che vieue nari'ato uel Ca- 
talogo ; in Diddoro invece 1' nnione delle dne versioni sui re epoi coiitioiK» 
un' inc<iMgriieii/,a. 

1' I'' iiniiMii' di Angeias con Ainar\ nl<cus avviene in modi diversi : 
in Diculmo jier mezzo di Thorbas, in altre tradizioni por mezzo di Po- 
««idiin o Helios. Ps. Apd. II .",, 5. 

{2) In tal modo jiotendo stabilire l'esistenza di dne dilìerenti versioni. 
riesco a spiegare la divergenza tra il Catalogo e 1' Iliade, senza ricor- 
rere al facile espediente di ritenere interpolato nell'uno o nell'altra, ciò 
che «^ contradditorio. 



GLI EROI DEL CICLO EUACLEO NEL CATALOGO OMERICO ETC. 359 

sulla dinastia degli Epeioi, la quale nella Boiotia venne 
congiunta all' altra già nota all' Iliade. 

* * 

Queste brevi osservazioni su Tlepoleraos, i duci epei e 
Meges, ci conducono ad affermare ancora una volta (1), che 
la riunione degli eroi nella Boiotia è fatta sulle basi d'un 
vasto materiale epico, il quale esce dall'ambito di ciò che è 
contenuto nell' Iliade : lo sviluppo dei miti ed il loro reci- 
proco influsso, fecero subire cambiamenti alle leggende 
degli eroi, per modo che nacquero nell' epopea le diver- 
genze e le contraddizioni delle quali abbiamo molti esempi. 

Possiamo inoltre notare che, se il ciclo troiano e l' era- 
eleo rimasero distinti (2), nel Catalogo compare il tentativo 
di riunirli nella menzione dei combattenti contro Ilios, e 
ciò prova che una separazione assoluta non poteva più 
mantenersi. Erano comuni ai due cicli parecchi eroi e s' im- 
poneva la necessità di concatenare con successione logica 
le differenti avventure alle quali avevano preso parte : ma 
tale evoluzione avvenne in tempo posteriore al momento 
dell' operosità creatrice dei poeti, quando la poesia epica 
era sul declinare ; perciò 1' unione fra i due cicli non potè 
compiersi mai. 

E l'epopea, che tendeva a raggruppare in un complesso 
unico le diverse leggende, ed era riuscita a stabilire 1' in- 
treccio del ciclo troiano col tebano (3), non giunse a coor- 
dinare con essi il ciclo eracleo. 



Roma, «•iii^no 1911-?. 

Caterina Corbellini. 



(1) Cfr. ool mio precedente studio in «juesto stesso Voi. XIX degli 
Studi it. di Fil. class, pag. 348. 

(2) Neil' Iliade e uell' Odissea solo iiicidcutalmeuti- si luceiiiia al 
mito di Herakles. Giiip])o, Gr, Myth. I p. 451 ; Friedliiitdor. lli'iakles, 
p. 70 e 110. 

(8) Vedi la nota 1. 



DEIillAECOlìVMCli^lirjlHVMFABYLMM 

TITVLIS DVPLIGIBVS 



1. 

In Graecoruni comoediae fragmentis titilli inveniuntur 
iique complures numero, (|ui duobus Constant nominibus, 
particula ?/' inter se coniunctis. Huiusmodi titulos de inte- 
gro cognoscere et diiiidicare nobis proposuimus, quo de eo- 
ruin origine ac natura accuratius quam adhuc factum est 
(loeeamus i\). 

Ad liane rem primus Ritschelius viam munivit (2), qui 
cuin in causas inquireret curnam quidam latinae comoediae 
indices essent duplices, tripartito titulorum variationum ge- 
neribus omnino divisis, in primo non modo eas fabulas an- 
numeravit, quae graece simulque latine inscriptae essent, 
ut Caecilii ITypobolimaeus et Subditivos, Obolostates et 
Faenerator, Laberii Scilax et Catularius, sed eas quoque, 
(juas Alexandrini grammatici graece inscripsissent, velut 
Plauti Mostellariam, quae bis Phasma laudatur (3). Secun- 
dum autem locum eae fabulae obtinent, quae interdum prin- 
cipalis personae nomine non indice genuino indicantur. 
iiempe Plauti Bacchides, Miies gloriosus, Cistellaria, Vidu- 
laria, quae Chrysalus. Pyrgopolinices, Syrus, Cacistus suo 

(I) 111 jjriifcac cinnix'diiK' titiilos iiiquisiveruut Steiger (' Der Ei- 
K<->uiiimi- in der iittisclieu KoiiioimIìc ', Eri. 188^), Hhhs (' De comoediae 
Attila»- antiqiiat- falmlariini iioiiiiiiilius ', Melk 1, 1902; 2, 1903), Fick- 
Ui'ditfl (' Dif ;;riiMlii.si'iieu PeisoiK-nnamcn- '), Wagner (' Symbohirura ad 
eotnici.niin Oraecornm liistoriaiii criticain lapita quattuor ', Lips. 1905), 
Willu'liii e IJrkundeii draniatiscli» r Aulì'iilirnngeu in Athen ', Wien 1906), 
II. Hreitenliach (' De geneif (|ii(idam titnlornm eomoediao atticae '. ìin- 
sil.-ne 19(»X;,. N. Teizaghi * Falml.i : i'roleg. allo studio del teatro antico ', 
Palermo 1912, 1. 2S-10.".. 

1,2) l{itsehl ' l'arerga i»lantina ', V;i'A t*n(\., 1(55 aqq., 203 sqq. 

(3) A. Tartara • D« IManli Haechidilius '. Pisis 1885, 33. 



DE COMOED. GR TITVLIS DVPLIC. 061 

quaeque loco vocantur. Denique posteriore aetate, cum fa- 
bulae iterum ederentur, appellativum qiiod vocant nomen 
prò singulari persona interdum iis est inditum : constat enim 
plautinam Casinàm laudatam esse Sortientes, ut prologi ver- 
sibus comprobatur (1). Eas quoque fabulas binis nominibus 
laudatas accepimus, quarum repetita ab ipso poeta editio 
alterutro nomine significaretur, ut Pseudoplautinam Caecum 
vel Praedonem, easque, quarum alteri nomini poeta alium 
titulum adscripsisset, quia iam antea eodem nomine vocas- 
set, sicut in Poraponii Haruspice vel Praedone rustico, Gra- 
tula vel Petitore. Quae l'abulae tertium locum sibi vindicant. 

Ut ad graecas fabnlas veniamus, de quibus nobis res 
agitur, Meinekius, cui Kockius ubique fere assentit, suspi- 
cionem raovit alterum nomen saepius ad iteratara fabulae 
recensionem spectare (2) ; alias vero monuit duplicem titu- 
lum óiTToyoacpta esse ortum (3). At delibantis tantum ritu 
rem attigit. 

Hippenstielius autem, qui data opera graecorum tra- 
goediae titulos duplices inspexit atque aestimavit, cum du- 
bitàret num ii ab initio fabulis fuerint ab ipsis poetis in- 
scripti, iudicavit sirapliciores tantum inscriptionum formas 
ipsis deberi poetis, Alexandrinos postea grammaticos certio- 
rem significationem distinctioneraque ea ratione appetiisse, 
ut, ubi breviores essent genuini indices, agnomina adscri- 
berent nonnunquam ineptiora (4). Itaque duplicibus titulis 
ab Alexandrinis grammaticis insignitas esse graecorum tra- 
goedias. 

(1) De grat'itt hiiiiis fabulae exemplari adeas velini A. Marigum 
e Ditìlo eomico ' : ' Studi it. tìl. fi. ' 15, 1907, 375-534). Ketractatae co- 
raoediae uomeu Sortieutes apud posteriores in usum nuuquam receptuiii 
esse adraonet G. Betiderus (' De graecae comoediae titulis dujdicibus ', 
Marburgi Catt. 1904, 28, adu. 2), sed solam inseriptionem Casinaiu, 
qnam ipse Plautus dederat. Cf. Leo ' Plaut. Forsch. ' 189, adu. Skutsch : 
* Rheiu. Mus. ' 55, 1900, 274. lulu. 1. Sclimidt : ' Herni. ' 37. 1902, 
359 sq. 

(2) Meineke CGF 1, 158. iiender 1. 1. 8. 

(3) Meineke 1, 385. 

(4) Hippenstiel ' De Graecorum tragieonun fabularuui unniinibus , 
Marb. Catt. 1887. 34. 



3f32 '• CAl'OVll,LA 

Easdem rationes ctiam apiul comicos graecoriim poetas 
valiiisse comprobavit Benderus, qui firma sane protulit ar- 
gumenta, quibus viam ac rationera aperiret ad huiusmodi 
titulos rectius aestimandos (1). Vir doctus enim contendit 
pleniorem titulum ipsis poetis non deberi, cumque statuis- 
set Ritschelius eundem poetam alio titillo fabulam a se re- 
tractatani distiiictionis tantum causa designasse, illi obicit 
unum eundemque antiquissimis temporibus utriusque edi- 
tionis fuisse indicem (2). 

Rei lumen non admoverunt Dietzius (3), Marigus (4), 
Legrandius (5), qui obiter de duplicibus titulis attigerunt. 
lamque de hac scriptiuncula edenda cogitabam, aegre fe- 
rens in socci materiam post repertas Menandri fabulas Italos 
stipem fere nullam contulisse, cum Terzaghius (6) noster 
volumen edidit, in quo, cum aliis multis tum huiusmodi 
titulis diligenter inspectis, multa sane acu tetigit. Sed novis 
curis detexendam et tanquam de integro instituendam dis- 
sertationem mihi suscepi. Etenim Benderus in quibusdam 
irruisse, necdum quaestio a Terzaghio omni ex parte per- 
tractata mihi videtur. 

Ac primum quidem praemonendura est grammaticos et 
lexicographos in comoediarum inscriptionibiis afferendis in- 
ter se magnopere discrepasse atque dissensisse. Quod tam 
saepe ac(ndit, ut, quam inscribendi rationem aliciibi essent 
sediti, paulo post eius nihil pensi haberent, novaque titilli 
scriptura fabulas designarent. Cuius rei cum multa in prom- 
ptu sint exempla, satis sit maxima quaedam proferre, titu- 
lumque menandreae comoediae commemorare, nempe 'Ava- 
jn%iih')] ì) Meooì]via (7). Suidas enim, lexicographorura prin- 
ceps, hanc inscriptionem nobis integram servavit : Méravdgog 

( 1 ) ritnilcr 1. I. 

('-') Henilcr 30. 

(3) A. Diet/i' ' ])(■ Pliilfinoiit' comico '. Gottiugae 1901, 7S s(|. 

(■\) 1. I. 

(ò) IMi. Lt'jfiaml ■ Daos : Tableau «le la coni. ijroc<|iu' peiid. la p^"'!-. 
«lite uonvcllc •. Lyon 1910, L>.S!I. 
(T.i 1. 1. 
(7) Rock TAF 3. il'. 



DE (J05IOED. GIJ. TITVLIS DVPLIC. 363 

'AvandejiiÉvi] ì) Meooìpua y.zé. (1) ; alio autem loco alteram 
tantum titilli partem attulit : h r/y Meooìpna MevdvÒQOv (2), 
cum alias priorem commemorasset : MévavÒQog iv 'Avau^e- 
jLiévtj (3). Scilicet non ubique Suidas pecus fuit aurei velleris, 
ut lustus Lipsius, in eius nomine iocatus, iudicium tulit (4). 
Sed cura alii auctores duas semper separatim commemo- 
rent fabulas, ut Aelianus {èf tPj Meooìjvia) (5), Apostolius 
(M. Meoorjvia) (6), Pollux (M. h Meooipna) il), Photius {tv 
3Ieooì]via Mevavòoov) (8), haeremus utrum in pleniore titulo 
fabulae inscribendo an potius in duabus inscriptionis par- 
tibus distinguendis erraverit. Quam in titulis afferendis di- 
screpantiam non in uno Suida, sed, etsi minus saepe, in 
omnibus fere byzantinis grammaticis lexicographisque do- 
lemus, qui non illi quidem ubique sagacissimi, prudentissi- 
mique antiquorum operum conquisitores exstiterunt. Athe- 
naeus enim plerumque duplici titulo insignitam Alexidis 
fabulam affert: "Ah'^ig èv Ilavrvyjòi ì] "Egidoig (9); alio vero 
loco priore tantum nomine: AÀe^ig 'Egi&oig (10). Idem Athe- 
naeus vario modo Strattidis fabulam laudat : 

1) VII 302 e; 323 b : Maxeòóveg. 
XIII 589 a : h Maxeòóoir. 

2) IX 896 a : ir Maxeòóoiv ì) Kivìjoiq. 

3) XIV 654 f : ir navoavia. 

4) XII 551 : o Kii'ìjaiag, eig ov 'Acà oXov ògài^ia yé- 

ygaipe ^roàrxig. 

Scilicet unam propriamque viam ac rationem in titu- 
lis afferendis non ubique secuti sunt Alexandrini gramma- 

(1^ Suidas, s. V. 'Aod^tog ayyeXog. 

(2) Suidas, «. V. ij'v/Jm. 

(3) Suidas, s. v. àhj&eaxéQU riòv èjil ^.'uyga. 

i'ì) Confcrua velini Haasiuui ' De fabularuui comicarum imlicibns 
qui apud Snidam leguutur' : ' Wien. Stud. ' 22, 1900, 29 sqq. 

(5) Aeliau. N. an. 13. 4. Alias Tero idem Apostolius (2, 12) habet : 
-V. èp 'Àvazidsfiérij. 

[6) Apost. 3, 17. 
i7) Poli. 10, 101. 

(8) Phot. 114, 7. 

(9) Athon. Ili, 96 a; IV, 170 b ; VI, 248 a ; XI, 516 d.-. 
(10) Athen. IX, 3S6 a. 



•j(j4 I- CAPijVILLA 

tici lexicograpliique byzantini. Quid igitur iudicandum ? In 
re tam incerta iiidicium piane probabile non prius erit affe- 
ffiidum, (luani quid de omnibus locis, in quibus titulì sint 
aliati, in universum erit aestimandum, invenerimus. Cum 
autem ratione ac via rem persequi nobis sit in animo, di- 
scernendum esse videtur quid in plenioribus titulis ipsi poe- 
tae tribuendum sit, quicUjue vero illius ex manu non sit 
profectum, sed postea tantum adiectum. 



* 
* * 



Satis constat nonnunquam graecos poetas, sive idcirco 
quod fabulae, quas antea edidissent, caveae studia non 
obtinuerant, sive quod ipsi eandem socci materiam aptius 
commodiusque denuo se pertractare posse sperabant, ite- 
rum peregispe, vel, ut dicebatur, retraotavisse. Qua de fa- 
bularum retractatione mentio inicitur a grammaticis, qui 
()(fwxfv))v commemorant. Sed hoc in ancipiti raanet, utrum 
retractatio ipsi debeatur poetae, an aliis auctoribus, qui, suis 
ipsorum viribus freti, ad hominum gratiam melius captan- 
dam iabulas aptarent. 

Quarundam fabularuni retractationem ab jpsis fabula- 
rum auctoribus confectam expressis verbis interdum cora- 
memoratam accepimus. In medium Aristophanea fabula 
prodeat, quae etiam in altera editione Eìoìjvì] est iuscripta, 
ut in ipso fabulae argumento scriptum accepimus : (péoErai 
n' Ta7c òiòanxallm^ y.aì hégar òeòidaxcbg EìoìjVìp' ÓjìwÌMs 'Agi- 
njoipàvì]Q' aò})kov ovv (/,)joir 'EoaTOodÉvì]Q Jióregoy tì]v aviì]v 
(h'fòiòa^ev ì] <"0.hp' y.adrjxev, ìJTig ov Ofoì^erai. KgaTìjg jhÉì'toi avo 
oJÒF ÒodiKira yontpan' oi'tcos' «//' ovv ys èr ToTg 'Ayagreì'oir ì) 
Briftvkovloig // h' rfj hégn Etgì'p'ì] (1). Quibus ex verbis rem 
non parvi momenti profìcimus, nempe Eratosthenem hae- 
sisse utrum de eadem fabula, an potius de alia, quae tem- 
poris iniuria intercidisset, ageretur ; Cratetem autem minime 
in dubium revocasse de altera Pace rem esse. Eratosthe- 
nis dubitatio nobis suspicionem movet certam in fabularum 

(1) Atlu-u. XI, 48Hc. Terziiglii IIJS. 



DR CO.MUEU. GK. TITVLIS UVI'LIC. 1)65 

recensionibus statuendis rationera sequendarn non esse, 
cum fabulae argumenti auctoritateni iraininuat. Eo magis 
haeremus quia fontes, e quibus hauserit Eratosthenes, mul- 
tum haberent ponderis, nenipe Calli machi Ilivaneg (1), de 
quibus Cessius noster opti me egit (2), et Lycophronis co- 
micorum lexicon. 

His ex operibus tanquam fundamentum operis Utgl Tì)g 
ào^uiag xcojiKpdiag duodecim libris conscripti deprompsit Era- 
tosthenes (3), ex quo hauserunt Aristophanes Byzantius et 
Didymus ille Chalcenterus, graraiìiaticorum facile eruditis- 
simus (4), quem Hieronymus ait tanto? libros composuisse, 
quantos queravis nostrum alienos sua manu describere non 
posse (5). 

Ut ad Aristophanem redeamus, de altera THovrov re- 
censione mentionem apud ipsum scholiastam invenimus, qui 
ad huius fabulae v. 173 haec animadvertit : òfjlov ah. ex tov 
èv òevxÉoco (pégeodai, og Uoyojoq èÒiòàydì] vti' avrov eIxootm 
Exei vGTSQov- ei jLiì) ojieo eìxòg, ex tov òevrégov IIXovxov tomo 
jner^vexTai. Alteram igitur huius fabulae recensionem a scho- 
liasta minime in dubium revocatam esse certa efficitur ra- 
tione. Quod autem ad titulum attinet, in utraque recensione 
eadem inscriptione fabulae insignitae erant. Aliam enim 
Aristophanis fabulam, meo quidem iudicio, eundem servasse 
titulum infitias non ibimus, perpensis modo grammaticorum 
lexicographorumque testimoniis, quae inter se discrepant 
atque dissentiunt. Fabula de qua agimus Nio^og inscribi- 
tur (6). Athenaeus haec habet : \ioiaro(puìn]g h rw òevjéqco 

(1) Arg. Arist. Pac. III. 

(2) C. Cessi ' La critica letteraria di Callimaco " : • Stml. it. tìl. 
.1. ' ir., 1907, 1 .sq(i. 

(3) (.'. Strecker ' De Lycopliroiif Kiijiliroiiin Eratosthenc comiconuii 
intevpretiltus ', Greifswald 1884. 

(4) ap. Macr. Sat. V, 18, y. 

(5) ap. Rnfiii. ApoU. II, 20. M. Schraidt ' Didymi Clialceuteri graiu- 
luatici alex. rcli<|niab ', Lipsiae 18.^4. Admoduin probabile ducinins ex eins 
opere, (|Uod, Polluce teste (X, 1) SxEvoygaqixóg iuscribebatur, magna ex 
parte coiistas.se libros :jeqI Tfjg ùo^aiag x(o/w)òiag iiiscriptos. G. Kuaack 
s. V. Erat., ap. Panly-Wiss. RE VI, 358 sqq. Christ GGL, II 1-^ 190. 

(fi) Rock CAF I 4.-i9. 



360 '• CAI'OVILLA 

Nió/ìq) (l); at unum Etymologicon Magnum hunc titulum 
allert : \loioTO(pdv)]g Nió^cp (2), cum alii auctores pleniore 
titulo insigiiitatu referant fabulam, Joà^uaTa ì) Kévravoag (3) 
vel AnànuTu ì] Niofiog (4), nec sibi quidern constent. 

Nani Pollux Ananma ì) KévravQot; pleruraque laudat (5) ; 
alias vero titulum Aoàfium ì) Nio(iog affert (6), quem Athe- 
naous (luoque sequitur : "Agimo(pàvì]g Aqu^ugoiv ?/ Niófto) (7). 
Euripidis scholiasta luiic titulo auctoritatem addit, cum 
moneat : óiio'mg y.al AloivXog èv Nió^ìj xaì 'AgioTOcpdv)]g èv dgà- 
^motr yiójiìjg [óiiouog tTirri (pì]Oiv avrà elvai y.al fjxrà rovg àgge- 
vag] (8), quo loco vox vió(iì]g verbis, quae Schwartzius ei- 
cienda esse putavit, non est addenda, ut Birtius et Benderus 
censuerunt, (pii interpolatorem eam adiecisse ad tituli Ae- 
schvlei similitudinem, ut tandem suam de Niobae fìliis do- 
ctrinam adnectere posset, reputaverunt (9), sed corrupta prò 
Nió(i(p est habenda, ut recte Dindorfius existimaverat, qui 
locuni ita emendavit : tv Agdjuaoiv )} Nió^co (10). Athenaeus 
AodiKiTa titulum laudat: 'Agiorocpdvyjg èv Agd/iiaoiv (1 1), ut Ari- 
sto[)lianis scholiasta duobus locis (12), ac insuper Platonis 
scholiasta (13), Bekkeri Anecdota (14), Hesychius (15), Pho- 
tiusque (Kì). Alio autem loco Kh'ravQog titulum idem Athe- 
naeus affert (17), quem Photius ac Suidas quoque tradunt : 

(1) Athen. XV 699 f. Codicis lectio est viovoj {Nió/ìoì corr. Solnveigli.). 

(2) 8. V. Ninfìoc:. 

(3) CAF 1.1. 

(4) I. 1.. 

(5) l'oli. 3, 74; 9, 36; 9, 53; 7, 21; 10, 79; 10, 171 : 10, ISl. 

(6) Poli. 10, 119; 10, 166; 10, 185. 

(7) Atheii. VII, 301 b. 

(8) Scliol. Eiir. PhoPii. 159 (cod. Lanr. 32, 33). 

(9) IJender 1. 1. 19. 

(10) Eiiripidis todd. M, T, A', li habent òoduari vió^ijg. 

(11) Atlion. VII, 496 a. 

(12) Si'liol. Ar. Raii. 798 (R, V) Vesp. 61 (V) et 60 : h- roìg .W> ror- 
rnv òr<^iò(r//in'ni^ iouiiaoi stg tip' 'HQaxktnvg àjihjOTiav ttoV.Ù .Tooc'o»/r«/. 
Cr. Wiliuiiowitz ' Oba. crit. in toni. {i;racc. ' 1870, 11 sq(|. 

(13) .S-hol. Fiat. 331 Bt-kk. 
(Il) ÌU'kk. Ah. 105, 21. 

(15) lii'sych. 8. V. fìrnanr. 

(16) Phot. s. V. nTaOiinvg. 

(17) .\llifii. XIV. ti29. 



DE COMOED. GR. TITVLIS DVPLIC. 367 

'Agiorocpdvijg KevravQM (l). In tanta veterum auctorum di- 
screpantia cui fìdes est adhibenda ? 

Aga^aara genuinura titulum fuisse, ut Aristophanis scho- 
liastae Benderò comprobare videntur (2), aegre mihi persua- 
serim, cura plus ponderis vox NiojSog sibi vindicet, qua in- 
signitam inscriptione fabulara primum editam esse censeo. 
In altera vero editione fabula eundera titulum servasse ideo 
putanda est, quod inscriptio òevregoQ Niofìog ab ipso Athe- 
naeo confirmatur, quamquam prò certo affirmari vix potest. 
Agàfiara titulus posteriore tantum aetate ortum duxit, cum 
epitomatores indicare vellent cuius generis esset fabulae ar- 
gumentum ; Kévravqog autem, meo quidem iudicio, cum Nio- 
^og nihil habet commune, qua cum fabula a seriori bus 
grammaticis fuit coniunctus, ut ex hoc evincitur quod Pol- 
lucis Hesychiique tantum testimoniis est relatus. 

lam si de huius fabulae inscriptione rem perstringimus, 
fatendum est Alexandrinos graramaticos lexicographosque 
seriores cum aliarum fabularum titulis confudisse huius 
genuinum, qui, ut mea fert opinio, Nio^og respiciendus est. 
Itaque vel in altera recensione eandem inscriptionem refe- 
rebat fabula. Quod in altera Eupolidis recensione accidisse 
testatur Platonis scholiasta, qui ngCorov AvtóXvxov Eupolidis 
laudat : EvjroXig ev óè reo jiqcótco Amo?^vxcp (3). Quae inscri- 
bendi ratio ideo confirmatur, quod ex scholio ad Platonem 
alteram menandreae fabulae recensionem coramemoratam 
accepimus, nempe AòeXqyoi : y.aì Méraròoog tv 'AòeXq'óìg (V (4). 
Priorem fabulam Plautus vertit in Sticho, alteram Terentius 
in Adelphis (5), ex quo discimus etsi duarum fabularum 
argumenta prorsus inter se discrepabant, tamen uno eodem- 
que titulo a graeco poeta insignitam esse socci materiam. 

Quod autem ad Zenobii testimonium attinet, qui ITegiv- 

(1) 8. V. :;TQÓòiy.ov 

(2) Bender 40. Cf. Terzaghi 37 sq. 

(3) Scliol. Plat. Bekk. IX, 19. 22. 

(4) Schol. Plat. 319 BK. 

(5) A. Sipkema ' Quaestiones Tereutianae ', Aiustclodaini 1901, 
25 sqq., 63 sqq. A. Gnstarelli ' VA\ Adelphoo di Terenzio ', Milano 1908, 
praei'. Id. ' Studi Teienziani ': ' Riv. stor. ant. ' 12, 1908, 28r>-30)i. 



StìS '• <'A1'<)VII.LA 

ifiay rìjv .-lod'jztjy comiiiemorat (1;, aiiiinadvertciinus oportet 
eaiidem inscribendi rationem, qiiam modo attuliraus, sequen- 

• lain non esse, cum satis constet liane comoediam iterimi 
editam, inscriptionem, qua antea esset insignita, non reti- 
nuisse, ut primo obtutu ex Iiis verbis elici videtur, sed in 
Wvòoi'a mutasse. Nam valde erraverunt critici qui, Ilinio 
duce (2), censuerunt hac inscriptione idcirco 'Avdgiav indi- 
cari, (juod Peritithia duabus personis fuerit a latino poeta 
adaucta, cum Donatus animadvertat : « Has personas Te- 
rentius addidit fabulae, nam non sunt apud Menandrum, ne 
nmiìavov fieret Philumenam spretam relinquere sine sponso, 
Tamphilo aliam ducente » (3). Quibus ex verbis nihil aliud 
ellìci potest, nisi Terentium Charini Byrriaeque partibus 
fabulam suani auxisse (4). 

Concedo equidem Donatum verum non aperuisse, vide- 
licet a Menandri fabula has personas prorsus afuisse ; sed, 
vel rebus ita statutis, semper esset diiudicandum utra Me- 
nandri fabula harum partibus fuerit adaucta. Qua in quae- 
stione persol venda non improbabili ratione statuere nobis 

(1} Zenol.. 1, (iU (Mill. Mèi. 3.35) = Ir. 401 K (= 9 Korh-. 198): 
iiF/iftjTat ravTtj? MévavÒuog f'r i/) UegivOin zfj Jigcózi/. 

(2) lliiif ' t^iiaest. Teieutiaiiai' ', Bomiae 1843, 8 sq., 14. Teiitfel 

• .StiidiiMi u. Cliaiakteristikeii ', Leipzig 1871, 281. R. Brauu ' Qnaestio- 
ues Teieiitiaiiae ', Gottiuj^ae 1877, 10-12. G. Regel ' Terenz ini Verhiil- 
tnisH zu soineii grifcli. Origin. ', Wetzlar 1884, 4. F. Karape ' Die Lust- 
spiele dea Ter. n. ilire gr. Originale ', Halberstadt 1884, 7. A. Sipkema 
' Qiiae8ti<)ne.s Tereutianae ', 81 >n\q. 

(3) Donat. ad v. HOl. De geuuiiia lectiiuic verboriiin dubitaiit viri 
ilocti, naiu e codiiis P.irisini verbia NEOIIIQEATON Liudeubruchins 
••licuit vocem (urofféaTor, adspectn iniucuudaui, Nenciniu3 (' De Tereutio 
iiinsqiie fontil)u.s ' Libami 1891, 36) autem àmOarov restituere eonatus 
est ; i|uani leetioneni viilgatae TOfiyiy.cÓTeoor antoponendani duco, etsi Sip- 
keiuac (1. 1. 81, n. 1) argiinieutuni .ib eo addiKtiiiii levissinuim esse et 
ilnii'ho'or satis loiige a ductii litterarmu in codice recedere videtur. 

4) Fiindaiuento caret Franckeui (' Mneiuos. ' 4, 1876, 148 sq.) sen- 
tentia in Menandri Audria iani fuisse Charini Byrriae(]ne personas, qni 
liac praesi-rtini cansa iinìnctns est, (piod fabulae argiimentum ei niniis 
lev»' atquo exile videatur, demptis partibus illis. Quod ad artis rationem 
attinot, Menandrum prima huin.s fabulae scaena praestitisse Terentio 
lucidcntor coinprobavit Th. Kakridis ' Die Eingangsszene dcr Andria ' : 
• Herl. itbil. W.icb. ' 'M), l'Ho, 29-:n. 

•J4. 7. 'fll2. 



DE COMOED. GU. TITVLIS DVPLIO. 309 

videmur, si reputamus graecum poetam in socci materia 
retractanda duabus personis fabulam non auxisse, imma 
potius eas dempsisse, quae Dziatzkonis quoque est senten- 
tia (1). Tleoivdiav inter primas Monandri comoedias ponendam 
esse inter alia docet scaena lepidissima nuper reperta (2), 
qua Davus, qui antea domino fallacias struxerat, inter sar- 
menta, quibus aram circuradederant conservi, eos implorat, 
ut se aufugere sinant, seque frustra purgare studet. Cui 
opinioni ex hoc quoque pondus profluere censeo, quod in 
menandrea fabula obstetrix vinolenta et temeraria occur- 
rit (3), quam re vera postea retractatae fabulae stilo so- 
briori accommodavit poeta, cum e duobus 'AvÒQlag fra- 
gmentis luculenter appareat eandem sobrie ac caute officio 
suo esse functani (4). 

Si igitur eorum, quae de hac Menandri comoedia adhuc 
disputavimus, summam ducimus, statuere mihi videor Ze- 
nobii verba Ilegivdiav tìjv nocòiìjv tanti non esse facienda ut 
alteram fabulae recensionem eodem insignitara titulo fuisse 
censeamus. Quidnara igitur causae fuit cur in iterata fabulae 
recensione titulura mutaverit Menander ? Quod duae fabu- 
lae, iunioris scilicet seniorisque poetae, adeo inter se diffe- 
rebant, ut posterior, nova fere veste instructa, per se staret 
earaque ob causam, quibusdam inter utramque annis inter- 
missis, piane diversam efHagitaret inscriptionem, 

(1) Dziatzko (' Die Andri.a des Menandeis ': • Rliein. Mus. ' SI, 
1876, 251) l'et'te admonet artis rationem graecum poetara addnxisse « zìi 
eingeheiider Motivirimg-, fcinerer Charakteristik und stiirkerer Hervor- 
kehninf;; der ctliisclieii iiml niiter Uiiistandeii der pathetischeu Momeute 
des Dramas ». Dziatzkonis sententiae accesserunt Lindskog (' Stndien 
ziiin antikeu Draiiia ', ' Miscelleii ' II, 11 sqq.) et Korte (* Znr Perinthia 
des Monandev ' : • ITerm. ' il, 1909, 309-313). Cf. id, ' Menandrea ', 
XLVIIl). 

(2) B. Grenfell et A. Hunt ' The OxyrhyncliTis Papyri ' VI, l^O. F. 
Leo ' Koniodienfragment ans Oxyrh. ' : • Herm. ' 44, 1909, 143. Korte 
' Menandrea ', 19"». 

(3) Koek CAF, fr. 397 = Korte fr. 5 ;■ Menandrea ', 197). De tc- 
ninlentis anibiis in graecornm romanomnique comoedia conferas relim 
Siis^^inm ' De pcrsonarum antiqnao coinoediae atticae nsn at(!ne origi- 
ne ', Bonn 190."^, 127 sq. 

(4) Koek fr. Il, 42. 

Stxtdi Hai. di filol. classica XIX. 24 



370 J- CAI'OVILLA 



* 
* * 



Aliam Monandri fabulain rctractatam, iienipe Fecog- 
j'óc, iialicavit Nicolius, cum Genavense fragmentum anno 
MDCCCXCVIII repertum (1) cura (juodani a Stobaeo ser- 
valo (2) conferret : coraparatio institui potest inter w. 10-15 
tertiae chartae papyri et fragraentum a Stobaeo in Flori- 
legio relatimi. Stobaeus enim haec habet: MevàvÒQov Fecog- 
yov' ùyoòr frnffiimfgov yewoyeìr ovÒèva ol/iw (pégei yàg ooa 
^eóìg Ufi'})] y.a/.à, y.mòr, (ViqrijV y.on')à>: (Y nv ajreiQCO ziàvv òi- 
xaiog nmòcnxEv rón non' nr y.aTf[iakor. Papyrus antera dis- 
sensioneni (piandam, etsi leveni, cura Stobaei verbis prae- 
bet (3) ; (jua re versus subieci : 

Vlj'^òi' el'oefìèorEQor ytogytTr ovÒÉva 
olftar (féoei yàg /.wggi'yìjr, y.mòr y.alóv, 
àvìiì] looavra ' TfVJ.a (Y nv ri^ xarafinX]], 
àTréòcoy.Fr <)gi'}(7)g y.aì òty.akng (4). 

Cuius discrepantiae babita ratione, tVagraentuni a Sto- 
baeo serratura ex alia Monandri comoedia fluxisse Weilius 
contendebat (5). At nibil causae est cur in eius sententia 
refutunda iranioremur, cum opinio illa Menapdruin in dua- 
bus comoediis eandera sententiam fere iisdem verbis expres- 
sisse, nulla m veri speciem prae se l'erat. 

Considereraus igitur quatenus Nicolii sententia, nerape 
de altera fabulae recensione cogitanduni esse, sit sequenda. 
Nicolio auctore (6j, baec tria raagno sunt arguraento cur 

(1) .1. Nicole ' Le labonrcnr «le Méuaudre ' Genève 1898. A. Kret- 
K<;huiar ' De Monandri reliqniis nuper repertis, Lipsiae 1906, 5. F. Pré- 
(hac ' Essai de rcstitution et d'interprót. d'nu texto de M. d(f>jà connu ' : 
' M<'-lang.'H d'arch^ol. et d'hist. 27, 1907, 277-310. Kiirte ' Mcuandrea ' 
l'iS sqq. 

(2) Stob. Fior. 57, r> = fr. <»(5 K. 

(3) Kretsehiiiar 1. 1., 9. 

(4) V. 35 sqq. 

(5) H. Woil ' Le Canipaguard de M. ' : • Kov. Et. Gr. ' 11, 1898, 
128. V. Pn'-ohac 1. 1. : ' Mèi. d'arcb. et d'hist. ' 27, 1907, 281, u. ad 

V. 3."> 8qq. 

(G) Nicolo 1. 1., 33 8q. 



DE COMOED. GR. TITVLIS DVPLIC. 371 

papyri recensionem priorem fuisse statuamus. Primum sci- 
licet, qiiod si in contentionis iudicium duo illa frammenta 
vocemus, facile cernamus Stobaeum verboriim significatio- 
nem raagis astrictam praebere : xgidàg ò' eàv ojieiQO) ; pa- 
pyrum autem latiorem sensum exhibere, quoniam versus 
cura Nicolio ita restituendus est: rà^Xa ó' [àv ri<; y.ara^àX]i] (1). 

Tum quod in papyro vocem /xvqqìvìjv legamus, quae ideo 
a Stobaei fragraento abesse censet Nicolius (2), quod Me- 
nander, cura animadvertisset huius verbi sonura fabulae no- 
mini cuidam, neinpe Myrrhinae niulieris, quod quinque versi- 
bus post insequitur, simillimum esse, demere studuerit. Deinde 
quod Stobaei fragraentum propius quara papyrus Xenophon- 
tis loci cuiusdam (3) imitationera prae se ferat : avròg oxàjircov 
y.al ojTEiQcov xal /.làXa y/jòiov. 

Sed argumenta a Nicolio aliata nullius ponderis esse 
censeraus. Quod enim ad primum argumentum attinet, pari 
iure de hac re in alterutram partem disputari potest. In- 
definitus enim verborum sensus, quippe ad rem dilucidius 
sìgnificandam non necessarius, a seriore poetae manu pro- 
fectus esse potest, quem consentaneum est minuta ubique 
non esse consectatum. Parvi quoque momenti est mihi 
secundum Nicolii argumentum, duarum vocum similitudine 
nisum : Myrrhinae enim nomen voci sui simili tam presse 
non insistit, ut ad spectantium mentes verbum quinque 
versibus ante nominatum revocet. Huc accedit quod duae 
voces tanquam in duabus scaenis repetitae esse videntur, 
cura Davus Myrrhinam in scaena adesse non senserit, ut 
ex hoc efRcitur, quod tunc primum servus respondet cum 
Myrrhina eum alloquitur. Tertium denique argumentum e 
Xenophontis loco imitatione expresso ductum, meo qui- 
dem iudicio, recto non nititur talo : potius enim eo incli- 
naverim, ut contrariam sententiam maiorem veri proba- 
bilitatem prae se ferre statuam. Nam facilius duciraus 

(1) Aristidis 8cliol. (p. 541 Dind. = fr. 899 K.) liane integrationem 
confirmat : y.ian(ìa).ETv àvil ror arrsioeir. y.al Mhavòoog luD.a ò' ur rtg xa- 
ra^u/.ì]. 

(2) 1. 1. 34. 

(3) Xenoph. Cyrop. Vili 3, 38. 



372 1- CAPOVILLA 

Menandriim sententiam quandatii in priore recensione pu- 
tius quaiii in posteriore imitari potuisse, nara poeta in Ijac 
magis suus esse voluit. Sed Nicolii argumentum quid sibi 
velit, non piane adsequor ; narn Xenophontis et Menandri 
verba vel singula vel coniuncta concinere atqiie conspirare 
nobis non videntur, cum Xenophon tam fusius sententiam 
non explicet, ut necessario ad iniitationem quandam pen- 
sitandam delabi possimus. 

Refutatis igitur argumentis a viro docto allatis, papyri 
recensionem priorem fuisse reputamus. Cui meae sententiae 
hoc pondus maxime accedit, quod si in iudicium Alciphro- 
nis locum (1) historicique cuiusdam (2) secundi saeculi p. Ch. 
n. vocamus, non amplius dubitandum erit quin papyri re- 
censio prior sit habenda. Eam enim procul dubio habebat 
Alciphro, cum haec scriberet : £(psQeg av róig deoìg xiiròv xaì 
òdcpvag y.ai /nvQoirag xal àv&ì] ooa ovyy.aioa. Quod de historioo 
ilio (pioque cogitandum est, qui ait : xlttov xal jiWQQivì]g xal 
óùcpvìjg eìg avrò ovjujiefpevxÓTWv. Quae cum ita se habeant, 
altera fabulae recensio eodem titulo FecoQyóg ac prior ini^i- 
gnita erat. 

* * 



Sed in iterata recensione non semper eundem titubi m 
retinuisse fabulam Athenaeus testari videtur, qui cimi Anti- 
phaneae fabulae versus quosdam commemoraret, monuit Bov- 
KxXion' nihil aliud nisi retractationem esse, quam ipse poeta 
'A)'Qoiy.<i)v fecisset : tiuqù tco avuo jioupi] tv BovTa?Jcovi, oireo 
òoùtta Toj)' Wyooiy.iov èoiiv hòg òiaoy.tvq (3). Huc accedit 
(juod Alexidis quoque fabulam alio cum titulo retractatam 



(1) Alcipli. Il 13 Si-lioi). Cr. Poli. T, 2L'7. 

(2) * Qiiomoilo liistoiia sci-ili. sit ', cap. li>. Nicole 1. 1. 

(3) Atlu'ii. Nili SàS (1. 'Evug voculjini Casauboiius Lehrsins ('De 
Aristiirch. stiid. Hom.- ', 336) Kaihelius (' ed. Athen. ') Breitenbacbius (• De 
>j»-iiire <|u<)(laiii tit. coin. att. ', 7(5, ailu. 198 1 deleudain ceusueiunt, emn 
AthenuetiH nliin qnoi|iie locis imtdt) singulaii (IX 3f>2 e : èv 'Aygoiy.co ; 39'5 li; 
XIII ."1(57 d). modo plurali numero (X 445 f: fi- 'Ayoot'ftoi; : XV 692 1> 
iitatiir. Cf. anfnn Terz. 5"». 



DE OOMOED. GR. TlTVLTS DVPUC. 373 

fuisse accepimus, nempe ^deraXQog, quae in altera recensione 
Aì]iinjTQiog audiebat, Athenaeo teste : "A?,e^ig ex rov òieoxevao- 
jiiévov ÒQàjiiaTog, ó miyoàfpEjai ArjjLi/jTQiog (1). Idem Athenaeus 
tradit Diphilum Aioì]oneiyì]:; fabulam retractavisse, quam 
postea titillo Evvovyog ì) ZTQanojx)]? insignitam laudavisset : 
Aicpilos ó' £)' Evvovyoì ì) 2^ToanojT)] - I'oti òè tÒ òoàjna rov Al- 
Qì]one'r/ovq diaoxev/] (2). Geniiinum titulum Aioì]oire(xì]<; fuisse 
etiam ex verbis efficitur, quae paulo ante idem Athenaeus 
scripsit, cum doceret liane fabulam a Callimacho Evvovyov 
laudatam esse : Aiq?dog AiQì]oneiyei - tò òè òoàua rovro Kal- 
Uijiayog èmyQacpei. Evvovyov (8). Quam tituli iiotionem Athe- 
naeus procul dubio ex fontibus hausit, qui e Callimacho 
pendebant, nempe a Pamphilo, qui a Didymo ilio Chalcen- 
tero socci materiam ferme derivarat. Explicationi a Benderò 
prolatae (4) non est cur non adstipulemur, cum adraodum 
sit probabile Callimachum alteram AlgyoiTeiyovg recensionem, 
fortasse in condendo Alexandrinae bibliothecae catalogo, 
novo indice Evvovyog signasse et postea, paucis versibus 
intermissis, Didymum solura nomen Evvovyog praebuisse ; 
vocem ZToaTiojT)]g autem Pamphilo deberi, qui significatio- 
nem, quae voce Aioì]oiTf.iyj]g contineretur, explanandam sibi 
proposuisset. Adeo igitur vocem ZTQaruÒTì]g invaluisse ut 
Aioìjoireiyijg prorsus obscuraret, velut ex Athenaei testimonio 
elici possumus : Alq-^dog ZiQatio'nìj (5). 

Naucratitae testimonia, quae modo protulimus, hoc Ben- 
derò comprobare videntur non tantum nullam comoediam, 
ubi primnm in publicum edebatur, sed ne alteram quidem 
comoediarum recensionem antiquissimis temporibus duplici 
nomine insignitam esse. Laudo: sed inquiramus oportet 
num Athenaeo in altera harum fabularum recensione tra- 



ci) Atben. XIV 663 e. 

(2) XI 496, 497. 

(3) XI 496 f. 

(4) BeiKler 1. 1.. 39 sq. 

(5) Coiitrariuiu ijuidem probatum est iudiciimi Ces.sio (' La critica 
lett. di Callimaco ' : ' St. it. fil. ci. 15, 1907, 87) atque Terzaghio 92, 
118. Quaestionem praetervolarit Marigiis (' Difilo comico ' : ' St. it. fil. 
ci. ' 15, 1907, 399 sq.). 



874 !• CAPOVILLA 

denda, piena fides sit adhibenda, nempe si hae fabulae 
iteruni peractae secus ac antea audirent. Qua in re per- 
pendenda par nobis videtur singulos hos titulos retracta- 
tis fabulis inditos, Naucratita teste, ciini ipsarum prioribus 

conferre. 

Bovia'dMv idem est ac "AyQoixog : Aristophanis eninn 
scholiasta ad Ran. 990 docet hoc nomen ad stupidos fa- 
tuos(iue homines designandos usurpar! (1). Et re vera co- 
niicos graecos scimus consuesse hominum rusticorum tar- 
ditatem atque àmioOtjolav illudere, ut caveam ad hilaritatem 
traducerent. Bovia/dcov tituluni igitur prò cognomini ioculari 
ab Antiphane in ipsa fabulae actione adhibitum esse, nemo 
infitias ibit, modo àvaioOìjoiay personae, quae primas partes 
obtineret, perpenderit. fpdovjuevog enim ille, qui procul du- 
bio (ìyQoixov partes implebat, ad argutias saepe spectatores 
traducit, ut e fr. 68, 4 discimus, cum profiteatur minores 
tantum pisces idcirco se adamare, quod maiores uvd()co:nó- 
(fuyoi sint (2). Quae cum cogitaverimus, nulla necessitate 
adducimur ut alteram inscriptioneni priori fabulae, alte- 
ram autem posteriori inditam esse censeamus, sed hoc ef- 
ficitur, nostro quidem iudicio, alterum titulum posteriore 
tantum aetate ortum duxisse, quod unum eundemque ho- 
minem tardum cum "AyQoixog tum Bovxu/dcov indicarent. 

Qua re ad hanc opinionem inclinemur licet, non de una 
fabula, verum de duabus rem agi, Athenaeumque de altera 
fabulae recensione cogitasse duarum vocum sensu quodam- 
modo simili potissimum adductum. Sed, ut hanc dubitatio- 
nem mittamus, si censendum sit de una tantum fabula agi, 
prò certo ducamus "Aygoixog genuinum titulum fuisse, non 
modo (juod hanc inscri[)tionem priori comoediae tribuerit 
Naucratita, sed quod probabiH ratione statuere nobis videa- 
mur BovialUov titulum ex iliius Xenarchi comoediae inscri- 
ptione (3) derivasse, quae vere BovxolUov inscriberetur. Bov- 

(1) Schol. Ar. Riin. 990 Aiòi'iiog oti Ma/uidxi9os xai Meltjiiòrj? hi 
Itiooiu <^ir(ì/fihjfzo, ituìldieQ xal 6 Bovru/.i'wv xui ó Kuqoi(Ìo;. 

(2) MeinokP CGF III, 37. Cf. ' Hiet. crit. ' 331 sq. Kock CAF II, 
38 «q., Ili 8f|. 

(3) Meineko ' llist. crit. ' 434. Kork II J67. 



DE COMOED. GU. TITVLIS DVPLIC. ÓTb 

xaXioìv enim tituliim, quem apud Athenaeum legimus, non 
emendandum putamus Dovru/daìv, ut, Reinesium secuti re- 
ceperunt Meinekius (1), Kockius (2), Breitenbacliius (3), cum 
Casauboni correctio Bovxo/mov a Kaibelio in Athenaei te- 
xtum recepta (4), veri similior nobis videatur. Sensus fere 
similis vocum Bovy.oXicov - "AyQoiyjK docet facile fieri potuisse 
ut grammatici, ex quibus hauserit Athenaeus, in tanta simi- 
li um titulorum copia, de altera fabulae recensione cogita- 
verint, idcirco praesertim cum in Antipbanis fal)ula per- 
pendenda Xenarohi BovxolUov in mente haberent. Sed de 
Antipbanis "Aygoixog titulo hactenus, ne incerta prò certis 
paulo confidentius ponamus. Hoc unum monebo, alteram 
lAyQoixov recensionem eodc^n inscriptam fuisse titulo, quod 
si ita censueriraus totus Athenaei locus nuper allatus (Vili 
358 d; Tcòr 'Aygoixcov iorìv évòg ófaa;f£«;»y)* perspicuus evadet, 
évóg vocula in textum recepta, ut Terzaghius (5) mira cum 
sagacia animadvertit. Etenim Naucratita omnes fabulas 
"Aygoixog inscriptas, nempe Anaxilae (K II 264), Philemo- 
nis (K II 478) Menandri (K III 137 sqq. 'Yjrofio/jfimog ì} 
'Aygoixog), Anaxandridis (K IT 135 'Aygoiy.oi) mente ample- 
ctebatur. 

Quod autem ad Alexidis Aìjio'jToiog ì] (AhraTgog attinet, 
fateamur oportet duplicem titulutìi ad alteram fabulae re- 
censionem statuendam non multum valere, cum semel 
compareat (6), centra vero omnia fere fragmenta simplici 
titulo laudentur (7). Damus de Demetrio Poliorceta cogitari 
non posse, cum omnino non sit probabile totarum comoe- 
diarum argumenta in celebrandis quibusdam hominibus at- 
que laudandis versata èsse (8), sed non minus improbabili 

(1) Meineko ). 1. 

(2) Kook 1. 1. 

(3) Breit. 1. I. 77. 

(4) Athen. II (53 1". Wa>>:ner ' Syniltolarnin aiì com. (iraoc. hint. erit. 
cap. qnattuor ', Lipa. 1905, 39, 51. Cf. IVrzaglii 5»;. 

(5) 1. 1. 5(5 sf|. 

(6) Atli. VI 211 1. = Ir. 47 K. 

(7) Ath. Ili 108 a, VII .S14 d, Vili 3.SX .1. Stoh. 115, 7 = ir. 50, 
48, 46, 45 K. 

(8) Breit,enl»a<li 08, adii. 177. 



37fi I- CAPOVILLA 

ratione Fritzschius, (luem Toeppelius (1) et Kockius (2) sunt 
secati, mihi videtur statuisse idcirco fabulam ita inscriptara 
esse, quod adulescens bene moratus, nempe Demetrius, ami- 
cus (qi).rraioo^) Cliniae, iuvenis luxuriosi, gravi et benigna 
adhortatione ad niodestiam et prudentiam revocare stude- 
rei. Nam Clirysali servi verba, quem Plautus in Bacchidi- 
bus ita inducit loquentem (911 sq.) : « Satin est si plura ex 
me audiet hodie mala (' se. Mnesilochus ') ] quam audivit 
unquam Clinia ex Demetrio » (3), lucem rei non admovent, 
non modo quod, ut IIuefTnerum non fugit (4), is Demetrius, 
(jui in Cliniam summa mala ingerit, minime ei conveniat, 
qui amicum gravi et benigna adhortatione ad temperantiam 
revocare studeat, quin immo Demetrius re vera maledictis 
et iurgiis lacessivit Cliniam, sed etiam quod in liac fabula 
de Clinia cum scortis res agitur. Constat enim in graecae 
comoediae fabulis, quae media aetate praesertim conscribe- 
bantur, multum ponderis habuisse harum personarum partes, 
quarum nomina vel cognomina comoedias nonnunquam de- 
signarent, ut ex Athenaei loco luculenter apparet : y.aì àkXa 
oh 7ìo'/J.n... òoànaTa (xttÒ haioòn' Eoye rag èmyoaffmg (o). Quae 
cum ita se habeant, scribendum censemus cpilFraìoiK, non 
qiXhainog (0). 

Clinia enim ille saepe apud scortilla morabatur : bine 
Demetrii in eum iurgia. Quid ? quod totae Graecorum co- 
moediae, in (|uibus amor regnum obtineat, haud raro ado- 
lescentes meretricum laqueis irretitos, earumque comites in 
lustris factos exhibent. Quae coniectura nulla implicatur 

(l) 'De IragnionliH CDmiforiiiii Giace. <iiiaestii)iios crilicae ' (speo. 
tert.), Neul)iaml<'iil>iny ist>7, !• mji|. 

C') Rock li. •^v^. 

^'.^) Haec verha a Nacn io (in « Demetrio ») in Roinanani scaenani 
delatii eraiit. Kil)l)eek 14. 

ili Huetìnor ' Do Plaiili conioediarum cxemplis Attieis (juaestiouos 
maxinii' chrouoh.^jicao ', Gtitt. 18;»4, o7 s<i. iJreitenbacli, ('>!». 

(.') Allion. XIII ri()7 e. VA'. Pli. Leyiand 'Los dialof^nes dcs conr- 
ti8aii(«>i eompaic* avee la coinédie ' : ' Kov. Kt. Gr. ' 20, 1H07, I7»i-231 ; 
21. r.tds. I^iUTS. Id. Daos : 'Tableau do la com. grocqne pcud. la p<5r. 
dito noiivcllc *, Lyon l'.MO, lOU s«i(|. 

•' IVrzaj^lii. 77 9(|.. 'f'i/.frnioo; ìcAt. 



DE COMOED. GR. TITVLIS DVPLIC. 377 

difficultate, quod altera titilli pars recta ratione non ad 
priorem, sed ad personam, qiiae secundas in fabula obti- 
neret partes, nempe ad Cliniam, pertineat. Nonne scimus 
enim alias quoque alterani inscriptionis partem ad perso- 
nam, cui primae essent delatae, in priore designatam iure 
spectare ? In medium Antiphanea fabula prodeat, quam 
Oh'ójimog ì) IIéÀoy> (1) inscriptam accepimus, quae duplici 
titulo inter Oenoraaum et Pelopem certamen indicabat. Quin 
etiara meo mihi iure contendere videar hanc titulorum du- 
plici nomine inscribendorum rationem iam inde a superiore 
aetate ortum duxisse, cura comici Graecorum poetae duobus 
tantum nominibus particula ?'/ coniunctis fabulae sensum in 
ipso titulo adumbrare vellent, ut primo obtutu spectatores 
de comoediae argumento edocti evaderent. 

Ut ad Athenaeum redeamus, hoc nobis probatum est 
in fontibus eum legisse modo 0(hraTQog, modo autem Ai]- 
ju/jxQiog, qui genuinus fabulae index censendus est. 

Quodsi hucusque ad summam recte rem administravi- 
mus, minime oportet adducamur ad duplicera inscriptionem 
retractatis fabulis tribuendam, ut censuerunt Dietzius (2), 
Haasius (3), qui fontes corruptos ubique odoratus, complures 
novos titulos duplices piane ad arbitrium de suo confinxit, 
Benderus (4) denique ac Terzaghius (5). 

Quae iriscribendi ratio serius tantum orsum cepit sae- 
piusque usurpando est excitata ab Alexandrinis gramma- 
ticis. Etenim fabulae scitamenta in ipso titulo adumbrare 
viri docti qui Alexandriae in studiorum doraioilio ac sede 
floruerunt sibi proposuerant, quippe qui prorsus spectarent 
ad diversas diversorum poetarum fabulas, una tamen ea- 
demque inscriptione simplici insignitas, perquara facile di- 

(1) Athen. IV 130 e : 'Arrifjmrijg èv Oìvo/iidco rj Ilé/.ojii. 

(2) Dietze ' De Philem. comico ', 78, 90, 93. 

(3; Haas ' De fabularum comicarnm intlicibus qui aputl Snidaru lo- 
guntur ' : ' Wien. Stiid. ' 22, 1000. 29 8qq. Id. ' De coni. ant. fal>. no- 
iniQibns ', Mclk 1, 1902. 21, 31, 18 ; 2, 1903, 14, 38. Quae ille hariolator 
noa sane non demorabuutur. 

(4) 1. 1., passim. 

(5) 1. 1., 140 eqq. 



378 J- CAPOVILLA 

stinguendas. Rei natura ferebat ut duplici titulo eae prae 
ceteris laudarentur fabulae, quae, inscriptione e quotidiana 
vita attiue consuetudine desumpta gauderent. Ad quod con- 
firmandum ut duo tantum exempla ex omnibus seligam, in 
medium Wòthpoi et "Aygoiy.og tituli prodeant, quorum prior 
septem fabulis, alter vero quinque est inscriptus (1). Cui 
meae sententiae multum ponderis ex hoc profluere opinor, 
quod satis constat quotiescumque retractata fabula penitus 
diversa ac prior evasit, tunc solum inscriptionem sane no- 
vam ab ipsius poetae manu, qui eam de integro reconcin- 
nasset scaenaeque aptasset, efHagitasse. Quod evincit non 
modo Menandri IleQivdia, quae, temporis spatio interieeto 
mutata atque auota, 'AvÒQÌa nomine audiit, sed insuper Epi- 
charmi quoque Movoai, quae postea ab ipso poeta "H^ag 
ydjiios fuit inscripta (2). Retractatae igitur fabulae, ut mea 
fert opinio, duplici nomine non audiebant ; deuTegai vel ere- 
gai tantummodo laudal)antur. 

Cuius rei exempla a cothurni quoque materia petita 
afferre iuvabit, quippe quae cum socco sororio tamquam 
vinculo sit consociata. Euripidei enim Hippolyti altera re- 
censio, ab ipso poeta idcirco in scaenam delata quod prior 
calamitatem acceperat, òevTéQa in fabulae argumento lau- 
datur : t'mi òè omog 'IjTJióXvrog òevregog xaì OTe(paviag cioooayo- 
gevó/iierog. ifiqmiveTat òè l'oTFOog yeygafijuévog. lò yào à::iQejT£g 
xaì xaTì]yoQÌag à^iov tv xovzcp òuóod(oiai to> ògàftan (3). 



(1) Hnic sententiae titulns duplex Menandreae fabulae 'Y.io^ohfiaio; 
»/ "Aygoixog {K III 137 sqq. Terzagbi 100), cuius pristinnm babitum non 
rect«, meo quidem iudicio, extundere conatua est Lejjrandiue (' Ponr 
l'hist. de la coro. nouv. ' : ' Rev. Et. Or.' 17, 190J, .320-326) minime 
<>1>8tat, ut Huo tempore docebirans. 

(2) Kaibel HH Hqc). Harum fabnl.anim loci prorsus similes, nenipe 
V. 2 fr. 41 (Atb. VII 2«2 a ; 304 e : h- "Hfiag yà/nfo) et veiba VII 307 b 
folata (tV Moroais) ; fr. 47 (Ath. VII 319 b e : iv "H^a? yójuw) et 48 (Atb. 
VII 323 a: h Movaai<;); fr. 49 (Atb. VII 29.5 b : èv "H^a<; yàu<o) et 50 
(Atb. VII 320 e : iv Moiaa(^\ tanti non sunt momenti ut retractatam 
fabulaui parum mutatam fuisse reputemus, nani inter v. 8 fr. 42 (Ath. 
Ili 85 e : .-rnij' 'E.-nyàmio> ir "Hjiai yàfuo r.vmay.M) et fr. 43 (Atb. 1. 1. : iv 
Ai Movami yoài/Exut) nulla similitudo intercedit. 

(3) Arg. Hip|). Knr. 



DE COMOED. GR. TITVIJS DVPLIC. 379 

Alteram quoque lonis fabulae recensionem eundem 
titulum retinuisse constai, nam apud Athenaeum scriptum 
legimus : èv òè no /5' fpoivixi 6 aòròg "Io)v q))]oi (1), etsi paulo 
ante idem Naucratita fabulam duplici inscriptione laudave- 
rat : "Icov ó' èv 0olnxi f] Katvel àXÉKxoQa ròv (xvlòv xaXel (2). 
Quo de titulo sententiae a Terzaghio allatae non accedo (3), 
duplicem titulum videlicet ad priorem recensionem ideo 
spectare, (juod inscriptiones ^om| ji' et (Ihnvi^ ì) Kmvsvg 
prorsus inter se differre testentur Athenaei loci nuper lau- 
dati. Miremur licet quod vir doctus non perspexerit rationem, 
quam ad suam sententiam fulciendam subduxit, minime cum 
iis congruere, quae ille tanquam fundamenta totius disserta- 
tionis iecit, nempe in priore fabularum recensione simplicem 
inscriptionem nulla voce adiecta in universum egere, contra 
vero in hac fabula pleniorem titulum priori recensioni esse 
tribuendum. Itaque cum piane in contrarium rem versam 
esse in omnibus ceteris fabulis contendat Terzaghius, non 
est cur adsentiamur illi. Etenim nomen Kaivevg a Didymo 
Chalcentero in opere Jioòg "Icova àvreiyytjoeig inscripto (4) 
adiectum fuisse censemus, nulla prioris vel posterioris fa- 
bulae recensionis habita ratione. 

Alias fabulas raitto, quae in iterata recensione eodem 
laudatae essent titulo, ut Sophoclis 'A&ujuag, Tvom, ^ivevg, 
Euripidis AvTÓlvxog (5), fPgUog. Quam eiusdem tituli reti- 
nendi rationem in cothurni materia magnopere invai uisse 
ex hoc quoque efficitur, quod in Oedipi Colonei argumento 
traditum accepimus hanc fabulam Olòóiovg òevregog a qui- 
busdam fuisse inscriptam : 6 xvQuwog Olòmovg èm òtaxQioei 
-daTégov ImyéyoaTnm.... eìoì óè y.rù ol ttqÓteoov, ov rvoavvov, avxòv 
è7iiYQU(povTeg òià Tovg yoóvovg xwv òiòaoHuhòn' y.al òià xà ngà- 
yjuaxa (6). 

(1) Ath. IV 185 a = fr. 42 (Nauck 739 .sq.i.). 

(2) Ath. IV 184 f =: Ir. 39. 

(3) Terzaghi 310 sqq. 

(4) Ath. XIV 634 e. 

(5) Nauck 441. Prorsus cura Terzaghio facinius (317), qui Athenaei 
verba (X 413 e : Evoi.-riòtjg tv i<ò :to<ót(o Avio'/.vxdj) nulla emeuclatioue 
egere iudicavit. 

(6) Arg. Oeil. lì. 



p.ftO I. CAPOVJLLA 



•■!■• 



Qiioniam ad prioris huiusce disputatiunculae partis 
fmem perveni, singularum rerum, ut omiiia adhuc prolata 
oomprehendam, siimmam ducere iuvabit ; alia quaedam 

addam. 

I. Rptractatae fabulae unum eundemque retinebant 
tituluin, velut Aristophanis Kloftog, Eìoì'jvì], Ulovxog, NerpéXm, 
Magnetis Aiówoo::, Avòoi, Eupolidis Avrólvxog, Archi ppi M/<- 
</iTnv(i)y, Menandri denique 'Aòelqjoi, 'EmyJj]oog (1), FecoQyóg sa- 
tis superque confirmare videntur. Cui sententiae nullo modo 
obstant Athenaei verba, quae monent Demetrium Troeze- 
nium. Aristophanis fabulain Oeo^uoqjoQia^ovoag fi' inscripsisse 
Sea/Liorpooiannoa; : 'AoiOTO(pdì'ovg rag òeviégag fJfOjiiorpoQiaCovoag 
Aìjin'jToiog 6 Tqoi^i'jì'io; fJeafiorpooiaadoag èmyoàrpei (2). Damus 
cquidem huius Demetrii fontem Didymi Chalcenteri Zvn- 
jTooiay.d vel Aé^eig xcoiaxal fuisse : nulla inde tamen addu- 
oimur necessitate qua Didymum veruni aperuisse censea- 
mus, quae est Terzaghii sententia (3). Nonne fìi^hoM^av 
Uemetrius ipse Troezenius eum vocat, Athenaeo teste ? (4). 
Immo potius rem sic mihi cogitatione informo : Didymum 
Aristophanis fabulam (-)eo/(otfooiaauoag laudasse, nulla prioris 
vel posterioris recensionis hal)ita ratione, tituli formae obli- 
tum ; Demetrium autem irruisse, cum censeret hanc inscri- 
ptionis formam iteratam fabulam designare. Qua re Terza- 
ghii argumenla de huius fabulae inscriptione mihi concidere 
videntur. 

II. Ad hanc opinionem fovendam multum ponderis 
conferunt argumenta e cothurni materia petita, quibus si- 

(1) Ihirpocr. 1;ì!(. 2.") : jraon MFràròoo) h- /*?' ^E.Tixh'jocn Ath. IX 373 e : 
MevarÒQoi ry 'JC.^ixXi'/oro nndìTìj. 

CJ) .\tli. 1 L'i» a. 

(3) 'l'rrza-ihi 111. 

(1) Atli. I \' 13!» e : Aiòv/io; ó ynaiiunTixó; ' ><(ò.n Òy TopTor Atjin'iTOios 
t) Tom^tirioi (ii{i/.io).at)nr i\ii\ t(> .-TA/yi9o^ wv ìxòtòomf oì'yyoafi/iàKor. 



DE CO.MOED. GU. TITVLIS DVPLIO. 381 

minima ratione evincitur alteram fabulae recensionem eun- 
dem retinuisse titulum. 

III. Athenaei loci, quibus certissimam fidem adiun- 
git Benderus, de mutatis quarundam fabularum titulis, nempe 
Antiphanis HyooiHov, Diphili Aloìjoireiyovg, Alexidisque Jì]f.a]- 
TQiov, fundamento satis firmo carent ; immo in contrariam 
nos adducunt sententiam. 

IV. Inter Menandreas fabulas a Lefeburio nuper re- 
pertas (l) nulla duplici titillo est inscripta. Quin si pauìo 
longius inspicimus, Sophocleae fabulae titulus duplex 'A/auov 
ovXkoyoq ì) I^vvdeirri'oi (2) simplex tantum in papyro compa- 
ret (3). Proxime hanc ad rationem accedit quod duorum Bac- 
chylidis carminum tituli, quos ab Alexandrinis graramaticis 
duplici indice traditos accepimus, scilicet XIV (Blass) 'Av- 
xyjvoqìòul ì) 'EXévì'}^ àjiaixìioi^ et XVI 'Hideoi ì) Gì]oevg (4) in 
papyro particula /; inter se non sunt coniuncti. 

V. Alexandrini grammatici aliique viri docti com- 
plures, nempe Callimachus in opere Iliray.eg inscripto, Era- 
tosthenes in libris Tiegl xco^ucoòiag, Aristophanes Byzantius in 
commentario Tioòg tovq KaXki^idyov mraxag, Crates denique, 
Herodicus, Lycophron Sotion Didymus Chalcenterus Pam- 
philus (5), huiusmodi indices duplices fabulis indiderunf, 
nulla plerumque prioris vel posterioris recensionis, meo qui- 
dem iudicio, habita ratione, eo tantummodo spectantes ut, 
inter tot diversorum poetarum fabulas easqiie nonnunquam 
eodem insignitas titulo, summam actionis comoediae cuiu- 
sque ob oculos ponerent. 

IOANNES CAPOVILLA. 

(1) Cf. Korte ' Monandrea ". 

(2) Naiiftk 1(31. 

(3) ' Beri. Klassikortoxte ' V 2, tvl sqq. 

(4) Cf. Terzagbi 121 s([. 

(5) Cf. Christ GGL II l--, 202 sqq. 



(ad proximum voluvien). 



ISCRIZIONI LATINE IN LUCCA 



Per le iscrizioni del territorio lucchese {Luca) gli edi- 
tori del Corpus hanno tratto profitto anche da antiche sillogi 
epigrafiche locali. Ma in questa parte non poterono valersi 
di tutto il materiale, più che raccolto, disperso nei Mss. 
della H. Biblioteca di Lucca, in cui non è possibile rintrac- 
ciare ciò che possa giovare a studiosi d' epigrafia classica 
8'^ non dopo lungo e paziente lavoro. D'altro lato questi 
sussidi indiretti per la ricerca del materiale epigrafico sono 
tutt' altro che trascurabili per i centri di provincia che pure 
ebbero nell'età romana considerevole importanza, e nei quali 
la cura di conservazione delle memorie antiche è stata mi- 
nore o solo di data recente. 

Naturalmente delle testimonianze di storici ed eruditi 
locali dol)biamo valerci con molta discrezione, sia per quanto 
riguarda l'asserta autenticità di iscrizioni perdute, sia per la 
loro fedele trascrizione, accadendo piìi di una volta che gli 
stessi eruditi integrino variamente, ed anche variamente leg- 
gano inter{)retando, uno stesso testo epigrafico. Ad ogni 
modo, in mezzo a tanta scoria, qualche elemento non tra- 
scurabile sarà ofierto anche dalle sillogi studiate nella pre- 
sente ricerca : la quale non solo mira a precisare alcuni 
particolari sulla storia e sulla fortuna delle scarse epigrafi 
lucchesi, ma anche a far conoscere quelle che, lucchesi o no 
d' origine, si trovano accolte nelle sillogi e nelle storie lo- 
cali, e quelle ancora che occorrono oggi in territorio luc- 
chese, (}uantunque d'altronde evidentemente provengano, e 
che sono rimaste, per (pianto ci consta, ignote. 

Nò il R. Archivio di Stato, ne la Biblioteca governa- 
tiva posseggono sillogi epigrafiche o testi storici che epi- 



ISCRIZIONI LATINE IN LUCCA 383 

grafi riferiscano, anteriori al secolo XVI ; il materiale nostro 
è offerto dai seguenti Mss., che distinguiamo in testi sto- 
rici e raccolte epigrafiche ; tarde queste e da considerarsi 
come frutto dei rinnovati studi di antichità classica e me- 
dievale (iscrizioni delle due età sono sempre congiunte) 
nella seconda parte del '700, quando sulla traccia del Mu- 
ratori anche in Lucca fiorì buon numero di studiosi di an- 
tichità, primi fra questi il Mansi, il Berti, il Paoli (1). 

A. Testi Storici. 

* Bianco Bianchi (2). ' Historie di Camaiore ', con data 1528. 

R. Biblioteca Governativa Ms. 1007. 
Nicolao Tucci (1541-1615). ' Historie di Lucca '. R. Bibl. 

Ms. 108. 
Daniello de Nobili. ' Discorsi sulle antichità di Lucca '. 

R. Bibl. Ms. 881. 

* Nicolò Penitesi. ' Scelta delle antichità di Lucca ' (con data 

del 1628). R. Bibl. Ms. 881. 

* Libertà Monconi. 'Antichità di Lucca' (scritte verso il 

1678). R. Archivio di Stato. Ms. 35. 

B. Sillogi epigrafiche. 

I. Raccolte di vario genere senza criterio direttivo. 

G. B. Orsucci. ' Memorie '. R. Bibl. Ms. 915. 

F. M. Fiorentini (1603-1673). ' Elogiorum et inscriptionura 

schediasmata. R. Bibl. Ms. 1251. 
Bartolomeo Beverini (1629-1686). ' Elogi '. R. Bibl. Ms. 1917. 

» » ' Inscrizioni ' R. Bibl. Ms. 2281. 

Zibaldone appartenente a Bartolomeo Fioriti. R. Bibl. Ms. 

1613. 

(1) Cff. Cesare Liicchesini, Storia letteraria del Ducato di Lucca. 
Lucca, 1825-183L — Index codicum latinornui i)ubl. bybl. lue. compo- 
suit Auguatus Mancini, iu Studi italiani di Filol. class. Vili pp. 115-318. 

(2) Sono segnati da un asterisco i nomi citati dal Bormaun. 



384 



S. FEKRI 



Zibaldone. H. I^ibl. Ms. 2355. 

Bartolomeo Antonio Talenti. ' Raccolta di diverse iscri- 
zioni '. R. Bibl. Ms. 1184. 

Tommaso Francesco Bernardi. ' Inscrizioni sepolcrali '. R. 
Bibl. Ms. 1052. 

Cesare Andreoni. ' Bozze '. R. Bibl. Ms. 1881. 

Alessandro Berti. ' Dissertazione a Scipione Maffei '. R. Bibl. 
Ms. 1863. 

Bernardino Baroni. * Iscrizioni ' (importanti più che per al- 
tro per il medio evo). R. Bibl. Ms. 1079. 

Id. id. ' Miscellanea lucensia collecta a B. B. '. R. Bibl. 
Ms. 903. 

II. Raccolte sistematiche. 



* Benedetto Passionei. * Iscrizioni antiche etc. '. Lucca 1763 

(stampate). 

* Sebastiano Donati. ' Schede epigrafiche ' (1). R. Bibl. 

Mss. 1200-1211. 

* Sebastiano Paoli (1684-1751). * Inscriptiones sepultuariae 

lucenses ' (raccolte nel 1736). R. Bibl. Ms. 390. 
Bernardino Baroni. ' Raccolta di iscrizioni lucchesi fino 
al 1700'. R. Bibl. Mss. 1014-1010. — Silloge diligen- 
tissima, senza dubbio la più ampia e la più precisa. 

* Tommaso Fraiicesco Bernardi. ' Iscrizioni ' (a. 1766). R. 

Bibl. Ms. 43. 

* Cesare Lucchesini (1756-1832), il più dotto dei filologi luc- 

chesi, ma neppur lui immune da incertezze in fatto 
d'epigrafia. R. Bibl. Mss. 552. 595. 606. 
Si può aggiungere a questi * Cristoforo Martini, detto 
il Sassone, viennese venuto a Lucca nel 1722 e rimastovi 
fino alla morte; i suoi ricordi scritti nella patria lingua si 
conservano nel H. Archivio di Stato. (Cfr. Bongi, ' Inven- 
tario, IV, 341 sq.). 



(1) Queste schede servirono al Donati per il suo Novissimits thesau- 
rus «tr. edito in l.ncin. ITti.-i-lTT"». 

4. 10. "912. 



ISCltlZlONl LATINE IN LUCCA 385 

1. CIL. XI. 201*. ' Lucae apud Eccl. S. Pedriani rep. 
ALB. '. 

1. II. tìiuninius roiiian. cons. ac uniuevsiie 
i-Taeciae domitor aiiipliitheatrum 
verone propriis suniptibus a fonrl. 
evexit anno aV> urbe condita diii 

Leander Alberti De^^cr. dell" Italia (Bonon. 1550) f. 413. Moriconi 
antieli. di TiUcca lib. ITI p. 1 (ì(i exeniplaris arcliii Incensis. 

Che l'iscrizione riferita dall'Alberti fosse falsa aveva 
già ammonito Scipione Maffei nella sua opera * De gli an- 
fiteatri ' (Verona 1731, p. 70). « Non parlo di quella tanto 
scioccamente finta iscrizione che attribuisce il nostro anfi- 
teatro a un Flaminio console. La diedero fuori il Caroto e 
Leandro Alberti come esistente in Lucca, dove non fu mai 
e malamente è stata ricevuta in più libri ». Dei lucchesi il 
primo a parlarne è il Penitesi, che visse nella prima metà 
del sec. XVII, e che si richiama allo Scoto vissuto pure 
nei primi di quel secolo ; neppur lo Scoto vide naturalmente 
r iscrizione che gli si disse trasportata a Verona. Resta a 
vedere 1' origine della falsificazione. Anzitutto Lucca per 
la sua distanza da Verona si prestava benissimo all'inganno, 
venendo a mancare un facile mezzo di verifica ; si sapeva 
poi che a Lucca era esistito un anfiteatro di cui restavano 
ragguardevoli vestigia ; infine i frati del convento di San 
Prediano, dove si sarebbe trovata l' iscrizione, erano, par 
certo (1), generalmente d'origine lombardo-veneta, e come 
tali avevano tutto l'interesse ad accogliere e diffondere 
una simile notizia ; tanto che non potrebbe scartarsi a priori 
neppur l' ipotesi che appunto essi siano stati i veri colpe- 
voli della falsificazione. A ogni modo però i falsificatori, 
siano i frati o sia l'Alberti, non tenner conto degli eruditi 
lucchesi, i quali, (e questo è per noi il lato interessante 
della questione) nella loro imperizia, non potendo capaci- 
tarsi che un' epigrafe riguardante esclusivamente Verona 
potesse senz'altro trovarsi a Lucca, e d'altra parte essendo 

(1) Simonetti, ' L'antiteatro di Lucca ' in ' Rassegna lucchese ' ITI 

5, (5, 7-8. 

Stvdi Hai. di jilol. classica XIX. 25 



886 «• l'i'^'^^i 

noto a tutti che la Chiesa di S. Frediano era stata eretta 
coi materiali d('l vicino anfiteatro, vennero alla comoda con- 
clusione che l'epigrafe, mal trascritta precedentemente, o 
almeno consunta in parte, doveva di necessità riferirsi al- 
l' origine del monumento di Lucca oltreché a quel di Ve- 
rona, aml)edue antichissimi e gloriosissimi costruiti dal 
console L. Q. Flaminio (sic) vincitore dei Greci (sic). Ed ecco 
il Monconi che ci presenta l' iscrizione opportunamente 
monca secondo la nuova interpretazione. Mor. lib. II (non 
HI come dice il Bormann) p. lOP. : 

I. (|. tlainiiiius e. 

ac imiuersae graeciae (lomitui' 

ampliithcatiiiin 

veroiiac s. 

ami») alt iirlic «lii. 

K aggiunge : « questo marmo dal dottissimo Nicolao Peni- 
tesi e da altri eruditi fu interpr. che nella parte cancell. e 
oblitterata vogliono dire * Hoc sicut illud ' e di sotto ' fieri 
curavit ' » etc. 

2. CIL. XI. 203* titulus marraoreus qui fuit ' soprala 
porta verso ponente destrutta nel 1265 ' : 

lii<iii> roinaiiiis t'ccif. 
Moricoiii. Aiitirli. di L. II. (ili ex. arcliii lue. 

Non credo si tratti di iscrizione falsa, bensì di iscri- 
zione medievale, come già aveva intuito il Baroni. Il nome 
* lucius ', e più ancora il suo appellativo, trassero il Mori- 
coni e il lenitesi in inganno di cui non è a maravigliarsi, 
tanto più che proprio intorno all'anno 1265 fervevano in 
Lucca i lavori per le * nuove mura ' (Scipione Bendinelli, 
' Ahozzi di storia lucchese '. R. Bibl. Gov. Ms. 2587 e. 385'" 
e passim.) in sostituzione dell'antica cinta romana, che 
«piaiitunquc restaurata via via e, sembra, in parte rifatta (a 
ipipsti restauri si riferisce probabilmente la nostra epigrafe) 
«•ra nclli' sue linee genorali restata fino a quest' epoca. 



IS(JK1ZI0.\1 LATINK JX hUtCA 387 

3. CIL. XI. 205* ' a), urbana origine est relata voi. VI 
n. 1842 inscriptio incipiens 

P. Cnitio. P. f. Tu[t(>] sciibae [aedilicio] 

quae postea fuit in oppido Viareggio eo aliata, ut videtur, 
per Curtium Pranciottum patricium lue. '. 
Ecco intanto l'epigrafe intera 

CIL. VI. 1842 (pars 1^) : 

P • CVRTIO ■ P • F • TVTO 
SCRIBAE- AEDILICIO 
P • CVRTIVS • ONESIMVS 
PATER • FILIO ■ PIISSIMO 
FECIT • SIBI • ET • CVRTIAE 
BACCHIDI • MATRI • EIVS 
VIXIT • ANNIS • XVIII • DIES • XV 

S • S • T • N 
H • ARA • H • N • S 

Sinetius Ms. Xeap. p. 199, ed. 45. 10 inde Gruterus 32H. 7. 

Come si vede, trascritta dall' apografo dello Smezio 
senza notizia dell'originale, l'epigrafe urbana del Corpus 
manca dell'intestazione D-M in che tutti i codici lucchesi 
concordano. Inoltre lo Zaccaria, che vide l' iscrizione, so- 
stiene (1) che alla linea 7 stia scritto RACHIDI in luogo di 
BACCHIDI e che nell'ultima riga alla lezione H-ARA-H-NS 
si debba sostituire l'altra H-A-M-N-S spiegata heredes alios 
o alieni yenas etc. 

Dei vari apografi che abbiamo solo quello del Lucche- 
sini concorda in questa parte collo Zaccaria, ma non consta 
che il Lucch. abbia trascritto la sua lezione dall'originale, 
e la sua testimonianza si deve ridurre a (juella dello Z. 
donde verisirailmente, come in altri luoghi, attinse ; gli al- 
tri apografi consentono tutti collo Smezio. 

Probabilmente lo Z. notò solo per sigle l'ultimo rigo, e, 
scambiatasi in M la sigla della terza parola, ne venne la le- 
zione falsamente ricostruita; del resto l'epigrafe era di dif- 

(1) ' Itei' litterariiiiii per ll.ili.ini '. Vt'iictiis 1792 pp. 36-S7. 



;388 •■'■ t'ERRi 

lìcile lettura essendo stata per secoli esposta alle intemperie 
in luogo marino. Le mie ricerche per rintracciarla sono re- 
state infruttuose. 

4. Ma i Mss. parlano di un' altra iscrizione riguardante 
la gens Curtia, e di questa non trovo accenno nel Corpus ; 
eppure dal Penitesi al Lucchesini i nostri eruditi, benché 
taluno la confonda colla prima, quasi tutti V hanno ri- 
j)ortata, i più antichi come il Penitesi, aggiungendo che 
essa era incrostata nel muro esterno della casa Guinigi (1) 
a Viareggio, fra i più recenti il Baroni che essa si trova 
' ivi " presso 1' altra cioè di cui sopra al n» 3 ' sotto un 
cascione di legno ' nella stessa casa Guinigi. Anche qui 
non potei indagare come avrei desiderato per cause indi- 
pendenti da me; riproduco quindi l'epigrafe secondo la 
lezione del Baroni (Ms. lOlfi Iscr. roni. XIX): 

DM 
P • CVRTIO • Q^CVRTII ■ F • AEDILITIO • IVVENI 
QVI • VIXIT • AN • XVIII • M • II • D • XXVII 
ET • VAL • CVRT • MATRI • ET • Q^ CVRT • BACCHIO! 
VXORl ■ CHARISSIMAE ■ Q^CVRTIVS • ONESIMVS 

PAT • AC • MAT 

P- C 
H -MH-N- S 

:. CARISSIMAE Pcuilrsi (l MATR Penitesi. 

Facciamo un breve confronto fra le due iscr. (un. 8 e 4). 
Il P. Curzio edil. della seconda iscr. parrebbe il P. Curzio 
edil. della prima per 1' età, che il lapicida avrebbe lieve- 
mente modilìcata, e per la qualifica professionale. Si avrebbe 
M(;lla ])rima P. Curzio Ones. che fa il sepolcro al figlio P. 
(.'urzio edil., a sé, e alla moglie Curzia Bacchide : nella 
seconda Q. Curzio Ones. erige memoria a P. Curzio edil. suo 
figlio, alla madre sua Valeria Curzia {sic) e alla propria mo- 
glie Curzia Bacchide ; la differenza starebbe nel prenome 
<!he potrebbe essere stato modificato dal falsario, (è evidente 

(1) (Jra Fausto. 



ISCRIZIONI LATINE IN LUCCA 389 

che ci troviamo dinanzi a una contraffazione) il quale o volle 
evitare 1' assoluta omonimia del padre e del figlio, oppure 
(e più probabilmente) non ebbe tutti gli elementi neces- 
sari, essendo il marmo urbano originale in parte già mu- 
tilo, onde la forma TVTO par che mancasse, e che nella 
terza riga fosse perduta la sigla P. del prenome (l). 

5. CIL. XI. 206* 1. Quest'epigrafe urbana, migrò a 
Lucca nel museo Fiorentini (metà del XVIII sec) e ora è 
dispersa ; soltanto la divisione delle linee incerta in CIL. 
VI. 13068 è data in modo certo dallo Zaccaria che la vide. 

CIL. VI. 13068 (2) Zaccaria (op. cit. p. 35-36) 

iu domo Beneclicti Saxi regione ,. ,-, , • a- 4- 

'^ alter titulus eiusniodi est: 

Parioiiis 

AVRELIO DIÓDOTO 

B • M ■ F 



AVRELIO DI 
ODOTO-BMF 
ERENNIVS 
ERENNIVS SEVERVS SEVERVS 



E R E- R- 

Accursiiis Ambrosianus D. 42() iu Miir. MCCCCXL. 2 iieqiie 

f. 39 (inde Mur. 1440. 2 e sche- ordo literarum quas exliibet au- 

dis ambrosianis) qui vidit. tograpbus titulus neque litera- 

Vv. div. iucerta. 4 iutellege rum NN nexus in Erennii no- 

(h)er(es) mine exbibetur .... 

6. CIL. XI. 206* in eodem museo (Fiorentini) fuit 

inscriptio quae antea fuit in pavimento aedis primariae, in 

oppido Camaiore, ibi posita per Bianchium (3) ; is eam al- 

latam dicit ex Lorabrici ; constat autem fuisse urbanam ; 

incipit 

.■). D. m. C. Mussio Quir. Asclae 

A parte la variante desunta dagli apografi del Pen. 
Orsucci Baroni Lucch., i quali leggono 

D. m|C. Marsio Quir. Asclae|etc. 

(1) Cfr. Zaccaria op. cit. p. 36. 

(2) La parte II del VI volume del Corpus è edita nel 1882 ; la 
parte I del volmm- XI nel 1888. 

(3) Bianco Bianchi. ' Historie di Camaiore'. li. Bild. Gov. Mti. 1007. 



390 S- FERRI 

non consta però con qual fondamenLo, è forza riconoscere 
che nel Corpus a questo punto si è caduti in manifesta 
confusione. Ecco infatti le precise parole di Bianco Bianchi 
(Ms. cit. e. 36^): 

« ....C'è anche un'urna sepoltura antica dei Romani 
(M)ino le lettere sculpte che dice 

D . Ili 
e . .Mu.s.sio yiiir. Ascine 

anco It'uata di Lombrici. Un'altra sepoltura feci uenire io 
o epitaphio rotto in pezzi pur da Lombrici e metter nel 
pauimento o astraco della nostra maggior chiesa di una 
Ualeria Camilla romana ». Due sono dunque i titoli memo- 
rati dal Bianchi. Perciò, se giustamente nella rassegna delle 
fonti epigrafiche per Lucca (CIL. XL parte I p. 295) è detto 
«•he le storie del B. ' duas cotitinent inscr. antiqnas quarum 
altera ex urbe aliata est ' 206* 5, noi d'altra parte ci do- 
mandiamo perchè il Bormann non ha edito anche la seconda 
ej)igrafe di Camilla accanto alla prima di Mussio, colla quale, 
por identità di tempi e di luoghi, è ovvio credere abbia 
comune l'origine urbana. Non solo: risulta ancora che il 
Bormann ha erroneamente attribuito la tradizione storica 
del marmo di Valeria Camilla all' urna di C. Mussio i poi- 
ché questa sarà stata, è vero, nel museo Fiorentini, ma fu 
soltanto l'altra che il Bianchi in persona alla meglio riunì 
nella Badia di Camaiore, dove la videro fra i più antichi 
il Penitesi, il Baroni e il Lucch. fra i più recenti, e donde 
passò nella casa dei Bauletti nobili Camaioresi, per andar 
finalmente dispersa dopo l'estinzione di quella fanìiglia, 
circa settantanni or sono. Quanto incerta e inesatta do- 
vette essere la ricostruzione del Bianchi, si deduce dalla 
gran varietà di lezione offertaci dai nostri Codd. ; sì diesi 
potrà semjire dubitare sulla precisa divisione dei capoversi 
(h'H'epigratV ; io 1' ho riprodotta secondo l'apografo che par 
<liligent(', di un anonimo (1) in margine al Ms. 1016 Iscr. 
riuii \n ^Baroni) : 

^1» C^noHt' anonimo a un lato del titolo ha scritto caudidameiitt' : 



ISCRIZIONI LATINR IN LUCCA 



391 



V • S ■ F 


CA 


MILAE 


VALERIAE 


M-R 



1. mauca Peu. Bar. Ors. Luccli. 595. 

2-3 CAMILLAE Pen. Bar. Ors. 

i. VALORINAE Pen. 

(2-3)-4. invelatone) Pen. Bar. Ors. Lucch. 595. 

5. manca Lncch. 552. 

7. CIL. XI 206* 4. 

L. Minicius Au|ximus etc. (Mnr. 1378. 1) 
ijuaììi pióbahiìe est esse urbana origine. 

Ricordo semplicemente ciò che lo Zaccaria (op, cit. 
p. 35) dice a proposito di qiiest' epigrafe : « Edidit Mur. 
1378. 1 at prò MES. VI in eius exemplar irrepsit MES. V; 
praeterea silet.... duos lapidi insculptos Genios alatos.... ». 

8. CIL. XI. 848*. Colonna cilindrica ritrovata nella 
Chiesa di Nocchi.... ^tc. 

inip. caes. d. u. ualenti | pio telici semper aug. | etc. 

Cfr. Jlartini qui vidit viaggi II 323. 

Senza entrare nell'esame dell'iscrizione (inscriptio vi- 
detur in ipso lapide recenti tempore incisa esse ; expressa 
autem est inscriptio XI 6665 [Pisae] mutata clausula civit. 
pisana (1) M. P IIII : Bormann) tanto più che da Nocchi mi 
scrivono non esister più là il miliario (lo vide il Repetti, 
Dizionario voc. Camaiore) e neppur conservarsene memoria, 



(ì) La clausola è, (.-ivit. luu. : il miliario non è lucchese ma lunese. 



gyj s. iKitUl 

farò notare che Bart. Fioriti Ms. 1613 f. 47 attesta d'aver 
letto nel tergo della colonna (jueste lettere (Cfr. Lucoh. 552, 

595 od a.). 

VII 

VV MO 

Del resto la divisione delle linee e la loro lettura è incer- 
tissima nei numerosissimi apografi dell' iscrizione sulla quale 
certamente non è ancor detta l'ultima parola. 

1). (UL. XI. 0669. 

LIBERATORI ORBIS 
ROMANI RESTITVTORI LI 
BERTATIS etc. 

Tutti i nostri Mss. cominciano invece 

AVG ■ LIBERATORI ORBIS 

Infatti, in corrispondenza alla prima linea, ma con circa 
cm. 20 d'intervallo, quasi nel tergo della colonna è scolpito 

AVG- 

10. Frammento di tavola marmorea ra. 0.70 X 1.25, di 
due pezzi, inscritto nella parte superiore a caratteri monu- 
mentali del 1 secolo, assai danneggiati nella prima linea. 
D' origine senza dubbio locale, per quanto manchino dati 
precisi sulla località e l'epoca del primo ritrovamento. Ve- 
stibolo della Pinacoteca comunale di Lucca. 

CONSTANSAVGVSTDO-GRaTISDEI"; 



liaiistorit) oeuochdr patera 
vnvarpio voti ritte ftrolazsanti 

L'iscrizione linora inedita si ricollega all'altra lucchese 
irià nota TIL. X! 15t>K 

1^- l'^ipiiin. . . . Ani;, l'isis. et. Lucat' .... 



ISCRIZIONI LATINE IN LUCCA 393 

e deve leggersi 

.... ET DECVRIONVM | CONSTANS, AVGVST(alis) D(ecurio- 
num) D(ecreto) GRATIS, DE(diciivit) ; Costante cioè, iioiuiiiato j)er 
i suoi meriti Angustale colla dispeusa di tutte le tasse inerenti a 
quella dignità, tasse e prestazioni clic costituiscono la cosiddetta 
Summa honoraria, La dedicato .... 

La forma GRATIS (o (/ratuitiis) ricorre non frequen- 
temente nelle epigrafi ; eccone alcuni esempi tipici. 

CIL X 3907 (Capua) 2. Annio lanuario . . . . ordo decurioiiuin . . . . 
Augustalitatis gratuituni decrevit 

» X 4591 (Caiatia) P. Servilius . . . . Aug(ustalis) gratis.... 
» IX 5301 (Cupra Maritinia) .... August(alitas) et sevir(atus) 
d(ecreto) d(ecurionuiu gratis dat(us) est. 

» IX 5448 (Falerio) Vili vir August(alis) d(ecurionuni) c(onsulto) 



gratis factus. 



etc. 



11. Tavola marmorea rettangolare m. 0.58X1.40, or- 
nata di cornice lungo due lati, con iscrizione nella metà 
superiore ; murata nel fianco nord della Pieve di Marlia. 
(Lucca). 

^/ P 

CVAGILIVS- Gl. EROS 

SIBI -ET-SVIS 
VAGILIAE- CL-LITEN 
5 C-VAGILIODOCIMO 

C-VAGILIO- PRIMIGENIO 
C-VAGILIO- CADMO 
VAGILIAE ELP INI 

L'iscrizione, inedita, era fin qui ignorata dai più (1). 
Pur mancando al solito notizie precise sulla sua provenienza, 
nondimeno le testimonianze orali che per l'ultimo secolo ho 

(l) Mi fu indicata dal Puoi'. Placido Caiiipotti, Diretti)!»' della Pi- 
nacoteca Comunale di L., il quale non la potè leggere che in parte a 
causa della borraccina che la ricopriva. Il Pievano di Marlia Sac. Mat- 
teoni molto gentilmente, mi aiutò nell' ojira della ripulitura e nella ri- 
cerca di quei pochi dati che fn po.ssibilc raccogliere. 



394 S. FKRRl 

raccolte, sono concordi iiell' affermare 1' origine locale del 
monumento e nelT escludere qualsiasi anteriore immigra- 
zione ; e inoltre la volgare opinione tramandatasi attraverso 
le generazioni che a Marlia sia esistito un cimitero pagano 
(e restano ancora lì presso le vestigia di un antico tem- 
pietto), mi inducono a ritenere indigena quest' epigrafe e 
ad ascriverla senz'altro al Corpus lucchese. 

i. LITEN. I><'I to^nniiM- LITE nelle faiiii/ilie di lil»erti oecov- 
loiKi altri poolii esempi: CIL. VI. l.'iSSl D . iii Caeciliae . Lite — 
il.i(L X 747 Neroiiia Lite — ibid. X 2039 Alfeuae P . L . Lite. 

È ad ogni modo strana la forma LITEN nella nostra epigrafe; 
forse <l(>vuta, piìi che ad errore del lapicida, a una curiosa ana- 
logia <oi nomi greci in -y^v e a mancanza di declinazione. (Cfi'. 
THYMEN in Not. d. Scavi 1886, 400 (410)). 

8. ELPINL Qui pure anziché correggere ELPIDI o ELPINIDI 
dovrciimid sospettare rintliu'nza di altri nomi greci in -ic, gen. -'^vog. 

12. Stele marmorea m. 0.70X0.80 danneggiata da un 
tassello quadrato di cri. 0.21 di lato. Trovata nel paese di 
Badia di Cantignano a 4 km. da Lucca dove era adibita 
ad uso di ponticello su di una chiavica. Vestibolo della 
Pinacoteca di Lucca. 

D M 

N Y M P H E S 

ACHELOVS ET HEORTE 
FILIAE DVLCISSIMAE 
HAVE 

IVT vis • ■ ... \/,;nimentvvv 

MEVM ESITDATA 

vItaM ANNOS 

svi VTES 

SEXTV • NDENS 

ANIM • • ■ M 
NOLlTtNO TESMORI 

endvmi ■\1-i---a----t alia • fatvs 
hoc volvit mevs slc qvomodo mala 
in arbore pendentsi corpora nostra 
avTmatvracadvntavtcitacerbarvvnt 
te lapisoptestorlevitersvperossa///sidas 
ni teneraeaetatitvve///essegravis 

VALE 



ISCRIZIONI LATINE IN LUCCA 395 

L' iscrizione edita di sul calco in ' Not. d. Scavi ' 1885 
p. 496 (cfr. ' Atti accad. Inscr. ' Paris 1885 p. 353; Le Blant) 
è certamente la più interessante fra le lucchesi ; nella parte 
metrica essa fu così integrata dal Buecheler Anth. lat. IL 
1542: 

Tu [q]iii s[tas atque spectas] m[o]niirieutiim memu 

[aspice quam indignje sit data | vita m[ihi. 

quiuque] aiuios ! »nperum lumen vkliqite j)an']ntes , 

sextu[m allunili iuscejudeiis | ainiu[aiii depo.siii inea] lUi 

Nolite |d]o[lere pareujtes, morijenduiu [fu]i[t 

pvopei]a[vi]t aeta[s], Patus i hoc voluit mens. 

sic quomodo mala iu arbore pendeut si (e) corpoia nostra: j 

ant matura caduiit aut cit(o) acerbariiunt. | 

Te, lapis, optestor, leviter sujjer ossa [rejsidas 

ni teneiae aetati tu ve[lis] esse gravis. 

Il nome Nymphe è assai frequente nelle epigrafi o 
quale cognome : 

CTL. TI 1099 Dis Mauib | Maria Q. F. Nymphe 
-> III 523 Turpiliae Nymphe 
» X 39-18 lulia Nymphe etc. 

o, come nel nostro caso, usato assolutamente : 

CTL. VI. 23177 Nymphe 1 pia 
Inscr. atticae aet. Rom. (Ditt). 2069 Nùj-iq^r] Baodeiòov. 

Non altrettanto frequente è il nome della madre : 
CIL. VI. 192S3 D . m i Heorte vernae 

e del padre clie ha un altro esempio in un titolo di Sor- 
rento : 

CTL. X. 740 . . . . M LlVlI • ACHELOi 

13. a) Piccola stele sepolcrale in pietra scura 0.29X0.21. 
Villa Paladini a Massa Pisana (5 km. da Lucca) lato nord. 
Proveniente da Roma. 



.'J96 S. FKIJKI 

D • M 
DOMITIAE • 
GELASTE CON 
IVGIBENEME 
RENTI-M- AN 
TONIVSHER 
MESFECIT 

L' epigrafe manca negli Additamenta al * Corpus ' e 
neir ' P]phem. epigrafica ' ; neppure mi risulta edita nelle 
' Not. d. Scavi ' per quanto la mancanza di indici onoma- 
stici nei volumi di questa rivista oltre il 1886 possa in qual- 
che modo attenuare la sicurezza della mia affermazione. 

(i) Stele marmorea 0.52 X 0.34. Villa Paladini ibid. lato 
ovest. Da Roma. 

I) . Ili Xeiiani Ke.si)eccto etc. 
Edita in .Vo/. (ìi Scari i!)05 p. liUl. 

y) Nella stessa Villa Paladini era, fino a pochi anni or 
sono, quest' epigrafe urbana, che riproduco in corsivo da 
un apografo del prof. Mancini. 

Dis Manilms 
Cupitiae Floi'eutiiiae 
Coniugi piae et castae 
lanuaiius Pi'imitiuus marìtus 
((ualeni paupertas potuit 
nieinoriam (ledi 

Miinca nf<j;li Additamenta e iiell' Epliem. cpigiapliica, e, per 
quanto Ilo potuto stalulire, anclie nelle Not. d. Scavi. 

14. Nella raccolta di iscrizioni offertaci dal Ms. lucchese 

505 e ^vUoyrj (sic) in!icr}pfio)ium a C. Lucchesinio collectarum 

inripit feiirUer') in un foglio non numeratosi legge in alto 

Frammenti mici ' e seguono otto epigrafi senz' altra indi- 

cazioiip airiiìCiM!-; ,1i un numero d'ordine. 



I.SCRIZIOXI LATINE IN LUCCA 



397 



1) 06 
T A r X 
I € P N e 

c e N e T H 

e I r T P (D 

P . T I ' * A 
H C A Y 
C A T Y P N 



CENTIVS 

Teirene 

VLCISSI 

X • M • III • 



3) incerta 

A I A O) 

OCKAir^^AlKINlOC 
'MAAAXBHAOa'Oe 



5) D • M 

ORONIAE-ALE 
DRIAEIVLIVS- 



-i) 


IVLII 


IVL 


e 


CL 


CL 




ROBVSTI 


SELENE 


6) GVSTO-PONTIF 


OS-XI-TRIBVN 


FAC-VII-VIR-E 




incerta 



7) « ftg. presso S. M. » (?) 

OPVS DOLIAREX PRAEDAVGVSTINEX FIG 
VOC MVNATIANI OB 

8) « altra fig. presso S. M. » (?) 

PRLVERI 

O-T SABINS- COSS 

Ho creduto cosa migliore riprodurre semplicemente an- 
ziché accingermi a ricerche che, oltre richieder tempo, non 
avrebbero forse condotto a risultati sicuri, considerando la 
mancanza assoluta di un punto di partenza e lo stato fram- 
mentario dei titoli. Ma gioverà, io mi domando, aver risu- 
scitato la debole voce di questi marmi adornanti forse un 
secolo fa lo studio del marchese Lucchesini ? 



Pisa, aprile 1912. 



Silvio Ferri. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 

Capitolo I. 
L'età e l'opera dello storico Cratippo. 

i- 1. - 10 abbastanza difficile citare il nome di uno sto- 
rico, intorno alla cui età, e alla cui opera, i nioderni ab- 
biano tratte in cam[)0 teorie più disparate e più contra- 
stanti, che intorno a Cratippo. Se infatti l' opinione più 
comune è sempre eh' egli fosse contemporaneo o quasi di 
Tucidide (1), se alcuno anzi è disposto a vedere in lui 
r ignoto editore dello storico della guerra del Pelopon- 
neso (2), o a dirittura ad identificarlo con Senofonte (8) ; 
molti altri lo dichiarano vissuto in epoca ellenistica, sia 
che fosse un editore delle storie di Tucidide e di Teopom- 
po (4), sia che continuasse l'opera del primo (5), o ne scri- 

(1) Unger, Jalirl.. i. kl. IMiil.. 133 (18i<6) p. lOS sgjr. ; Herbst, 
Fililo)., 49 (18itO) ].. 171 sgg. ; Fiicdrii-li, .J.ihrb. f. kl. Pliil., 155 (1897) 
].. 177; Kalinka, Ztsilir. f. ust. G.vinu., 56 (1905) p. 402; Blass in 
' Tilt? Oxyili. rap. '. V ji. IS!» sgg. ; Hiiry, ibid. ; Walker, Class. Review, 
'22 (1908) p. «7 8g. : e Klio Vili (1908) p. 356 .sgg. ; Costauzi, 8t. stor. 
per l'antidi. Cla.sa., I (1908) p. 2.53 sgg.; Mess, Ebein. Mus., 63 a908) 
I'. 370 sgg.; H4 il909) p. 235 sgg. ; Undiubill. Joiiru. of Hell. St., 28 
(1908) p. 217 sgg. ; Lehuiaiin-Hanpt in Gercke-Noiden, • Einl. ", III p. 89 ; 
W. Schmid ili Ohrist. ' (Sr. Liter. ' V'^ od. p. 492; Oavaignac, Rev. des 
^'■t. grce<iiies, XXV (1912) p. 155 sgg. Questa opinioni» è condivisa anchr 
•lai Helocli, Gr. Gcsch. II ediz. I, i p. 28. 

(2) Schmid, l'hilol.. 49 ,1890) p. 25; 52 (1894) p. 110 sgg.; 60 
(1901) p. 155 sgg. 

(3, Leutsch. Philol., 33 (1873) p. 97, .- 127. 

(4) MilUcr. ' Fr. Hist. Gr. ' II p. 78. 

(5) Scholl. I »r Cratippo historico ', Miiiistcr 1887; Suseiiiihl. 
• tipsch. d. gr. I.it. ili d. Alexandrincrzeit ' II 468 e Philol., 59 (1900) 
p. .537 ; II. Wcil. Kcv. d. et. gr., XIII (1900) 1 6gg. ; De Sauctis, ' L'At- 
lidc di Androziouo ctc. ', Atti d. li. Accad. d. Scienze di Torino 43 
(1908); K. Meyer, ' Thoop. llellenika ' 1909, p. 125 8gg. ; Weil, Jonrn. 
d. ,<;i\ .. 1008. 307. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 399 

vesse dei paralipomeni nel III o nel II sec. av. Cr. (1). Né 
mancò chi lo facesse vivere nel I sec. av. Cr. (2), identifi- 
candolo all' occasione col filosofo peripatetico di Mitilene, 
amico di Pompeo (3). 

Eppure tutte queste ipotesi si basano sugli stessi quat- 
tro unici frammenti attribuiti dalle fonti a Cratippo. Sarà 
bene che anche noi li riesaminiamo con cura. 

§ 2. - Plutarco si chiede in una delle operette morali (4) 
— comunemente citata col titolo poco esatto de gloria Athe- 
nien.vum — tiÓtsqov 'Adì]raKH xarà Jiókefiov r/ xaxà ooq)iav èv- 
óo^óreQot. Egli vuole dimostrare vera la prima tesi, ed il 
nocciolo delle sue argomentazioni è che le varie forme di 
ooq)ia (storiografia, pittura, poesia nelle sue varie specie, 
retorica) raggiungono grandezza e splendore solo in quanto 
tentano di rappresentare grandi e belle azioni ; e che il 
merito è maggiore in chi tali azioni sa compiere, che in 
chi le sa rappresentare ; che anzi se non si avessero coloro 
che agiscono, non si potrebbero neppure avere quelli che 
ne descrivono gli atti. Quanto agli storici Plutarco scrive (5): 
àvsle xì]v UeQixkéovg Jiohreiav [fatti anteriori all'autunno del 
429 ; cfr. Tiicid. I-II, 65], xaì tu vavuaya Tigòg 'Pico (poonico- 
voQ TQÓjraia [estate 429 ; cfr. ibid. 11, 84], xa) rag jiegl Kvihjoa 
[estate 424 ; cfr. ibid. IV 53-54] xuì Méyaoa [estate 427 ; cfr. 
ibid. Ili 51] xaì Kógiv&ov [tardo estate 425; cfr. ibid. IV, 
43-44] àrÒQO.yadiag Nixiov, xaì tÌji' Aìji^iooOérovg Tlvkov [dalla 
primav. 425 ; cfr. ibid. IV, 2 sgg.], xuì rovg KUojvog rerga- 
xooiovg uìyjialdnovg [estate 425 ; cfr. ibid. IV, 3U sgg.], xaì 
ToXniòar nelonóvvì]aov jragmléovTa [456-455 ; clV. ibid. I, 108], 
xaì Mvgon'idì]v vixòn'ra Boianovg Ir Olvocpvjoig [457 ; cfr. ibid. 
I, 108 j, xaì Sovxvò(ò}]g noi òiayéygajrrai. ìivele rà Jiegì 'El- 

(1) L. F. Benedetto, Atti d. Jv. Ac(.'ad. d. Scienze di Torino, 44 
(1909). Cito dall' estratto. 

(2) Rtabl, Philol. 50 (1891) p. -SO; Sclnvartz, Hermes 44 (1909) 
p. 496 s<j;g. il (piale lo considera un falsario dei tempi del I av. Cr. 
Cfr. anche Swoboda, Woch. tur kl. Phil., 1910, 287. 

(3) Plut. 'Cicer. ' 24, 'Bruto' 24, ' Pompeo ' 75 ; Eliano 'V. H. ' 
7. 21 ; Cicerone * offic. '1,1,' div. ' 1, 3, ' ad fam. ' 12, 16. 

(4) ' Moralia ', 345 C-351 B voi. II p. 455-470 Beruardakis. 

(5) 345 C-F, voi. II 455-456 Bern. 



400 ^- PARETI 

/.tjanoiTor 'Aky.ifìtdòov ì'eavuvjiiara [410 sg. (1)], y.al rà ngòg 
. Irn^or (-ìnanvkhw [41 1 , 4H) o 40B ? (2)] xaì xr]v vnò &ì]Qajuévovg 
T/'ji òhyaoyius y.maì.voiv [411], y.ai Soanvfiovkov xai 'Aoylvov 
y.iti rovc: (hrò 0i'Àìjg fliòoin'jy.oìTa y.axù rrjg Z:iaoriaTon' fjyejuo- 
vtac nvioTUfjhovg [aut. 404-inverno 404-403], y.al Kórova Jid- 
).iv tftftifìd'Covia ràq 'Aihjrai; ek tÌ]v OdlaTrar [specialmente 
nel 393 (3)], yal RguriTiTiog dvì'jOìjrm. Sevocpójv fxh yàg 
nvrÒQ fncTov yéyovev ioxooia [= V Anabasi], ygdyjag a èorgart]- 
yt]af y.aì y.aTcÓQdojoe xaì SefumoyÉvEi negl xovrojv ovvxejdydai 
xòi 2\'gaxoalq) (4), Iva maróxegog f] òirjyov/ievog éavxòv wg àX- 
koì', fxfgq) xì]v xòìv Xóyfov òó^av yagi'Qó^iEvog. ol ò' àXXoi Tidvxeg 
ìmogiy.oi, KXetxóòtjiuoi AivXXoi <PiXóyogog ^vXagyog, <\XXoxgion> ye- 
yóvaniv egyov còojieg óga/iidxojv 'moy.gixai, xàg xòìv oxgaxrjyòiv 
y.al fianiXéojv Tjodèeig òiaxidépevoi y.al xàìg ixeivwv v7ioòvóf.i€voi 
f^ivì)uaig \'v ojg avyiig xivog y.al rpcoxòg fiexuoyoìoiv y. t. X. 

Kisultatio tla questo passo di Plutarco alcune notizie 
importanti sulle storie di Cratippo : così, per esempio, che 
esse non incominciavano (come le Elleniche di Senofonte, 
e quelle di Teopompo) (5), dal punto stesso in cui termi- 

1) Cfr. Senof. ' Ellen. ', 1. 1, 5 sgg. Per 1(? disciissioui cronolo- 
giche vedi ' Rie. sulla ])ot. ujarìtt. degli Spartani ', Mein. della li. Ac- 
ciid. d. Scienze di Torino, serie II, 59 (1909) pag. 109 sgg. 

(2) Il Miille-r, ' Fr. H. Gr. ' II p. 75 crede trattarsi dei fatti del 
m già narrati da Tncidide Vili. 100. L'Unger, Jahrb. f. kl. Ph., 133 
(1X86) 11. 107 atVernia che si pnò alludere al 410 come appare da Seno- 
fonte, ' Ellen. ' I. 2. 11 sg. Il Mess, Rhein. Mus. 1908, 387 n. 2 crede 
si accenni alla ìiattaglia alle Arginnse. Cfr. Diod. XIII, 97-99; Filocoro 
fr. 121 M. 

(3) Siamo evidentemente al periodo iniziat<t col ritorno <li C'ononc 
in .Vtene nelP estute del 393, e spintosi fino alle trattative di pace di 
Sardi fallite del 392, dopo le quali Conone si eclissò. È un richiamo a 
quel movimento per la formazione di nna lega marittima ateniese du- 
rante la guerra corinzia, die fu illustrato dal Helocli, ' Att. Polit. ', 
344 :{|»>. 

(4) Cfr. ' Elleniche ', III, 1, 1-2, 

(5) Che anche Teopompo iniziasse le ' Elleniche ' nel punto stesso 
in cui cessarano le storie di Tucidide risulta da parecchie testimonianze. 
Dioduro XIV, HI, 7 (cfr. XIII, 42 i atVerma che SeÓTTouriog.... t^Qxrai fièv «.tÒ 
T^C jteoi Kvvòg ofjfia vavfAaxiag, fìg ijv QovxvÒiòijg y.arsÀì^^e (jtìv} ^oayfia- 
triav, f'/Qayis òr. XQ^^'ov èiiòv ÌSexatmù (411-394). La • vita anonima ' di 
fncidide cap. 5 dice che Tncidide interrujipc la stia storia colla bat- 

5. 10. '912. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYKHYNCH" '.s 401 

nava l'opera di Tucidide. Infatti tra le azioni di cui, se- 
condo Plutarco, Gratippo si occupava, v'era anche l'abbat- 
tiraento dell' oligarchia dei quattrocento nel 41 1 per opera 
di Teramene, sul quale s'era già trattenuto Tucidide nel 
libro ottavo [cap, 89-97]. E neppure Cratippo poneva ter- 
mine al suo racconto come Teoporapo colla battaglia na- 
vale di Guido del 394 [Diod. XII, 42, 5; XIV, 84, 7 cfr. § 23], 
ma procedeva oltre ; e lo si deduce dalle parole di Plu- 
tarco : Kóvcova jcà/jv iufiipà^oiTa rag 'A&t]vag eig xì]v dakatjav, 
che possono bensì comprendere anche l' azione di Gonone 
prima dello scontro di Guido negli anni tra il 398 ed il 394, 
ma che indiscutibihnente accennano in ispecie al periodo 
dopo l'estate del 393, ossia dopo il ritorno di Gonone ad 
Alene. Ne si può dedurre da Plutarco che Gratippo, pure 
fermandosi su di alcuni avvenimenti dell' oligarchia già 
narrati da Tucidide, incominciasse il suo racconto proprio 
col 411 e lo terminasse col più recente fatto ricordato ri- 
ferentesi al 393 ; perchè se si esamina la cronologia delle 
notizie che in pari modo Plutarco cita dalla storia di Tu- 
cidide si vedrà che la più antica è del 457, la più recente 
del 424, donde si dovrebbe secondo quel sistema dedurre 
con errore ben grossolano che Tucidide si occupava solo 
del periodo tra il 457 ed il 424. Dunque la storia di Gra- 
tippo trattava almeno del periodo tra il 411 e il 393 e sgg. ; 
ma logicamente dovremmo pensare che finisse ad es. colla 
pace di Antalcida (1), ed incominciasse col principio della 

taglia uavale di Cinossenia e che tò ftrtà lavxa èxéootg yoaqetv xaié- 
/.uie, 3eyo<fùnit xaì Seo:i6u:x<o ' stai de xai ai iqTe^ij; fta^at " ovze yào rijy 
òsi-régai' rai\ua;^iav xì]v :i€oi Kvvò^ aijua (=: battaglia di Abido, cfr. Se- 
nof. ' Elleu. ' 1, 1, 5), i}v Oeó.TOtirrog elsiey, ovre lìjv rreol Ki\txov..., ovrs 
T/jv iy 'Agytyoi'cafg yavfia^^i'av..., ovre.... Jtjv év Aiyòg noiauots vai\ua)^iav..., 
ag tjxgi^coae 0e6:rou:xog. E aucbe dalla prima aggiunta alla vita di Mar- 
cellino cap. 45, risalta che le ' Elleniche ' di Teopompo incominciavano 
dallo stesso punto di quelle di Senofonte. Cfr. Snida 0^a.^ou.^og ; Fozio 
' Bibl.' cod. 176 p. 120 sg. Bk; Dionisio, .tgò? 77o.h.t., 6, 2; Polib. Vili. 12. 
(1) Che si potesse scegliere, anzi, che fosse stato scelto LI 386 come 
punto terminale di una storia, è dimostrato anche dall' esser stato preso 
tiueir anno come punto iniziale di altre narrazioni. Cosi le ' Elleniche ' 
di Callisleue si occupavano degli auni tra la pace di Antalcida e il prin- 
cipio della guerra sacra. Cfr. Diod. XIV. 117 ; XVI, 14. 

Studi ital. di ^ol. da**Ì4M XIX. 26 



.JOJ I.- PAKKII 

j^ucrra deceleica, o anche colla spedizione in Sicilia; meno 
probabilmente con (jualche fatto più antico. E parrebbe an- 
che logico supporre che quella storia fosse stata scritta al 
pili presto dopo il 38f), ossia dopo la pace di Antalcida. 

È particolare degno di nota, che mentre compone il 
nostro discorso, Plutarco pare che di Senofonte abbia sotto 
i^li occhi soltanto l'Anabasi e non le Elleniche; per la fine 
del V e il })rincipio del IV secolo si vale della storia di 
Cratippo. Chi legga il discorso può facilmente ritrovare un 
altro passo, che sembra parallelo a (piello riferito sulla 
storia di Cratippo, e ciò nel capitolo VII, dove si parla 
dell' importanza dei getierali : Ter/JCei òt: xìp' jió/uv ì) Kórcovog 
rixìj), fj Ò£ Sodnvfioi'lov y-aràyei ròr òì~]fiov ànò 4>vlrjg ìiXev- 
{}eoor, cu ò' \iky.iliidÒor Tregl ^ixeliav ò?uaiJovoav rrjv nóXiv èyei- 
novoir. Le due prime notizie si connettono con quelle su 
Conone e su Trasibulo ricordate a proposito di Cratippo ; 
la terza ci trasporta prima dell'esilio di Alcibiade e si col- 
lega facilmente con quella sugli Ermocopidi dataci da un 
altro frammento (v. p. 405 sgg.) dello stesso storico : a noi 
pare probabile che anche qui Plutarco abbia sott' occhio 
r opera di Cratippo. Ne risulterebbero utili notizie a soste- 
gno di ([uel che si disse dei limiti di quest'opera, che par- 
lava di fatti anteriori al 411 (qui siamo al 415 per l'azione 
di Alcibiade), e si spingeva oltre il 394 (la ricostruzione 
1)(T opera di Conone delle mura di Atene è del 393j (1). 

Ma tornando al primo passo di Plutarco, se ne rica- 
vano ancora notizie sulla patria e sull' età del nostro au- 
tore. In primo luogo egli era sicuramente Ateniese, perchè 
tutti eli «storici ricordati sono di Atene (2) ed il dialogo 

t 1 1 li noto però ohe già ])riniii del ritorno di Conoue gli Ateniesi 
avcviinii infoniinciatii la ricostruzione. Vi attendevano gi.à uel gingno-ln- 
Lrlio :{!M ionie risulta dall' ÌHerizione ap. Dittenb., ' Hvlloge ' II ed., n. 63. 

(2) ^5olo per Filareo si i>nò discutere se fosse Ateniese. 8nida dice 
'l'r/.fu>/oi 'AthjvaTos P] A'ary.gnTiTtjg (ot òè Zixvióvinr, a/J.oi Aìyùjirior f'yoa- 
ifitr) inrwjiy.óg, ed Ateneo II p. ,^S e: (Pvlctoyog ó 'Adtp'dto? »/ Navy.omhtì?. 
Che fosse Egizio e dedotto dall'esser detto di Nancratis. St. Witkowski 
' De jnitriii IMivlarelii * Leopoli litOO, lo crede nativo di Nancratis: ad 
o;:ni niixlo Nenil)ra ejiiaro che Plutarco .seguiva la tradizione che lo di- 
ceva nato ad Atene. 



CI'vATIl'lM) K i.|.; ' lOI.LKNlCUlO ' DI OXYRIl VNCIK J.S 403 

stesso si propone già nel titolo di parlare esclusivamente 
di personaggi di quella città. D'altronde dopo il periodo 
che abbiamo riferito, passando a parlare dei pittori, Plutarco 
dice: jro^Àojv jnèv Sì] xaì àXXoìv f] jtÓXis ijòe juì^tìjq xal tqo- 
(pòg EvjLievìjg xEyvMv yéyovE, e cosi esprime chiaramente che 
sono ateniesi non solo gli artisti di cui parlerà — (e tali 
sono i pittori, i tragedi, e gli oratori che ricorda) — , ma 
anche gli storici di cui ha fatto cenno. E vero che nel ca- 
pitolo IV accenna a Menandro, a Pindaro od a Corinna, 
non ateniesi; ma si tratta di parentesi (1). 

Quanto alla cronologia è faccenda molto discussa. In- 
cominciamo da alcune constatazioni. Se noi togliamo il 
nome di Cratippo, tutti gli altri appaiono disposti cronolo- 
gicamente. La vita di Tucidide, com'è noto, si deve collo- 
care tra il 460 e il 399 all' incirca (2) ; quella di Senofonte 
tra il 430 e il 3.54 (3) ; e Clidemo o Clitoderao sebbene se- 
condo Pausania (X, 15, 5) fosse il più antico tra i descrit- 
tori di TÙ \idì]raio)y imyojQia dovette ad ogni modo scrivere 
dopo V Anabasi di Senofonte, perchè questa fu composta 
dopo il 388, ma prima del 371 (4), mentre il frammento 8° 
di Clidemo [F. H. G. I p. 360] dà come esistente la divisione 
in cento simmorie, che ci trasporta ad ogni modo dopo il 

(1) Vedi Beuedetto, m. e, p. 12 coutro Stalli, ' De Cratippo hist. ' 
Uiss. Miiaster 1887 p. 10, e Pliilol. 50 (1891) p. 40. È senza dubbio 
errata l'opinione del Miillei" ' Fr. Hiat. Gr. ' II, 75 clie suppone Cra- 
tippo nativo di Lesbo. 

(2) Cfr. Grnndy, ' Thueydides ' 1911 p. 47 ; Busolt, ' Gr. Gesch. ' 
III. 2 p. 629 sgg. 

(3) Com'è noto nelle ' EUeniclie ' Vi, 4, 36 sq. si parla dt-l suc- 
cessore di Alessandro di Fere, il quale ultimo morì nel 359-358. Si i)uò 
dimostrare che i IIóooi furono scritti dopo l'inverno 355-354. Lo Psendo 
Luciano * Macrobi ' 21, dice che Senofonte morì di circa 90 anni : anni 
calcolati evidentemente a partire dal 444 per la nascita, data erronea 
sorta dall'aneddoto secondo cui Senofonte combattè a Delio (424). Anche 
il dato di Stesiclide in Diogene Laerzio II, 56 secondo cui Senofonte morì 
nel 360-59, che com' è non può accettarsi, dev'esser sorto per uno scambio 
tra 1' arconte Callimedc del 360-59 [il testo è anche corrotto in Ka).h- 
Sì]in'Si]g'\, e Callistrato del 355-54. 

(4) Non credo necessario di esporre (jui la mia opinione su que- 
■.st'argomento. Cfr. però v) 15, p. 461, n. 1. 



404 '- l'Ai^R'i'i 

378 in cui le siinniorit^ furono istituite, e probabilmente an- 
che alcuni decenni dopo (1). 

Quanto a Diillo pare giungesse colla sua storia fino 
al 297 (2); Filoeoro viveva ancora nel 263-62 (3); e Pi- 
larco, secondo Polibio [II, 56] scriveva ai tempi di Arato, 
morto nel 215. Perchè mai il solo Cratippo non sarebbe come 
gli altri nella posizione richiesta dalla cronologia ? Il Be- 
nedetto sostenne con acume, che la disposizione cronologica 
di (piei nomi è involontaria ed incostante ; che nello stesso 
modo come qui il nome di Cratippo è fuor di luogo, l'or- 
dine cronologico non è conservato nella lista di avveni- 
menti citati dalla storia di Tucidide ; che Plutarco ha par- 
lato di Cratippo dopo di Tucidide, perchè l'opera di que- 
st' ultimo richiamava quella del continuatore (4). La teoria 
non mi i)are convincente. Dove Plutarco apparentemente 
cita * fatti e nomi comò la fantasia gli suggerisce ' se ne 
vedono facilmente le conseguenze : cosi a proposito dei 
fatti della storia di Tucidide, o di quella di Cratippo, l'or- 
dine cronologico è rotto ad ogni istante (5). 

NoUa lista degli storici invece non ricorre altra tra- 
sposizione, altro sconvolgimento oltre questo ipotetico per 
Cratippo. Ma anche un'altra argomentazione ci riporta per 
l'età di questo storico nel periodo tra Tucidide e Senofonte. 
Chiunque legga senza preconcetto il passo di Plutarco scorge 
chiaramente due gruppi di storici, l'uno su cui lo scrittore 
si trattiene maggiormente, formato da Tucidide, Cratippo 

(li Cfr. Gilbert, ' Handb. d. Gr. Staatsall. ' I (1893' p. 409 n. 2 ; 
•119 11, 2. Non si sa infatti se Clidemo parli dell'ordinamento del .S78-7 
o di (|nello delle simmorie trierarchiche di oltre nn ventennio do]io. 

[2) Vedi Schiifer, llist. Zeitsch., XVIII, 173. 

('^) Cfr. Koorsch, Mnsóe Belge, 1S97 p. 62 sgg., 139. 

( 4 I AI. <•., p. 11 sgg. 

(5) In realtà quando Plutarco cita i fatti della storia di 'liiridide 
e di <iuella di Cratippo, non segne nessun ciiterio cronologico, lua enu- 
mera i principali strateglii i- iiersonaggi ateniesi, con le loro imprese 
ninj;j;iori. Per questo i grandi nomi di Pericle, Formione, Nicla, Denio- 
HttMK' precedono (|uello discusso di Cleone, e i più oscuri di Tolmida e di 
Mirouid«>. Nello Htes.so modo per la seconda serie non gli imjiorta la data, 
mit il nome di Alcil)iatle, Trasillo, Teramone, Trasibulo ed Archino. 
Cononi'. 



CKA111'1'(J K LE ' ELLJOXICIIK ' Ul UXVKIIVNLUUS 405 

e Senofonte ; il secondo sul quale sorvola, di cui fanno 
parte Cli(to)demo, Diillo, Filocoro, Pilarco (1). Se così non 
fosse, se Plutarco volesse unicamente darci una serie di 
nomi in sostegno della sua tesi, non si intenderebbe perchè 
interrompa la dimostrazione per parlare deW Anabasi, che 
non si adatta alle sue teorie (2). In realtà egli deve per la 
sua tesi esaminare un doppio gruppo di scrittori, quelli cioè 
di monografie di periodi contemporanei ; e gli storici della 
jiiv^jiiì], ì ricostruttori del passato. Per questi ultimi quasi 
non ritiene necessaria la dimostrazione ; per i primi si sof- 
ferma. Senofonte chiude il primo gruppo e ne forma l'ecce- 
zione ; Cratippo è ad ogni modo anch' egli descrittore di av- 
venimenti contemporanei, e quindi scrisse, come si vede dai 
fatti narrati, dopo di Tucidide ma nel periodo di Senofonte. 
Che proprio in quel punto dell'enumerazione sia messo da 
Plutarco solo perchè continuatore di Tucidide, si può esclu- 
dere, sia perchè non fu, come vedremo sempre meglio, un 
semplice continuatore, e sia perchè in tal caso ci aspette- 
remmo che anche per Senofonte si facesse cenno delle El- 
leniche, mentre si parla solo deW Anahasi. 

In conclusione dal discorso di Plutarco pare risultare 
che Cratippo si occupava del periodo storico sul finire del V 
e sul principio del IV secolo, che accennava già ad avve- 
nimenti del 415 e ancora a fatti del 393 ; che infine dovette 
probabilmente essere vissuto nel periodo di Tucidide e Se- 
nofonte. Egli scriveva, a quanto pare, dopo il 386 e quindi 
parecchio dopo la composizione delle storie di Tucidide ; 
ma con ogni probabilità prima del 350 in cifra tonda. 

§ 3. - In uno scolio alla vita pseudo-plutarchiana di 
Andocide, si ha una seconda citazione monca di Cratippo 
a proposito degli Ermocopidi : furono i Corinzi che vvxxcoq 
Tovg JisQÌ rijv àyogàv 'Egjiiàg Jiegiéxoyjav (3). Anche per questo 

(1) L'Unger, lo Stahl, e lo Herbst a torto combattuti d.il Jiene- 
detto, o. e, p. 14) avevano già sostenuto qualcosa di simile. 

(2) Infatti attouderemmo che dell'eccezione, ossia dcH'autoliio^aalia. 
parlasse in principio, o più iiuturalmeute in fine della sua enumerazione. 

(3) Pseudo-Plut., ' X Orat. Vit. ' p. 834 c-d ; ed. Bernard. V, 1.52. 
La parte tra [ ] è stata riconosciuta come glossa dal Diibner e dal \Ve- 



406 1" HAUKTI 

frammento si ricorse alla teoria che Cratippo sia stato uno 
scrittore tardo : in tal modo, dicesi, si spiegherebbe facil- 
mente « .... perchè tale versione sia ignota agli scrittori 
contemporanei del fatto. Il non trovarsene traccia in Tu- 
cidide e presso gli oratori attici non si spiega interamente 
osservando che tale opinione non abbia trovato presso di 
essi favore, poiché non a tutte le opinioni di cui presero 
nota essi accordarono il loro favore. Non no parlano per- 
chè è di nascita posteriore. Ad uno solo è noto, oltre a 
Cratippo: a Filocoro (fr. HO, Se. Aristof. Lis. 1094). Se 
tra i due sia stato un rapporto diretto non sappiamo....» (l). 
Ma altri è disposto senz'altro a credere che F^ilocoro fosse 
la fonte di Cratippo : « .... Cratippo avendone fatto cenno 
soltanto di passaggio in qualche digressione (perchè la sua 
narrazione storica continuata non poteva cominciare che 
col 411), è assai difhcile che Cratippo fosse la fonte di Fi- 
locoro e molto più verisimile che Filocoro fosse la fonte di 
Cratippo....» (2). Argomenti questi che crediamo poco validi. 
Perchè il silenzio degli oratori e di Tucidide avesse un 
qualche valore — poco ad ogni modo come tutti gli argo- 
menti ex silentio — bisognerebbe che gli oratori e Tucidide 
fossero d'accordo nella enumerazione dei colpevoli nella 
rottura delle Erme ; e che ognuna di quelle fonti ci riferisse 
tutte 1(^ ipotesi riferite dalle altre, in modo da a^;?icurare 

stcnnaim ; <|iiflla tra ( ) è stata supplita uella lacuna dal Westennann 
fomlaiidoNÌ sulla vita di Alcib. 18, e su Fozio s. v. 'Eoi-ioy.oTiiòai, ina non 
è sicura. — (Aiulocide) (isrà ah xavza ahia&elg àoejìelv <hg xal amòg rovs 
Egftng nEijixoìjuig y.ai eìg xà Tijg At'j/iajTQog ufiaoTwv fivoTi'joia, \_Sià zò :nQÒzEQOV 
axnì.aarov <iria vvxxojq xmiiàourza Ogaraai zi z(or àj'aA/mrwj' zoì' deov xal 
ttauyyrì.OfVja, èjzeid!/ ovx >]/ioidt']Oìj ov è^i'/zovv ol xaztjyogoi doì'f.or sxÒovvac, 
Aiafi/.i/iìrifru xui TTQÒg ztjv alziav xijg òemégag ygacpijg vjzojzxov ysréoOac !jr 
fiez' ov nokì'v yQÓìov zov Èjil 2!iy.FUav aróXov avvedi] yevéaOut, KootrOhor 
rìoni;/nìf>uìTO)y roì'g ÒQaaovzag òiù xovg HvgaHovoiovg àjtoìxovg ò'vzug. ovzot 
ovr Ito»' ev Zixfkln 'E}.h)vwv imo tòiv ^vQuxovaicov xaxwg SiazeOévzcov 
ntgl fioijOftag 8f nefufdvzcov} Aeovzir{(oy) zs xal Aìyeaza('{cor) àvdoag, o'ì Sia- 
firÌMivìiov liotjdeìr avzoìg rcòr \4{h)vaicov rvxztog zovg negì zìjv àyogàv 'Eofiàg 
ntQitxon'uv, log KoùxtTtJtóg q^t^of noòg àuaozòn' i.ivaxìjoia] XQtOfìg èm xovzoi; 
ivtiifvyty f.tt zot ftiivraeir toi'v àÒixorrrug. 

(1 1 Huutnlctto, 111. e, ]i. IS. 

{'2) De 8iiueti.s, tu. e., jt. 12 dfH'.'sH-. 



CRATIPPO E LP] • KLLBNICHE ' DI OXYRIIYNCHOS 407 

che quelle sole correvano tra i contemporanei. Invece tra gli 
scrittori regna il più grande disaccordo, e nessuno si prese 
il compito di enumerare tutte le ipotesi che si facevano. 
Chi ignora che Tucidide dichiara esplicitamente : y.uì rovg 
ÒQaoavrag fjòet ovdeig (VI, 27) ? che sostiene che non tutti 
s'accordavano nell'accusa generica ad Alcibiade, e neppure 
sulla specifica (accusandolo gli uni per le Erme, gli altri per 
i Misteri cfr. VI. 28; 53)? e che a proposito della denuncia 
di Andocide — da lui non nominato — dichiara che nes- 
suno avrebbe saputo dire se essa fosse vera o falsa, perchè 
nessuno né allora ne poi seppe nulla di certo ; e che non 
si seppe se i condannati fossero colpevoli od innocenti ? 

Andocide ci dà molte altre ipotesi di cui tace Tuci- 
dide, e che si escludono : ricorda le varie accuse di Teucro, 
di Dioclide, la propria denuncia, che più tardi smentirà di- 
cendo di non aver punto partecipato (1). Dunque le accuse 
sono contrastanti, Andocide si contraddice, le cause rife- 
rite dai vari autori sono diverse : se ne dovrà concludere 
che l'uno o l'altro degli accusatori, l'uno o l'altro degli 
scrittori non sono contemporanei ai fatti ? e se non si può 
per essi, perchè si potrà per Cratippo solo perchè riferiva 
un'altra ancora delle cento ipotesi che correvano in quei 
giorni ? 

Quanto alla teoria del De Sanctis che crede Pilocoro 
fonte di Cratippo, perchè quest'ultimo doveva occuparsene 
di passaggio, non la seguiremo dopo il commento che ab- 
biamo dato del precedente frammento di Cratippo in Plu- 
tarco ; da cui ci parve risulti che si occupava anche del- 
l' azione di Alcibiade intorno alla Sicilia, fatto strettamente 

(1) Si vedano di Andocide le orazioni ' sui Misteri ', e • per il ri- 
torno ', e del Pseudo-Lisia 1' orazione ' contro Andocide ' passim. Mi 
accordi) pienamente col Costanzi o. e, p. 2(51 nel respingere la troppo 
semplice teoria di li tenere di origine tarda la notizia di Cratippo, solo 
percbè non ricorre in Tucidide e negli oratori. Oltre al trattarsi di ar- 
gomento ex silentio, e al potersi addurre numerosissimi esempi di tradi- 
zioni che per anni corrono oralmente prima di venir lissate da qualche 
scrittore, bisogna notare che la fantasia degli Ateniesi dovette per un 
bel pezzo, anche dopo del HI, essere stuzzicata dalla faccenda miste- 
riosa degli Ermocopidi. 



40S L. PARETI 

cuii^iuiii.' t ol processo degli Ermocopidi. Anzi questo se- 
condo iVaiiiinento conferma la nostra opinione che la storia 
di Cratippo incominciasse forse colla spedizione degli Ate- 
ni('si in Sicilia (1). Ammesso che degli Ermocopidi si oc- 
cupasse non solo di passaggio, è chiaro che non è provato 
ch'egli prendesse in esame solo l'ipotesi ricordata dal glos- 
satore, come d'altronde dal misero scolio non si può de- 
durre che tale ipotesi fosse da Cratippo difesa più che 
semplicemente riferita. Catle in tal modo la dimostrazione 
che fonte di Cratippo fosse Pilocoro. 

Ne d'altra parte ò necessario sostenere all'opposto che 
fonte di Filocoro fosse Cratippo, appunto perchè non è vero 
che la notizia ricorra solo in quei due storici. Lo scolio alla 
Lisistrata (v. 1094) di Aristofane, in cui è il frammento 
(il. 110) di Filoooro suona : "Eg/noxornòcòv : ITagÓGov oi 'Eqjlio- 
y.o.-Tiòai ìiy.QU)Xì]Qlaoav rovg 'Eofiag, ore im Zixeliag EfxekAov TiXéiv 
noi) h(~)v ThoouLQon' xìjq xaééoecog rovrov rov òoajuaro?. tì]v Ss 
ahiuv TavTìjv oi /lì-v roÌQ tteqi 'AXyjj3idòì]v JioooéyQacpov, ojg 
(-iory.ròiòijg' ol òk KoQivMoig, (bg fPikóxoQog. /uóvov òè 
(j'ìjoty ov 7iFQiyonì)vai lòv 'Avòoxiòov 'EQjiifjv. Qui si parla chia- 
ramente di jjarecchi autori che dicevano Alcibiade colpe- 
vole delle rotture, e di parecchi — tra cui Filocoro — che 
parlavano dei Corinzi. Anzi se lo scoliasta attinse, come 
pare, tutte le notizie da Filocoro, qui avremmo una chiara 
allusione alle fonti di Filocoro stesso, a scrittori anteriori 
che già accennavano all'accusa ai Corinzi. Nello stesso 
tempo siamo ammoniti della cautela che dobbiamo usare 
cogli scoliasti. Dallo scolio parrebbe che Tucidide senz'al- 
tro attribuisse la rottura ai compagni di Alcibiade, mentre 
lo storico si limita a ricordare quelle accuse accompagnan- 
dole con le ben notevoli dichiarazioni che ricordammo. Ciò 
deve farci andar cauti neh' affermare in base allo scolio, 
per Filocoro — come in base alla glossa al Pseudo-Plutarco 
per Cratii)|)o —, che sostenessero esser stati i Corinzi causa 
della rottura: dobbiamo solo dedurre che (piesti storici ri- 
' ivaìio anche (|uoir ipotesi. 

I 11 W.ilkcr, Klio \1I1 (liK)8) 367 pmisii invece che cicali Eniio- 
i''»l''''' luirolii uiirrautlu del ricliiamo di Alcibiade. 



CRATIPPO E LE ' KI.LKXICUE ' D[ OXYKirYNCIIUS 409 

Nò le citazioni si limitano a Cratippo, a Filocoro, e alle 
fonti di Pilocoro — tra cui non è affatto escluso Cratippo — : 
anche Plutarco nella vita di Alcibiade (cap. 18) ci parla di 
quella ipotesi, come sorta proprio al tempo della rottura : 
rj jLiéìtot xòw 'Eof.iòjv JtegiHOTiì] jliuì vvhxI xmv tiXeìotoìv àxQOJ- 
rì]oiaodévTCOì' rà Tigóocorca Tiollovg xal rcbv ne.QicpQovovvxoìv xà 
xoiavxa òiexdga^ev. i?Jyd>] /uh' ovv, oxi Kogivdioi Òià xovg 2!v- 
Qa/iOVGiovg àjioixovg òvxag, cbg èjiioyéoeoyg èoojiiévrjg Jigòg x(~)v 
olojvcbv ì) ^lexayvdwEOìg xov Jiolé/uov, xavxa òodoeiav. ov ^uijv 
ijjzxexó ye xxbv noXlwv ov'&' ovxog ó Xóyoq oviT ó xcov o)]jueIov 
òeivòv ehm jUì^Òèi' olojuévojv, à/d' ola cpiXei (pégeiv axgaxog àxo- 
Xàoxcov vécov sig v^qiv ex jirxiòiàg vnotpeQOfxévcov k. x. X. Qui forse 
Plutarco ci dà un' idea delle frasi originarie di quegli sto- 
rici, molto più esatta che non facciano gli scoliasti. 

Infine Fozio sotto 'Eg^uoxomdaf ol xcóv 'Eqjlicòv xovg xga- 
yjjXovg y.aì xà atòota ajxoxóyjavxsg ' q?aol òè 'AXy.i(ìiuòì]v avjUJTodx- 
xovxa Kooivdioig xovxo ngà^ai; già confonde insieme le due 
ipotesi, e pare che attinga a Pausania, come prova il con- 
fronto con uno scolio a Tucidide (1). 

Per concludere : della partecipazione dei Corinzi parla- 
vano non solo Cratippo e Filocoro, iria anche le fonti di 
Filocoro, di Plutarco, di Pau.sania (2) : non era dunque una 
teoria così nuova e sconosciuta come si suol dire ; ad ogni 
modo questo secondo frammento di Cratippo non prova 
punto r epoca tarda del nostro storico. 

§4.-11 terzo frammento di Cratippo è conservato 
nella vita di Tucidide di Marcellino, in un passo molto di- 
scusso che sarà ])ene riferire testualmente. 01 juèv ovv avxòv 
[= Tucidide] èy.eì XJyouoiv àjiodavelv ivda xal òiéxoijie qwyàg 
a>v [= in Trac'ia], xal (pégovoi juaQxvQiov xov fii] xdodai xò 
ocòjiia èm xfjg 'Axxixiig " ì'xoiov yàg èra xov xà(fov xeJodai, xov 
xevoxacpiov de xovxo yrajgio/iia elvai ìmy^dìgiov xal vó[.uixov ^Ax- 

(1) Scoi, a Tucidide VI, 27. UsQiey.ójtr^aav rà .-roóoojjTa] laréov ori 
Tluvaaviag èv xfj dia.-T£:xovi]fiérij avrò) tcòv 'Aixiy.òjv òvouàioìv avvayoyij Tovg 
Toaytj^.ovg xal xà alòóìa xov.; 'Eg/iàg Tieoifio.iijvai (ptjai, y.ui rovg toT-to <)ou- 
aavxag 'Eg/uoyojziSag yakeladai. 

(2) Con ciò uou voglio dire che le f'outi di tutti questi scrittori 
fossero diverse. Su di questo puuto torneremo nel capit. VII. 



410 '■• l'AKBTI 

riy.ùv nov i.-ri toihiiij òvorv/ia itrEhvrìfy.ójMv y.ai fu) èr 'Ad/]- 
vfu<; ruf/h'Td)): liòviiog ò^ h "Aifip'Uig hjtÒ TÌ]g (fvyrjq tÀdóvra 
[iiuUp OavHTOf [tovto òé (p)joi ZcónvQOv torogeìv] Tovg yàg 'AOì]- 
vaiiH'g y.àOoòof Òtòioxévni ToTg (/rydot 7r/J]v rd)v IleioiGToaTiòdìv 
fina TÌ/f fjTTuy t;)j' et Ziy.ùiu' ijxovTa ovv avròv àrrodaveìv (ìia, 
xuì TElh'jrai èr joig Kiiton'iois jiivtiuaai. y.al y.aTayiyvcóoxeir evi'j- 
Ihiuv ^rpì] TÙìv vo}uC,óvnov avròv iy.ròg juèv XETeXevTìyy.évm, èm 
yfjg òl 7Ì)c; 'ATTixijg rejàcfdm ' // yào ot'x àv hé&ì] èv roìg :nu- 
TQutotQ inn'ifiumv, ì) x?.Éfiòì]v redek ovx nr ervxev ovre OTìjlrjc: 
ovr' t:Tiyf)dftiiaTog, // to) Tarpo) TiQOOxei/iévì] fajvvei tov ovyyoa- 
(péioQ Tovrofia. à/Mi òìjkov oti xd&oòog èóódì] roìg (pevyovoiv, (bg 
xuì (Pihr/ooog XéyEi xal Jìjtu'jtQiog ir roTg cìqxovocv. èycb òè Zd)- 
jTVooy hjimv vojntC(o léyovra Tovrnv h Ooaxì] TereXevTìjxévai, xav 
<\Xtjì)irtiv rojniCì] Kgnrijrjxog abróv. io (V tr "Iralia Tiuaior ai'- 
ròv xuì ukkovg Xéyfir xhoOcu /</) xal ofpóòoa xaTayélaoxov fj 
m 31-H3). 

Una ditticoltà si scorge a primo aspetto : mentre dalla 
frase : tovto òt fpìjoi Zo'ìttvoov 'iotooeÌv si dovrebbe dedurre che 
Zopiro faceva morire Tucidide in Attica, in seguito si dice 
proprio airoj)posto Èyò òk Zojjivqov hjoEh' i'ojluCco XéyovTa 

TOVTOV h' (-ÌQUXÌ] TETEXEVTÌ]XÉvai, xàv àXì]dEVElV VOfuCf] KoUTlTl- 

jTog nrTÓv. Zopiro e Cratippo parlavano dunque della morte 
nell'Attica, o in Tracia? l'errore è nella prima frase o nella 
seconda? La soluzione è subordinata all'intendimento ge- 
nerale del passo. 

Recentemente il Benedetto (1) sostenne che non si deve 
credere che Marcellino prima riferisca le varie teorie sulla 
morte di Tucidide, e poi con èyà) òé prenda posizione ri- 
spetto ad esse. Infatti « Marcellino accoglierebbe le ragioni 
di Didimo, chiamerebbe ridicola l'idea di Zopiro.... e questo 
sarebbe in contrasto troppo stridente coU'affermazione espli- 
cita che Marcellino fa poco dopo (e. 71 = 45): àjièdavE oh 
f-inù tÒj- TiÓAEfwv tÒv nE/.ojrovv}]oiaxòv Èy tìj Oodxij ». Egli 
esclude ancora che si debba correggere Sodxì] in Attixìj 
perche « resta pur sempre inaspettato il giudizio di Mar- 
cellino che vcrn'bbe così ad accettare l' opinione combat- 



CRATJPl'O E LK ' ELLENICHE ' DI 0XYRUY^■C110S 411 

tuta da Didimo, senza opporre a Didimo un solo argomento, 
inaspettata riesce la sua cultura storica estesa a Demetrio, 
Filocoro, Zopiro, Cratippo, Timeo, nonché la baldanza e la 
sicurezza con cui ne respinge le idee ». Per conseguenza 
il Benedetto risostiene la teoria dello Stahl (1) che Marcel- 
lino aveva solo Didimo sott' occhio, che la frase iniziantesi 
con èyòj òé è riprodotta nella forma diretta per disatten- 
zione ; che h]QeTv corrisponde a Evrj&eiav ; che Zopiro faceva 
morire Tucidide, come vuole la seconda frase, in Tracia. 
Esaminiamo criticamente questa dimostrazione. 

Non esiste in primo hiogo il contrasto troppo stridente 
tra le parole èyco òé e sgg., se fossero di Marcellino, e il 
cap. 45 [cfr. anche 55 sreXemrjoe òè èv zf} Ooaxì]], perchè 
queste altre affermazioni non sono di Marcellino, ma degli 
anonimi autori delle due aggiunte B e C alla vita di Mar- 
cellino (2) ; nò è necessario che i vari autori andassero 
d'accordo, quando la vita Anonima, composta a un dipresso 
cogli stessi raateriah, sostiene (e. 10) che Tucidide relevTVj- 
oag ò' èv 'Adipn^oiv erdcpti (8). E pare chiaro che Marcellino 
doveva proprio credere alla morte di Tucidide in Atene 
[cfr. cap. 14-18], perchè siamo di fronte ad un dilemma: 
se il periodo èyò òé etc. è suo, lo direbbe senz'altro; e se 
è di Didimo, Marcellino non fa seguire nessuna replica, e 
quindi acconsente. Anzi appunto perchè egli non contrad- 
dice a Didimo, è certo che non si può correggere èv 'Ajnxfj 
invece che èv Ogani] la citazione di Zopiro, e che costui e 
Cratippo dicevano esser morto Tucidide in Tracia. Per con- 
seguenza ammettiamo anche noi che vi sia errore o lacuna 
o piuttosto glossa nella frase precedente rovro òé (prjai Zcó- 
TIVQOV loroQÙv (4). 

,1) ' De Cratippo ' p. 6. 

(2j Su queste due aggiunte vedansi le notizie riassuntive del Bu- 
solt ' Gv. Gesch. ' III, 2 p. 618 n., e di Christ-Schmid, ' Griecli. Lit. ' 
V ediz. I p. 452 n. 3, con la bibliografia ivi citata. 

(3) Sulle fonti di (|nelle liiografìe vedi Busolt, 1. e., e bibliogratia 
citata. 

(4) Sui vari tentativi per correggere il passo vedi Benedetto o. e, 
p. 17 sgg. Lo Schwartz, Hermes, 44 (1909) p. 499 80.stiene che tanto 
questa frase quanto quella èyco f)F. y.. r. l., sono glosse marginali ; anzi 



.}]•_) r,. l'AUETl 

Mu dobbiamo noi proprio credere che l' èyd) si riferisca 
a Didimo o non a Marcellino, contro ogni apparenza ? In 
primo luogo non basta addurre la troppa erudizione che 
dimostrerebbe Marcellino. Chi creda infatti che tutto quello 
che precede sia attinto da Didimo, verrebbe a limitare le 
conoscenze di Marcellino (o della sua fonte) a Didimo, a 
Cratippo ed a Timeo (quanto a Zopiro ne parlava Cratippo, 
ne si sa quanto vi sia di prima mano nelle citazioni). Di- 
dimo è citato altra volta da Marcellino (cap. 3), e così pure 
Timeo (par. 25 dove anzi si ha coincidenza di notizia, collo 
stesso tono /n) yàg òì) 7ieiì')^d)/ieda lìjuaia) Xéyovri coq cfvyìov 
wy.)]fJFì' h "huìJu. Cfr. e. 27). D'altronde in tutta la Vita si 
fa grande sfoggio di erudizione, molti altri autori sono ci- 
tati ; ma è la stessa erudizione che si trova nella ' Vita ano- 
nima ' e in Snida, vale a dire, tutti attingono a precedenti 
commentatori di Tucidide (i). 

Quanto al tono che qui assumerebbe Marcellino, non 
è eccezionale; si confronti infatti la sicurezza con cui di- 
scute le varie teorie sul libro ottavo (43-44), e quella con 
cui altrove respinge la notizia di Timeo (par. 25). Che in- 
fine Marcellino non conoscesse Cratippo direttamente è 
possibile, per quanto indimostrato (2), come non è dimo- 

credo mì ti'iittasse di una sola ch'egli completa in questo modo ; rovro 5é 
(f'tiai KQtlTijTjtog) ZdjnvQov caroosìr' fyco ÒÈ ZwnvQor h]OEÌv vouiCio /.éyovTu 
roì'Tov h' 6quh(j Tetekevzìjxévai, xìiv d/.ijOsvsiv rojiii^ìj KQuxurjiog aviór. Io 
ritengo invece che chiosa sia uuicaniente la prima parte, aggiunta da 
un lettore, credendo di aver trovata la paternità della teoria che pre- 
cede : oi /ih' ovv y.. t. /.., e deducendola dalle parole di Marcellino xal 
iyo) eto. Quindi la glossa si limiterebbe a tovto Sé (fìjoi (= Marcellino) 
Z(unvijor tazoQav. Non vi è proprio nessiui motivo di considerare glossa 
l'altra frase; né di connetterle arl)itrariameute. D'altra parte poco si 
intende come un periodo marginale siasi diviso in duo entrando nel testo. 

(1) Vedi ind., p. Ili n. ;-!. 

(2) Il Mcnedftto p. 17 u. 1 crede invece di poterlo dimostrare. Egli 
scrive : « l'averlo dimenticato lil ove menziona i continuatori di Tucidide 
non e senza signiticato ; se ne avesse conosciuto la bizzarra teoria sul 
lib. H", ne avrebbe vcrisimilmente fatto lenno nel passo ove riferisce in- 
torno ;il lib. S" alcune erroneo opinioni ». Il primo argomento è insnf- 
lieente perche appunt(» Cratii)po non fu vero continuiitorc come Teopompo 
e Seudfonte, e piìi ancora perchè il cap. 4") non è di Marcellino. Il se- 
condi) è anch' esso un argomento ex Hilentio, e ])oi n<'i cap. 4S-'14, Mar- 
cellino .si (».eupa es.senzialmente delle discussioni suirrtH/o»<> dell' S'^ liI)ro. 



CKATIPPO K LK ' ELLENICHE ' DI OXYUHYiNCUOS 4i3 

strato che lo conoscesse proprio attraverso Didimo (1). In 
conclusione secondo noi Marcellino ha attinto da Didimo 
la prima parte delle notizie : la teoria della morte in Tracia, 
colla critica del Calcentero. Convinto da questa critica ha 
per parte sua sostenuto 1' erroneità della notizia di Zopiro 
in Cratippo, aggiungendo anche un biasimo contro le affer- 
mazioni di Timeo. 

Ciò posto esaminiamo le conseguenze che si vogliono 
dedurre da questo terzo frammento per la cronologia di 
Cratippo. Il Benedetto (2), sostiene che Cratippo visse tra 
Zopiro e Didimo ; che « non può essere contemporaneo di 
Tucidide, poiché non poteva un contemporaneo discutere 
sul luogo della sua morte, specialmente poi quando questo 
contemporaneo era un continuatore e.... un Ateniese. Né 
potè per la stessa ragione, vivere ai tempi di Tucidide, 
Zopiro ». Così cadrebbe l' ipotesi dello Herbst (3), identifi- 
cante Zopiro col fisiognomico contemporaneo di Socrate (4), 
mentre sarebbe convalidata F opinione che si tratti di Zo- 
piro amico di Timone di Fliunte (5). « Cratippo, posteriore, 
spetterebbe al 3° o 2° sec. av. Cr. ». 

Innanzi tutto per noi è degno di nota che Cratippo 
sosteneva la teoria, che crediamo più attendibile, sul luogo 
della morte di Tucidide (Gj ; poi ci pare che si esageri 

(1) Infatti la citazione cade nel periodo che crediamo non sia più 
di Didimo. Può essere che tale citazione sia di seconda mano, come tante 
altre della ' Vita', ma sarebbe in tal caso attinta a precedenti commen- 
tatori di Tucidide. Piìi si ammette che la citazione di Cratippo non sia 
fatta da Marcellino, e piìi si può dubitare del suo significato. Se cosi 
fosse si avrebbe ragione di supporre, come fecero alcuni, che nel tosto 
originario si dicesse unicamente che Zopiro e Cratippo sostenevano en- 
trambi la stessa tesi, senza che Cratippo citasse Zopiro. Così pensano 
il Miiller, 1' Unger ed il Costanzi, Ma non crediamo che tale ipotesi sia 
necessaria per la nostra tesi. 

(2) M. e, p. 18. 

(3) Philol. XLIX (1890) p. 174. 

(4) Cicer. ■ d. fat. ' 10; ' Tuscol. ' IV, 37, 80. Lo llcrbst, Philol., 
49 (1890), 174, richiama l'attenzione sulle notizio fisiognomiche clic se- 
guono in Marcellino 34. 

(5) Snsemihl, ' Gesch. der gr. Litter. etc. ' II, 468. 

(6) In ciò mi accordo, pur dissentendo su di alcuni particolari, col 
Grundy ' Thucydides ' p. 43 sgg. Ch' egli sia tornato in Atene, col de- 



414 I.. l'AKKII 

molto la portata della frase y.av (Uijdevetv voidC]] KoàriJiTTog 
avióv, (la cui non risulta punto che lo storico discutesse 
varie teorie, più che citare, come attendibile, la testimo- 
nianza di Zopiro. Ne è lecito dedurre dal ij 31 di Marcel- 
lino che Zo[)iro discutesse intorno alla questione, poiché 
non si può dedurre dalla frase roìno òé (p)]oi Zo'ìtivqov toro- 
oFÌv che sia sua la teoria che precede, essendo quella frase 
una glossa marginale di tutt' altro significato. Nel testo ori- 
ginario di Marcellino Tunica citazione indiretta (attraverso 
Cratippo) di Zopiro (§ 33) si limita a dire lÉyovia tovtov èv 
(-)o'jiy,ij rfjeXevTì]y.évai. Quindi non è escluso che Zopiro fosse 
un contemporaneo di Tucidide (1). 

11 Meyer (2) sostiene che se Cratippo fosse stato con- 
temporaneo di Tucidide non aveva bisogno di addurre Zo- 
piro, il quale d'altra |)arte dal nome non appare ateniese; e 
crede di dedurre dalle notizie su Tucidide che Cratippo 
apparteneva all'epoca dei biografi: il che sarebbe confer- 
mato dalla mancanza di notizie simili intorno a Tucidide 
nelle opere di Senofonte e di Teopompo. Ma se Tucidide 
mori davvero in Tracia (3), perchè non poteva l'ateniese 

crcto di Ellobio (Paus. I, 23, 9. Cfr. Plinio ' N. H. ' VII, 30, 110 .- 
CIA. IV p. 1(5 n. 51) poco prima della caduta d'Atene, o richiamato cogli 
altri esuli nell'aprile 404, o coll'amniatia del 403, non ne deriva ancora 
in nessun modo che non sia morto alcuni anni dopo in Tracia dove aveva 
i suoi possessi. Quanto alla dimostrazione di Didimo, è veramente singo- 
lare l'errore sull'epoca dell'amnistia (da cui sarebbero stati esclusi i 
Pisistratidi li. Contro chi credette senz'altro a Didimo vedasi Stahl, Rh. 
Mus. 30 ,1884) p. 458 sgg. ; 46 (1891^ p. 273 e Husolt ' Gr. Gesch. ' III, 
II, p. G28 n. 2. Por svarioni simili in Didimo si veda la col. VII del 
conimunt. a Demosteue. 

(1) Per questo non crediamo necessaria la teoria ricordata a pag. 113 
nota 1. 

(2) • Tlicop. lidi. ' p. 128. 

(3) !>' altronde la cosa non caraliierebbc di molto anche se la no- 
tizia fosse errata, perchè nessuno può negare che gravi errori storici si 
trt)vaiio anche in scrittori di cose contemporanee. Si confrontino le no- 
tizie errate di Tncidido sull'oligarchia del 411, (pielle di Senofonte per il 
processo di Socrate, i dissensi tra Ctesia e Senofonte sulla ferita di Ar- 
taserse alla battaglia di Cunassa, l'atìermazione ernuiea dell'autore del- 
l' orazione nsQi :roXiT. che nel 424 regnasse Archelao etc. etc. Il Villani 
(>r.i lieii vivo nel 1321. e Dante ora pure personaggio importante: ep- 



CRATIPPO E LE ' RLLENìCHK ' DI OXYRHYNCHOS 415 

Cratippo scrivendo, poniamo, una trentina di anni dopo, dare 
la notizia adducendo la fonte Zopiro ? (1). Se Tucidide non 
mori in Atene perchè doveva 1' ateniese Cratippo aver no- 
tizia personale del luogo della morte ? o non è cosa di tutti 
i tempi e di tutti gli storici di cose contemporanee, di potere 
addurre testimonianze delle notizie che non hanno di scienza 
propria ? Che poi Senofonte taccia di Tucidide si spiega 
assai bene : egli non può parlarne senza parlare di sé, ed 
è cosa da cui rifugge (2) ; che ne tacesse Teopompo è af- 
fatto indiraostrato, ma par quasi impossibile che il maledi- 
centissimus scriptor, si lasciasse sfuggire l'occasione di parlare 
o sparlare del suo predecessore (3). Ad ogni modo anche 
se così avessero fatto entrambi quei due storici, non si vede 
proprio perchè dovesse far altrettanto Cratippo se contem- 
poraneo. Perchè non poteva uno scrittore contemporaneo, 
parlando ad esempio del richiamo degli esuli del 404 dopo 
la caduta di Atene o dell'amnistia del 403 accennare anche 
alla fine dell' esule Tucidide, come Tucidide stesso si sof- 
ferma nel 411 sulla fine di Antifonte? o dare all'occasione 
la notizia della morte in Tracia parlando, per qualche av- 
venimento, di quella regione? 

Per concludere : anche se si ammette che Cratippo ac- 
cettasse una notizia sulla morte di Tucidide da uno Zopiro, 
non ne risulta ancora eh' egli non scrivesse nella prima 
metà del IV sec. av. Cr. 



pure il Villani erra dicendo che l'Alighieri mori nel luglio 1321, mentre 
dal Boccaccio e da altri sappiamo che morì il 13-14 settembre. 

(1) E si badi che nulla prova essere <|ue.sta una fonte scritta. Ve- 
dasi sulla poca notorietà degli avvenimenti della vita di Tucidide quanto 
si nota oltre \}. 421. 

(2) Cfr. il silenzio in principio delle ' Elleniche ' sulla storia ch'egli 
continua, o sull' ampliamento e mutamento del piano dell'opera ; il passo 
delle ' Elleniche ' III, 1, 1 dove per non parlare dell' ' Anabasi ' come di 
cosa propria la dice di Temistogene di Siracusa; e forse anche ' Ellen '. 
Ili, 4, 20. 

(3) Se osserviamo lo dichiarazioni che faceva Teopompo nei proemi 
delle ' Filippiche ' sui suoi rivali e predecessori (fr. 2ó Hnnt = 20 M ; 
27 H = 29 M) la cosa sembrerà anche meno probabile. D'altronde anche 
jninia di quei tempi Ctesia ail es. pcilemizzava con Erodoto. 



4i(; i- l'AUEii 

g 5. - Non ui'jiiu intricata è la questione per un passo 
di Dionisio di Alicarnasso (1), in cui ricorre la quarta cita- 
zione di Cratippo. Ecco 1' intero brano : 7io?dà xal a)la rtg 
fiv evooi ói' oh]Q lìig ioTOQiag [di Tucidide] »} r/]? ày.gag è^eg- 
"aoiag irrvxw'na xaX /irjre jroóodeoiv òs'/ó/ieva /u]r' dcpaigeoiv, 
Ti óadri^uog tmrsTQoyaofiém xal orde xì]v llayloTi]v efxcpaoiv h'yovTa 
jì'iq òeivÓTr]Tog ixemjg, jndhora (Y èv laig òì]juì]yoQÌaig y.ai ty TOÌg 
òiakóyoig xaì tv raìg dkXaig g)]TOQeiaig. cov jigovoovfievog è'oixev 
(hfh'i TÌp' lOTogiav xd-TaXimÀv, wg xaì Kgàrinnog 6 ovray.juàoag 
avrà) xaì rà iragaleicpOévra vn' avrov ovvayaycbv yéygacpev, « ov 
fuh'or TuTg :jgd^eotv uviàg è/n7T0Òòjv yeyevfjodai Xéyojv, àìJA xaì 
roTg nxorovoiv dx?.r]gàg EÌvai. rovró yé roi avverrà arrò)' èv róìg 
rthvraioig rfjg lorogiag fpì]oi jni]ÒFjuiav rd^ai grjrogsiav, :ioXkò)v 
idv xarà rìp' 'Icmav yevofiévcov, nolkcbv ó' h raìg 'A-drjvaig, ooa 
(olà) òialóycov xaì dì]/nì]yogicòv mgdx&ì] ». et yé roi rì]v ngcórrjv 
xaì rì]v dyòóì]v ftvfiXov àrrmage^erdCoi xig àXh]Xaig, ovxe rfjg av- 
t//c dv jrgoaigéoecog òó^eiev àjucporégag vndgyeiv ovre rfjg avrfjg 
ÒvvdfiFiog' ì) /lèv yàg òUya jrgdyjuara xaì jutxgà negiéyovoa nh^- 
ifvei ròìv gì]rogei(~n>, ì) òk Jiegl 7ToX?Ag xaì jueyd/.ag ovvraydéìoa 
.Tod^ng òì]i(ì]yogix(7)v oTravitei Xóyaìv. Un j^rande progresso nel- 
r interpretazione di questo capitolo è stato fatto collo studio 
del Benedetto (2j, che ha molto opportunamente cercato di 
distinguere le notizie di Cratippo, dimostrando che costui 
intendeva dare un giudizio ben diverso da quello di Dio- 
nisio. Il Benedetto nota giustamente (3) : « vi è una prima 
parte dovuta a Cratippo, quella dipendente da KgdnnTiog... 
yéygacpev... Uycor : essere le demegorie d'impedimento ai fatti, 
ed essere le demegorie fastidiose agli ascoltatori. Avvi poi 
un periodo dipendente da (pì]oi (soggetto di fp)]oi h pure Kgd- 
riJTjrog) in cui si dice che avendo ciò compreso Tucidide 
omise le orazioni sul finire della storia. Queste tre idee, che 
qui sono slegate, dovevano formare presso Cratippo, e lo 
dimostra chiaramente il rovró yé roi ovvévra, un raziocinio 
solo, di cui l'ultima proposizione era certo la principale ». 
Che volevano significare le parole di Cratippo? A me par 

1 ) Ihfjì Sovy. 16. 
2) M. cit. ji. 3 agtj. 
(:<) M. rit. |,. 4. 

5. 10. '912. 



CKATIPPO K LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYXCHO.S 417 

chiaro eh' egli non poteva essere che contrario alle deme- 
gorie (1), ai dialoghi, e alle altre parti retoriche, per usare la 
frase di Dionisio e che quindi con ogni probabilità nelle sue 
storie non ne av^eva inserite, prendendo come a modello 
l'8° libro di Tucidide. E dichiarando i motivi della sua deci- 
sione e della sua scelta : l' inopportunità cioè di quelle parti 
che interrompono il filo degli avvenimenti, e il fastidio che 
ne nasce in chi ode o legge, doveva notare che anche Tu- 
cidide se n'era convinto, poiché le aveva soppresse nel 
libro ottavo. Rimandando le nostre discussioni sulla teoria 
di Cratippo, notiamo subito i malintesi grossolani di Dionisio. 
Mentre Cratippo diceva rag QtjroQsiag è/xjioòcbv yEyevfjodai 
rar? jigd^eoiv nel senso comune, che interrompono il filo del 
racconto, Dionisio scrisse che Tucidide perdette il tempo 
intorno ai discorsi, e perciò lasciò incompleta 1' opera (Sv 
jzQovoovjLievog è'oixev àxelfj ti)v lorogiav y.araXiJiÉiv) ; il che ha 
tutt' altro e ben più sciocco significato. Mentre Cratippo 
aveva scritto che le demegorie y.al jóìg àxovovaiv òyh]Qàg 
elvai, evidentemente sempre perchè turbano il racconto, in- 
terrompono in modo molesto l'attenzione del lettore o del- 
l'uditore ; Dionisio interpretò che quelle parti erano arti- 
sticamente meno belle del resto dell' opera (.... fi Sa&v^uojg 
èTzixetQoyaojuéva xcà ovòs rrjv EXa"iioTì]v £jU(paaiv è'yovra Tfjg òei- 
vÓTi]rog Exeivrjg....). Anche altrove nei suoi scritti retorici torna 
su di queste due affermazioni. Così più volte ripete che 
Tucidide non ha curato l'economia della sua storia sì d'aver 
un principio ed un termine adeguato (Ttegl 0ovx. 10) ; e ne 
dà le seguenti prove : Ixavòv /uev ovv xal rovro tex^uìjoiov f^v 
xov jUfj xaxà ròv àgiorov tqÓtiov (bxovojnfjo&ai xìp' òi)]yt]aiv vn' 
avTOV, XÉyo) òr] xb fir] xrjv xaxà cpvocv e'xeiv aQyrjv. jcqÓoeoxi òé 
xovxcp xal xò jiii] elg a eÒei xECpdlaia xEXE?.Evxi]X£vai xrjv loxoQiav. 
E lo rimprovera perchè dopo di aver promesso di narrare 
la storia dei ventisette anni di guerra, non ha lasciato che 
quella dei primi ventidue ! (ibid. 12) (2). 

(1) Vedi oltre. 

(2) Cfr. anche cap. 19 di coi diremo oltre. Altrove ngòg llo}in. 8, 
10 scrive : rà ó' fv réXei JiXeiovog afiagriag Jih'jgr] ' xameg yàg Xéycov ori 
szavri r(ò 7io?J(io) jiageyérero, xal ttuvtu ò)]/.(aaeir vjioay_ó/À.erog , elg zijv rat'- 

Studi ital. di filai, classica XIX. 27 



41,T I- PAKETl 



E sono poi lunijhi e mimiti, e noiosissimi i suoi ten- 
tativi di dimostrare la deficenza artistica di molti discorsi 
Tucididei, l'opportunità di cambiarne alcuni, di sopprimerne 
o aggiungerne altri (li. Dunque sono assai diverse e molto 
T)iìi innocue le teorie sostenute da Cratippo, che non quelle 
di Dionisio. Ma nel passo in questione dove termina la ci- 
tazione di Cratippo? Il Benedetto (2) crede che sia cra- 
tippeo anche tutto il confronto tra il primo e l'ottavo 
libro ; per me invece con al' yé toi tÌ]v jigcórìp x. r. L riprende 
Dionisio. Ecco le ragioni. La frase che segue le parole ci- 
tate appare una spiegazione, un ampliamento di quella che 
precede: toPtó yé toi ovvévra x. t. /. ; ma quest'ultima, sicu- 
ramente cratippea, si limita u notare che èv roTg xeXevraioig 
Tjyc ioTotjiag, non vi sono orazioni, sebbene vi si parli di av- 
venimenti, in cui molta parte ebbero le orazioni. Qui siamo 
(li fronte non al rimpianto che non vi siano le orazioni nel- 
r ottavo libro, ma alla dimostrazione, secondo Cratippo, che 
la mancanza non è casuale, che Tucidide ha davvero vo- 
luto che tale fosse quella parte dell' opera, benché anche 
per quegli anni, e forse più che per i precedenti, l' uso 
delle orazioni fosse giustificabile, secondo i criteri seguiti 
da Tucidide nei libri che precedono. In altri termini qui 
abbiamo i motivi addotti da Cratippo per dichiarare che 
Tucidide s' era accorto che le orazioni erano di intralcio e 
noiose : egli le soppresse dove più ce le aspetteremmo dati 
i suoi criteri precedenti, esposti nel cap. 22 del libro primo. 
Dunque Cratippo non si fermava punto a dichiarare che 
neh' 8" di Tucidide vi fosse mancanza di orazioni neces- 
sarie, e altrove abbondanza di orazioni inutili ; per lui do- 
vevano essere inutili tutte, e adduceva i motivi per cui 
riteneva che anche Tucidide se ne fosse accorto. 

^tayiuf reAewr^ it/r jteqI Kvròg ar/fia yeyEr>)fiér»jr 'Adtjvauor y.ai Ils/.o.-rorr))- 
oiùìv, P/ avré/it] xarà ìrog elxoaxòv y.cù òevtfqov. xqeItxov òe tjv òiE^eldófta 
.TrojTw TF?.evTtjr noitjaaadm Tf/g laroolag zip- dcxv/iiaaicoTdTtp' xai fid?.iaTa rolg 
axoi'oi'oi xeyaoia/ih't]r, xìjv xndoòor riòv (fvyàòcov zòìv à:xò ^vkfjg àq^' wv i) 
nithg ào^iifihì] rìjr fXevOeoihv àrEy-OfiiauTO. Cfr. paj;. 451 sg. i' ^ 58. 

(1) Le critiche ai discorai sono raggriipivite specialmente in FIeqI 
Sovx. 34 sgg. 

(2) M. cit., 1». r>. 



OHATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 419 

Ben altre sono le intenzioni di chi ha scritto il periodo 
successivo. Vi si vuol dimostrare che la disposizione e la 
forza stilistica del primo e dell'ottavo libro non sono pari, 
perchè le orazioni non sono bene distribuite ; ve ne sono 
troppe nel primo libro dove si tratta di ò)dya jiQclyjuaTa xal 
fxixqà, e mancano nell' ottavo che tratta di molli e grandi 
avvenimenti (si badi che nel periodo precedente Cratippo 
non aveva punto detto che i fatti dell'ottavo libro fossero 
maggiori che quelli degli altri, ma che si occupava di un 
periodo in cui molto in realtà si era discusso e parlato 
nelle assemblee e simili). Qui abbiamo da fare collo stesso 
critico che tanto trova a ridire suU' economia deli' opera di 
Tucidide, che tante orazioni sopprimerebbe nelle sue storie, 
e tante ne aggiungerebbe, con quello stesso Dionisio cioè 
che poche pagine dopo, nel capit. 19°, si lamenta che Tu- 
cidide TiokXà xal /ueyàXa Jigày/Liaxa naQaXinòìv (I) <tÒ> jzqooÌjluov 
rfjg ìoTOoiag ué/Qi nevxaxooivn' èxfxiyxvvEi ojiyMV x. r. X. Cratippo 
doveva rimpiangere che non tutta l'opera di Tucidide fosse 
come l'ottavo libro; Dionisio si lamentava che l'ottavo 
libro non avesse orazioni, e che avendo perduto il tempo 
nelle parti precedenti, Tucidide non avesse terminata la sua 
opera ! 

Distinto in questo modo quel che è di Cratippo, dal 
contesto di Dionisio, e separate nettamente le teorie del- 
l' uno da quelle dell' altro, esaminiamo ciò che si può de- 
durre da questo quarto frammento per l' età e 1' opera del 
nostro storico. Prendendo sempre in esame le teorie del 
Benedetto (2) egli sostiene che dove Dionisio diceva di Cra- 
tippo ó ovvaxjiidoag avrò) [= Tucidide (3)], deduceva dalle 

(1) Cf'r. IjQÒg TIonTi. 3, 11 tqìtov iozlv àvògòg iatoQDiov (axortslv), 
riva TE òsi naoaXapEÌv sm irjv yoa(prjv Trgay/iiara xal riva TiagcdiTTsTv. 

(2) M. cit., p. 8 sgg. 

(3) Nou vi è nessun motivo di credere sospetto il passo collo Scliii- 
fer, ' Abrisz der Qaelleuknnde ' P p. 32 ; uè di leggere collo Stalli ' De 
Cratippo ' p. 14 ovrax^idoag ^.aot} avxM che significherebbe : couteuipora- 
ueo di Elio Tuberoue, cui è dedicata l'operetta di Diouisio. Lo Stahl in 
conseguenza identifica Cratippo storico col filosofo dello stesso nome (v. 
ind. n. 8). Ma il Lipsius, Leipz. St. IV, 153 ed il Friedrich, Jahrb. f. 
kl. Phil.. l").") (1897) p. 177 notarono come V avxo) corrispouda all' v:t' 



420 I- PAKEll 

parole di Oratippo stesso (di cui non avrebbe conosciuta 
r età) : rag ^}]roQ£iag òyXrjoùg elvai roìg àxovovoiv, che Cratippo 
doveva dunque esser stato tra gli uditori e quindi contem- 
poraneo di Tucidide — secondo altri Dionisio l'avrebbe de- 
dotto dall' aver Cratippo continuato la storia di Tucidide (1), 
— e cerca di dimostrare che ben altra conclusione dev'es- 
sere la nostra. Egli nega, senza dubbio a ragione, che sul 
finire della sua opera Tucidide abbia cambiato di opinione ; 
perchè il primo libro che subì rimaneggiamenti anche dopo la 
composizione di parecchi altri, contiene le sue opinioni criti- 
che, e perchè Tucidide che voleva comporre xrri/xa ig àet non 
dovette sottoporre la sua opera al giudizio di nessun udi- 
torio (2). Crede pure che la tarda composizione di parti del 
primo libro « non sarebbe sfuggita ad un contemporaneo e 
ad un integratore » (3) ; e che Cratippo abbia dedotto la sua 
tesi essere le orazioni òyh]Qàg àxovovoiv da Tucidide stesso 
(I, 22) : xal èg /dr ày.QÓaoiv Tocog tÒ juì] juv&còòeg avràìv àxEQTiÉo- 
Tfooy (farflrai.... >cTì~]juà re èg aiti /(ùÀkov ì] àycóviajua ig rò Jiaoa- 
XQ^II^id àxovuv ^uyxeirai. In base a questo passo avrebbe pen- 
sato Cratippo che l'opera di Tucidide avesse prodotto scarso 
effetto nelle pubbliche letture, e ciò per colpa delle ora- 
zioni. Conclude il Benedetto che Cratippo visse « lontano 
nel tempo dal grande storico, di cui più non capiva la fisio- 
nomia artistica, di cui non conosceva esattamente (strano 
per chi compie l' opera di un contemporaneo) le vicende 
esteriori della vita. Conoscendole egli avrebbe trovato del 
problema una soluzione più semplice....: essere l'8° lib. 
privo di demegorie, solo perchè la morte dell' autore lo 
condannò a rimanere incompiuto ». 

Neppure in questo caso credo che l'acume del critico 
basti a convincerci nella sua tesi. In primo luogo è assai 
dubbia la spiegazione eh' egli dà, della notizia esplicita di 

aÌTov che seguo, e quindi non possa riferirsi che a Tucidide. Si vede con- 
tro la tesi dello Stali! : Herbst, Philol. 49 (1890) p. 171 e W. Schmid, 
Philol. .52 = N. F. «i (1894) p. 12.5-128; Costauzi, in. e., p. 2.58 n. 1. 

(1) È la tesi dello .SchoU che fu ripetuta da molti altri. 

(2) 8u (piesto punto faccio tutte le mie riserve. 

(3) E anche <|ui si possono fare molte rii^rve. 



CKATIPPO E LE ' ELLENICHE ' Df OXYRHYNCHOS 421 

Dionisio, che pure aveva tra le mani l'opera di Cratippo : 
d ovvay.jiiàoag avrcò. L' affermazione va perfettamente d' ac- 
cordo con quanto deducemmo dagli altri frammenti ; nò si 
può tanto leggermente dare così grave taccia di ignoranza 
storiografica a Dionisio, che ebbe tanta cura per gli storici 
del V e del IV secolo. Che poi come voglion altri, Dionisio 
lo deducesse dall'avere Cratippo continuata l'opera di Tuci- 
dide, non vorremo accondiscendere non ammettendo appunto 
ch'egli fosse vero continuatore. La notizia di Dionisio è as- 
solutamente esplicita, e non ha nessuna apparenza di de- 
duzione (1). 

Dal riconoscere che la causa addotta da Cratippo per 
spiegare la mancanza delle demegorie non regge, a dichia- 
rare che lo storico stesso è d'epoca tarda, ce ne corre. Se 
anche si trattasse di un errore veramente grossolano non 
saremmo ancora autorizzati a negare la contemporaneità. 
E poi sarà notizia falsa (e forse tendenziosa), ma non così 
madornale come si dice, perchè se la morte spiega in modo 
molto semplice l'interruzione al 411, meno bene spiega la 
mancanza di orazioni nell' ultima parte, poiché nulla im- 
pediva la stesura contemporanea del racconto e delle deme- 
gorie. E che Cratippo dovesse conoscere, se contemporaneo 
o quasi (scrivendo trenta o quarant' anni dopo), esattamente 
le vicende esteriori della vita di Tucidide, è pretesa abba- 
stanza strana, per chi ricordi che le storie di quest' ultimo 
furono conosciute postume, e quindi l'interesse per l'autore 
sorse solo dopo la morte; ch'egli visse vent'anni in esilio, 
e che richiamato morì ben poco dopo, e lungi dall'Attica, 
in Tracia come abbiamo già veduto. D'altronde ben poco 
si sapeva dire in genere su di lui, come risulta da quanto 
è giunto fino a noi intorno alla sua vita. 

Che la notizia data da Cratippo sull'essere noiose le 
demegorie roìg àxovovoiv, sia dedotta da Tucidide I, 22, non 

(1) Bene inteso che 6 avvay.uàoa? avTw va ammesso nel senso lato, 
olle hanno per gli scrittori greci frasi simili. Cf'r. gli esempi raccolti da 
Walker, Klio Vili (1908) p. 368. Caratteristico fra gli altri qnello di 
Fozio che fa avvaxfid^Eir Isocrate (nato nel 436), con Teopompo (nato 
nel 377-6). E si ricordi remunerazione di Diodoro XV, 76 per il 366-.5. 



sarà facile dimostrare, quando si osservi che Tucidide vi 
parla non del piacere o meno per le demegorie, ma per 
r elemento favoloso (1). In realtà anche senza dedurre nulla 
da quel passo, anche senza neppure aver udito letture delle 
storie tucididee, poteva nella prima metà del IV secolo 
sostenere uno storico, che le demegorie erano intralcianti 
e noiose, e poteva escluderle dalla propria opera, e ralle- 
grarsi dell' ottavo libro di Tucidide. Un autore contrario 
alla tradizione, doveva pure avere i suoi motivi, e poteva 
anche esporli, come espose Tucidide i motivi per cui non 
seguiva il sistema dei logografi che l'avevano preceduto. 
E che proprio in quei tempi ciò fosse possibile, può bene 
dimostrare, per chi non abbia un partito preso, la scoperta 
delle * Elleniche di Oxyrhynchos ', scritte, come parve agli 
editori, quasi ad imitazione dell'ottavo di Tucidide (2), e 
dove non è che una demegoria di nove parole ! (3). 

Lo Schmid (4) osservò acutamente che la forma èv rólg 
jtleinaioig usata da Cratippo, prova che scriveva prima dei 
tempi alessandrini in cui sorse la distinzione in libri. 11 
Benedetto (5) confuta questa asserzione notando che dopo 
si stabiHsce un confronto tra il primo e l'ottavo libro; ma 
noi dicemmo come questo confronto sia da attribuirsi a Dio- 
nisio : qui anzi è una conferma della nostra tesi. In con- 
clusione nel passo riferito da Dionisio nulla prova che lo 
storico di Alicarnasso erri sostenendo che Cratippo era ow- 
uy.fidoag di Tucidide. 

(1) Df'Ue orazioni si parla in principio del capitolo, ma non vi è nes- 
sun legamo colla finci del capitolo stesso. Nò credo si debba insistere 
troppo sulla frase cIA/à xal zoT; àxovovoiv òj^?.rjoàg slvai che non richiede 
allatto trattarsi di audizioni più che di letture. Cfr. ancora di Dionisio 
ngòs TJofiJi. 3, 10, e ' A. R. ' I i, 1 : ovt' ev roTg lòioig (.léllrnv Ji/.sovd^eiv 
t.^(^l'rol;, org èmi/OFÌg oìòa r/airoftévovg roìg ùy.ovovacv. D'altronde si hanno 
esempi di letture i)u]>l>liche di opere storiche perline dopo la morte del- 
l' autt»re. Cfr. Suida, .dixaiao^og. 

(2) ' Oxyrhynchos Pap. ' V ].. 128. 

(3) Col. XI 20 sgg. : xal Acogifia^og /tèi' avzwr àrn^àg èm zòr Xldov 
or.Tfri tìtó&et y.t]Qvrr£iv 6 xfJQV^, nruxoayòìv ihg fjòvvuTo iiéyiazor, icotiFV, w 
(l'^(^<..•.•. "i/i), jTolìTni, tm zovg zvgàvrovg tÌjv rnyi'nTtp-. V,U-. p. Kió st^. 

l'hilol. 52 (1894) p. 118 a. 
(>) Pa^. 11 n. 2. . 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYKHYNCHOS 428 

Da questo quiarto frammento si possono fare ancora 
importanti deduzioni intorno all' opera del nostro storico, 
:;he Dionisio chiama rà 7iaoahi(pi9évTa vn avxov [= Tucidide] 
(ìvvayaycùv. 

I più credono che Dionisio abbia voluto dire che Cra- 
tippo fu continuatore di Tucidide, che doveva quindi trat- 
tare dei fatti posteriori al 411. Ma se a ciò, o solo a ciò, 
alludesse Dionisio, perchè ricorre ad una circonlocuzione 
così poco necessaria ? Intende egli parlare dei fatti tra il 
411 e il 404 (dopo il 404 non gli importa), o di quelli an- 
teriori al 411, o degli uni e degli altri? Già vedemmo come 
egli lamenti che Tucidide non sia giunto a trattare degli 
avvenimenti posteriori alla battaglia di Cinossema ; in que- 
sto stesso capitolo sono le parole tj/v torogiav àxElfj y.axah- 
Tiùv, che accennano senza dubbio al periodo dopo il 411 
(cap. 16) (1). Non altrimenti la * Vita anonima ' di Tucidide 
(cap. 5) e Diodoro XIII, 42 (2), dicono che Tucidide èxéootg 
YQCKpeiv xaréÀme i fatti degli ultimi anni della guerra. Non 
pare dunque che dalla frase di Dionisio si debba escludere 
l'allusione al periodo tra il 411 e il 404. 

Ma ha certamente ragioae il Benedetto (3) richiamando 
alcuni passi dell'operetta di Dionisio in cui si lamenta che 
egli abbia dimenticato di parlare, o non abbia a sufficenza 
detto di avvenimenti anteriori al 411. Senonchè da questi 
passi il B. deduce « che Cratippo non continuò nel senso 
comune della parola l' opera tucididea, ma scrisse di tale 
opera dei veri e propri paralipomeni ». Secondo noi invece 
bisogna caso per caso esaminare se di queste accuse non 
sia responsabile il solo Dionisio. Certo a jìriori egli può 
nella sua dimostrazione aver tratto elementi e dati di fatto 
da altri storici che si occuparono degli stessi argomenti di 
Tucidide, come a priori dobbiamo attenderci che spesse 
volte si tratti solo dell'economia dell'opera, di questioni 
retoriche, e. che allora chi parla sia il retore che si crede 

(1) Cfr. Ilgòg Ilo/n.-t. i, 1 ....y.al rgitìp- en (= Senofonte scrisse) rìp' 
'Ek/.rjvi>ir]v y.al ì^v xaxéXijiev àreXi] Qovy.vòidtjg.... 

(2) Cfr. Meyer ' Theop. Hell. ' \yd^. VII. 

(3) Meni. cit. p. 7-8. 



424 '- l'ARi-n 

storico : Dionisio. Giù abbiamo veduto che Cratippo non 
fu solo continuatore di Tucidide, ma che trattava anche 
ahneno del periodo tra la spedizione di Sicilia e il 411 ; n(| 
si può escludere che si occupasse di fatti anteriori al 415. 
Ma con ciò non è punto dimostrato che questo storico scri- 
vesse dei paralipomeni a Tucidide, come dalle correzioni 
che al racconto dei logografi e di Erodoto troviamo in Tu- 
cidide stesso sarebbe assurdo dedurre che Tucidide scrivesse 
dei paralipomeni. In realtà poteva ad es. Cratippo in una pre- 
lazione, parlare brevemente degli antefatti dall'inizio della 
guerra del Peloponneso, integrando e correggendo il rac- 
conto del predecessore ; come Tucidide narrando la storia 
della grande guerra fa precedere tutto un libro sui prece- 
denti e sulle cause della lotta tra Sparta ed Atene (1). Ciò 
posto esaminiamo brevemente queste accuse a Tucidide, 
coir intento di distinguere quello che eventualmente potesse 
risalire a Cratippo, da quello che appare sicuramente dovuto 
al retore di Alicarnasso. 

E senza dubbio Dionisio il responsabile delle critiche 
mosse nel cap. 13", che vuole dimostrare ori. òè y.al jiegl rag 
è^EQyani'ag rcòv xecpalakov ìjttov ijiijiie?.rjg ìotiv, ì) 7i?.eiovag rov 
òéovrog kóyovg uTiodiòòvg roTg èlatTÓvon' óeojuévoig i) QO.d'Vfxóre- 
Qov tJiiTQé'/iov in òeófieva TtXeiovog t^egyaaiag x. r. X. Sono le 
solite teorie di Dionisio che vorrebbe ridurre di qua, ag- 
giungere di là, non intendendo nulla dell' importanza sto- 
rica dei singoli avvenimenti, e giudicando col suo piccolo 
cervello di retore. Non abbiamo motivo di far risalire a 
Cratippo le osservazioni sul racconto della battaglia del- 
l' Eurimedonte, sull'estensione data ai fatti di Pilo (cap. 13), 
e sulla troppa concisione per le spedizioni di Nicla a Ci- 
terà e Tirea (cap. 14). Anche il confronto tra le notizie sui 
due tentativi di pace, per parte degli Ateniesi al principio 
della guerra [Tucid. Il, 59], e per parte degli Spartani du- 
rante l'assedio di Pilo [Tucid. IV 15-22], è probabilmente 
tutto dovuto a Dionisio (cap. 14-15). Egli lamenta che nel 



1) Pdtevii invece aiiolie i»ailaiiie in digressioni (|ii:i e là nel corso 
111 M i>|)i"ra. 



CUATIPPO R l.E ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 4'2Ó 

primo caso Tucidide non abbia neppure fatto il nome degli 
ambasciatori, né riferito i discorsi {cpavloig òé jtojq y.aì órpH- 
jucog (og Tiegl f.uxQchv y.aì àòó^oyv TToayjudroxì' ravra el'Qi]xe y.. t. ?..) ; 
mentre nei secondo ha dato i discorsi e le cause per cui gli 
Ateniesi non accettarono la pace. Qui non parla lo storico 
contrario in genere alle demegorie, ma il retore che ne vor- 
rebbe anche delle inutili e che non riesce ad intendere i 
motivi per cui Tucidide inserì a modo suo i discorsi. Così 
quando Dionisio aggiunge d (Y àxqifìòìg eòei rama eiorjodai 
olà TI :TaQé?d7ie Qqdvjiicog èy.eìva ; ci dimostra, è vero, che non 
usa TiaQulEino) solo per i fatti posteriori al 411 ; ma non ci 
prova che l' insulsa critica sia dedotta da Cratippo, rà Tia- 
QalEi(p&évra vn avrov Gvvayaycóv (1). Non altrimenti nelle 
critiche mosse alle descrizioni delle rovine di città etc. 
(cap. 15) ; e dove vuol dimostrare che mancano delle de- 
raegorie necessarie e ve ne sono delle inutili (cap. 17): rt- 
^évai juèv ag ovx è'òei, nagaliTiùv òe àg è'òei Xéyeodai ; che ad 
es. Tucidide ?Myovg Tiané/ujiev cbg ovh àvayxaiovg per la prima 
adunanza relativa a quei di Mitilene [Tucid. HI, 36], mentre 
riferì quelli tenuti nella seconda [III, 36-49] ; e che è fuor 
di luogo l'epitafio di Pericle [li, 35-46] (cap. 17-18). E quando 
nel cap. 19 dice che Tucidide jroXlà y.aì ueydXa xcody^uaTa na- 
oa?u7ccbv <tÒ> jiqooijluov rijg lorooiag /.léyQt jiEVTay.ooicov èy.jinyy.vvei 
oTiywv, potrà benissimo aver trovato in Oratippo dei fatti 
dimenticati da Tucidide, ma egli non se ne vale nella sua 
dimostrazione, che tende insulsamente a dichiarare inutili 
per motivi retorici quasi tutte le notizie del primo libro (2) 
e che si chiude con una vera parodia ; vale a dire col proe- 
mio alla storia di Tucidide, corretto riveduto ed espurgato 
secondo le norme della retorica, da Dionisio di Alicarnasso I 
[cap. 19-20]. 

Anche altrove nelle opere di Dionisio ricorrono le stesse 
idee: ad es. nella lettera a Pompeo (3, 1 1) dice, tqìtov èanv 
àvÒQÒg iGTOQiy.ov (oy.oJiEÌv), riva re òeJ Txaoa/M^eìv im xì]v yoa- 
q)i]v TTodyixara y.aì riva TraoaXtneTv, e in ciò trova che Erodoto 



(1) Vedi invece Benedetto, ni. e, p. 8. 

(2) Cfr. Uegl Qovy.. eap. 10. 



!'26 I" PARETI 

t' ijupi'iiure il Tucidide, il quale jió^.ejnov era y.atazeivag àjivev- 
oxì òuiéo/trai i-iàyag èm judyaig y.al naoaoxevàg èm JiagaoxevaTg 
y.aì Xóyovg ini ?/>yoig ovvri&elg. 

In conclusione : risulta chiaramente da Dionisio ch'egli 
credeva aver Tucidide non solo lasciata incompleta la sua 
storia dopo il 41 1, ma mancante in alcune parti anche per 
i libri composti ; che quindi con la frase rà iraQalEicp&évxa 
vji' avTov ovvayayojv si può alludere e ad una continuazione 
dopo il "411, e ad un completamento prima di quell'anno. 
D'altra parte non abbiamo trovato nelle critiche di Dionisio 
su queste presunte mancanze della storia tucididea, nulla 
che possa sicuramente risalire a Cratippo ; il che ci impe- 
disce di affermare che questo storico si occupasse davvero 
in un proemio, o in digressioni della storia anteriore al 415. 
Per gli anni tra il 415 e il termine della storia di Tucidide 
altri argomenti ci portano a sostenere che fossero materia 
della storia di Cratippo, ed è quindi possibile che colla 
frase discussa Dionisio volesse dire : « colui che completò 
KJal 415?) e continuò la storia di Tucidide ». 

!:J 6. - Da questo minuto esame dei quattro frammenti 
di Cratippo, non ci è parso di trovare nessun argomento 
interno sicuro per respingere la notizia data esplicitamente 
da Dionisio, e implicitamente da Plutarco eh' egli visse ai 
tempi di Tucidide e di Senofonte. Ma si sogliono addurre 
anche delle prove estranee ai frammenti per negare che 
Cratippo scrivesse in quel tempo. 

Si disse ad es. che se Cratippo avesse scritto allora, 
troveremmo citata la sua opera in quegli stessi autori che 
citano le ' Elleniche ' di Teopompo, ossia in Stefano Bizan- 
tino, in Ateneo, nelle vite di Alcibiade, Lisandro e Age- 
silao di Plutarco, e in quella di Alcibiade di Nepote (I). 
Anche (|ui siamo con un argomento ex silentio che non può 
jìrovar nulla, ma a suo tempo vedremo come vi sia una 
spiegazione ben facile di questo silenzio : se è vero infatti 
che Cratippo è l'autore delle ' Elleniche ' di Oxyrhynchos, 
intendiamo come l'ottimo raccoglitore di materiali ma non 

(.1) Mcyir, •Thfnj). 11(>11. ' ]>. li'il-i^T. 



UHATIPPO F. I.B ' ELLENICHE ' DI OXYKIIYXCHO.S 427 

retore, e stilista assai inferiore non solo a Tucidide, ma 
anche a Senofonte ; sfruttato da Eforo e da Teoporapo nelle 
notizie, e superato nella forma ; fosse eclissato e solo risor- 
gesse la sua opera verso il finire dell' èra antica, quando 
risorse il culto per Tucidide (1). 

Lo stesso si dica per il silenzio di Diodoro che ricorda 
le ' Elleniche ' di Teoponipo (XIII, 42, 5 ; XIV, 84, 7) e quelle 
di Senofonte (XIII, 42, 5 ; XIV, 89, 3) (2). Ciò significa che 
la fonte cronologica non registrava le date iniziale e ter- 
minale per la storia di Cratippo, come taceva di molti 
altri scrittori, anche famosi di quel periodo. Ne tace il 
primo continuatore di Marcellino § 45, e l' autore della 
' Vita anonima ' di Tucidide § 5 (3) ; perchè essi parlano dei 
continuatori di Tucidide; mentre Marcellino con ogni pro- 
babilità lo conobbe. Infine se Plutarco nella vita di Alci- 
biade 32 dice che il racconto di Duride sul ritorno di Al- 
cibiade ad Atene non è quale ome Oeójcojujcog out' "E(poQog 
ome Eevoipwv yéyqacpev, ciò significa che quelle erano, secondo 
Plutarco, le fonti migliori per quel periodo (4) ma non che 
fossero le sole, ne ciò ha stretto legame colla questione del- 
l' età di Cratippo. Siamo d'accordo ch'egli non fosse con- 
siderato dai posteri tra i migliori storici del IV secolo, e 
ce lo spieghiamo anche assai bene, perchè non doveva pos- 
sedere quelle doti che allora si ritenevano necessarie in un 
grande storico ; ma con ciò non si dimostra né punto né 
poco che vivesse e scrivesse più tardi del IV secolo. 

Inoltre vi sono delle altre difficoltà per ammettere che 
Cratippo sia scrittore dell'^età alessandrina. Egli pur non 

(1) Glie 1' opera di Cratippo fosse una falsiiicazioue dei tempi del 
classicismo, di cui non si sarebbero accorti Dionisio e Plutarco, sostenne 
lo iSchwartz, Hermes 44 (1909) p. 496 sgg. ; ma non ritengo dimostrata 
la baso del suo ragionamento, aver 1' autore scritto un romanzetto sulla 
vita e 1' opera di Tucidide. Per il piccolo numero di frammenti di Cra- 
tippo, il AYalker richiama alcuni esempi caratteristici. Così per Antioco 
non restano che 1.5 frammenti, e sono riuniti in pochi scrittori ; e 13 
soli per Jeronimo di Cardia. 

(2) Meyer, ibid., p. 127. 

(3 I Meyor, ibid. ; Benedetto, m. cit., 17 n. 1. Cfr. iud. p. 412 n. 2. 
(4) Meyer, iliid. 



1-28 I- l'AKETI 

avendo couiiimato materialmente la storia di Tu(3Ìdide, in 
realtà la integrava fino al 393 almeno. Ora pare poco lo- 
gico che a dne o tre secoli di distanza dai fatti, si pren- 
desse il gnsto (e ciò dopo di Eforo, di Teopompo e di 
Senofonte!) di integrare l'opera di Tucidide, di scrivere 
una monografìa di un periodo storico che non doveva 
più presentare un interesse grande per i lettori. Si inten- 
derebbe che uno storico continuasse Tucidide fino ai suoi 
tempi, come fece il Botta di fronte al Guicciardini, o come, 
stando nel campo nostro, fece dopo la metà del IV sec. Teo- 
l)ompo, che alle ' Elleniche ' fece naturalmente seguire le Fi- 
lippiche; meno si intende una monografia arrestantesi ad 
es. colla pace di Antalcida. E poi pare chiaro che ad ogni 
modo r opera di Cratippo doveva essere suggerita e con- 
nessa con quella di Tucidide : ora nel IV secolo, quando la 
fama di Tucidide era all'apogeo, si intende l'opera di cui 
integratore, come quella dei continuatori ; ma non nei secoli 
successivi perchè per duecent'anni circa, fino al periodo dei 
classicisti la storia di Tucidide fu ignorata o dimenticata (1). 

Per noi non par dubbio che Cratippo scrisse nel pe- 
riodo immediatamente successivo a Tucidide, e sotto il suo 
inllusso ; che fu eclissato da Eforo, Teopompo e Senofonte, 
cui si aggiunse il diminuire della fama di Tucidide e del- 
l' interesse per il periodo storico da essi trattato ; e che 
quando nel I secolo av. Or. colla scuola dei classicisti ri- 
sorse il culto per Tucidide, anche l'opera del suo integra- 
tore fu risollevata dall'oblio, e fu letta da Dionisio, e da 
Plutarco, e più tardi da eruditi e scoliasti, senza natural- 
mente riuscire più a farsi riconoscere fonte di prim' ordine. 

§ 7. - Anche per il contenuto della storia di Cratippo 
(jualcosa si può concludere in base ai quattro frammenti. 
Senza dubbio essa parlava dei fatti tra il 411 e il 393-392, 
ma doveva logicamente spingersi fino al 386 ossia alla pace 
di Antalcida. Sappiamo anche di parecchi avvenimenti già 
trattati da Tucidide, sui quali Cratippo si fermava, ne v'è 
motivo di ritenere lo facesse in digressioni. Quindi pare 
assai prol)al)il(- che abbracciasse tutto il periodo tra il 415 

i\) <Jriiii(ly, w. I., p, 12 8ircr. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYllHYNCHOS 429 

ed il 386. Di fatti anteriori al 415 non abbiamo prova che 
si occupasse né per disteso, ne per incidenza ; come pure 
di fatti posteriori al 386. Ch' egli ritrattasse gli anni tra il 
415 ed il 411 non può recar meraviglia, per chi ricordi che 
non altrimenti fece Diillo di fronte ad Eforo (o Demofilo) 
per il periodo tra il 357 e il 341. 

L'autore era Ateniese (l), incominciò a scrivere, pare, 
dopo il 386, ma doveva già essere adolescente nel 415, sia 
perchè in tal modo si spiega come vivendo in Atene mentre 
Tucidide era in esilio potesse aver raccolto notizie tali da 
convincersi a rifare la storia di quegli anni ; e sia perchè se 
fu contemporaneo di Tucidide nato verso il 460 e di Seno- 
fonte nato verso il 430, dev' essere egli stesso nato a un 
dipresso intorno a quegli anni. Dei suoi criteri di storico 
poco sappiamo ; ad ogni modo se non voleva le demegorie, 
e simili, doveva aver poche simpatie per il movimento re- 
torico, come ci conferma l'esame della sua fortuna : dovette 
andare dimenticato appunto anche perchè non artista se- 
condo le tendenze dei tempi. 

Capitolo II. 

Metodo, limiti, età e capatteristiche 
delle ' Elleniche ' di Oxyrhynchos. 

§ 8. - Sono ormai così conosciuti i frammenti delle 
* Elleniche ' di Oxyrhynchos (2), che ci esimiamo dal de- 
scriverne ancora una volta il ritrovamento e la pubblica- 

(1) Anche il uome di Cratippo non 6 nuovo per l'onomasticii ate- 
niese di quel tempo. In un' iscrizione del IV secolo si allude ad un per- 
sonaggio il cui padre aveva nome Cratippo : 'AfKpiHzvcov RgaiLiTioli''] Ev- 
nezaióv. Cfr. ' C. I. A. ' II 2368 ; Kirchner, ' Prosopogr. Att. ' 8769 ; v. 
Mess, Eh. Mus. 63 (1908) p. 391 u. 1. 

(2) Prima edizione : ' TIio Oxyrhynchus Papyri ' V (London 1908), 
n. 842 pag. 110-242. Furono ripubblicati in edizione piìi economica da 
A. S. Hnnt, insiemo coi frammenti di Teopompo e di Cratippo : ' Helle- 
nica Oxyrhynchia cnm Theopompi et Cratippi fragmontis ', Oxonii 1909. 
Una terza ediz. diede il Meyer, ' Theopomps Hellenika ', Halle 1909 
pag. 171-192. Oltre che in inglese dai primi editori (nel commento), fu- 
rono tradotti in francese da E. Cavaignac, Rev. des étudea grecqnes, 
XXV (1912) p. 130-157. 



4r50 L. PARETI 

zione. Ricorderemo soltanto che si tratta di quattro fram- 
menti maggiori, e di parecchi minori, scritti da due mani 
diverse intorno al 200 d. Cr. Quasi tutti ora ammettono che 
gli editori dis}3osero giustamente i tre frammenti maggiori 
nell'ordine A-B-D (1); ma regna tuttavia grande disac- 
cordo intorno alle lacune tra di essi, e sulla posizione del 
fr. C. Noi incominceremo il nostro esame del testo preci- 
samente collo studio della entità della lacuna che separa il 
frammento A dal framm. B. 

Mentre sulla cronologia dei primi fatti narrati in B 
(VI, l sgg.) (2), non vi può esser dubbio, trattandosi del 
principio della seconda campagna di Agesilao in Asia, ossia 
della primavera 895 av. Cr., i fatti narrati in A (I-V), fu- 
rono assai variamente assegnati, secondo gli uni a comin- 
ciare dalla primavera 396, secondo gli altri, dall' inverno 
396-395. La questione è di interesse fondamentale per l' in- 
terpretazione del papiro ; e noi la esamineremo seguendo 
[)asso passo criticamente la teoria opposta alla nostra, e che 
riteniamo erronea, la quale fu meglio che da ogni altro 
sostenuta dal Meyer (3). Egli crede che i fatti di Demeneto 
I-III, siano immediatamente anteriori al sopraggiungere di 
vni Ofooc:, col quale si inizierebbe un 8° anno cui si allude 
in 1\^, 1, e che questa primavera sia la stessa in cui ha 
principio la seconda spedizione di Agesilao, ossia quella 
del 395 : in tal modo la spedizione di Demeneto spette- 
rebbe all'inverno 396-5, l'azione navale della quale si 
allude dopo la notizia dell' 8" anno (IV, l sgg.), sarebbe 
già della primavera 395, e contemporanea alle mosse di 
Agesilao (VI, 1 sgg.), e la venuta di Timocrate in Grecia 
sarebbe stata descritta da P. (così chiameremo anche noi 
r autore) immediatamente prima dei fatti di Demeneto. 

(1) DiiMjì Hiilla ((illocazioue (It-l Ir. C. esprime il Cavaiguac, lu. e 
p. 12!t. 

(2j TriiiiiK- i casi ni cui citulinec e colomio. i iiniiicii si rifcriscoiH) 
ai capitoli e paragrafi della ediziduc dello Hunt. 

'■> ' Theopomps Hellenika ', p. 44 sgg. Molti critici accettarono 
Henz' altro le couclusioni del Meyer. Vedausi però i dul)bi del Cavaiguac, 
ni. cit.. p. 130 sgg. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 431 

Che le imprese di quest'ultimo siano dell'inverno 396- 
395 deduce il Meyer (p. 44) innanzi tutto dalle notizie fram- 
mentarie che ricorrono nella colonna 111, lin. 7-11 (IV, 1): 

1. 7 tù jii]h> ovv àÒQÓraja rcov 

l. 8 [ ]/ romeo (1) Gv,ufiàvx(tìv 

1. 9 [omojg iyévsTO' ]Òe xov [d^ÉQOvg rfj /.lèv 

1. 10 ]eTog òyòoov iveiOTìjxei 

1. 11 ]agog rag TQtrjgeig ajra- y..T.l. 

Ma da questo passo non risulta nulla di così chiaro : 
vi si parla del principio dell' 8° anno, ma non è certo che 

10 si faccia corrispondere al principio del ■ùégog. Anzi noi 
dobbiamo scegliere tra i vari supplementi, quello che si 
adatta meglio alla cronologia del framm. A; invece di pre- 
ferire senz'altro supplementi come [...àjiò òk tov]<5£ xov M- 
Qovg... (Grenfell-Hunt), o [... ano xovxov] de xov ìJégovg... (ed. 

11 Hunt), [... àgyofxévov] òk xov Mqovg (Wilcken-Meyer), ad 
altri come [... aeoovvxog] òk xov iJégovg... (De Sanctis), o [... Aj/- 
yovxog] (o xeÀsvrcovxog) òk xov ■&éQ0vg... (Cfr. § 9). 

Ha senza dubbio ragione il Meyer (p. 44) sostenendo 
che della venuta di Timocrate P. parlava prima (e pare an- 
che immediatamente prima) dei fatti conservati dalla co- 
lonna I : ciò risulta dal confronto con tre passi del papiro II, 
2 e 5 ; XIII, 1 (2). Ma faccio le mie riserve sulle deduzioni 
da un luogo di Polieno, da cui dovrebbe risultare che P. 
parlava di Timocrate sul finire del 396. Dice infatti Polieno 
I, 48, 3 : Kóvov ^cxQvajìaCcp ov/ii-iayMv, 'Ayijaddov x)]r ''Aolav 
jiogdovvxog, eneioe xòv Wooijv ygvoiov Ttéjiiym xoTg òì]juaycoyolg 
xcov nólemv xìjg "EDAòog, dì la(ìóvxeg jieioovoi xàg Jiaxoiòag èx- 
cpÉQEiv xòv TiQÒg AaKEÒaifxovlovg nóXE/iov ; e pare anche a me 

fi) Che si debba leggere xovxo) e uou tovro suppose il De Sanctis, 
e lo Hunt, riveduto il testo, dichiarò che tale lettura si adatta meglio 
alle tracce. Cfr. De Sanctis, op. cit. nota seg., pag. 12; Hunt, ediz. 
cit., ad 1. 

(2) Che non vi sia contrasto cronologico tra Senof. e P. sostenni 
altra volta a torto : Mem. Accad. di Torino, serie II, 59 (1909) p. 13:^ 
u. 5, seguendo De Sanctis, ' L'Attidc di Androzionc ' etc, Atti Accad. 
Torino. 43 (1908), p. 27 dell'estr. 



4BJ I- PARETI 

che questa notizia che connette Timocrate con Farnabazo, 
invece che con Titrauste secondo Senofonte, risalga in ul- 
tima analisi a P. (v. oltre cap. IV § 41) ; ma cronologica- 
mente non deriva altro se non che si è voluto stabilire un 
sincronismo tra la prima campagna di Agesilao in Asii, e 
r invio di Timocrate. Poiché le devastazioni di Agesilao 
non avvennero solo nell'autunno (cfr. Diod. 79, 3), non v'è 
motivo di credere che Timocrate giungesse più tardi del- 
l'estate 396. Né altrimenti risulta da un'altra contingenza: 
si volle infatti trovare una connessione tra l'essere Timo- 
crate nativo di Rodi (Senof. * Ellen. ' III, 9, 1 ; Plut. ' Artas. ' 
20), e la defezione di quell' isola dagli Spartani per opera 
di Cenone e Farnal)azo. Anche se si vuol credere che Rodi 
defezionasse prima dell' invio di Timocrate, per quest' ultimo 
fatto non si é obbligati a scendere all'inverno 396-5 (Meyer, 
o. e, p. Vili) dovendo collocare il primo intorno al giugno 
o luglio 396 (1). 

(Il Solleiniianioei uu poco sulla cronologia «Iella guerra marittima 
nel 396. Il l)Iocco di Cenone a Cauno per parte di Farace non può es- 
sere anteriore all' inverno 397-ti, uè posteriore ai ijrimi mesi del 396 : 
Filocoro presso Didimo VII, 35 sgg., pone la partenza di Conone da 
Ci]>ro gi;\ sotto l'arconte Suniade del 397-6; Diodoro XIV, 79, 4 parla 
(Ielle richieste di aiuti agli alleati da parte degli Spartani gii\ nel 396 ; 
Senofonte ' Ellen. ' III, 4, 1 col uetÒl òi xavra ci trasporta dopo i fatti 
del 397 e Navarclii ', p. 131 n. 4) ; Isocrate ' Paneg. ' 142 allude coi tre 
anni alle campagne del 396, 395, 394, e colP èvròg rgiàv hcùv di ' Evag. ' 
64, terminati colla battaglia di Cnido (agosto 394Ì, dimostra che la guerra 
è cominciata dopo 1' agosto 397. Oltre i primi mesi del 396 non si può 
scendere, sia perchè Farace deve aver bloccato Conone appena perve- 
nuto presso le coste carie, e sia perchè il blocco fu rotto prima che 
Farace si ritirasse a Rodi, mentre lo troviamo poi già nell'estate 396 a 
•Siracusa. — La partenza di Farace da Rodi per Siracusa, l' andata di 
Conone al Chersoucso Rodio, portando a 80 il numero delle proprie navi, 
e la rivoluzione contro gli Spartani a Rodi, sono tutti avvenimenti vi- 
cini e successivi del princijjio d'estate del 396: difficilmente gli Spar- 
tani avrebl)ero sottratto 30 navi alle loro forze per mandarle in Occidente, 
so già Conone avesse portato il numero delle sue navi da 40 a 80, se 
cioè fosse già stato al Chersoneso Rodio. La mossa di Conone dovette 
invece tendere a sfruttare il momento opportuno in cui la dotta nemica 
era KMiinuita e senza il navarca Farace, e prima dell'arrivo del succes- 
sore : duu(|uc la luossa al Chersoneso dovette seguire immediatamente la 

7. 10. '01'.'. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHY.N'CHOS 433 

E poiché dunque non è dimostrato che l' invio di Ti- 
mocrate sia posteriore all'estate del 396, non è neppure 
dimostrato che la partenza di Demeneto sia della prima- 
vera 395. Anzi se è vero che di Timocrate si parlava su- 
bito prima della col. I, le parole con cui si inizia la descri- 
zione della partenza di Demeneto : vtiò òk rov[g avxovg ygó- 
vo]vg..., provano che non si tratta di avvenimenti posteriori, 
ma contemporanei, per i quali non v' è motivo di scendere 
oltre l'estate 396. Alle stesse conclusioni veniamo con altre 
argomentazioni. Parlando dei tempi di Demeneto e di Ti- 
mocrate P. apre una parentesi per dimostrare che già prima 
in Grecia si dimostrava l' odio contro Sparta : per Atene 
ricorda un' ambasceria al gran re, caduta nelle mani del 
lacedemone Farace 6 ttqóxeqov vavaqxog (li, 1). Ora il senso 
più naturale, anzi 1' unico possibile di questa frase, è che 
si tratti del penultimo navarca, ossia del predecessore im- 
mediato di quello in carica ai tempi di Timocrate e di De- 

partenza di Farace sul principio dell'estate. L'accrescersi del uumero 
delle navi di Cenone è una conseguenza del momentaneo indebolimento 
degli Spartani, della rottura del blocco, della crociera lungo il Clièreo- 
neso. La ribellione di Rodi è j)08teriore alla partenza di Farace, e jio- 
steriore, anzi j)robabilmente conseguenza, della venuta di Conoue al 
vicino Chersoneso Rodio, e spetta con ogni probabilità ai mesi estivi 
del 396. Vedremo in seguito che Eforo jier ogni anno dava un capitolo 
sulla guerra marittima in cvii riuniva insieme le notizie attinte da P. 
il quale le divideva in tre sezioni, dalla 1^ metà del &£oog, della 2^ metà ; 
del periodo autunnale-invernale. Mentre in Diod. 79, 4-5 abbiamo il rac- 
conto che pare corrispondere alla sezione della iirima metà del ■Ostjog 396, 
il fiETct òs rama che segue sembra aprire il racconto della seconda metà, 
e il primo fatto che segue, la crociera di Conoue al Chersoneso sarebbe 
dunque del luglio circa 396. Subito dopo la ribellione di Rodi agli Spar- 
tani, mentre questi si ritiravauo con ogni probabilità a Cuido, Conono 
scendeva dal Chersoneso, e occupava 1' isola. Che la presa di Rodi sia 
vicina alla ribellione, e questa a sua volta non molto lontana dal prin- 
cipio della campagna, è provato dal fatto che solo allora giungono le 
vettovaglie di Neferite, il cui aiuto era stato chiesto in principio del 396 
(Diod. XIV, 79, 4^. E se queste vettovaglie caddero in mano di Conoue, 
ignorando i naviganti egizi che Rodi non era piìi spartana (Diod. 79. 7), 
ne deriva che la ribellione era tanto recente, che non era ancor giunta 
notizia né in Egitto prima della partenza delle navi, né durante il tra- 
gitto, — L'arrivo delle navi fenicie e cilicie a Conoue, che viene narrato 

fitndi ital. di jilvl. clanica XTX. 2>i 



4<1 L. PAItRTl 

ineiieto. Ed essendo Farace il navarca del 398-397, è chiaro 
che questi ultimi tempi non cadono nella primavera del 
395, ma nei primi mesi estivi del 396, prima che il suc- 
cessore di Farace a sua volta scadesse di carica (1). 

Sempre basandosi sull'affermazione, che l'ottavo anno 
incominci colla primavera 395, si sono creduti di quella pri- 
mavera i fatti di Cauno di cui diceva la col. IV (Meyer 
ibid. p. 58). Ma Diodoro (XIV, 79, 8) parla dell'arrivo delle 
dieci navi cilicio e 80 fenicie, cui allude P. IV, 2, come di 

111 .s.;,Miito (la Diodoio, può dunque essere proprio dell'autunno 396, dopo 
l'arrivo di Pollide (entrato in carica il 5 settembre), f<econdo P. III. 
Il congiungimento tra ([ueste navi e quelle di Couone non fu contrastato 
(lagli Spartani, dunque non solo avvenne dopo il periodo del blocco (né 
si parla più di Farace), ma anche dopo il ritiro delle navi spartane, ri- 
dotto al numero di 90, a Guido. — A proposito di questo arrivo delle navi 
fenicio e cilicie non credo esista contrasto tra P. e Diodoro, come so- 
stengono il Do Sanctis ' L'Attide di Androz. ', p. 5, e lo Judeich, Rh. 
Mus. 1911 (66) p. 136 sgg. Poiché la ribellione di Rodi agli Spartani 
non è del 395, ma dell'ostate 396 non vi è uessnna contraddizione tra 
i <hie racconti : anche P. come Diodoro doveva narrare la ribellione di 
Rodi i>rima dell'arrivo delle navi fenicie. Quando poi lo Judeich p. 136 sgg. 
esaminati i numeri per le navi di Cenone [40 a Cipro (Diod. XIV, 79. 4), 
40 a Canno (79, 5); 80 al Chersoneso (79, 6); 170 coli' arrivo delle navi 
fenicie (79, 8 ; 90 alla battaglia di Cnido (83, 4-5), 80 ad Atene i85, 2)], 
cerca di infirmare il dato isolato sullo 170 navi, dichiarando che P. do- 
veva parlare semplicente dell'arrivo di 50 navi che colle quaranta Ci- 
priotte, corrispondono alle 80 di Diodoro per l'andata al Chersoneso (?), 
e che Diodoro lia confuso, reduplicando la notizia dell' invio di qnelle 
navi, dimontica : che alla battaglia di Guido risulta chiaramente da Se- 
nofonte, IV, 3, 12 e dall'andamento stesso dello scontro, chele na^idi 
Cenone non potevano essere solo 90, ossia solamente 5 pivi di quelle di 
Pìsandro, e che per conseguenza dev'esserci una lacuna nel testo di Dio- 
doro 83, 4 : Tot/josig è/ons? jrXeiovg xwv èvev/jkopta [della Gilicia e della 
Fenicia, e 80 greche e di Cipro].... Nò riusciremmo più a spiegarci l'ina- 
zione della flotta spartana, se pari di numero, per quasi due anni, men- 
tre Cenone nel 395 ora in mezzo a gravi difiScoltà. Se poi nel 393 Gonoue 
va ad Atene con sole 80 navi, ciò si deve al fatto che allora disponeva 
.soltanto delle navi greche, e non delle fenicie. 

(lì Ho esposto in Mem. Accad. Torino, 1909, 130-135 i motivi per 
cui ritengo Farace navarca del 398-7. Non posso sottoscrivere ne alle 
t.-orio del Hauer, Wiener Stndien 3l' (1910) 296 sgg. ; uè a quelle del 
K.àhrstfdt, ' Forschnngen zur Gesch. d. ausg. fiinften iind «1. viort. .Jahrh.' 
'(■•'••• l!'l(t 1). IMO sgg. Cfr. (dtre v^ 36. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 435 

fatto avvenuto al termine della campagna del 396. Non si 
può dire col Meyer « wenn dieses Ereignis bei Diodor am 
Schluss, im Papyrus am Anfang eines Kriegsjahrs berichtet 
wird, so ist klar, dass es an die Jahreswende gehòrt ; wir 
werden es spatestens in den Aprii 395 zu setzen haben ». 
La fonte di Diodoro, Bforo, risale a P. ; e quindi sarebbe 
molto strano, se P. parlava dei fatti di Cauno dopo la pre- 
sunta notizia dell'arrivo del 'déqog, e dell'S" anno (IV, 1), 
dunque già nella campagna del 395, che Eforo li traspor- 
tasse in quella precedente. Il nostro ragionamento dev' es- 
sere ben diverso : eravamo già convinti che gli avvenimenti 
ricordati dal fr. A si debbano riferire al 396, invece che 
alla primavera del 395 ; Diodoro che in ultima analisi ri- 
sale a P. pone gli ultimi fatti descritti da questo frammento 
IV, 2 sg., in fine della campagna del 396 ; dunque Diodoro 
conferma pienamente la nostra tesi, che nel 396 e non nel 
395 siano avvenuti tutti i fatti che precedono (1). 

Colla nostra tesi non si ha neppure bisogno di credere 
che il navarca PoUide, il cui anno andava dal tardo estate 
del 396 all'estate 395, sia giunto solo colla primavera del 
395 per assumere il comando ; nel passo (IV, 2) in cui si 
parla del suo arrivo nulla lascia supporre che non avve- 
nisse regolarmente, subito, o quasi subito, dopo incomin- 
ciato il suo anno (2). Qui anzi troviamo ancora un motivo 
di considerare i fatti di Demeneto come avvenuti prima 
dell' autunno 396, e non nella primavera seguente. 

Se la notizia dell' arrivo dell' 8" anno cade dopo V in- 
verno 396-5, e prima della campagna del 395, si tratterebbe 
di un'era iniziantesi colla primavera del 402. Il Meyer (o. e, 
p. 60-64) cerca di spiegare questa scelta, ma le sue argo- 
mentazioni non sembrano molto convincenti. Partendo dal 
presupposto che P. sia un continuatore di Tucidide, dichiara 
ch'egli doveva far terminare la guerra del Peloponneso, non 
secondo Tucid. V, 26 coli' aprile del 404, ma coli' autunno 

(1) Sul coufronto tra hi disposiziono dei fatti in P.. od in Kforo 
(Diodoro) vedi oltre ^ 10 p. 444 sgg. 

(2) Cfr. invece Meyer, o. e, 71 sgg. ; Kalirstedt, o. e, p. 186 sgg. ; 
Bauer, m. e., p. 806 sgg. Vedi oltre ^ 36. 



A^.r. L. PARRTI 



del 4Uo. Anche in Senofonte si noterebbe una congiunzione 
dei fatti della guerra del Peloponneso, con quelli fino al- 
l' ottobre del 408, e l' interpolatore di Senofonte porterebbe 
anch' egli alla stessa data coi suoi 28^2 anni (1). Colla suc- 
cessiva primavera del 402 doveva P. iniziare la seconda èra, 
quella della egemonia spartana, dopo la caduta di Lisandro 
e delle decarchie, colla pacificazione della Grecia. Per con- 
seguenza il Meyer supplisce in IV, 1 (col. Ili lin. 9-10): 
....rf) juh [rcòv Aay.edaijuoviojv àgxf]] erog òyòoov èveior^y.ei.... Que- 
ste conclusioni si prestano ad alcune critiche. Lasciando 
per ora se P. sia davvero un continuatore di Tucidide (cfr. 
§ 13), credo anch' io che si potesse scegliere per termine 
della guerra deceleica (cfr. P. II, 3 ; XIV, 2), il ritorno dei 
democratici di File: Dionisio d'Alicarnasso nelle sue elu- 
cubrazioni su Tucidide, prendendo le mosse da qualche 
opera storica (e probabilmente da quella di Cratippo) che 
gli stava sott' occhio, sostiene che Tucidide avrebbe dovuto 
scegliere per termine della sua opera non la caduta di Atene 
{jTQÒg IJojtm. 3 , ma il ritorno dei democratici in città. Ma 
pare altrettanto naturale che poi dallo stesso punto dovesse 
incominciare la nuova serie di fatti : l' episodio stesso do- 
veva apparire tale da chiudere un periodo ed aprirne un 
altro. Quindi è bene improbabile che se P. faceva termi- 
nare la guerra deceleica nel 403, lasciasse poi almeno un 
semestre fuori èra, fino alla primavera 402. E che col prin- 
cipio del 402, P. potesse fissare l'inizio dell'egemonia spar- 
tana è assai difficile ammettere. Se proprio di essa egemonia 
voleva parlare, era molto più logico prendere le mosse pro- 
prio dalla caduta di Atene (il termine tucidideo), se non a 
dirittura dalla vittoria di Egospotami (2) ; eppoi la caduta 
del sistema di Lisandro, e la pacificazione della Grecia in- 
cominciava virtualmente già colla venuta di Pausania ad 

(1) Por Seuofoute, vedi oltre p. 450. Per l'iaterpolatore di StMiofoiite 
Bono poco convinto che facesse terminare i 28 Y2 '>»"i ooll'aufcvinno 403, 
invoce che coll'antnnno 101, d'accordo col punto del racconto seuolonteo 
scolto per 1' interpolazione. iSecondo me la spiegazione piti iirobaI)ile è 
un'altra. Vedi Uiv. Fil. Class. 1910 (38) p. 110. 

(2) Cfr. Coatanzi, St. stor. por l'Ant. class. 1908 (I) p. 269 n. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXVRHYNCHOS 437 

Atene nell'estate 403, e realmente coli' ingresso dei derao- 
cratici in città il 4 ottobre di quel!' anno. Per noi P. ne 
parla di egemonia spartana [tanto più eh' egli era ateniese 
(§ 18)] ne stabilisce un' èra col principio nel 402, ma entro 
il 403. E allora l' 8° anno di cui si fa cenno in IV, ci ri- 
trasporta ancora per i fatti che precedono nel 896 e non 
nel 395. 

Se si ammettesse col Meyer che il framm. A ci parli 
di avvenimenti dei primi mesi del 395, poiché il framm. B 
incomincia colla spedizione di Agesilao contro Tissaferne 
svoltasi nella prima metà di quell'anno, dovremmo conclu- 
dere che piccola sia la lacuna tra A e B. Se invece i fatti 
di A sono dell' estate e autunno 396, la lacuna sarebbe 
probabilmente parecchio maggiore. Che sia vera la seconda 
ipotesi, pare confermato anche da un particolare finora 
trascurato. Nel margine sinistro della col. V, lin. 45 si legge 
un ò, che significa, come bene arguirono gli editori (1), che 
si tratta della 400* linea. D'altra parte colla colonna prima, 
incomincia con ogni probabilità un libro (2) : la conseguenza 
logica parrebbe che prima della col. V, lin. 45 v'erano ori- 
ginariamente nel rotolo, e nel libro, quattrocento linee. Non 
restano che 37 della col. I, 40 della II, 43 della III, 42 (di 
cui 25 perdute) della IV, e 45 della V : dunque 207 in tutto : 
dovremmo quindi credere che nella lacuna siano andate per- 
dute 193 hnee, ossia tra 4 e 5 colonne (3). E di queste co- 
lonne, vedremo, abbiamo ancora qualche traccia probabil- 
mente nel frammento C (cfr. § 10), oltre ai fr. 19 e 20, che 
non si intende bene se siano la continuazione immediata 
delle notizie su Pollide, e sulla marina (4). 

l^lj Cfr. ' Oxyrh. Pap. ' V p. 215, dove si coufroutaiio altri papiri. 
— I calcoli non cambiano seusibilmeute se si trattasse di stichoi invece 
che di linee, perchè queste nel papiro hanno nna lunghezza pari a quella 
media degli stichoi. 

^2) Vedi ibid. p. 115, 202; Meyer, o. e, p. 3. 

(3; Il numero delle linee di ogni colonna varia tra le 38 e le 60. 
Si può trattare di 4 col. di 48 linee ; o di 5 col. di 38-39 linee. 

(4) Cfr. ' Oxyrh. Pap. ' V p. 242 ; Meyer, o. e, 174-175. Se la vera 
collocazione di C e dei fr. 19 e 20 fosse tra A e B avremmo le tracce 
di 70 tra le 193 linee della lacuna. Cfr. ^ 10, p. 142 n. 



438 I^. PAKKTl 

v< 9. - Abbiamo già trascritta la notizia frammentaria 
del papiro a proposito dell' arrivo dell' S'^ anno. Vediamo 
ora se è possibile completarla in modo soddisfacente. La 
costruzione generale del passo si può facilmente intendere 
in base alle parole che restano, e confrontando le forniole 
di transizione da un argomento ad un altro nel corso della 
restante narrazione di P. 

Il, 5-I1I, 1. al /lèv ovv tv Toìg jióXeot ralg ^goeior/uévaig 
olà Tuvju TioXv fiàXlov fj olà fPagvà/^aCoì' xal tÒ '/qvoìov ìtiì^q- 
fih'oi fiioelv rjoav Tovg Aaxsòai^uoviovg — 'Ode MiÀcov x. x. X. 

X, 3-XI, 1. fj /lèv ovv ènavdaxaoig y Jisgl tìjv 'Póòov 
roì'TO tÒ réXog è'Xa^ev. — Boicorol òè y.al ^MxeXg tovtov 
xov &ÉQOvg eig nóXe/iov Kaxéoxrjoav. k. x. X. 

Xlll, O-XIV, 1. Boicoxol juèv ovv xooavxa y.anà noirj- 
oayxeg xohg fpojxéag ànrjXdov dg xìp' èavxàyv. — Kóvoov òé, 
nuoeiXìicpóxog ìjò)] XeiQixgdxovg x. x. X. 

XV, (3-XVI, 1. tò jLièv ovv fiaoiXixòv axQaxó[7iEÒov ov- 
x](og elg /léyav yJvòvvov jigoeX&òv òià Kóvcùva y.al xìjv èy.eivov tiqo- 
bvfdav ènuvoaxo xì]g xagayjjg. — 'AyrjGiXaog de x. x. X. 

1, 1 'Ynò òè xov\g avxovg y^góvo^vg 

i^éjrX.evoe xgiygyg y.. x. X. 

Anche qui dunque dobbiamo attenderci una frase rias- 
suntiva che chiuda con un /lèv ovv la narrazione precedente, 
seguita da un' altra con un òé e notizie cronologiche come 
principio del nuovo racconto. Il supplemento delle prime 
lacune potrà dunque essere : 

1-7 . . . . xà /.i\èv ovv àògóxaxa xcov 

1. S \'EXXrjviy.ò)v Tigay /làxon' tv xco €'xe]i xovxco ovfxftuvxaìv 

1. 1) 'orTOìc: èyévexo ] òt xov [i9^]égovg xfj /lèv 

( )ra si tratta di supplire innanzi tutto le parole, o la parola 
mancante nella linea 9, che doveva indicarci a che punto 
del &égog del 396 incominciava V S° anno. Possiamo intanto 
escludere, dopo quanto si è detto nel paragrafo precedente, 
che (|MÌ si del)ba supplire [àgyoitét'ov (o tmyiyvof.iévov o sim.)] 
òè xuì) [&\égovg. Si tratterebbe infatti della primavera 390; 
III:. .i..n r. possibili» ammettere che nel marzo o aprile 396 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 439 

fosse già inviato Timocrate in Grecia, perchè ciò presup- 
pone r arrivo di Agesilao in Asia secondo Polieno, e pro- 
babilmente la resa di Rodi a Conone, posteriore quest' ul- 
tima a sua volta alla rottura del blocco di Cauno. I fatti 
che precedono la notizia dell' 8" anno ci trasportano almeno 
tino air estate (luglio-agosto) 396. D' altra parte sarebbe 
inesplicabile la notizia sulla successione di Pollide che vien 
data subito dopo, e che può spettare al più presto al set- 
tembre 396 (inizio dell'anno spartano 896-395). — Ne meglio 
si può difendere il supplemento proposto dal De Sanctis : 
[jiieoovvTog] òè rov ■&éQovg (1). Infatti mentre nel 396 la no- 
tizia segue fatti databili intorno al luglio al più presto, nel 
395 avrebbe dovuto precedere tutto il racconto continuato 
X, 1-XVII, 4 del frammento D, che si spinge fino all'au- 
tunno 395 per le imprese di Agesilao. Ora in questo racconto 
sono inclusi anche gli inizi della guerra tra i Focesi ed i 
Beoti (avvenuti rovrov rov d'ÉQOvg XI 1 sgg.), e da Pausania 
(III, 9, 9) è detto che i Locresi, entrati in quello dei Focesi 
tÓv re olrov àxjiidCovra ere/uov xaì fjXaaav Àeiav ayovreg, e con 
ciò si scende al maggio, o al più tardi, al giugno 395. E la 
difficoltà è anche maggiore se si vuol sostenere col De San- 
ctis che si tratti di anni attici. Per il 396 siamo, dicemmo, 
trasportati verso 1' estate avanzata, per il 395 al principio 
dell'estate: invece proprio all'opposto l'anno attico 396-5 
incominciava coli' 8 luglio, e il 395-4 col 27 luglio. Né riesce 
facile spiegare (tolto di mezzo 1' anno attico (2) ), quale po- 
tesse essere l' inizio dell' èra usata da P., ossia quale sia il 
fatto accaduto nell' estate del 403, eh' egli può aver consi- 
derato di importanza fondamentale (3). 

(1) Mem. cit. p. 12. 

(2) Se si trattasse infatti di anni attici il puuto iniziale sarebbe 
(lato dal termine dell'anno dell'anarchia, colla successione dell'arconte 
l-juclide a Pitodoro. 

(3) Non si può neppure pensare che P. avesse fatto coincidere il 
principio della sua èra col solstizio di estate del 403 ; perchè allora an- 
che per il 396 e il 395 ci attenderemmo la notizia dei nuovi anni al- 
l' epoca del solstizio, mentre nel 396 1' anno giunge parecchio dopo, e 
ael 395 non avrebbe potuto giungere che parecchio prinui, nella lacuna 
precedente il fr. D. 



440 I- PARETI 

Quindi secondo noi non pare possibile che un' altra 
supi>osiziorie : che l'anno incominci col termine della buona 
stagione, col termine del Mqoq tucidideo ; non prima, per- 
chè per il 395 manca la notizia del passaggio d' anno in 
tutta la serie di avvenimenti incominciati col maggio o 
giugno (ostilità tra Locresi e Focesi), e spingentisi fino al 
termine della campagna di Agesilao ; non dopo, perchè an- 
che senza ricorrere ad altri argomenti, resta della frase di 
P. tanto che basta per stabilire una connessione dell' inizio 
dell' 8^ anno col dtQog, e non col xei/xon» (che P. doveva di- 
stinguere secondo i' uso tucidideo cfr. XVII, 4). In altri 
termini pare chiaro, che l'èra di P. incominciava col ritorno 
dei democratici ad Atene del 4 ottobre 403 (1). In tale 
modo si spiega la notizia che segue subito nel papiro sul- 
l'arrivo di Poilide (IV, 2), il quale entrato regolarmente in 
carica a Sparta il 5 settembre 396 (2), dovette poco dopo 
giungere in Asia ad assumere il comando, e si intende il 
motivo per cui nel 396 1' anno di P. incomincia apparen- 
temente prima che nel 395, perchè il 12 Boedromione, an- 
niversario dell'entrata dei democratici, cade nel 396 al 16 
settembre, e nel 395 al 5 ottobre (3). E con questa cro- 
nologia si accorda pienamente l'ampiezza della lacuna tra 

(lì Cfr. Plutarco, ' de gì. Ath. ' 7. 

2) L' iiiiuo spartano 396-395 incominciava precisainento intorno a 
<inel {giorno. Cfr. Atti Accad. Torino, 45, 26 giugno 19l0 : ' Note sul 
cal«Mid. spartano ' p. 8 dell' estr. 

(3) D' altra parte si si^iega anche belle perchè nel 396 la notizia 
dell'arrivo del navarca segua l'arrivo del nuovo anno, mentre nel 395 
Chiricrate giuuge prima, secondo noi, del sopraggiungere dell'anno 9". 
Infatti nel 396 il 12 Boedromione = 16 settembre, e l'anno spartano 
incominciava subito prima al 5 settembre ; mentre nel 395 il 12 Boedro- 
mione = 5 ottobre, e l'anno spartano incominciava il 25 agosto (cfr. 
' Note sul calend. spartano ' p. 8i. Si noti che si pnò anche credere che 
P. in realtà, invece di far cadere l'anniversario del 12 Boedromione re- 
golarmi'ute secondo lo svolgersi del calendario, abbia stabilito nu'e([na- 
ziono coU'criuinozio di autunno (chiusura teorica delle campagne niili- 
tiiri . cht' nel 403 precedette di poco il ritorao dei democratici. Anche 
so credessimo, con tale ipotesi, che l'anno di P. si iniziasse in epoca sem- 
ine identica, colla line tlel settembre, si riescono a spiegare le notizie 

■ 1, 1 t,wl,. 



CRATIPPO K LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 441 

A e B, cadendo in essa tutte le notizie parallele a quelle 
sulla flotta per l'autunno 396, e tutto il racconto per l'in- 
verno 396-5. 

In tale modo è anche facile intendere il senso della 
frase in lacuna tra la linea 9^ e la 10*, in cui si dichiarava 
per quale fatti, o categoria di fatti giungeva l'ottavo anno: 
se il punto iniziale è il 4 ottobre 403, qui si tratta della 
città di Atene, o meglio della restaurazione democratica di 
Atene. E quindi tutto il passo, secondo noi, dev'esser ri- 
stabilito nel seguente modo, (senza poter garantire la pre- 
cisione assoluta dei supplementi) : 

1. 7 . . . . T« u]h' ovv àÒQÓraxa rcov 

1. 8 [^Ekh'jvixòjv JToay/uàrcov èv reo he\i{\.) romeo ovjuj^dvrcov 
1. 9 [ovTCog iyévexo' relevràìvros \ óè rov {d^jéQOvg rfj /uèv 
1. 10 [Tiókei ndhv òìiuoHQarovjiiév]] {2)]eTog òyòoov èveiorijy.Ei (3). 

§ 10. - Dunque P. disponeva il suo racconto come Tu- 
cidide xarà dégì] xal yeijLuovag, e col termine all' incirca di 
ogni {^égog notava l' inizio del nuovo anno secondo 1' èra 
iniziata col 12 Boedromione 403-402 (= 4 ottobre 403). Ve- 
diamo di farci un concetto della disposizione della materia, 
entro questo schema. Prima del fr. A si doveva parlare 
dell' invio di Agesilao in Asia, e della sua azione nella pri- 
mavera ed estate del 396 ; della lotta tra Parace e Cenone, 
fino alla rottura del blocco di Canno, del ritiro di Farace 
a Rodi, e in seguito della defezione di Rodi dagli Spartani ; 
infine dell' invio di Timocrate. I fatti di Demeneto, e Vexcur- 

(1) È possibile per la nostra cronologia anche il supplemento del 
Fnhr, Beri. phil. Woch., 1910, 167 [i&sqe]i, poiché siamo precisamente 
dopo tutto il racconto per il §éoog 396. 

(2) Cfr. Costauzi, m. e, p. 269 n. fti può anche pi.-u^are a .th/.h- 
iv èf.evdegia, o fiera tì]v skEvdeQOìOiv ; forse anche col De Sanctis fiera tì)v 
àvagxiaì'y benché 1' anarchia termini coli' arcoutato di Pitodoro nel com- 
puto ateniese. E ancora fiera rìjv £ÌqtjV7]v. 

(3) Non sappiamo bene cosa contenesse la lacuna nella linea se- 
guente. Forse incominciava già dalla prima lettera la frase che continua 
con ago? rag ron'joeig àjialyaycov....'] ; ma poteva anche esserci una nuova 
notizia cronologica come [rov ò' àgyofiévov {o simili i /etficjro; ...'\aoog 
x. r. / ; o [fiv be rri} èmóvri ysifiòjri ....]aoog x. r. ?.. ; o [^cifia de rù /eiuòivi 
... ]aoos y. r. ?.. 



4J2 I.. PARETI 

suH che vi è connesso (I, l-lll, 2) chiudono il racconto per 
il ^éoog del 396. Segue allora la frase riassuntiva sull'anno 
settimo, e la notizia del sopraggiungere dell'anno ottavo. Il 
frammento A ci conserva ancora la prima parte del rac- 
conto relativo all'autunno 396: le notizie sulla marina e 
tra le altre quella dell'arrivo del nuovo navarca PoUide. 
Nella lacuna tra il frammento A ed il B, si doveva narrare 
le ultime azioni di Agesilao nel tardo autunno 396 e sgg., e 
(juanto avvenne nelle varie località durante l'inverno 396-5. 
Di esse si ha probabilmente traccia nel framm. C (1). 

Nel framm. B si parla già del '&éQog 395, e s'incomin- 
cia precisamente colla spedizione primaverile di Agesilao; 
che a quanto pare, era la prima narrata di quel '&ÉQog. Di 
'ini in poi possiamo farci un concetto più chiaro della di- 
sposizione di P., poiché non grande doveva esser la lacuna 
tra lì e D. Vediamo che, come in Tucidide, si doveva spesso 

(1) Secondo la iiusua ojìiuiuiie ì' piccola la lacuna tra B e D ; grande 
tra A e I>. Poiché gli editori hanno dimostrato unicamente che C deve 
precedere D, dichiarando che solo per arbitrio si può collocare tra B e D, 
non po8SÌan)o avere scrupoli per variarne la posizione (cfr. ' Oxyrh. 
l^ap. ' V p. 113 e 221). E per fissarlo tra A e B vi è un altro argo- 
mento, oltre la vastità della lacuna ; che cioò \)(ìv la sezione dell' au- 
tunno 396-iuverno 396-5 mancherebbero le notizie sulla Grecia (ed Eu- 
ropa), che troviamo nelle successive. Ora in C, colon. IX 1. 29 v' è la 
parola May.EÒo.. che lascia supporre vi si parlasse precisamente dell'Eu- 
ropa. E si badi che per il 396 poteva P. parlare ad es. delle lotte di 
successione in Macedonia, di Archelao II (=^ Aeropo) che si sostituisce 
ad Oreste. Mentre per Diodoi'o, com' è noto, Aeropo sale sul trono già 
nel 400-399 (XIV, 7), per Sincello, Oreste regna tre anni (399-396), e 
•piindi Archelao II succede nel 396 ; in fine da Polieno II, 1, 17 si vede 
che nel principio d' estate 394 egli regnava ancora. Ciò posto è anche 
<lubbio che i fr. 19 e 20, (che secondo noi ad ogni modo cadono tra A 
«■ B) invece di connettersi con A perchè le parole ..]14e/£[.. di fr. 19 1. 8 ; 
e .]? 'AQ/fX[.. (li ir. 20 1. 11 richiamerebbero ...y 'AgieXaìSa «ora[... di A 
•■<»1. HI lin. 22 ; si debbano connettere con C col. IX, e alludano al re 
di Macedonia. Ma di ciò riparleremo ij 29 e 30. Ci basti qui aggiungere 
l'ho nel fr. 20 1. fi il ])robabilo accenno a Lisandro ci trasporta forse 
ani'h'fNsii al noni, e nell'inverno 396-5. Lisandro nel 395 era già in 
Grecia, «• partecij)ava alla guerra corinzia, ma dopo la metà del 396, 
ossia d<ipti lo screzio con Agesilao ad Efeso, andò nell' Ellesponto, fece 
.l.-f../i...,nr.- SJpitridafe, e poi lo condusse ad Agesilao (Senof. • p:ilen. ' 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRUYNCHOS 



443 



passare da un campo all'altro d' azione, per ottenere mag- 
giore sincronismo nel racconto. Così la seconda campagna 
di Agesilao viene divisa in due parti VI, I-VII, 4 e XVI, 
1-XVII, 4; non altrimenti per la storia marittima, si parla 
prima della rivoluzione democratica di Rodi (X, 1-3), e più 
tardi della sedizione militare delle soldatesche di Conone 
(XIV, 1-XV, 6); e anche per la storia della guerra beotica 
doveva P. aver diviso in due parti almeno il racconto, delle 
quali una è conservata per i primi mesi d'estate (con rela- 
tive digressioni) XI, 1-XlIl, 5, mentre manca la seconda 
che doveva parlare della spedizione spartana, della batta- 
glia di AHarto e della morte di Lisandro. Siamo in tal modo 
già fuori dell' ultimo framm. conservato del papiro. Dopo 
la notizia del 9° anno si sarà narrato dei fatti avvenuti nei 
vari campi nel tardo autunno 395 e nell' inverno 395-4, e 
COSI dell'andata di Conone dal gran re, delle trattative tra 
Agesilao e Parnabazo, del processo di Pausania, e della 
coalizione contro Sparta. In altri termini si può all' incirca 
credere che la materia fosse disposta in questo modo : 



Qéoog 396. 1=' metà 



n-' ruetì» 



Anno Vl'l. Aut'.uino 
396-ljiverno 396-.') 

(-)éQOg 395, I* metà 



II'* metà 



Anno IX. Autunno 
3V).Ì-Inv('in<i 395-4 



[Cououtì rompe il 
blocco di Cauiio. Pre- 
sa di Itodi] 

[Agesilao iu Frigia] 



Azione presso Can- 
no. Arrivo di Pollide 
IV, 1-V, 3 (?) 

Agesilao in Lidia. 
Sconfitta e morte di 
Ti.ssaferne VI, 1- 
Vin, 2 

Rivolta militare 
comro Cououo XIV. 
1-XV, G 

I Conone a Su.sa] 



[Agesilao in Asia. 

Tregiia con Tissa- 
ferne] 

[Invio di Timocrate] Spediz. di Demene- 
to. Odio contro Spar- 
ta I, 1-in, 2 



[Preparativi di A- 
gesilao per la secon- 
da campagna] 

Rivoluzione demo- 
cratica di Rodi X, 
1-3 



[Fr. G] 



Principio della 
gueiTa beoto - focese 
XI, 1-Xni, 5 



Agesilao in Fiigia [Battaglia di Aliarto] 
e PaH agonia XVI, 1, 
XVII, 4 



[Agesilao e Farna- 
bazo] 



[Processo di Pausa- 
nia ì Coalizione con- 
tro Spai-ta] 



III a 4, 10). E poicliè secondo Plutarco, ' Lis. ' 24 in seguito Agesilao 
non se ne valse, probabilmente prima del ritorno a Sparta, avrà ancora 
operato per conto sno, senza che ci sia dato di sapere di pifi. 



414 L- PAUKTl 

Ben diversa era la disposizione della materia in Eforo, 
|n*r quanto riusciamo ad intendere attraverso Diodoro (1). 
Egli per quei tempi doveva dedicare un capitolo per i fatti 
di ognuno dei campi di azione, per ogni anno. Se si con- 
fronta il racconto di Diodoro con quello di Senofonte (te- 
nendo conto della falsa cronologia generale in Diodoro), si 
vede che lo schema di Eforo corrisponde esattamente a 
quello di Senofonte, tranne che per ogni anno ha inserito un 
capitolo suir azione navale di cui quest'ultimo taceva. E le 
notizie in questo campo, come molte varianti da Senofonte 
in tutti gli altri, egli attinge essenzialmente, come vedremo 
in seguito, da P. (cfr. § 37). Da questo confronto risulta 
evidente che non possiamo in nessun modo ricostruire la 
distribuzione della materia in P. in base a quella di Dio- 
doro ; r uno divide il racconto xaxà dÉQ-ì) xal ;^«//ft>va? fa- 
cendo più sezioni sincronistiche come Tucidide ; l'altro usa 
la jtnà^ig y.axà yévog, raggruppando in un solo capitolo tutti 
i fatti (li tutto un anno che si riferiscono alla stessa serie. 
Quanto a Diodoro poi, è chiaro che ha conservato l'ordine 
che ai capitoli aveva dato Eforo, e che ha poi raggruppato, 
si direbbe a caso, alcuni di essi per assegnarli ad ogni anno 
del proprio racconto. Così per l'anno 396-5 egli riassume i 
capitoli di Eforo in cui si parlava delle campagne del 396 
e del 395, mentre per V anno 395-4, attinge ai capitoli che 
si riferiscono alla campagna del 394. La nostra tesi credo 
risulti evidente per chi esamini il seguente schema, in cui 
sono poste di fianco, conservando ad ognuna il proprio or- 
dine, le due narrazioni (2) : 

(1) Poco ci accordiamo su di questo argomento cou Meyor, o. e. 
paHsim, e con Uuderbill, J. Hell. St., XXVIII (1908) p. 280 e sgg. 

(2) Naturalmente in Eforo erano poi anche capitoli di storia occi- 
(ItMil.il.' .-te. (.;fr. 1». 480 sg. 



CRATIPPO K LE ' RLLENICHE ' DI OXVUHYNCUUS 



445 



Cronologia 
Diodorea 



Cronologia 
vera 



396 Asia 



Mare 



396-5 



395 Asia 



Grecia 



Mare 



394 Grecia 



395-4 



Mare 



393 



Racconto di Diodoro 



Si manda in Asia Agesilao ; 
ginnge ad Efeso ; forze di 
cni dispone (XIV, 79). De- 
vastazioni tino a Clima. 

Passa la maggior parte del- 
l'estate in Frigia e coU'an- 
tnnuo torna ad Efeso. 

Intanto, i Lacedemoni chiedo- 
no aiuti a Neferito (ibid.). 

Earace mossosi da lìodi asse- 
dia Conone a Canno. Col- 
Taiuio di Artaferne e Far- 
nabazo Conone rompe il 
blocco. 

Dopo, Conone con 80 na^^. va 
al Cliersoneso ; i Rodi si 
sollevano contro gli Spaita- 
iii e ricevono Conone. 'Jne- 
.sti .si inipadnmisce del gra- 
no di deferite, e riceve 10 
na^^ cilicie, e 80 fenicie. 

Dopo, Agesilao entra nella 
piannra del Caistro, e vince 
Tissaferne presso S.ardi (SO). 

Agesilao ])rocede oltre, poi 
torna al mare. Sostituzione 
di Titrauste e tregusi di sei 
mesi tra Titrauste ed Age- 
silao. 

Intanto, lotte tra Focesi e 
Beoti, e aiuto dei Lacede- 
moni ai primi (81). Batta- 
glia di Aliarto e morte di 
Lisandro ; ritorno di Pan- 
sani a. 

Cenone va dal gxan re e ne 
riceve denaro. Conone pren- 
de con sé al comando Far- 
nabazo. 

n 



Coalizione contro gli Sparta- 
ni (82). Vittoria dei Beoti 
a Xarice. 

Agesilao è richiamato. Batta- 
glia al Xemea (83). 

Viaggio di Agesilao tino alle 
Termopili. 

[Cenone vince gli Spartani a 
Cnido] (**). 

Vittoria di Agesilao a Coro- 
nea (84). 

Conone e Fainabazo attirano 
gli alleati. Vengono verso 
la Grecia, a Corinto etc. 



Racconto di Senofonte 



Si manda in Asia Age.silao 
(ITI, 4, 1). Viaggio ed ar- 
rivo. Tregua con Tissafer- 
ne e screzi con Lisandro. 

Azione in Frigia e scontro di 
cavalleria. Ritorno al ma- 
re, (in, 4. 10). 



Si prepara la seguente .spedi- 
zione (III, 4, 10). Vittoria 
al Pattolo. Titrauste ucci- 
de Tissaferne, e tratta con 
Agesilao (IH, 4, 29). 



Invio di Timocrate per su- 
scitare la guerra in Grecia 
(HI, 5, 1)7 Principi della 
guerra. Battaglia di Aliar- 
to ; morte di Lisandro, e 
processo di Pansania (III, 



5, 25). 



Agesilao va in Pattagonia(IV, 
1, 1). Rottura con Spitrida- 
te. Trattative tra Agesilao 
e Farnabazo. Preparativi 
per la jjrossima campagna 
(IV, 1, 41). 



Agesilao è richiamato (IV, 2 
1) e si mette in viaggio. In- 
tanto si combatte ai !N'emca. 
Viaggio di Agesilao. 

Si annuncia ad Agesilao la 
sconfìtta di Cnido (IV, 3, 
10-14). 

Battaglia di Coronea, e deci- 
ma ad Apollo (IV. 4, 1). 



(*) È dubbio se Eforo parlasse di questi avvenimenti taciuti da Diodoro, e se ad 
ogni modo non li unisse colla piima parte della campagna di Agesilao. Cfr. ^ 37-38. 

(**) Si badi che anche in Eforo come in Senofonte, si doveva parlare della battaglia 
di Cnido in parentesi dxrrante il capitolo dedicato alla Grecia ; non che Eforo dedicasse 
per il 394 due capitoli alla guerra marittima, e due alla guerra in Grecia. 



146 L. PARETI 

§ 11. - A che punto incominciava la narrazione di P.'? 
È chiaro a primo aspetto dalla notizia suH' 8° anno (IV, 1), 
che ^\h aveva parlato di tutti gli avvenimenti posteriori 
al 4 ottobre 403. Ma, come fu notato più volte, ci sono 
argomenti per credere che P. si occupasse degli anni pre- 
cedenti al ritorno dei democratici di Pile. Esaminiamo i 
passi che ci possono dare qualche luce. Parlando dell' odio 
contro Sparta nelle varie città greche, e specificamente in 
Corinto, egli vuol dimostrare che Timolao ha cambiato ban- 
diera facendosi antilaconista, mentre prima non lo era affatto 
(li, 3-4) : TTQÓreQOV àgiora diaxeljuevog xcà juàhoTcx hxxcovi^ojv, cbg 
P'^eoTi xaiafiad^EÌv eh xùìv xarà ròv nóXefiov ovjn^àvrcov 
ròv .ìey.E?.etxóv. èxeìvog yàg óre jiiÈv Tieìtavatav è'x<x>v èjióodì]oe 
T(T)r ì'i'joor nràg rcov tji' 'Adip'aioig ovoc7)v, óre òÈ juerà òvo ron']- 
QO)v fk 'Ajucphiohv y.araTilevoag y.al TiaQ' èHEivov hégag xérraQag 
aviijrh](j(oonfi[eì'og èvlxì]]oe 2!ijuiy^ov (ì) vav/uayù)v ròv orgarì^yòv 
[ròn' \idì)ra]ioJV, cooTieg Eigì^xd ttov xal TiQÓreoov, H\a.l rou]oe]ig 
rag .-io/.ejLuag èla/ìev ovoag Jiévre x[al vavg dg e7T]sjuymv roid- 

[y.orrla ' /lerà òè rama \ ] EyMv rgujgeig xararùevoag 

eìg Oàoov ànéorì^oe ravrip xwv 'Adìjrafcov. Dei tre fatti di Ti- 
molao che vengono ricordati, l' ultimo si può fissare cro- 
nologicamente. Tucidide Vili, 64 poco dopo d'aver riferita 
la notizia del sopraggiungere del principio di primavera 
411 (Vili, 61), parla di due ambascerie mandate da Samo, 
l'una con Pisandro per ristabilire l'oligarchia ovunque pas- 
sasse, e poi andare ad Atene ; e una seconda i cui com- 
ponenti dovevano recarsi nelle varie città soggette. E prima 
di parlare dell'azione di Pisandro e compagni durante la 
loro spedizione, fino all'arrivo ad Atene (Vili, 65-67), il 
quale ultimo avvenne circa la fine di maggio del 411 (Bu- 
solt III, 2, 1476), dà la notizia che Diotrofe fu mandato da 
Ohio in Tracia, e che giunto a Taso abbattè la democrazia 
(Vili, 64, 2). Siamo dunque nella stessa epoca in cui si 
svolse la spedizione di Pisandro, dopo l' invio da Samo e 
prima dell'arrivo ad Atene, cioè nell'aprile o al più tardi 

(1) Il papiro dà Zr/iov ; la correzione si ilove al Fnlir. Cfr. 'Scoi.' 
ad Ksehiiie II, SI. 



CRATiPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYRHYNCHOS 447 

nel maggio 411. E così quando Tucidide subito dopo (Vili, 
64, 3) aprendo una parentesi dice : xal rmeldóvrog avrov ol 
Odoioi Òevxéqco jutjvl jLidhoxa rijv Tióhr hetyi^ov, co? ifjg jitèv 
juez^ 'A^ì]vaiù}v àQiOTOXQOtiag ovòhv tri JiQOOÒeó/usvoi, tì)v òk àjiò 
Aaxeòaijuovicov èXevd-eQiav ooai fj/iégai jiQooòexójuevoi. xal 
yàg xal qpvyi] avrcbv e^m i)v vtiÒ rà)v 'Adìp'aiojv Tiaoà roìg Ife- 
Xojiovvì]oioig, xal avxì] jaerà r(ov èv rfj nóXei e7iir)]Ò£io)v xaxà xgà- 
Tog ejioaoae vavg xf- xo/nioai xal xìjv Odoov ànoaxrjoai, non vi 
è motivo di porre il termine di questi due mesi oltre il 
giugno luglio 411. La spedizione di Timolao, che attua 
appunto la volontà degli abitanti di Taso, è dunque poste- 
riore al giugno, o al più tardi al luglio 411 ; ma parrebbe 
a priori che non abbia dovuto farsi attendere molto, sia 
perchè il ritardo non era opportuno per gli Spartani, e sia 
perchè lo lascia supporre la frase èXevdeolav ooai y/xéoai tiqoo- 
ÒEyói-iEvoi. Vediamo da Senofonte che nel 410 (Ellen. 1, 1, 
32 cfr. 12) a Taso v' è un armosta spartano: della venuta 
di Timolao a Taso tace così Tucidide dopo il passo citato, 
come Senofonte in principio delle ' Elleniche '. Noi crediamo, 
fondandoci sulle osservazioni di poc' anzi, che questa venuta 
sia di poco posteriore allo scadere dei due mesi di cui dice 
Tucidide, e che quindi sia piti naturale credere ad una di- 
menticanza di Tucidide per la spedizione di Timolao, che 
trasportarla dopo la fine di settembre 411, supponendo che 
r abbia invece dimenticata Senofonte. 

Se la terza impresa di Timolao accadde probabilmente 
prima del termine degli avvenimenti narrati da Tucidide, 
ciò è vero a fortiori per le prime due (anch' esse da Tuci- 
dide taciute), che secondo le parole di P., hanno preceduto 
la spedizione a Taso : quella ad Anfipoli colla vittoria su 
Simico che spetterà al più presto alla primavera o principio 
d'estate 411, e quella ancora precedente nelle isole alleate 
di Atene. Perciò quando leggiamo a proposito della vittoria 
su Simico : cóotteo EÌ'gìjxd tiov xal tiqóxeqov, e ci ricordiamo 
della frase con cui si inizia la parentesi su Timolao, (og 
E^EOxi xaxajiiadEtr ex xcov xaxà xòv 7iólEt.iov ovnftdvicov xòv Ae- 
xehixóv, la deduzione più naturale è che P. già avesse stesa 



41tì 1.. FAKKll 

la storia di tutta la guerra deceleica, e non soltanto della 
parte tralasciata da Tucidide. Alla stessa conclusione si 
viene le^^gendo altri passi del papiro. Cosi gli accenni in 
XII, 3-5 si riferiscono a tutto il periodo posteriore all' oc- 
cupazione di Decelea da parte degli Spartani ; e quelli in 
XIV, 2 sul sistema del gran Re di lesinare i denari o noiéiv 
edog èorìv ùel roìg jTolefxovoiv vjiÈq jjaoiMog, èjiel (xal) y.aià 
TÒr Aey.tAEixòv irólni-iov, ònói^ ovixi-iayjoi Aay.eòaijuóvioi rjoav, xo- 
jiuóf] f/av?M)g y.al yXioxQOjg txxxqeìxovzo xQrj/xaia, xal noklàxig àv 
y.aTe?a>Oì}oav al tcTìv oiififid/cov TQiìjgeig si /lu) òià tì]v Kvqov tiqo- 
•i!fi>^«av, richiamano chiaramente tutta una serie di fatti, che 
si iniziano coli' alleanza persiano-spartana del 412-11 : già 
Tucidide Vili, 35, 36 narra di riduzioni di paghe da parte 
di Tissaferne. 

Di fronte a questi passi si può, è vero, dire che non 
vi è un richiamo diretto di P. ad una narrazione anteriore, 
ma ciò non serve ad ogni modo per dichiarare che P. in- 
cominciasse il suo racconto col termine della storia di Tu- 
cidide, perchè la seconda impresa di Timolao cui invece 
quel richiamo va unito, è anteriore all'autunno 411. D'al- 
tronde collo stesso sistema si dovrebbe negare che P. par- 
lasse di fatti anteriori al 403 (1), perchè in XII, 1 accenna 
agli aiuti dei Beoti ai democratici di File, senza riferirsi a 
precedente racconto ; come pure in XIV, 2, a proposito 
dell'opera di Ciro, manca il richiamo. In conclusione pare 
probabile che P. incominciasse la sua storia almeno col 
principio della guerra deceleica. 

§ 12. - Anche sul termine dell' opera di P. si possono 
fare alcune induzioni. Il Meyer (o. e. p. 63), sostiene in base 

(1) E infatti questa deihizioue strana troviamo iu Uuilerliill, J. H. 
•St., 1908 (28) p. 283, olio crede P. non parlasse della guerra deceleica, e 
della vittoria di Timolao su Simico facesse conno in qualche digressione. 
Cou <|uesto sistema si può anche dimostrare che P. non parhiva di fatti 
anteriori al 396 ! Infatti 1' anno ottavo non ci obbliga, a rigore, a cre- 
dere ciregli parlasse dei sette precedenti ; in XVI, 4 P. allude alla cani- 
pagiuv del 396 di Agesilao senza richiamare un precedente racconto ; di 
Faracc, II, 1 non dico di aver parlato prima ; e neppure II, 2 e XIII, 1 
di Timocrato ; alludendo per la Beozia XI, 1 a fatti anteriori al 395 
non aggiungo il liferimcnto, e così viii ! 

7. 10. 'Oli'. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXyRHYNCHOS 449 

al proprio supplemento a P. IV, 1 .... rf] juh [r(~n> Aaxeòai- 
jLiovicoi' (wxfj] trog òyòoov ivtiort'jHei, che con ciò è dato anche 
il termine dell' opera, perchè il termine dell'egemonia spar- 
tana secondo la tradizione è la battaglia di Cnido (cfr. Isocr. 
' paneg. ' 154, ' Evag. ' 56. 64. 68, ' Fil. ' 63 ; Plut. ' Àrtas. ' 
21 ; Diod. XIV, 84, 4), e quindi la numerazione per anni 
dell' egemonia spartana non si poteva spingere oltre il 394. 
Ma lasciando stare che con il 394 non cessa che l'egemonia 
marittima di Sparta, e che in ogni modo P. poteva, dopo il 
394 adottare un'altra èra, come già aveva fatto dopo il 
termine della guerra deceleica ; per noi che non accettiamo 
il supplemento (cfr. § 8 e 9), cessano le difficoltà. E poiché 
crediamo che l' inizio del computo sia il 4 ottobre 403, ossia 
il ritorno dei democratici ad Atene, non abbiamo motivo 
di ritenere che P. si fermasse coli' autunno 394, invece di 
procedere fino alla primavera 386 (1), o magari alla rico- 
stituzione della lega marittima ateniese nel 378 (2). Non si 
può scendere oltre, sia per l'età in cui scrisse P. (§ 14-16), 
sia perchè non poteva l' autore raccogliere tanto materiale 
ottimo, e scrivere una storia così diffusa per un numero 
troppo .grande di anni. 

§ 13. - Dopo quanto si è detto, si possono già stabi- 
lire alcuni dei particolari più importanti sulle relazioni tra 
la storia di Tucidide e quella di P. Quest' ultimo dispone 
come Tucidide gli avvenimenti xard ììéor] xal xeijiicòvag (cfr. 
IV, 1 [reXevxwvrog] dà xov [d']éQovg ; XI, 1 tovxov rov ■&éQovg ; 
XVI, 3 rov JiQOxÉQOV éÉQOvg ; XVII, 2 (po^ov/uevog jliÌ] yeijiicdv\og 
xrjg xQoq)fjg èvòé]cooiv ; XVII, 4 jiQJooxdiag avxoìg ìjy.eiv f-tg xò 
eag, aagaoxevalCó/iievog x]òv sjtcóvxa x^i/ucora fìaòi'Qeiv x. r. /..) ; 

(1) Com' è uoto la pace di Antalcida uou spetta al 387, come molti 
continuano a ripetere, ma alla primavera del 386. Ciò risulta chiara- 
mente dal decreto relativo a Clazomene : Dittenb. ' Sylloge ' ed. II u. 73, 
datato già coli' arcontato di Teodoto (387-6), inciso quando gli Ateniesi 
non avevano nessuna intenzione di abbandonare Clazomene alla Persia. 
Invece nella pace di Antalcida, era detto esplicitamente che Clazomene 
spettava al gran Re (Senof. * Ellen. ' V, 1, 31) : di mezzo dunque ci sono 
le imprese di Antalcida nell' Ellesponto, e il congresso con Tiribazo. 
Cfr. Swoboda, Ath. Mitt. VII 180 sgg. ; Meyer, ' G. d. Alt. ' V, p. 272 n. 

(2) Cfr. Underhill. m. cit., p. 283. 

Sludi ital. di filol. classica XIX. 20 



•150 I" HAHKTl 

o racconta anch' egli sincronisticamente i tatti dei vari 
campi d'azione, passando più volte dall'uno all'altro du- 
rante ogni anno (cfr. I, 1 ; X, 3-XI, 1 ; XIII, 5-XIV, 1 ; XV, 
6-XVI, 1), fornendo poi una quantità di dati cronologici per 
intendere la successione degli avvenimenti di ogni para- 
grafo (cfr. ad es. per il racconto della spedizione di Age- 
silao in Frigia e Paflagonia : ooor juèv -/[góvor] è^àòi'Qe òià 
irj[g] Avòiag (col. 18 1. 35-36) ; ènetòì) òf. y.a[r]^Qet> (ibid. 39- 
4U) ; [ra]vTì]v xì]v ìj/uégav (col, 19, 1. 19) ; [àvajiavoag ....] l'jjuéoag 
(col. 20, 5-6) ; TTEgiéfiEvev e^ f/fiégag (ibid. 32) ; jiiexà òè radia 
(ibid. 38-39); ÙTxrjyaye òià 7uy\écov tò axQdxevjua ....] (col. 21, 
5-6) ; 7TO(~)xov /ii[h' 7Tegifien']ag fjfiÉQag avxov òéy.a (ibid. 14) ; 
vnxeQov de (ibid. 16) ; Òià xaykov (ibid. 28) ). 

Qui dunque siamo in pieno influsso tucidideo. E questo 
si risente anche nell' uso dell' èra, di cui è conservato il 
caso più volte citato dell'ottavo anno; benché il riscontro 
col sistema di Tucidide non sia perfetto. Tucidide infatti 
notava il terminare di ogni anno (ad es. per il 428-27 III, 
25 ; o re yeijuàn' èxeXevxa ovxog, xal xhaQxov erog tw 7to?Jjhco 
heXevxa xcpòe ov 0ovxvòiòì]g ^vvéyQaxpev), tranne per l'anno 11° 
di cui ricorda così il principio come il termine (V 24-25 ; 
39-40) ; P. segna invece l'arrivo del nuovo anno : exog oyòoov 
tvFinTìjxei (IV, 1). 

Ma con ciò non crediamo si possa dichiarare P. un vero 
continuatore di Tucidide, come Senofonte e Teopoinpo. Se- 
nofonte continuò in modo cosi meccanico Tucidide, che 
riferendosi alle ultime frasi dell' 8" libro del predecessore, 
incominciò il suo primo con le parole : fiejà òè xavra ov 
:TokXalg fji^iéoaig voxeqov fjX&Ev x. x. X. Teopompo, non altri- 
menti (cfr. le notizie raccolte a p. 400 n. 5) incominciava la 
narrazione dopo la battaglia di Cinossema, e prima di quella 
di Abido. P. invece (cfr. § 11) iniziava il suo racconto a 
«juanto pare col principio della guerra deceleica, se non 
prima. — Senofonte, pure non continuando lo schema cro- 
nologico di Tucidide, non contraddice alla teoria del prede- 
cessore (V, 26) che pone il termine della guerra del Pelo- 
ponneso nell'aprile 404 : fié/Qt ov xì)v xe àoyjp' y.aréjravoav xmv 
Aìfijvauor Aay.eòrxi /lórioi y.cxì ot tv/ijuayoi y.aì xà /tiaxon xFiyìj y.at 



CHATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYKHVNCIIOS 451 

7Òv Ueigaià y.aréXafiov. Senofonte infatti chiude il racconto 
della resa di Atene, in modo non meno spiccato che per il 
posteriore ritorno dei democratici (II, 4, 43-III, 1, 1) (1), con 
queste parole (II, 2, 22-23) : .... Bo^e òéymìJaL tì)v eIqìJvìjv. 
jiierà ÒÈ ravra Avoavògóg re HarénXei sìg ròv Ueigaià xal ol (pv- 
yàòeg xaTTjoav xal rà rei/i] xaxéoKamov vn avhjzQiòcov jioXXf] 
TiQO'&vi-dq, vojui^ovreg èy.eivìp' t))v fjjiiÉQav rf] "EX.Xàòi àq- 
Xsiv Tfjg iXev&eQiag. Non altrimenti pare, dalle oscure no- 
tizie che ci son date, che Teoporapo terminasse la prima parte 
delle 'Elleniche' se non proprio coli' aprile 404, coli' au- 
tunno di quell'anno; poiché l'aggiunta A, § 45 a Marcel- 
lino dice che Tucidide morì descrivendo il 21° anno: eìxoai. 
yàg xal ejzrà xaréo^ev 6 jzóXejiiog. rà òè rcov àXXoìv £| èrà)v 
JiQayjLiara àvanXyiQoT o rs Osónofinog xal ó Sevo(p(bv, ólg ov- 
vànrei ri]v 'EXXì]rixì]v lorogiav. E 1' ' Anonima vita ' di Tuci- 
dide (4-5) enumerando le battaglie di cui non ha più parlato 
il suo autore, cita da Teopompo la seconda di Cinossema, 
quelle di Cizico, e delle Arginuse, rrjv ev Aiyòg Tiorafxólg vav- 
jLiayiar, onov xal ràs^ vavg àndùX.eoav 'Ady]vdioi xal rag £|j)s- èX- 
Ttiòag ' xal yàg rò réìyog aurcov xadìjgé'&ii xal fj rcòv rocaxovra 
rvgavvlg xaréorì] xal noX^Xalg ovjixcpoodig negiéneoev vj jióXug, «g 
fjxQi'l^cooE OeÓTiojujiog. Qui sembra dunque che si scenda fino 
al ritorno di Lisandro a Sparta nell' autunno del 404, al- 
l' estremo della rovina di Atene, e all'apogeo della vittoria 
di Sparta, che anche per l' interpolatore delle ' Elleniche ' 
di Senofonte segna il termine della guerra del Peloponneso 
(II, 3, 9 sgg.). Invece P. ha. scelto un altro punto di sepa- 
razione tra i fatti della guerra deceleica ed i successivi : 
non è più la rovina completa di Atene, ma l' inizio della 
seconda parabola della sua potenza, lo scuotimento primo 
dell'egemonia di Sparta colla restaurazione della democrazia. 
E ci piace a questo punto riferire il modo con cui Plutarco 
(' de gì. Ath. ' 1), citando da Cratippo, allude a quell' ira- 
presa : xal &oaavpovXov xal 'Aq'/ìvov xal rovg à.TÒ 0vXrjg éfiòo- 
juì'jxovra jfarà rTjg UnaQrtarwv fjye/uoviag àviorajLiévovg. Nò meno 

(1) Si badi d'altronde che per Setiofonto non il ritorno dei dciuo- 
cratici di File, ma la ripresa di Elcnai alquanto posteriore, chiudo la 
ctdaig in Atene. Cfr. II. 4, 43 ; III, 1, 1. 



462 L. PARETI 

caratteristiche sono altre frasi parallele della stessa operetta: 
T/; ót òoòey.uTij (= BoijÒQO^uicorog) '/aotori'jgia tdvov IXevdeQiag' 
iv ixeirfi yào [= 4 ottobre 403J, ol rmò fI>v?S]g xarrjXdov (ibid. 7); 
ì'i óe &Qaov(iovXov {vixìf) xaTclysi tÒv òfjjuov ano fpv}.fjg tlev&e- 
Qov (ibid.). CIV. Dionisio Jigòg IIojuti. 3, 10 {v. p. 417 n. 2). 

In conclusione : P. non pare un vero continuatore di 
Tucidide, incominciando la propria narrazione per la guerra 
deceleica prima del 411, e facendo terminare quella guerra 
nel 403 invece che nel 404. 

§ 14. - Per riconoscere in che epoca P. abbia scritto 
la sua storia abbiamo tre mezzi principali : l'esame dei dati 
interni, delle relazioni con altri scrittori, delie peculiarità 
stilistiche. Due termini estremi furono da tempo riconosciuti : 
P. scriveva senza dubbio dopo il 386 perchè parla della 
costituzione beotica, a proposito dell'anno 395, come di 
cosa non più vigente, usando sempre i verbi al passato 
(XI, 1-4), e frasi come le seguenti : eì'/ev òè rà Jigay/iiara 
TOTA xarà t))v Boicoxiav ovrmg' fjoav Kai^eoTrjxvìat ^ovXaì xóte 
ThTaiQtg H. T. X. (XI, 2). D' altra parte non solo dà come esi- 
stente il regno di Persia- (cfr. XIV, 2 o noieiv è'dog èoxlv chi xdlg 
TioX-fjiiut'niv vneQ ^aoiXécog...; xovxojv òè fiaoiXevg alxióg èoxiv{ì); 
XVI, 1 elol yàg oi JioXdol xcov Mvocòv av[xóvofioi\ fiaoiXécog ovx 
vTiaxovovxeg), il che ci trasporta prima del 330; ma parla 
delle contese tra Pocesi e Locresi per il territorio al Par- 
nasso in modo tale che quasi tutti i critici si accordano nel 
dedurre che P. scriveva prima del termine della guerra sa- 
cra (346) (2). Questi estremi più lati si possono però ancora 
restringere. Molto probabihnente la discussione di P. contro 

(1) Da questo passo forse si può trarre qualcosa di più. Nota lo 
.Tiidoich, Rh. Mns. 66 (1911) p. 98 n. : « Die Zandcr-und Knausorpolitik 
des PerisiTkònigs tritft eiiigeiitlicli, soviet wir sehen koniien, nur fiir 
Artaxorses II. Miiemou zu, dar um 358 starb ». Corto ciò si accorda 
col torniine ante quem del 357-6, che dobbiamo stabilire per altra via. 

(2) XIII, 3 : eari zoTg sdveaiv rovroig àfj.(pio^ijT7'iaifiog x^^Q^ ^sgl top 
rianvaaaóv, jteqI yg uni jtqÓtfoÓv ttots TtBJioXei^ii'jXaoiv, ìjv .loXluxig è jti vé- 
dovo iv KxaTFQoi jòjv re <I>coy.hoy xal tùjv Aoxqcòv, ÓjiÓteqoi ò' av xvyoìaiv 
fuaOófiet'oi 310XE (xovs') hsgovg avXlEyÉviEg jioXkoi diagjidCovai tu ngó^aia. 
Dopo il 316 i Focesi udii jiotovano certo più contendere coi Locresi por 
territori. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' DI OXYUHYNCHOS 453 

quanti affermano esser stato V oro di Timocrate la causa 
della inimicizia contro Sparta (II, 2) presuppone le afìer- 
raazioni e le diatribe che si dovettero avere nel 382 du- 
rante e dopo il processo di Ismenia, di cui parla Senofonte 
(* Ellen. ' V, 2, 33-36). P. combatte la vulgata sostenuta 
dagli Spartani, che sarà accolta invece da Senofonte : col 
y.aiioi Ttvèg Àéy[ovoiv] non si allude necessariamente a fonti 
scritte (1). Ma resta una grave questione, a proposito an- 
cora della guerra tra Pocesi e Locresi, dalla quale dipende 
la scelta tra due teorie opposte : secondo una delle quali 
P. avrebbe scritto prima del 357-6 (e quindi tra il 382 e 
il 357, per i dati interni di cui già si è detto) ; mentre se- 
condo l'altra avrebbe scritto precisamente dopo il 357-6 (e 
quindi tra il 357 e il 346). Conosceva P. quando compose la 
sua storia, gli avvenimenti del principio della guerra sacra ? 
Il Meyer (2) seguendo in parte una tesi del Busolt (3), 
sostiene che in P. si vedono le tracce evidenti che scrisse 
nel tempo della guerra sacra, poiché avrebbe contaminato 
il racconto degli inizi della guerra beotica del 395, con par- 
ticolari attinti ai fatti dell' anno 357-6 e seguenti. I punti 
di contatto che si possono stabilire sono i tre seguenti : 
a) nel 395 secondo P. si tratta dei Locresi occidentali in 
lotta con i Focesi, e non come vuole Senofonte (III, 5, 3) 
dei Locresi Opunzi, e quelli e non questi sono implicati 
nella guerra sacra ; /5) secondo Senofonte nel 395 i provo- 
catori della guerra sono i Locresi (III, 5, 3), mentre secondo 
P. sono i Pocesi, come nella guerra sacra ; }') nel 395 stando 
a P. i Pocesi sono spinti alla guerra da alcuni tra essi che 
erano stati preparati in tale senso dai Beoti, (in Senofonte 
si parla senz' altro della spedizione dei Pocesi), e anche 
nella guerra sacra si tratta di alcuni Focesi colpiti dagli 
Anfizioni che spingono alla guerra. — Si tratta a parer mio 
di semplici coincidenze fortuite. 

(1) Cfr. oltre p. 458 sg. 

(2) Op. cit., pag. 88 8gg. 

(3) Ilermos, 43 (1908) p. 278 8g. Già il Meyer p. HO u. respinge 
giustamente alenai confronti del Bnsolt, che porterebbero oltre il ter- 
mine della guerra sacra. 



454 L- l'AliKll 

Che non sia attinto ai fatti del 357 e sgg., il partico- 
lare sui Locresi occidentali invece degli orientali, risulta 
da ciò che la versione del Papiro (lo vedremo meglio nel 
cap. IV § 33) è in questo -punto superiore a quella di Se- 
nofonte : questi non sa dare alcuna notizia precisa sulla 
terra dil)attuta (egli era in Asia nel 395 ; e scrisse circa 
venti anni dopo gli avvenimenti), e forse in base al fatto che 
dei due popoli Locresi partecipanti allo scontro del Nemea 
(IV, 2, 17), gli Opunzi avranno spiegato maggiore energia, 
deduce che la guerra incominciò per causa loro (l). P. invece 
indica la posizione del territorio disputato, sa aggiungere no- 
tizie sulle precedenti contese (2), e per tutta la campagna 
conosce dettagliatamente le mosse degli eserciti. Inoltre è 
notevole che la fonte di Pausania III, 9, 9 (a quanto pare 
Androzione, § 42), che si valeva non solo di P., e di Se- 
nofonte, ma anche di altri informatori, si accorda con P. 
nel parlare dei Locresi occidentali. E si badi che v' è forse 
divergenza assoluta sulla posizione e la natura del terri- 
torio discusso ; perchè secondo P. per il 395 non pare che 
si tratti di territorio sacro, come nel 357-6 e sgg., ma di 
terre sulle pendici del Parnasso, ossia al confine tra i Fo- 
cesi ed i Locresi (3). Vedi oltre § 33. 

Non più convincente è l'argomentazione in base al 
nome del popolo che avrebbe provocato la guerra. Si può 
stabilire il seguente confronto tra le narrazioni di P. e di 
Senofonte per il 395, ed i principi della guerra sacra (357-6 
e sgg.) : 

(1) Costauzi, in. cit. p. 281. 

{'2) Non si dimentichi ohe anche Tucidide III, 101, 2 a proposito 

del 126 ricorda inimicizie tra Locresi occidentali e Focesi : ^vvénQaooov 

ót /luÀiain aviiì) (Eiirilooo che voleva recarsi a Nanpatto attraverso la 

Locride) rtò»' Aoxqwp 'AiiqHaafjg òtù rò twv (Ihohsojv e/dog òediózeg ; e per 

il 421 (V, 32, 2) dice >cui fPwy.iig xai Ao>iQot ìjg^avTO :TO/.Ffi£Ìv. E un altro 

episodio di (piente lotte è ricordato in Diodoro XII, 80, 4, all'anno 418-17 : 

V xal héga xiytjoig y.axà tijv 'EXlàòcf xai ^coxslg yÙQ jrgòg AoxQovg 

Tfc TtttQnra^Ei ìxnìOì^nav òtà ri)v oIxeIuv ùviinFiav. ivìxìjaar yàg <Po}- 

/.órtyc \i.yn,7,y Tx'/.slovg /tlion: Cfr. Jndeich, Rh. Mns. 1911 (GG) 

11. lOB n. 1. 

1) Secondo Pausania sono i Locresi di Anlissa. 



URATIPPO E LE ' ELLENICnK DI OXYRHYNCHOS 



455 



Principi della guerra beotica nel 395 


Principio della guerra sacrii 






Senofonte 


P. 






I Focesi si impadroniscono 


Multa degli Anfizioni ad alcu- 




di pecore della àj-icpia^ri- 


ni Focesi Diod. XVI, 23, 2-4. 




Tì]at/iiog yj'ooa. 


I Focesi si alleano con Spai-ta 
ed Atene, e prendono Delfi 
(XVI, 24, 1-3; 27). 


I Locresi Opuuzi, spinti dai 


llappresaglie dei Locresi oc- 


I Locresi muovono contro i 


capi dei Tebani razziano 


cidentali. 


Focesi ma sono vinti (XVI, 


il territorio disputato. 




24, 4-5; cl'r. 28, 3). 
I Beoti dichiarano guerra ai 
Foce-si (XVI, 25, 1 ; 28, 4). 


I Focesi enti'ano in Locride, 


I Focesi spinti da alcuni 


I Focesi entrano in Locride 


e fanno devastazioni. 


eh' erano stati preparati 
dal partito (di Tebe) di An- 
droclide, entrano colle ar- 
mi in Lucide. 


(XVI, 25, 2; 30). 


Il partito di Androclide 


I Locresi chiedono aiuto ai 




spinge i Tebaiii ad ainta- 


Beoti e il partito di An- 




re i Locresi. 


droclide -spinge i Beoti ad 
ac(!ordarlo. 

I Focesi inviano ambascia- 
tori a Sparta. Gli Spartani 
propongono 1' arbitrato. 




I Beoti entrano annuii nella 


I Beoti non ricevono gli iu- 


I Beoti entrano in Focide, e 


Fociae. 


■\nati di Sparta, ed entrano 


vincono Filomelo, etc. iXVI, 




armati nel territorio Fo- 


31). 




cose. 





Dei punti di contatto tra la guerra del 395 e la sacra, 
come ognuno vede, ve ne sono anche se si segue la sola nar- 
razione di Senofonte, e sono casuali. Invece è degno di nota 
che tanto P. quanto Senofonte considerano come spinti dai 
Beoti nel 395 quegli stessi che incominciano l'azione: i Lo- 
cresi per Senofonte, i Focesi per P. Ed è chiaro che per 
entrambi si tratta di ipotesi: poiché la guerra era negli 
interessi di quei Beoti, devono essi aver procurato la causa 
occasionale. Era una induzione arbitraria perchè potevano 
i Beoti aver sfruttato l'occasione, senza averla procurata. 
Ad ogni modo l' ipotesi di P. porta senza dubbio a conclu- 
sioni più improbabili di quella di Senofonte ; ma ciò non 
prova punto che non siano stati proprio i Focesi i primi a 
razziare nel territorio disputato. Qui si tratta di un piccolo 



45rì L- l'ARKTI 

particolare di fatto, che tolto dal contesto ipotetico in cui 
lo ha posto P., non v' è nessun motivo di ritenere errato : 
quando avvenne la prima spedizione armata che per en- 
trambe le fonti è quella dei Focesi nella Locride, non era 
avvenuta una sohi razzia da parte dei Locresi : questa era 
^ià una rappresaglia per una razzia di pecore operata dai 
Focesi. In tutto ciò pare arbitrario voler vedere V influsso 
degli avvenimenti della guerra sacra. 

Nello stesso modo non prova nulla che P., dando no- 
tizie più dettagliate, parli di una parte dei Focesi (ch'egli 
suppone spinti dai Beoti), che convincono gli altri ad agire, 
mentre Senofonte, senza tanti particolari dice senz'altro che 
i Focesi entrano nella Locride e la devastano. 

Per noi, concludendo, non pare che in queste notizie di 
P. ci sia nulla che ci autorizzi a scendere sotto il 357-6. 
Siamo disposti invece a credere, che se P., propenso alle 
digressioni, e che .proprio allora ne faceva una sulle pre- 
cedenti contese tra Focesi e Locresi, avesse scritto dopo 
il 357-6, non avrebbe potuto fare a meno di accennare alle 
dispute anche più gravi per il territorio sacro, e se non al- 
tro avrebbe dovuto chiarire al lettore se la aju(ptoljì]Tì'ìoif.iog 
yo'yoa del 395 non aveva nulla a che fare con quella dispu- 
tata nella guerra iniziatasi nel 357-6 (l). 

Ed altri dati interni possono addursi per convalidare 
(jueste nostre opinioni, per ritrarre quanto è possibile il ter- 
minus unte quem. Nella parte conservata del papiro v' è in 
ogni racconto una ricchezza di particolari ed una precisione 
veramente notevoli : per la spedizione di Demeneto ; per en- 
trambe le mosse di Agesilao nel 395; per la rivoluzione 
democratica di Rodi, e la ribellione delle milizie di Conone ; 
e non meno per la costituzione ed i partiti della Beozia, e 
per le origini della guerra tra Beoti e Focesi. 

E ciò, fino a prova contraria, parrebbe significare che 
P. era adulto negli aiìni 396 e 395, che ha egli stesso as- 
sistito ad alcuni avvenimenti, che degli altri ha potuto avere 
ricolip «' fresche informazioni. E poiché egli, anche nelle 

l Si veda anche Judeicli, Hli. Miis. 66 (1911 J>7 u. 2. 



CRATIPPO E LE ' ELLENICHE ' 1)1 OXYRnYNCHOS 457 

poche colonne pervenuteci del papiro, aggiunge particolari 
nuovi sulla guerra Deceleica, è assai probabile che il suo 
precedente racconto per quegli anni presentasse le stesse 
caratteristiche che per il 396-395. Egli si vale per i Beoti 
come Tucidide e i documenti anteriori al 386 del nome 
giusto di BoioiToi, e non di quello di Qi-)(^aToi che ricorre in 
Senofonte (1) e usa come Senofonte l'appellativo di EUeni, e 
non di Lacedemoni, (come Eforo (2) ) per l'esercito di Age- 
silao ; conosce i termini tecnici per le milizie spartane, sia 
di terra che di mare, mentre ad es. Eforo non sa più fare 
altrettanto (3). D'altra parte si vede che sull'entità delle 
devastazioni dei Lacedemoni nel Peloponneso anteriori al 
425 non ha un' idea esatta (XII, 5) (4), e quindi difficil- 
mente è nato prima del 430. Ponendo verso quest'epoca 
la sua nascita avremmo a che fare con un contemporaneo di 
Senofonte ; e si concilierebbero bene tutte le deduzioni che 
abbiamo esposte valendoci dei dati interni (5). Vediamo se si 
trovino ostacoli, o conferme, nelle altre serie di argomenti. 

(1) Cfr. Meyer, o. e, p. 88, 93-94. lu Senofonte invece è rispec- 
chiata a proposito della supremazig- dei Tebani in Beozia la tesi soste- 
nuta dagli Spartani nel 386 e nel 371. P. dunqne conosceva bene le con- 
dizioni anteriori a quegli anni. 

(2) Dunque rispecchia i tempi in cui si ricuuosceva la mira panel- 
lenica nella im^irosa spartana ; mentre Eforo scrive dopo la caduta del- 
l' egemonia lacedemone. Cfr. §^n 18 o 22. 

(3) Cfr. 16. 1 ol Aaxeòaifióì'ioc xal oi av^iina/oi ; 1 , 4. 16, 2. 17, 1 
ol IIs?.ojTovrtjotoi xal oi avf.ifiay_oi ; 16, 2 ol fua'do(f>ÓQoi ol AeQy.i-?.i'dsioi xa- 
koviiEvoi. Cfr. Meyer, o. e, p. 36 n. 2. Così non erra a proposito del 
termine vavagyog (II, 1 ; IV, 2 ; XIV, 1), su quello di armosta (cfr. per 
Mikojv [corr. Xikoìv] in I, 3, che in Eschine II, 78 è detto per errore 
navarca), e su quello di f.T</?ar/;ff (XVII, 4) — cfr. per quest'ultimo, Mem. 
Arcad. Torino 1909 p. 93 sgg. — ; mentre tutti sanno quante inesattezze' 
siano in Eforo (Diodoro) a proposito dell' applicazione del titolo di na- 
varca. P. aveva dunque un' ottima conoscenza del periodo dell' egemo- 
nia di Sparta. 

(4) Cfr. ' Oxyrh. Pap. ' V p. 230. 

(5) La divisione dei libri nella storia di P. doveva essere casuale, 
e non dovuta all'autore, ijerchè non è scolto un fatto di importanza come 
termine di ognuno d'essi [cfr. iirinc. della 1^ colonna]. Ciò prova che P. 
scrisse in tempi anteriori all'uso di dividere in liliri la propria ()]>era, 
dunque i)rima di Eforo. 



458 L. PARETI 

§ 15. - Data la ricchezza di informazioni di cui ora 
dicev^amo, bisogna assolutamente riconoscere col v. Mess (1), 
che si impone un dilemma: P., o è contemporaneo ai fatti 
narrati, o si vale di fonti contemporanee. E per noi pare 
che la prima tesi sia migliore della seconda. E assai diffi- 
cile per uno scrittore che scriva una cinquantina di anni 
dopo gli avvenimenti ch'egli non ha veduto, procurarsi 
delle fonti cosi dettagliate per tutti i campi d'azione. Inol- 
tre, a parte la questione se P. conoscesse o meno le * Elle- 
niche ' di Senofonte, di cui diremo tosto, pare strano che 
riuscisse mezzo secolo dopo i fatti a procurarsi una serie di 
tante notizie diverse ed indipendenti da quelle riprodotte da 
Senofonte. Ne in P. troviamo traccia di contaminazioni di 
teorie, di autoschediasmi, di